L’esordio discografico di Luca Stricagnoli

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(di Roberto De Luca) – «Giova sensibilmente alla salute». Sarebbe bello leggere su un prodotto un’avvertenza come questa. Perché non stamparla in bella mostra sulla copertina di un disco? In fondo, di questo si tratta. Non di una scatola di fuochi pirotecnici, non di una confezione di giochi di prestigio, meno che mai di uno specchietto acustico per allodole. Un disco vero, cosa nient’affatto scontata.
Stricagnoli_coverRecensire un CD di sola chitarra non è mai compito agevole, soprattutto un’opera prima. Il timido affacciarsi al mondo di chi decide di avere qualcosa da dire. In questo caso, la fatica è doppia. Luca Stricagnoli è un giovanissimo talento di Varese, reduce dal successo virale della rete, scatenatosi prima ancora che i milioni di ascoltatori dei suoi pezzi mirabolanti avessero modo di associare il suo nome alla sua faccia. La fama di questo ragazzo fa pensare al gran parlare di talenti italiani a spasso per il mondo, alla fuga di cervelli. Come se un cervello consapevole del proprio valore avesse bisogno di scappare e non decidesse piuttosto in modo autonomo di andarsene in giro ad annusare l’aria che tira.

Sgombriamo dunque il campo da una prima tentazione: quella di etichettare questo lavoro come il disco fatto ‘perché bisogna fare il disco’. Una sorta di antologia ‘fisica’ per rendere tangibile l’improvvisa celebrità alla quale accennavamo. Così non è.
Luca Stricagnoli. Questo è il titolo, questo sono io, questo è il mio mondo, questa è la mia disordinata stanza dei giochi, sembra suggerire il nostro eroe disegnato sulla simpatica copertina, piena di rimandi alla sua formazione umana e musicale. E poi, lo scoglio scivoloso delle cover. Tentazione di esprimere qualcosa di già detto attraverso un linguaggio affine al proprio? Attesa di tempi migliori e di una non meglio precisata creatività? Niente di tutto questo. Il bel lavoro di Luca si muove sul filo di un equilibrio perfetto, che è innanzitutto indice di serenità e maturità interiore, alla faccia dell’anagrafe. Otto arrangiamenti e due brani originali, inanellati in una costruzione di gran gusto. A partire dai suoni curati delle belle chitarre Serracini, perfettamente intonate con le corde interiori dell’artista, attraverso il lavoro impeccabile di Stefano Barone, talento della sei corde acustica, qui in veste di produttore, fino al marchio a garanzia di qualità indiscussa, la famigerata CandyRat, sotto le cui insegne il lavoro è stato pubblicato in tutto il mondo.
Il risultato è un prodotto bello e vero, e vero in quanto sincero e sentito. Nessun trucco, nessuna tentazione di stupire. Piuttosto, il tentativo di esprimere a modo proprio le emozioni legate a quella musica che anno dopo anno, ascolto dopo ascolto, si sedimenta nell’anima e diventa scorza intorno al cuore. Arrangiamenti che non sono ‘esperimenti’, ma che nascono dalla caparbia volontà di suonare la musica che si ama con il proprio strumento, e solo con quello. Operazione folle e forse inutile alle orecchie di molti, ma in questo caso persino commovente in quanto profondo atto di amore verso quell’oggetto chiamato chitarra acustica.

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Luca Stricagnoli – foto di Martina Cutuli

È questa forse la giusta chiave di lettura del disco. Un’impressione che si avverte a partire dalla famigerata “Thunderstruck” degli AC/DC, riprodotta in una versione tecnicamente inavvicinabile e dal tiro spaventoso, ma che pure resiste alla tentazione di trasformarsi in mera ostentazione di bravura. Si prosegue passando per “Braveheart”: in omaggio all’autarchia musicale alla quale accennavamo, il bravissimo Luca traduce la magia di una melodia immortale servendosi di una chitarra standard, di due armoniche che tengono testa senza grossi rimpianti all’originale cornamusa, mentre la parte al flauto dolce – resa famosa dal bel video che ha spopolato sul web – è qui sostituita da una seconda chitarra equipaggiata solo con cantini. Sonorità che scavano dentro, brividi garantiti. Suggestioni cinematografiche si inseguono e si richiamano per tutto il disco; l’incedere severo di “Conquest of Paradise” di Vangelis farà sobbalzare sulla sedia quelli che festeggiano compleanni ‘impegnativi’. Di paradiso in paradiso, la “Paradise” dei Coldplay è un piccolo capolavoro di freschezza; come nella traccia precedente, l’orchestrazione è affidata alla mano sapiente di Stefano Barone; su accenni di archi in sottofondo, ottenuti sulla corda grave dello strumento, la baritona di Luca srotola qui un morbido tappeto ritmico-percussivo sul quale la melodia scivola sognando. Con “Seven Nation Army” l’operazione si fa addirittura spericolata: ‘madre di tutte le cover’, il brano dei White Stripes – già Grammy e tra le 100 migliori canzoni dei Duemila – avrebbe atterrito chiunque. Con semplicità ed eleganza, Luca Stricagnoli riesce ad approcciare l’ovvio a mani nude senza semplificazioni o scorciatoie, fornendo una rilettura che sembra scritta ad arte per un’apoteosi acustica live. La tensione emotiva raggiunge forse il climax in “The Last of the Mohicans”. Di nuovo al cinema, alle prese con immagini e suoni primordiali.

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Luca Stricagnoli – foto di Martina Cutuli

La bellezza del brano originale certo aiuta, ma a stupire qui è la costruzione impeccabile dell’arrangiamento, ancora una volta sapientemente guidato da Stefano Barone: il respiro potente dell’archetto che accarezza alternativamente i bassi di ben tre chitarre apre un discorso musicale che prosegue su un fraseggio circolare in tapping, subito arricchito da una percussione che si inserisce solenne, per poi abbellirsi di una cadenza ritmica piena; il diradarsi delle note sul finale lascia sempre più spazio alla precisione micrometrica del lavoro percussivo, sul quale vanno a risuonare gli ultimi colpi sulle corde. Il risultato è un film fatto di suoni. La “Madness” dei Muse pare a questo punto un doveroso omaggio che Luca rivolge ai suoi pochi anni; la fluidità dell’incastro ‘percussioni-ritmo-melodia’ garantisce ancora una volta una pausa leggera e sognante, che fa da preludio a “Us”, il primo dei due brani originali del disco. Il discorso si fa intimo, quasi un soliloquio. Per una volta, niente percussioni; gli arpeggi si inseguono piani, aperti ed evocativi. Una malinconica spolverata di new age e di poesia. Si va verso il finale, tornano i Muse e si riprende il discorso appena interrotto. La versione di “Starlight” stupisce ancora una volta per la credibilità che Luca riesce a conferire ai suoi arrangiamenti, frutto senza dubbio della leggerezza, della precisione, della fluidità di soluzioni ritmico-melodiche che mai una volta tradiscono irrigidimento e forzature. Sono e rimangono canzoni che si fanno cantare e fischiettare, col piede a battere il tempo. Il congedo è un doveroso sguardo proiettato in avanti. Il delizioso tapping percussivo di “The Future”, l’altra composizione originale, dribbla con naturalezza ogni rischio di tecnicismo per intessere un dialogo sincero, che è insieme speranza e fiducia in un futuro tutto racchiuso nel suono degli armonici che si dilatano nell’aria. Chapeau.

Resta il mistero di come Luca Stricagnoli sia riuscito a eludere il rischio dell’autoreferenzialità, sempre in agguato dietro lavori come questo. Poco importa. Se pensate di comprate un CD di chitarra acustica, avrete un gran bel prodotto, da riporre accanto ai vostri dischi preferiti. Se invece quel che cercate è musica, avrete note perfette per viaggiare. Un disco da ascoltare in viaggio, ma non in movimento. Piuttosto appena usciti dall’autostrada, macchina ferma alla prima piazzola; sportello aperto, mente sgombra a osservare il panorama, fantasia proiettata verso i chilometri ancora da percorrere. Un bel respiro, e poi di nuovo in marcia. La strada sarà più bella.

Roberto De Luca

PUBBLICATO

 

 


Chitarra Acustica n.05/2015, pp.16-17

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