domenica, 28 Novembre , 2021

Portare la musica classica nell’esperienza pop: Intervista a Edoardo Catemario

Portare la musica classica nell’esperienza pop

Intervista a Edoardo Catemario

di Sergio Arturo Calonego

Può una conferenza di fisica sperimentale portarvi a conoscere per vie traverse uno dei più grandi interpreti contemporanei di chitarra classica? La risposta è «sì»! Probabilmente, l’essere un ‘battitore libero’ mi porta ad incontrarne altri, non saprei… Sta di fatto che, ‘intonati’ allo stesso modo, abbiamo trovato un canale, un modo di comunicare che ha reso tutto semplice, naturale. E francamente non ho notato – e parlo di musica – grandi differenze nel ‘sentire’. Abbiamo deciso così di condensare in formato intervista una chiacchierata che avrebbe potuto avere tranquillamente le dimensioni di un pamphlet: «Matto, matto, sembro matto, cosa sono non lo so. So che sono quel che sono e non sono quel che no» (in AA.VV., L’abbecedario della corona buona, libro [“Parole, musica e immagini che curano”] + CD [“Le musiche di Edoardo Catemario”], Tipografia Senese Editrice, 2021)…

Ringrazio Chitarra Acustica per la consueta fiducia: amici della chitarra, per voi Edoardo Catemario.

La musica potrebbe migliorarci come esseri umani in termini di conoscenza, consapevolezza e valori, ma molto spesso – in quest’epoca – viene relegata a puro sottofondo. Qual è lo stato di salute della musica e in particolare della chitarra?

Da molto tempo, ormai, la ‘musica’, che vive di vita propria, e ‘la chitarra’, che si è autoconfinata in festival, festivalini, riviste, forum incentrati sullo strumento, vivono su binari paralleli. Non si toccano. La musica non gode di buona salute in questo momento, complice un pubblico ‘disinformato’, con un processo di impoverimento della scuola che non è più in grado, non dico di capire la musica, ma neanche di formarsi un proprio gusto. Semplicemente l’utilizzo massivo di quello che chiamo il ‘panettone sonoro’, che infesta le orecchie di chiunque, in macchina, al lavoro, mentre fa jogging o addirittura mentre dorme, ha reso l’ascolto della musica un’operazione incosciente, che crea uno stato di anestesia invece di permettere di volare alto, lasciare indietro questo mondo rapiti dall’ascolto. La chitarra rispetto alla musica soffre dell’isolamento di cui parlavo. Nel mondo autoreferenziale della chitarra, un pubblico che ormai capisce per lo più la velocità delle dita è sempre meno capace di riconoscere la bellezza. Gli esecutori, poi, ne sono schiavi. È tutto un rincorrersi per fare un po’ meglio, un po’ più veloce cose già sentite. Non c’è originalità nel senso di ricerca del suono, del colore, dell’emozione. Anzi, per dirla meglio, non c’è più voglia di apprezzare la verità. Molti sembrano preferire i ‘fuochi d’artificio’. Eppure, a pensarci bene, stando con i fuochi d’artificio in cuffia come unico ascolto, non rischiamo di diventare sordi? Non voglio sembrare un pessimista rassegnato, non lo sono.  Ci sono musicisti che continuano una tradizione di musica ‘empatica’ e offrono con umiltà quella goccia di sentimento universale, che nella musica classica ha sfidato i secoli e ancora ci commuove. Sta al pubblico intelligente saperli scovare. Sempre che riescano a superare il fronte compatto dei mediocri, che fanno corpo unico per evitare che l’arte vera venga diffusa.

La chitarra è uno splendido attrezzo per rivelare la nostra musicalità. A volte accade che il chitarrista, affascinato dall’amore per lo strumento, se ne dimentichi e anteponga lo strumento alla musica. Qual è il tuo pensiero al riguardo?  

La situazione attuale della chitarra è figlia del confinamento, anche auto confinamento, di cui parlavo. Quanti chitarristi ascoltano altro che non sia chitarra? Quanti vanno a un concerto, anche di chitarra, solo per emozionarsi? Spesso si va con animo ‘collezionistico’ per poter dire «anche questo l’ho ascoltato», o magari per vedere cosa manca rispetto al virtuoso di turno o, peggio, per andare a contare i suoi errori, frutto della sua umanità che – in questo modo – viene negata. Un altro aspetto, folle, figlio di questa segregazione, è la specializzazione a oltranza. Chi ascolta chitarra jazz raramente ascolta altri ‘generi’. Come se la musica potesse stare in tante scatole da scarpe, e chi indossa scarpe da ginnastica non usa mai dei mocassini… Oddio, è così anche nella vita di tutti i giorni! C’è una specializzazione assoluta degli esecutori – che devono sottostare alle esigenze di mercato ed essere all’altezza delle esecuzioni perfette dei propri dischi – e una specializzazione dell’ascolto. A questo si aggiungono due elementi deliranti: il fatto che tutti, perfino i dilettanti alle prime armi, sono costantemente in ‘autopromozione’; e l’attitudine che vede la maggior parte dell’ascolto come esperienza personale e privata. A questo va ancora aggiunto che la maggior parte della produzione amatoriale o studentesca viene rivestita ipocritamente di un linguaggio ‘professionale’, anche quando palesemente non lo è, e che la parola ‘professionista’ ha sostituito quella di ‘artista’, con tutte le conseguenze disastrose che si possono immaginare. La musica vuol dire innanzitutto ascolto – non mostra del sé – e ricerca della propria eccellenza, orgoglio misto ad amore nel condividere i risultati che si ritengono eccellenti con gli altri. Condividere un mondo che permetta di intuire che c’è di più, e meglio, che non le mere funzioni corporali e lavorare dieci ore al giorno per pagare il mutuo. Eppure, se pensi che il nostro strumento ha un suono talmente bello da essere affascinante perfino in mani non eccelse…

Costruire con pazienza una nuova cultura musicale partendo dai bambini ci potrebbe regalare domani un pubblico più consapevole. Questa la chiave di lettura che do a L’abbecedario della corona buona. Ce ne vuoi parlare?

Il lockdown ha messo a nudo i limiti della società in cui viviamo, ma ci ha anche permesso di fermarci un attimo a pensare. L’abbecedario nasce durante il lockdown grazie alla collaborazione di diciassette artisti meravigliosi, che hanno scritto testi per bambini e realizzato delle illustrazioni magnifiche. Io ho curato la parte musicale e scritto un paio di filastrocche. Ho un bimbo piccolo e ascolto spesso quello che il mercato gli offre. Ho pensato che bisognava cercare di proporre qualcosa di diverso: una serie di canzoni per bambini che permettessero uno sguardo sulla diversità. Stili diversi, testi diversi, anche ‘complicati’ da un punto di vista strutturale. Perché i nostri bimbi non sono stupidi. Dar loro un prodotto oltraggiosamente semplice oltre che piatto li rende stupidi. Io non ci sto. Ho messo a frutto la mia conoscenza di compositore di musica classica per scrivere canzoni gradevoli ma non scontate. Una musica da grandi con la semplicità dei bambini per i bambini. La musica ha un valore formativo straordinario. Tutti dovrebbero saper suonare e cantare. Tutti potrebbero, se avessero a disposizione ascolti e mezzi. L’abbecedario presenta dieci canzoni tutte diverse, dalla ballata folk italiana (un po’ come alcuni valzer di Orietta Berti) al valzer musette francese, alla ballata medievale, alla salsa, al calypso, al rock alla Edoardo Bennato di “Viva la mamma”. Ho cercato di ricostruire con garbo una musica che offrisse un percorso basato sulla diversità. Questo ha un valore didattico fondamentale: dare ai bambini una musica stimolante e non scontata li incoraggia a sfidare il proprio limite, sfruttando la cosa più naturale di ogni bambino, la curiosità. Ovviamente, da compositore, cerco di creare un ambiente ordinato, in cui il bambino sia libero di scoprire che l’informazione di una canzone ha molti livelli di comprensione. I più piccoli sono attratti dal ritmo, i più grandi dalle parole che, volutamente, hanno un messaggio positivo. Tutti canticchiano le melodie orecchiabili. Questo accadeva ancora negli anni in cui ero bimbo io e c’erano canzoni come “Quarantaquattro gatti”, “Il valzer del moscerino” o “Il torero Camomillo”.  Musica che, al di là del testo infantile non aveva nulla da invidiare alla musica dei grandi.

Quanto il tuo essere napoletano ha influenzato la tua musica?

La scuola napoletana ha radici antichissime. Risale al ’400. Quando la corte angioina portò a Napoli i grandi compositori fiamminghi delle Fiandre. Loro introdussero il contrappunto e le scholae cantorum in una città già millenaria e abituata alla coesistenza di tradizioni assai complesse e ricche culturalmente, dai greci agli arabi. Napoli è una città in cui la stratificazione culturale è palpabile e dove l’epicureismo, il ‘cogliere l’attimo’, non è un esercizio filosofico ma un modo di vivere. Sai che nella lingua napoletana non esiste il tempo futuro? Noi non sappiamo se domani siamo ancora vivi. Ecco, direi che l’impostazione di vita basata sul momento, unita all’enorme fortuna di aver potuto studiare con la mia maestra Titina De Fazio e ricevere i consigli di Roberto De Simone, conoscere la scuola napoletana, il sistema del partimento, comporre, suonare il pianoforte, ascoltare i concerti delle Settimane Musicali Internazionali, andare ad ascoltare l’opera, i concerti sinfonici, andare all’otto Jazz Club, ascoltare i Napoli Centrale, collaborare con musicisti non solo di classica, mi hanno dato almeno l’apertura mentale per capire che ci sono ‘moltissimi’ modi di fare musica e che la musica fatta bene, alla fine, è riconducibile a poche semplici regole comuni a tutti. Dal pop alla classica. Il pop, a sua insaputa talvolta, è portatore sano di barocco…

Tre compositori di cui non potresti fare a meno.

Tre sono pochi… Pergolesi, il suo “Stabat Mater” mi commuove oltre ogni limite. Fauré, di cui amo tutto, “Après un rêve”, il “Requiem” e molto altro. E infine Bartók, su cui baso gran parte della mia composizione: i suoi “Mikrokosmos” sono un’opera che dovrebbe essere insegnata fin dalle scuole elementari.

Parlaci del tuo nuovo progetto legato alla canzone ‘a testo’.

La musica classica ha limiti abbastanza evidenti, specie per quello che riguarda la denuncia di temi sociali. Il periodo che stiamo vivendo è decisamente unico: tante cose non vanno bene e mi pare che la musica non esprima abbastanza voci di denuncia e dissenso. Mi sono convinto che bisognava dire qualcosa in musica. Per poterlo fare ho scritto un album pop che si chiama Ladri di libertà e che verrà pubblicato a breve. Contiene dieci canzoni che toccano vari momenti della privazione o della rinuncia alla libertà. Spesso i testi sono basati su fatti di cronaca: c’è il senza tetto Alì, il ragazzo deceduto per una reazione avversa al vaccino, quello che subisce un TSO perché non si adegua ad alcune leggi, c’è il protocollo del Ministero, c’è un paese in cui hanno inventato un vaccino per chi è cretino e sono ormai tutti geni… Ho cercato di raccontare con un po’ d’ironia e alle volte a muso duro quello che mi sembra di aver colto intorno a me. Cose che mi sembrano importanti. Il testo decide anche lo stile della canzone: si va dal rap degli anni ’90, alla maniera di Faletti e Cristicchi, allo ska strizzando un occhio a Carosone, alla canzone d’autore come De André o Brassens, alla canzone napoletana mescolata alla milonga di Piazzolla. Ho portato la mia esperienza di compositore classico anche nel pop. Uso la mia voce, affinata con i maestri della scuola napoletana, cercando di creare colore ed emozione. Provo ad essere autentico e a portare la musica classica nell’esperienza pop.

Una perlina di saggezza per i giovani musicisti.

Al mondo esistono tre tipi di persone: quelli che hanno un sogno ma non lo conoscono; quelli che lo conoscono ma non lo attuano; e quelli che lo conoscono e lo inseguono. I primi sopravvivono facendo qualunque cosa. I secondi sono sempre frustrati, perché hanno rinunciato a inseguire la loro passione per paura o per condizionamento, e non c’è nulla di peggio che vivere in una condizione di costante ripiego. Gli ultimi sono spesso infelici, perché viviamo in un mondo storto in cui spesso – se fai una cosa che ti piace – ti devi quasi scusare. Ma la soddisfazione di fare quello che vuoi è una condizione che ti permette di vivere ogni attimo della tua vita con un sorriso interno, che hanno solo i saggi. Ecco, io auguro a tutti voi di avere il coraggio di tirare fuori il sogno dal cassetto e, se non avete ancora scoperto quale è, di trovarlo presto e poterlo inseguire. Volare alto, sempre…

 

Sergio Arturo Calonego

 

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