martedì, 29 Novembre , 2022

Paolo Giordano

Paolo Giordano

I nostri ricordi

Oltre i confini della musica

di Stefano Barbati

Quando muore un artista si è tutti più poveri, si va alla ricerca di ricordi che ci legano alla persona, di momenti condivisi. A volte la perdita lascia l’amaro in bocca, perché non si è avuta la possibilità di un’ultima importante parola; altre volte il dispiacere lascia spazio al pensiero positivo di aver avuto l’occasione di incontrare una persona speciale, che in qualche modo ha segnato la nostra vita. Paolo Giordano è stato un grande interprete della chitarra e avrebbe potuto dare ancora tantissimo al mondo della musica acustica. Ma rimane la consapevolezza di aver conosciuto un caposcuola, uno sperimentatore, un innovatore. E questo gli deve essere sempre riconosciuto.

 

È difficile per me parlare di un artista come Paolo Giordano. Al suo ricordo convergono fattori diversi, a volte contraddittori, che riguardano rapporti didattici, professionali e d’amicizia. Quando ero un ventenne scapestrato assetato di musica e di emozioni, sono stato folgorato dal suo modo non convenzionale di intendere la chitarra. Ero tra il pubblico di un concerto del Cambio Live Tour di Lucio Dalla, nel 1991, e Paolo riempì di stupore lo stadio di Francavilla al Mare quando, dopo “Attenti al lupo”, spuntava su un trespolo e iniziava a percuotere la sua Martin tirando fuori suoni e colori mai visti e sentiti prima. Oggi lo fanno tutti, ma allora – credetemi – era una novità assoluta. Sembrava un marziano giunto non so da quale pianeta…

Lo incontrai di nuovo qualche anno dopo, in occasione di una ‘demo’ per un noto marchio di chitarre, seduto su un normale sgabello da musicista, ed ebbi modo di osservarlo da vicino, conservando lo stesso stupore e ammirazione. Timidamente mi avvicinai per chiedere informazioni, qualche dritta, magari lezioni… e lui subito ridimensionò il mio timore reverenziale, con una confidenza e una tranquillità che mi fece comprendere che era tutt’altro che un marziano. Anzi, era un abruzzese vero, cosciente delle sue capacità, ma umile e disponibile al dialogo. Ed io, al contrario di altri ‘folgorati’, avevo il vantaggio di condividere con lui quella ‘abruzzesità’ impossibile da spiegare a parole, ma che mette in sintonia le menti e i cuori.

Sono seguite le lezioni a casa sua – dove, oltre ad approfondire lo studio dello strumento, potevo di volta in volta ammirare le sue bellissime chitarre –, i concerti – ai quali mi ha dato spesso la possibilità di fargli da opening act –, le cene, le lunghe chiacchierate… Ed io sono stato sempre molto contento e orgoglioso di condividere un’amicizia, che non è mai stata strettissima e confidenziale, ma basata sempre sulla stima e il rispetto reciproco.

Paolo non aveva la propensione a fare il ‘divo’, anche se le esperienze maturate a livello nazionale e internazionale potevano concedergli questo vezzo. Non ha mai assunto il ruolo del guru, spesso prerogativa – in ‘provincia’ – di figure dal profilo molto più basso. Ha vissuto una vita piuttosto ‘normale’, dedicata alla sua bella famiglia e al suo lavoro. Un carattere e uno stile di vita spesso considerati ‘noiosi’ e artisticamente poco stimolanti: invece Paolo, fino all’ultimo, nonostante qualche anno fa alcuni problemi fisici l’avessero allontanato dai palchi che era solito frequentare, guardava avanti con idee originali e importanti, come il progetto Paolo Giordano & Silly Crime dedicato a Syd Barrett.

Paolo è stato il primo chitarrista acustico in ambito nazionale, ma credo anche europeo, a sperimentare e sviluppare in maniera originale le intuizioni dell’americano Michael Hedges, considerato il ‘Jimi Hendrix della chitarra acustica’, portando il nostro strumento a un altissimo livello tecnico ed esecutivo come mai nessuno aveva fatto prima. Probabilmente solo il radiologo e chitarrista amatoriale romano Vittorio Camardese aveva avuto le stesse intuizioni negli anni ’60, ma non credo che Paolo lo conoscesse.

Alla fine degli anni ’80 irrompe nella scena musicale come un fulmine a ciel sereno, nel pieno dell’ondata di musica acustica che in quel decennio aveva visto in Italia un certo successo e una capillare diffusione di materiale didattico. In questo contesto Paolo, già protagonista nello stimolante ambiente musicale pescarese come chitarrista per lo più elettrico in diverse band, spiazza tutti dedicandosi al repertorio acustico, ispirato prima ai grandi maestri d’oltreoceano come Leo Kotke, John Fahey, Ry Cooder, poi dalla nuova corrente new age dell’etichetta californiana Windham Hill, che presentava tra le sue fila artisti come Tuck & Patti, Alex de Grassi e soprattutto il già citato Michael Hedges, di fatto il primo a usare la chitarra in maniera non convenzionale. Paolo, fan della prima ora di Hedges, non si è limitato a imitare, ma ha portato agli estremi le intuizioni del collega californiano sintetizzando non solo questa influenza, ma tutti i suoi interessi musicali: dal blues di Muddy Waters alla slide di Ry Cooder, dalle suggestioni della musica irlandese al bluegrass americano, dal Southern rock degli Almann Brothers alle sperimentazioni rock di Hendrix e Van Halen. Tutto questo confluisce nel suo personalissimo stile, incentrato sull’uso del tapping, delle percussioni sui legni, dello slapping e delle accordature aperte, che è diventato il suo vero marchio di fabbrica.

Nella musica di Paolo c’è tutto questo e molto di più. Parlo di musica e non solo di tecnica, perché Paolo attraverso questo suo stile personalissimo ci ha lasciato dei momenti musicali importanti, mai banali e ruffiani, ma intensi, raffinati, spesso criptici e cervellotici, però espressione di una musicalità colta, intelligente e frutto di preparazione, sacrificio, lavoro e studio costante e rigoroso, teso a sperimentare sempre nuove soluzioni.

Ma ripartiamo dall’inizio.

Paolo Giordano nasce a Pescara il 5 luglio del 1962. Il suo approccio con la musica è simile a quello di molti giovani degli anni ’70, si appassiona alla chitarra elettrica seguendo il sogno americano: blues e Southern rock erano le sue passioni principali e, coadiuvato dall’interessante contesto musicale pescarese, si unisce a diverse band come chitarrista e cantante.

Nel contempo, dalla metà degli anni ’80 si dedica alla chitarra acustica, formando il duo acustico Hot Grass Bros con il cugino Roberto Di Ludovico, grande esperto e divulgatore di musica acustica inglese e americana, esplorando repertori tradizionali dal country al bluegrass e al folk inglese. Coltiva in particolare l’interesse per la chitarra fingerstyle e per quei personaggi che, tra innovazione e tradizione, cominciavano a superare i limiti storici dello strumento. È in questo periodo che inizia a sviluppare la sua tecnica e il suo linguaggio originale, tecnicamente molto avanzato, che lo porta a imporsi come uno dei punti di riferimento nazionali. Grazie al già citato Roberto Di Ludovico che, oltre a condividere progetti musicali e parentela, è stato l’organizzatore dell’importante Acoustic Music Festival di Pescara, Paolo ha la possibilità di confrontarsi con i più importanti nomi nazionali e internazionali del genere.

Ma è del 1990 l’incontro che ha segnato la vera svolta della sua carriera. Infatti, in occasione di un provino a Bologna, viene notato da Lucio Dalla, che stava preparando l’importante tournée del 1991 per la promozione dell’album Cambio. Al cantautore bolognese non sfugge la travolgente musicalità di Paolo Giordano, al punto che lo ingloba nel suo grande carrozzone di cui fanno parte anche il giovane Samuele Bersani, Biagio Antonacci e Angela Baraldi. Ma se questi ultimi proponevano brani abbastanza in linea con i grandi classici del pop d’autore di Dalla, a Paolo viene data la possibilità di realizzare un intermezzo strumentale di pura libidine acustica, nel quale realizza un medley di diversi brani originali incentrati sul funambolismo strumentale, per lo stupore del pubblico di Lucio Dalla, di certo non abituato a quel tipo di esperienza sonora e visiva!

Questa è stata una grande occasione, sia per il chitarrista abruzzese sia per la chitarra acustica strumentale, che ha avuto l’opportunità di uscire dalla nicchia di appassionati e di imporsi in un discorso mainstream come mai più è capitato. Onore quindi a Lucio Dalla per questa intuizione coraggiosa, ma anche – e soprattutto – a Paolo Giordano per essere stato all’altezza della situazione svolgendo un compito tutt’altro che facile.

È naturale che, da quel momento, il nome e lo stile chitarristico di Paolo iniziano a girare negli ambienti musicali italiani ed europei in maniera più assidua. Il nostro guadagna ampi spazi sui media dell’epoca, non necessariamente legati all’ambiente della chitarra, ed è invitato ai festival più prestigiosi condividendo il palco con importanti artisti nazionali e internazionali.

Nel 1994 pubblica il suo primo disco solista intitolato semplicemente Paolo Giordano: un disco importante che raccoglie dieci brani originali, prodotto dall’etichetta pescarese Step Musique e registrato in California al Gatorland Studio di Oakland da Rob Griffin, fonico di Michael Hedges, Beppe Gambetta e decine di altri nomi importanti, con la collaborazione della vocalist Patti Catchcart del duo Tuck & Patti, di Michael Manring, storico bassista di Michael Hedges, e del percussionista Michael Spiro, con i quali Paolo sembra trovarsi molto a suo agio. Non è un disco di facile presa, i brani sono complessi, a volte difficili da digerire al primo ascolto, ma dotati di una grande musicalità e di una raffinata perizia tecnico-strumentale. L’album segna un punto d’arrivo che consacra il chitarrista pescarese nel panorama internazionale della chitarra acustica.

Archiviata la parentesi ‘pop’ con Dalla e diverse altre collaborazioni, come quella con Biagio Antonacci per l’album Il mucchio del 1996, Paolo si getta a capofitto nella sua musica e nei suoi progetti, che lo vedono protagonista di fortunati tour in Europa e in America. Nuove esperienze che si concretizzano, all’inizio del nuovo millennio, con la pubblicazione del secondo disco solista Kid in a Toyshop: un progetto che si apre a diverse suggestioni sonore, con un misto di brani strumentali e brani cantati, e che vede la partecipazione della vocalist statunitense Jackie Perkins, coautrice di alcuni brani del disco, dell’ormai presenza fissa Michael Manring, dello storico percussionista dei Weather Report, Alex Acuña, e degli abruzzesi Gianluca Esposito al sax e Lucio D’Alessandro alle tastiere. Un progetto ambizioso, che ha l’intenzione di proiettarsi nel mondo del pop raffinato internazionale, puntando in egual misura sui virtuosismi strumentali e su canzoni di ampio respiro. Probabilmente questa dicotomia mina la coerenza di fondo del lavoro, facendo apparire le undici tracce del disco, più tre bonus track, un po’ scollegate tra loro. Si tratta comunque di un tentativo e di una nuova sperimentazione, che denotano ancora una volta il coraggio di Paolo nella sua intenzione di non sedersi mai, ma di evolvere mettendo in campo idee sempre nuove.

Ed è proprio per l’esigenza di rinnovarsi, di cambiare le prospettive e i punti di vista, che nel 2008 pubblica il disco Have you seen the roses? a nome Paolo Giordano & Silly Crime, prodotto da Stefano Severini per la Step Musique con la partecipazione di Jackie Perkins al canto, Lucio D’Alessandro alle tastiere, Andrea Martella alla batteria e numerosi ospiti: Michael Manring e Michelangelo Brandimarte al basso, Frank Gambale, Michel Cussom, Massimo Varini e Gianni De Chellis alla chirarra e il quartetto d’archi All for Syd. Distribuito da CNI, l’album rende omaggio alla figura di Syd Barrett, leader e fondatore dei primi Pink Floyd. È un progetto che vede ovviamente come protagonista la chitarra acustica di Paolo, la quale viene messa completamente al servizio della resa sonora totale, gestita con ritmica moderna e quartetto d’archi. Ed è piuttosto singolare che un musicista, dedito soprattutto alla chitarra acustica fingerstyle di formazione americana, possa realizzare un’opera dedicata a un personaggio tanto centrale nella storia della musica moderna, quanto lontano dal percorso formativo che si possa immaginare per un chitarrista come Paolo. Ma è proprio questa tensione all’originalità, a camminare su terre inesplorate che hanno fatto di Paolo Giordano un musicista eclettico, caposcuola di tecnica e anche di pensiero.

Per questo e molto altro, Paolo Giordano è stato un artista unico. Un artista sempre disponibile, sorridente. Anche quando, subito dopo la pubblicazione di Have you seen the roses?, alcuni importanti problemi di salute lo hanno allontanato dalle sue attività per qualche tempo, non ne ha fatto un motivo di autocommiserazione, o peggio di pubblicità: lo hanno saputo in pochi, ha combattuto, ha vinto ed è tornato alla sua musica con l’entusiasmo che lo ha sempre contraddistinto. Per portare ancora dal vivo l’omaggio di Paolo Giordano & Silly Crimes al crazy diamond Syd Barrett, ha messo insieme un quintetto con i conterranei Angelo Trabucco alle tastiere, Simona Capozucco alla voce e flauto, Walter Robuffo al basso e Aldo Leandro alla batteria.

Tutti volevano bene a Paolo. La collaborazione con alcuni grandi della musica mondiale ha sicuramente sviluppato in lui la consapevolezza che l’umiltà, la disponibilità, la condivisione siano le carte vincenti di un vero artista. Infatti, chiunque lo abbia incontrato nel proprio cammino professionale e umano, racconta di una persona pacata, sincera e accogliente, cosciente che la credibilità si guadagna sul campo, non su YouTube o i social. Caratteristiche che spesso non garantiscono un sicuro successo e una giusta considerazione nell’ambiente musicale nostrano pronto a dimenticare, a criticare, a sminuire chi non rientra in determinati canoni.

Paolo, all’inizio degli anni ’90, ha inaugurato sulla chitarra uno stile spettacolare, funambolico, alternativo – frutto di anni di lavoro, sacrificio e passione – che ha fatto scuola. Dopo di lui, di fatto, schiere di nuovi chitarristi hanno utilizzato, a volte letteralmente ‘rubato’ le sue intuizioni e sperimentazioni, spesso senza riconoscerne la paternità. Ma lui non se ne faceva un problema, continuando a studiare, sperimentare, guardando sempre avanti, cercando di ampliare i confini della musica.

 (grazie agli amici Roberto di Ludovico e Lucio Di Francesco per il prezioso aiuto)

Come un bambino in un negozio di giocattoli

di Simone Agostini

Sono stato allievo di Paolo una ventina d’anni fa. Avevo da poco scoperto la musica di Michael Hedges ed ero rimasto folgorato da quel turbinio di suoni, completamente differente da ogni cosa mai ascoltata prima. Così, su consiglio di un amico, decisi di rivolgermi a Paolo Giordano, compiendo quella che si rivelò essere una delle scelte più felici della mia vita. Paolo, oltre ad essere il grande chitarrista che tutti conoscono, era anche un insegnante eccellente, profondamente innamorato del suo lavoro. Elettrica, classica, fingerstyle, flatpicking, bottleneck, tapping, chitarra arpa: Paolo aveva una conoscenza totale dello strumento, costruita in un periodo in cui ottenere un LP o una rivista da oltreoceano era spesso un’impresa. «Non si può arrivare a Michael Hedges senza prima passare per decenni di musica che lo hanno preceduto» mi aveva ripetuto più volte sin dal primo incontro.

Erano gli anni dell’album Kid in a Toyshop e dei tour nazionali e internazionali con Michael Manring e Jackie Perkins. Avevo scoperto un angolo di Windham Hill proprio dietro casa. Paolo mi aveva anche fatto aprire alcuni di quei concerti, consapevole che così facendo avrei realizzato i miei sogni. Veder suonare Paolo Giordano era uno spettacolo. A distanza di quasi trent’anni dal suo disco di esordio Paolo Giordano del 1994, penso che il suo ricorrere a tapping e tecniche percussive resti unico e diverso dalle tante forme sviluppatesi successivamente.

Negli anni, interrotte le lezioni, siamo rimasti buoni amici. Paolo mi ha regalato un suo intervento nel mio disco Green, in cui suona magistralmente la sua Weissenborn. E mi ha sempre accolto a casa sua a braccia aperte, quando riuscivo a passare per un saluto.

A dicembre abbiamo perso un grande artista, un chitarrista che è salito sui palchi più prestigiosi del mondo e che per primo ha percorso nuove strade espressive, senza mai perdere di vista la vera musica. Una persona discreta, che spesso ha preferito apparire meno di quanto avrebbe potuto permettersi. E un grande uomo di valore, che sapeva stupirsi delle piccole cose ‘come un bambino in un negozio di giocattoli’. Oggi pagheremmo oro per poter essere ipnotizzati ancora un’ultima volta da quella fitta tela armonica e ritmica che nasceva dalle sue mani, mostrandoci i lati più profondi e nobili della sua anima. Ci mancherai molto, Paolo Giordano, e grazie per aver reso le nostre vite migliori.

Nessuno ti dimenticherà

di Alessio Ambrosi

Caro Paolo,

che notizia è giunta alla fine di questo difficile anno 2021!  Che dolore per la tua bellissima famiglia che amavi così tanto!

In pochi giorni sono passati nella mente i ricordi, i percorsi vissuti insieme per costruire la tua e la mia carriera professionale musicale. Quanti progetti, quanti concerti e viaggi fatti insieme. Abbiamo lavorato vicini per così tanti anni, con passione, dedizione e speranze! Ti devo tanto e ti ringrazierò per sempre.

Sei stato un grande musicista, deliziando tantissimi ascoltatori con le tue magie sullo strumento, e sorprendendo continuamente gli addetti del settore della chitarra acustica, che auspicavano tu potessi usare i loro prodotti. Nelle tue mani tutto si valorizzava.

Ti ricordi i primi viaggi insieme al NAMM alla fine degli anni ’90? I chilometri percorsi in fiera, le esibizioni nei vari stand, gli innumerevoli personaggi che incontravamo e i progetti che nascevano, sui quali lavoravamo così tanto? E poi le bellissime passeggiate nelle tiepide sere californiane a fianco di Ed Gerhard, Bob Brozman, Alex de Grassi, Michael Manring e tutti gli altri grandi musicisti che amavano la tua musica ed erano pronti a collaborare con il funambolico chitarrista italiano?

In Italia abbiamo percorso per anni tanti chilometri nel mio van, insieme a Michael e spesso con Jackie. E avete deliziato con le vostre performance appassionati di ogni città.

Bene, voglio farti sapere che il ricordo che hai lasciato è immenso. Nei giorni scorsi, innumerevoli sono stati i pensieri di affetto e ammirazione che si sono susseguiti in tuo ricordo. Nessuno nell’universo internazionale della chitarra acustica ti dimenticherà mai. Potrei scrivere per ore ed ore raccontando avventure, aneddoti e i tuoi successi. E continuerò a farlo sempre nel futuro, quando incontrerò qualcuno che mi chiederà: «Chi era Paolo Giordano?»

Sei stato il chitarrista che mi ha fortemente ispirato nella creazione dell’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana e, fin dalla prima edizione, uno dei principali attori. Anche qui, quanti ricordi nel bellissimo Teatro degli Impavidi di Sarzana e nella Fortezza Firmafede!

Negli ultimi anni ci siamo visti più raramente: tu molto dedito alla tua famiglia, che amavi immensamente, e con quei maledetti problemi di salute che ti torturavano; io immerso sempre di più nell’organizzazione delle manifestazioni di Sarzana e Cremona, che assorbivano il mio tempo e le mie energie. Mi sento colpevole: nonostante tutto, avrei dovuto esserti più vicino e oggi provo un grande dolore. Spero tu mi possa perdonare e così lo possa fare tua moglie Elisabetta. Poi penso a quando ci sentivamo e a quando ci siamo visti per il tuo ultimo concerto al piccolo auditorium dell’Armadillo Club a Sarzana: sembrava che il tempo non fosse passato e parlavamo con quella complicità e affetto che abbiamo condiviso per tanti anni fianco a fianco. Questo mi consola tanto.

Eri un uomo gentile e mite. Così sarai sicuramente in cielo, sereno e pronto a sorprendere con il tuo chitarrismo funambolico tutti i suoi abitanti. Magari insieme a Bob Brozman!

Ricordati di noi e fai sempre il tifo per la Roma!

Nel mio piccolo, e fin dalla prossima edizione, ci sarà sempre un tuo ricordo all’Acoustic Guitar Village di Cremona.

Il tuo amico Alessio Ambrosi.

Adoravo la sua gentilezza

di Reno Brandoni

Non sono mai stato un fan del tapping e, di conseguenza, della musica e della tecnica di Paolo. Però adoravo la sua gentilezza, la sua cordialità, la sua passione – questa fortemente condivisa – per la chitarra. Nonostante la mia manifesta ‘avversione’ nei confronti del suo stile chitarristico, più volte abbiamo progettato di realizzare corsi e video per Fingerpicking.net sulla tecnica che lui più padroneggiava, a dimostrazione che il proprio gusto personale non deve essere pregiudizievole verso quello degli altri. Purtroppo, però, non c’è stata mai l’occasione di incontrarci per una sessione di registrazione: gli studi erano a Bologna e Paolo con difficoltà si spostava. Di questo si rammaricava e se ne assumeva la responsabilità, quando a ogni incontro lo sollecitavo a fare qualcosa insieme.

Siamo stati grandi amici? No, ci frequentavamo poco. Ma quelle rare volte che ci si incontrava sui palchi, era un intenso momento di scambi, sorrisi, battute e tutto quello che i chitarristi sanno fare dietro le luci della ribalta.

Non posso che riconoscere il suo ruolo di caposcuola, per quello stile che tanto amava e che ha influenzato sicuramente decine di chitarristi, i quali vedevano in lui un competente riferimento.

Certo fa un po’ strano vedere la moltitudine di ‘fan’ osannare e plaudire un chitarrista che, fin quando è stato con noi, veniva spesso trascurato o ignorato. Però, si sa, funziona sempre così. Mai gloria e onori in vita. Questo dispiace, soprattutto quando accade a un artista, che proprio dalle manifestazioni di stima e affetto attinge per trovare nuovi stimoli creativi ed energia produttiva. Non ho voluto scrivere nessun post, per non incrementare la lista – tolti gli amici veri – di quelli che usano l’evento per mettere in mostra sé stessi e non le qualità dell’altro.

Il momento non si addice alla polemica, alla quale non rinuncio, ma che avvierò in altro spazio più idoneo. Perché questo spazio è destinato al ricordo, alla commemorazione di uno degli eroi della sei corde. Di chi si è speso per divulgare quest’arte e questa passione, e merita un ringraziamento che va oltre la convenzione. Chi amava l’arte, come Paolo, va a sua volta amato con la stessa forza e determinazione.

Un’imbarazzante umiltà

di Dario Fornara

Ho conosciuto Paolo Giordano all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana, una ventina di anni fa. Lui nell’ambiente era già considerato un ‘caposcuola’, un musicista di fama internazionale, mentre io mi affacciavo solo allora, timidamente e con grande rispetto, a un mondo ancora tutto da scoprire. A quell’epoca non possedevo nemmeno un computer, per cui vi lascio immaginare quale possa essere stato l’impatto, visivo ed emotivo, che ho ricevuto nel ritrovarmi ad assistere a una sua esibizione. Il talento musicale, la straordinaria padronanza dello strumento, la presenza scenica, il carisma, lo ponevano – allora come oggi – a un livello inarrivabile. Un innovatore, un maestro di quelle ‘tecniche contemporanee’ oggi largamente diffuse, per molti un modello da seguire: questo era Paolo. Ho sempre provato un’infinita ammirazione e una grande stima per lui.

La sua imbarazzante umiltà e simpatia poi mi facevano sentire chitarristicamente ancora più piccolo, come quando a Cremona, qualche anno fa, scattammo una fotografia insieme e convenimmo che le nostre altezze erano inversamente proporzionali al nostro talento!

Ci eravamo sentiti all’inizio dello scorso anno: mi chiese informazioni riguardo al nuovo sito che avevo appena pubblicato, mi disse che anche lui ne avrebbe voluto realizzare uno simile. Ne fui lusingato e gli risposi che sarei stato felicissimo di potergli dare una mano, qualora ne avesse avuto bisogno.

I capiscuola come Paolo lasciano tracce indelebili su ogni uno di noi, e non solo a livello musicale. L’ispirazione e la musica che ci ha lasciato rimarranno sempre con noi.

Il massimo per la musica

di Michael Manring

Ho conosciuto Paolo in occasione del mio primo viaggio in Italia nel 1987. Ero un ingenuo, ambizioso giovane musicista in tour con una band nella quale suonavo all’epoca, la Montreux Band. Suonammo in un festival a Pescara, dove suonava anche Paolo, e lui ci disse che era un fan della nostra musica. Era incredibile che qualcuno dall’altra parte del mondo sapesse chi fossimo, e tanto più che amasse la nostra musica!

Qualche anno dopo fui molto lusingato dal fatto che Paolo mi chiese di suonare nel suo album di debutto, che abbiamo registrato in un piccolo studio qui a Oakland in California, non lontano da casa mia. Suonare sulla sua musica era confortevole come camminare con un vecchio paio di scarpe. Fin dalla prima nota sembrava come se avessimo suonato insieme per anni.

Intorno al 2000 Paolo mi ha invitato a fare alcuni concerti con lui in Italia, e ci siamo talmente divertiti che ogni anno io tornavo per un altro tour. Viaggiavamo avanti e indietro, spesso facendo due spettacoli al giorno: una dimostrazione nel pomeriggio e un concerto vero e proprio la sera. Ho ricordi bellissimi di quel periodo: lunghi viaggi in treno e in macchina, buone conversazioni, risate e cibo straordinario! Paolo mi ha fatto conoscere molti dei suoi piatti preferiti. A volte festeggiavamo la fine del tour in un ristorante di arrosticini che lui amava a Pescara.

A sua volta Paolo è venuto in California per dei concerti. Una volta siamo andati a Los Angeles viaggiando per circa sei ore su un furgone senza aria condizionata, in una giornata estiva caldissima. Probabilmente la temperatura era di 100 gradi Fahrenheit, ma a noi non importava, perché ci stavamo divertendo tantissimo. Un’altra volta, mentre stavamo guidando per andare a suonare a Modesto, una cittadina operaia ad est di San Francisco, siamo stati sorpassati da due ragazzi su delle moto chopper, e abbiamo iniziato entrambi spontaneamente a cantare “Born to Be Wild”!

In tutte le avventure che abbiamo vissuto insieme, Paolo è sempre stato gentile e paziente. Non ricordo che abbia mai detto una parola negativa ad alcuno. Gli mancava la sua famiglia quando viaggiava, ma non si è mai lamentato e ha sempre dato il massimo per la musica. Ci mancherà.

In qualche modo ancora qui

di Giovanni Palombo

Da molti anni non vedevo Paolo Giordano, e la notizia della sua scomparsa mi ha colto come un fulmine a ciel sereno. Lo avevo incontrato in molte occasioni musicali tra il 1995 e il 2005 circa, in particolare in varie edizioni dell’Acoustic Guitar Festival di Sarzana e poi in alcune edizioni della rassegna Le Acustiche a Roma, tra cui la prima che avevo organizzato nel lontano 2001 in un piccolo club, il Foollyk. In quelle e altre occasioni parlavamo di musica, chitarre, accordature, miti comuni come Michael Hedges e la Windham Hill; e della possibilità di affermazione della chitarra acustica in Italia, delle nostre ambizioni e frustrazioni, ma anche della gioia di fare la ‘nostra’ musica.

Ora mi spiace di non aver avuto uno scambio ancora più profondo con una persona sensibile e ricca, qualità che emergevano dalla sua musica e soprattutto dalle sue esibizioni, piene di passione, innovazione, disciplina, studio, ricerca. Alessio Ambrosi mi disse una volta che Paolo era «la Ferrari che correva a Sarzana», ed era vero. La sua tecnica percussiva e di tapping erano formidabili. Paolo Giordano era avanti, come la sua curiosità per strumenti complessi come la harp guitar, la sperimentazione di accordature, di fingerpicks e capotasti diversi, l’attenzione all’amplificazione dello strumento.

È strano pensare e accettare che un musicista della propria generazione, così unico e originale, sia scomparso. Ma riascoltando in questi giorni i suoi CD e la sua musica, ho sentito Paolo ancora presente, completamente immerso in quello che suonava, con la sua aria sorridente, gli occhi vispi, assorto nella sua esecuzione. In qualche modo ancora qui, ed è questo che conta.

Il Big Bang

di Jackie Perkins

Nel mondo della chitarra acustica, Paolo per me è stato Matrix, la Genesi, il Big Bang.

Nel 1997 ero andata a sentire una demo delle chitarre Larrivée al Davoli Music Center di Parma. Ricordo che era la prima volta che vedevo Paolo prendere fra le mani una chitarra acustica. E con le sue melodie piene di sentimento mi trasportò prima in Alabama, poi nel cuore di New Orleans, infine in California. Prima di allora non avevo mai visto né sentito un chitarrista simile a lui. È stato Paolo che mi ha fatto conoscere quel mondo e quel modo di suonare la chitarra.

Ero troppo timida per presentarmi ma, entusiasticamente, l’estroverso amico che mi stava accompagnando cinguettò: «Ehi, questa ragazza è una cantante!» E nel dialogo che ne conseguì accennai che avevo scritto alcune canzoni. «Ma pensa» disse Paolo. «Cercavo una cantante. Hai registrato qualcosa?» Casualmente avevo registrato la mia primissima demo, che gli inviai in seguito per posta. Paolo fu così entusiasta della canzone da me scritta e cantata, che decise di inserirla nel suo CD e mi sollecitò a scrivere testi e cantare in alcune delle sue canzoni.

Paolo era instancabile. Dopo un viaggio da Pescara a Parma durato cinque ore, trotterellò su per le scale per raggiungere il mio monolocale, estrasse la sua chitarra e – con leggiadria – iniziò a percuoterla utilizzando acrobaticamente le dita, canticchiando le melodie delle sue canzoni ininterrottamente per cinque ore, sorseggiando solo un po’ d’acqua fra una canzone e l’altra. Infine, ripose la chitarra nella propria custodia e trotterellò giù per le scale correndo verso la stazione, per risalire in corsa su un treno in partenza per Pescara.

Entrare nello studio dove abbiamo registrato le tracce di Kid in a Toyshop e ascoltare per la prima volta “The Gamblers” rimarrà per sempre uno dei ricordi più belli ed emozionanti, non solo della mia carriera, ma di tutta la mia vita. Entrai nella sala e vidi gli altoparlanti con i coni che pulsavano, spinti dalle percussioni di Alex Acuña. L’ingegnere del suono mixava lo scintillante strumming e tapping di Paolo con i suoni caldissimi, dolci e scuri di Michael, il tutto abbellito dalle frequenze altissime delle frasi suonate con il suo EBow. Mi sembrò di aver appena varcato le porte del paradiso, con un biglietto della lotteria da un milione di dollari nelle mani. Be’, effettivamente fu così. Lo studio della Step Musique di Stefano Severini era proprio bellissimo! E Stefano ammirava tantissimo Paolo. Quanto a me, era la prima volta che sentivo e vedevo di persona una D-35 della Martin. Stefano, in qualche occasione, mi parlò di quella chitarra gesticolando e sventolando le mani, come se avesse appena assaggiato il miglior vino della vita. Inoltre Stefano raccontava le storie di Syd Barret e dei Pink Floyd e mi sembrava – allora, molto prima dell’era di Internet – la pagina Google dei Pink Floyd! Paolo ascoltava intensamente, con la testa appoggiata sulle mani. Il progetto di Have You Seen the Roses? forse fu concepito già lì.

Alcune registrazioni vennero bene, ma la registrazione delle voci di “Kid in a Toyshop”, che era la canzone chiave, si dimostrò subito difficoltosa. Personalmente non avevo molta esperienza di sala d’incisione, e provavo imbarazzo ad avere più persone intorno mentre mettevo l’anima a nudo con quel brano. Cercarono di aiutarmi, ma a volte le parole non sono sufficienti per dare le migliori spiegazioni. Era presente anche l’avvocato di Paolo, che cercava di spiegarmi e di aiutarmi. Ma improvvisamente sono scoppiata in lacrime. Forse ritenevo che fosse meno coinvolgente prendermela con l’avvocato, e urlai qualcosa per la tanta frustrazione. Nonostante qualche piccolo momento così, però, quelli sono stati i giorni più belli del viaggio che abbiamo fatto insieme.

Qualche volta, anche recentemente, ho utilizzato proprio quell’esperienza per un esercizio mentale consigliato anche dagli psicologi, che serve per sollevare il morale e per uscire da momenti di depressione, oppure per distrarsi dalla rabbia o dalla tristezza. Occorre chiudere gli occhi, respirare profondamente e riportare alla mente un momento in cui ti sentivi veramente, veramente felice. E quello fu, quello è tuttora per me, uno di quei momenti.

Un altro di quei momenti fu attendere vicino al palco mentre Paolo e Michael Manring mi facevano volare l’anima in cielo con la canzone “Lucky 13”. Questa è ancora oggi la mia canzone di Paolo preferita in assoluto. Un giorno gli chiesi: «Ma con quale chitarra hai scritto “Lucky 13”?» «Con la D-35» mi rispose. Oggi, infatti, ho due chitarre di quel modello, proprio per quel ricordo. Per quella canzone. Grazie Paolo.

Fui onorata di partecipare al suo secondo e terzo CD. Ebbi l’onore di andare in tournée con lui, Michael Manring e Alessio Ambrosi in molte occasioni. Paolo mi ha ispirato in modo incalcolabile. Lavorare con Paolo mi ha fatto sognare e, ogni volta che lavoravo con lui, tornavo a casa con qualche novità. Non ci sono le parole per esprimergli la mia profonda gratitudine. Il mio cuore è letteralmente spezzato.

L’eredità di un pensiero aperto

di Nazzareno Zacconi

Ci sono ‘Artisti’ che con poco ti aprono un mondo di idee e di possibilità, ed è questo quello che successe a me agli inizi degli anni ’90, quando vidi Paolo per la prima volta.

A quei tempi c’era l’evento più atteso dai musicisti di tutta Italia, il Salone Interexpo Music di Pesaro, una tre giorni che si svolgeva alla fine di aprile e che – oltre ad essere la fiera di strumenti musicali più importante a livello nazionale – era anche l’occasione migliore per poter vedere e ascoltare i musicisti più bravi del panorama italiano, i quali in veste di ‘dimostratori’ offrivano degli spettacoli entusiasmanti. Il più delle volte, già all’ingresso si poteva capire quali sarebbero state le demo più interessanti, e ricordo benissimo quello che si diceva di Paolo: «C’è un chitarrista ‘alieno’ che fa delle cose assurde sulla chitarra acustica… cose mai viste! Usa la mano destra sulla tastiera, suona la chitarra come una batteria e in più fa anche la linea di basso… sembrano in quattro a suonare!» Ovviamente, da giovane chitarrista nerd, mi fiondai subito a vedere a che ora questo ‘alieno’ si sarebbe esibito nuovamente, per mettermi in fila e guadagnare un bel posto in prima fila.

Ricordo benissimo che, all’arrivo di Paolo, rimasi colpito dal suo aspetto calmo e sereno: una persona gentile e affabile, molto amichevole e dai modi educati. Poi iniziò la demo e, dopo pochissimo, non riuscivo a credere a cosa stessi vedendo e soprattutto ascoltando! Cercavo di seguire con orecchie spalancate e occhi ben aperti ogni singolo passaggio, ma era davvero difficile! Tutto quello che faceva era musicalmente bellissimo e tecnicamente incredibile. All’epoca studiavo chitarra classica e chitarra elettrica, con tutte le divergenze tra sweep, tapping ecc., ma non avevo mai pensato che si potesse mescolare tutto insieme per creare qualcosa di così bello. Alla fine della demo corsi subito da Paolo, per fargli i complimenti e chiedergli dei consigli per intraprendere anch’io un percorso simile sulla chitarra acustica. E lui, con la sua consueta gentilezza, mi spiegò a grandi linee come iniziare partendo dallo studio del fingerpicking, per poi cominciare a esplorare le accordature aperte e introdurre successivamente l’utilizzo delle percussioni e del tapping. Quel semplice incontro è stato fondamentale nello sviluppo della mia formazione sulla chitarra acustica.

Per diversi anni continuai a seguire Paolo ogni volta che faceva dei concerti o delle demo dalle mie parti e, piano piano, diventammo amici. Infine il nostro rapporto si consolidò durante il periodo di collaborazione con la Eko e successivamente nei vari festival acustici che si svolgevano in Italia.

Ho sempre dichiarato apertamente che le mie figure di riferimento sulla chitarra acustica sono state – e sono tuttora – Paolo, Pietro Nobile, Franco Morone, Massimo Varini e Reno Brandoni. Poi ho conosciuto tutti gli altri artisti internazionali, ma chi ha davvero avuto un ruolo fondamentale nel mio percorso acustico sono stati loro. Mi ritengo davvero una persona fortunata per aver potuto conoscere e poi collaborare con gli artisti che ho sempre ammirato e stimato, soprattuto Paolo, Massimo e Reno, ma soprattuto diventare poi amici e conoscere, oltre all’aspetto musicale, anche quello umano.

Ricordo tantissime ‘chiaccherate’ con Paolo, non sempre e solo di musica, ma anche di questioni personali, e il suo modo sereno e gentile nel dare consigli senza mai giudicare, nel trovare sempre qualcosa di bello in tutti e – soprattutto – la sua umiltà nel considerare importante l’opinione di qualsiasi persona, sia che si parlasse di musica, di strumenti o altro.

Ho avuto il piacere di invitare Paolo, insieme agli altri artisti/amici che ho citato, a un paio di eventi che ho organizzato: l’Acoustic Guitar Night di Macerata nel 2014 e l’Acoustic Crossroad di Tolentino nel 2019. E sono stati momenti bellissimi, pieni di musica e amicizia.

Negli ultimi anni, si sta perdendo molto questa modalità ‘analogica’ di vivere la musica e anche i rapporti umani, e non mi riferisco solo agli ultimi due anni segnati dalle problematiche legate alla pandemia, ma soprattutto a questo vivere in maniera ossessiva e irrazionale il mondo ‘virtuale’. È vero che i tempi cambiano e la tecnologia offre mezzi sempre più potenti e interessanti, ma l’opportunità di vivere la ‘magia’ degli incontri, della conoscenza personale, della musica vista dal vivo non ha eguali. Ed è stato questo che mi ha permesso di conoscere Paolo e poter apprezzare il suo lato sia artistico sia umano, e soprattutto di renderlo una figura vivida nella mia esistenza, reale e significativa dal primo all’ultimo momento che ho avuto la possibilità di viverla.

La mia prima composizione per chitarra acustica “My Acoustic Side”, presente sul mio primo CD Akustiko prodotto dalla Kymotto Music di Massimo Varini, è proprio dedicata a lui e al suo stile, cosa che ho sempre detto durante la presentazione del brano.  E anche un altro pezzo, “The Frog Blues”, che è sul mio secondo CD Inside My Memories, sempre prodotto da Kymotto Music, è un riferimento allo stile di Paolo.

Ovviamente il mio è un umile riferimento allo stile di un grande artista come Paolo e, soprattutto, una sorta di omaggio più che altro alla sua influenza sul mio modo di suonare: ognuno di noi è stupendamente diverso e ognuno di noi ha un modo di comunicare e una propria musicalità. È proprio questo uno degli aspetti che sempre mi ha colpito di Paolo, vale a dire che la sua eredità più grande è un pensiero aperto, dove l’unico limite è l’immaginazione e dove molteplici stili e tecniche si possono incontrare per creare qualcosa di nuovo e originale, permettendo l’evoluzione del linguaggio musicale e della chitarra.

Sono sicuro che, come in me, anche in molti altri la musica e lo stile di Paolo rimarranno per sempre, insieme al ricordo della sua personalità gentile e sorridente. Ciao Paolo.

 

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