In tour con Sir John, Stefan e Davey

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John-Renbourn3(di Giorgio Gregori) – Ho ancora vivissimo nella mente il ricordo di come scoprii John Renbourn, quarantanni fa: in un negozio di dischi di quart’ordine, attirò la mia attenzione una copertina bianca con immagini di cavalieri: Sir John Alot… «Mi fa ascoltare questo?» La ‘tenutaria’ piazzò due belle dita unte sul bordo del disco, che stamparono indelebilmente un bel fruscio gracchiante sul primo brano, “Earle of Salisbury”, per chitarra e glockenspiel. Sull’altra facciata, ascoltai “Sweet Potato”. «Lo prendo!» E cercai subito anche Lady and the Unicorn.
Certi puristi sicuramente avranno criticato le trascrizioni di John su chitarra acustica di pezzi antichi per liuto e virginale. Personalmente le trovo stupende, ma soprattutto mi piace pensare che le trascrizioni ‘di qualità’ siano uno stimolo a ricercare le fonti originali. Ad esempio, “Earle of Salisbury” è stata scritta da William Byrd circa nel 1590. Consiglio a tutti l’integrale delle sue opere per tastiere, il cofanetto di sette CD William Byrd: The Complete Keyboard Music di Davitt Moroney (1999): lì il pezzo è eseguito al muselar, una variante del virginale e, ascoltando anche gli altri brani, si capisce per esempio dove abbiano preso ‘ispirazione’ i migliori dischi degli Amazing Blondel…

E poi… era il 1977 e con la mia amica dell’epoca partii da Brescia in autostop con la mitica meta: Londra. E una speranza: riuscire ad ascoltare un concerto di John Renbourn.
Internet era ancora di là da venire e quindi, appena arrivati a Londra, la prima cosa è stata acquistare il Melody Maker e cercare tra i moltissimi concerti della settimana: wow, John era al Dark Horse Pub di Battle! Subito vennero acquistati due biglietti del treno, senza sapere manco dove fosse Battle; scoprimmo poi che il pub era su una collina vicino ad Hastings, sulla Manica, dove il 14 ottobre 1066 si svolse una mitica battaglia.

John era da solo: iniziò con “Lord Franklin” e il repertorio era in gran parte tratto da Faro Annie e Another Monday. Già da cinque anni era finita l’avventura coi Pentangle e lui stava cercando nuove strade, anche se dal vivo ripescava dal vecchio e sicuro repertorio. L’esecuzione era perfetta, la voce calda, avevo realizzato un sogno. La notte fece un freddo cane, dormimmo in una cabina telefonica, di quelle rosse. Ma ne era valsa la pena. E un paio di giorni dopo andai ad ascoltarlo ancora, a Rochester.
La grande occasione però si presentò l’anno dopo, quando scoprii su una rivista francese, L’escargot folk, che Leon Lamal stava organizzando in Belgio una tournée di John Renbourn con Stefan Grossman e… Davey Graham! Non so con quale faccia tosta riuscii a scrivergli e chiedergli se potevo seguire la tournée, dando una mano… e lui mi diede l’ok! Stavolta il mezzo di trasporto fu il treno. Ricordo ancora la delirante discussione con un doganiere lussemburghese che voleva sapere perché in valigia avessi un registratore. Eh sì, all’epoca c’erano le dogane e tutte le varie monete.

Comunque, la prima tappa fu il festival di Hasselt: preceduti da un fantastico Dan Ar Braz in versione acustica, John e Stefan presentarono il loro primo disco insieme, che sarebbe uscito l’anno successivo. Ma il bello venne nelle tappe del tour vero e proprio, quando i tre si esibirono in piccoli teatrini, nel retro dei cinema, per un pubblico attentissimo, e approfittarono della mia presenza promuovendomi al volo tecnico del suono: minimixerino e tre microfoni, nulla di più!
Avevo davanti tre musicisti che hanno fatto la storia della chitarra, diversissimi fra loro. Stefan, gigione in pubblico e attento al business, apriva con “Candyman” e vari brani del Rev. Gary Davis. Davey Graham appariva, faceva il suo set e scompariva: un grande musicista dal carattere difficile. In quei giorni presentava il suo album The Complete Guitarist, prodotto da Stefan e John per la benemerita etichetta Kicking Mule, che all’interno del disco allegava spesso anche le tab. John Renbourn si mostrava come sempre cordiale, con la sua birra in una mano e la Guild D-55 nell’altra. Probabilmente al massimo della sua forma – era appena uscito The Hermit e dopo poco avrebbe realizzato The Black Balloon – sul palco iniziava con “Buffalo” per poi terminare con tre pezzi strumentali che sarebbero poi stati inseriti in The Black Balloon, “The Mist Covered Mountains of Home”, “The Orphan” e “The Tarboulton”, e anche “The Lamentation of Owen Roe O’Neill” di O’Carolan da The Hermit.
Tra i vari concerti a cui ho poi assistito negli anni successivi, uno in particolare sottolinea ancora di più la sua bravura: più o meno nel 1980, il John Renbourn Group si esibì a Milano. In quell’occasione la cantante Jacqui McShee non si presentò sul palco a causa di una indisposizione e le sue parti vocali vennero condivise da John, Ray Warleigh e John Molineaux, fantastico suonatore di dulcimer. Grandi! Mi è rimasto il desiderio che qualcuno tiri fuori dal cassetto la registrazione dell’evento, se esiste.

John-RenbournLa scomparsa di John Renbourn è veramente una grossa perdita: non se ne va solo uno splendido autore e finissimo chitarrista, che ha molto ispirato i miei studi musicali, ma anche una bravissima persona, gentile e con la vocazione per la didattica. Quest’anno era previsto un seminario a Creta, dedicato al cinquantesimo anniversario del disco There You Go! realizzato in duo con la cantante Dorris Henderson. Si può sperare che il suo ricordo venga tramandato dal suo bravo collaboratore francese Rémy Froissart, che incontrai circa nel 1980 a Montpellier, quando già veniva definito «specialista nello stile di John Renbourn e Bert Jansch», e che fino a qualche tempo fa aveva in custodia la Gibson J-50 con la quale John suonò nei Pentangle e registrò anche The Hermit.

Giorgio Gregori

Per saperne di più
Il sito johnrenbourn.co.uk è veramente molto bello. Non mi risultano biografie su John, ma per chi sa leggere l’inglese consiglio caldamente il libro di Colin Harper, Dazzling Stranger: Bert Jansch and the British Folk and Blues revival, Bloomsbury Publishing, 2006.

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