Robert Johnson: “Il blues è come la tisi”

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Robert Johnson (Artwork di Franco Ori)
Robert Johnson (Artwork di Franco Ori)

(di Francesca Salmena) – Di lui abbiamo già scritto non molto tempo fa su queste pagine: il tema era di quelli che dividono, legato alla velocità e quindi alla veridicità delle sue registrazioni. Quanto segue, invece, è legato alla sua vita, o a quanto ce ne hanno raccontato, al mito che lo circonda, forse alimentato a sua insaputa negli anni che seguirono la sua scomparsa. Certo è che Robert Johnson, nonostante sia fra gli ultimi bluesman del Delta ad avere inciso, ha un posto di riguardo nella storia della musica del diavolo, anche se i suoi predecessori non erano stati da meno. Cosa ha spinto band leggendarie come i Cream o i Rolling Stones a incidere la sua musica alimentando un mito che oggi sovrasta in popolarità quello dei suoi contemporanei? Perchè musicisti come Blind Willie Johnson, Son House o Charlie Patton non godono del favore del grande pubblico come lui, benché abbiano inciso anche un decennio prima e musica non certo di livello inferiore o meno intensa? Molti sostengono che Johnson sia il collegamente perfetto fra la musica ‘antica’ e quella ‘moderna’; altri che le sue canzoni, forse più semplici e orecchiabili nella forma, si prestassero meglio ad essere reinterpretate. Non c’è una risposta in quanto leggerete di seguito, solo il tentativo, rimettendo insieme i pezzi di un puzzle incompleto, di fare un minimo di luce su questa figura leggendaria e sconosciuta al tempo stesso, cercando di non cadere nel tranello più insidioso, quello che alimenta questa o quella leggenda, quando le versioni di alcuni fatti sono molteplici.

«Il blues è come la tisi, mi ammazza per gradi» cantava Robert Johnson. Sì, il bluesman che spunta ogni volta che si parla di Delta blues.
«Che genere preferisci?»
«Beh, ascolto molto Delta blues.»
«Ah, Robert Johnson.»
Quello che nelle scuole di musica si aggiudica la prima lezione di storia con tanto di documentario, belle parole e cose del tipo: «Si dice che abbia fatto il patto col diavolo a un crocevia, si dice che sia morto avvelenato per mano di un marito geloso». Si dice, si dice… Si sentono più ‘si dice’ su Robert Johnson che su ogni altro.
Molti critici e storiografi hanno setacciato ogni contea del Mississippi per saperne di più, ma dal mosaico dell’uomo mancano alcune tessere, e di alcune che ci ritroviamo tra le mani si riesce a sentire abbastanza la miasma di fantasia. Mentre gli esperti ancora si accapigliano su cronologie, date e su quasi tutti i fatti della vita di RJ, attraverso il loro lavoro di indagine sono venuti alla luce alcuni aspetti.
Robert Leroy Johnson nacque l’8 maggio del 1911, del 1910 o 1912 ad Hazlehurst nel Mississippi. Purtroppo non abbiamo nessun certificato di nascita che accerti la data e il nome, ma – secondo alcuni suoi conoscenti intervistati anni più tardi – a scuola veniva chiamato Robert Spencer, cognome che cambiò appena scoprì di essere nato da una relazione extraconiugale della madre con un bracciante del posto di nome Noah Johnson. Robert visse lontano dal padre biologico e fu cresciuto, in diversi periodi di tempo, da Charles Dodds Spencer, il primo marito della madre, e successivamente da Dusty Wills. Quest’ultimo non aveva una buona considerazione del figliastro, lo considerava un perdigiorno, pigro, un buono a nulla. In effetti, Robert lavorava nei campi il minimo indispensabile, quel minimo che gli bastava per non essere protagonista di episodi di violente intemperanze verbali e fisiche da parte del patrigno, quel minimo che gli bastava per poi rintanarsi di notte nei juke joints, nei rent parties o nelle friggitorie, luoghi che racchiudevano le tre ancore intorno alle quali ruoterà la sua breve esistenza: donne, moonshine di bassa qualità e musica di ottima.
«Alla madre e al patrigno non piaceva che frequentasse quei balli del sabato sera perché i ragazzi erano decisamente volgari. A lui non interessava un accidente del lavoro nei campi, e suo padre era talmente severo con lui, almeno per quanto riguardava uscire con noi, che stava pensando di scappare di casa» afferma Son House nel libro Searching for Robert Johnson di Peter Guralnick. Ebbene, il ragazzo che tutti ricordano introverso, piccolo di statura, con spalle curve, molto gracile e completamente privo di spirito combattivo, provava in tutti i modi a scrollarsi di dosso il triste futuro da bracciante che lo stava per risucchiare; con l’animo scalpitante e gli occhi trasognanti ascoltava e cercava di imitare, con scarsi risultati, bluesman del calibro di Son House, Charley Patton, Willie Brown.
RJ, all’epoca, aveva imparato da solo a suonare l’armonica, lo scacciapensieri e il rudimentale diddley bow a una corda. Secondo un amico, Israel ‘Wink’ Clark, «aveva modificato il suo diddley bow piazzando tre chiodi e tre fili di ferro sulla parete est di casa sua e ci aveva infilato una bottiglia in modo che le corde non rimanessero orizzontali». Ma alla chitarra, purtroppo, non era affatto abile. Come ricorda ancora Son House a John Fahey: «Robert imbracciava la chitarra e iniziava a strimpellare solo per fare rumore, e alla gente non piaceva, tanto che venivano a dirci “Perché tu o Willie non andate a dirgli di smetterla? Ci fa impazzire” […] nemmeno un cane sarebbe rimasto ad ascoltarlo!»
E dopo pochi mesi… magia!

A questo punto, come in ogni articolo che si rispetti sul nostro bluesman, dovrebbe arrivare il famoso, macabro, intrigante, avventuroso patto col diavolo al crossroads, il crocevia in cui Robert Johnson incontra Satana che gli dà una pacca sulla spalla, afferra la sua chitarra, l’accorda, ci suona un pezzo e gliela restituisce facendolo diventare il più grande di tutti. Fico, eh? Purtroppo non ci sarà niente di tutto ciò.Tom Graves nel suo libro Robert Johnson. Crossroads: il blues, il mito, addirittura parla di «uno dei più gravi casi di scambio di persona» nella storia del folklore americano. Robert Johnson, da quel poco che sappiamo, non ha mai riferito parola ad anima viva su patti col demonio, crocicchi o roba del genere, ma un certo Tommy Johnson, che forse qualcuno ricorderà grazie al suo falsetto, e che però non aveva alcun legame con Robert, lo fece. A confermarcelo è un’intervista di David Evans avvenuta nel 1966 a LeDell Johnson, fratello del meno celebrato bluesman.
Sappiamo benissimo che allora tutta la popolazione cristiana praticante dello stato del Mississippi era convinta che il blues fosse la ‘musica del diavolo’. Robert sfruttò l’immaginario satanico in alcuni dei suoi testi, ma lo fece spesso per scherno. In Escaping the Delta, infatti, lo scrittore Elijah Wald afferma che la canzone “Me and the Devil Blues” vuole solo strappare qualche risata, non incutere timore.

Dunque, ‘Il Re del Delta Blues’ non incontrò nessun diavolo e, più che ad un incrocio, a un certo punto della sua vita si ritrovò davanti a un bivio: la famiglia o la musica. Purtroppo la scelta fu quasi obbligata. Quando, nell’aprile del 1930, la moglie undicenne, di cui si era innamorato e che aveva sposato l’anno prima, morì di parto insieme al bambino, Robert subì una pesante condanna dalla famiglia di lei e da tutta la comunità a causa della sua assenza al momento del decesso. Gli fu anche attribuita la responsabilità della morte di entrambi, visto che quella notte era in giro per locali a suonare la ‘musica del diavolo’.

Dopo questo triste accaduto Robert decise di cambiare vita: iniziò a vagabondare da un posto all’altro, da una donna all’altra, con il whisky come compagno di viaggio e una chitarra in spalla.
In questo periodo di ‘nomadismo’, che secondo molti studiosi durò ben due anni (e non pochi mesi come affermò Son House), Johnson non si accontentò solo del Sud: grazie ai treni merci riuscì ad arrivare anche nelle grandi città del Settentrione come Chicago, Saint Louis e New York, e visse a stretto contatto con diverse realtà musicali arricchendo di gran lunga il suo bagaglio. Nella parte nera di Memphis, per esempio, all’epoca la musica per piano aveva grande successo e alcuni critici hanno fatto notare che Robert adattò molti fraseggi tipici del pianoforte alla chitarra. In realtà oltre ai fraseggi, in più di un’occasione, utilizzò sia la linea melodica che la struttura di alcune canzoni, trasportandole sul suo strumento; basti ascoltare la bellissima “Love in Vain” dall’inizio alla fine per poi passare a “When the Sun Goes Down” di Leroy Carr – musicista e compositore molto apprezzato da Johnson – per averne la certezza. Questo accostamento venne individuato sia da Edward Komara che da altri studiosi, ma anche un orecchio poco allenato e poco attento riuscirebbe a cogliere l’incredibile somiglianza dei due brani, sebbene solo nella forma dato che i testi sono differenti. Ma questa è un’altra storia che forse prima o poi affronteremo.
Durante i frequenti spostamenti, il nostro iniziò così a guadagnarsi qualche spicciolo nei juke joint, per strada e nelle piazze dei paesi nei giorni di mercato.
«Pensavo già allora che Robert fosse forse il più grande chitarrista che avessi mai ascoltato. Le cose che faceva non le avevo mai sentite suonare da nessuno e volevo capire come ci riusciva.» Johnny Shines, una delle fonti più attendibili su Johnson (quando non raccontava la stessa storia in modi diversi), era così estasiato dalla bravura del suo amico e compagno di viaggi da volerlo quasi emulare; l’unico problema, però, era che Robert non rivelava a nessuno i segreti della sua tecnica, teneva per sé le proprie idee tanto che, se si stava esibendo in un locale e si accorgeva di avere addosso sguardi troppo attenti, smetteva di suonare e andava via.
Ovunque andasse, però, era in grado di richiamare una folla e di suonare qualsiasi cosa la gente chiedesse: pezzi western, folk e, secondo Shines, anche polke.

Robert Johnson – King of the Delta Blues Singers
Robert Johnson – King of the Delta Blues Singers

È ovvio però che Johnson non si guadagnò il titolo di King of the Delta blues per le polke di cui parla l’amico. Nel 1936 andò – o forse venne contattato – per fare un provino a Jackson da un certo H.C. Speir, scopritore di talenti per conto delle grandi case discografiche e proprietario di un famoso negozio di musica. Il talent scout veniva attratto soprattutto dagli artisti provvisti di proprio materiale originale – dovevano possedere almeno quattro pezzi ‘dignitosi’ – e Johnson era uno di questi. Speir rimase così impressionato da quel ragazzetto smilzo e vestito da damerino che lo mise subito in contatto con Ernie Oertle, responsabile delle vendite della American Record Corporation (ARC); e Oertle, dopo aver ascoltato delle demo registrate in negozio da Speir, contattò il nostro bluesman per mandarlo a San Antonio, dove Don Law, responsabile della filiale di Dallas della ARC, avrebbe dato vita alle prime registrazioni ufficiali di Robert Johnson.
Così il 23, 26 e 27 novembre del 1936, forse in una stanza del Gunther Hotel adibita a studio di registrazione, Robert si ritrovò con microfoni, «luci del via e dello stop» e sguardi scettici puntati addosso. Una situazione del tutto nuova, in cui dimostrare maestria e sicurezza sarebbe stato difficile per chiunque. L’impressione che diede al produttore, infatti, fu di un cantante blues «appena arrivato dai campi di cotone», completamente inesperto, timido e con addosso «ansia da palcoscenico all’ultimo stadio», tanto da dover dare le spalle ai presenti per poter cantare e suonare. Questa descrizione contrasta con i racconti di altri testimoni che hanno visto Johnson esibirsi in contesti diversi da quello. Non si sa quindi con certezza per quale motivo si sia rivolto verso un angolo della stanza per registrare. Alcuni dicono che l’abbia fatto per sfruttare le rifrazioni molto mediose dell’angolo stesso (effetto chiamato corner loading), altri fanno crollare miseramente questa tesi affermando che, per fare ciò, Robert Johnson avrebbe dovuto avere esperienze nel campo della registrazione. Ma siamo sicuri che per ‘scoprire’ una cosa del genere si debbano avere competenze a riguardo? Ad ogni modo, maestria o estrema timidezza a parte, il nostro bluesman riuscì ad incidere sedici canzoni in oltre trentadue take, lasciando il Texas con circa cento dollari in tasca e con la paura di essere rapinato.
Dopo le session uscì il disco “Terraplane Blues” che lo rese abbastanza famoso nelle regioni del Sud. In quel periodo Robert se ne andava in giro fiero e soddisfatto del suo lavoro, portando con sé qualche copia dei suoi dischi da far ascoltare ad amanti e amici. Continuò a esibirsi per strada, nei locali e nei programmi radiofonici fino a quando, nel giugno del ’37, Law concordò altre sedute di registrazione, questa volta in un magazzino al centro di Dallas.
Il primo giorno, sabato 19 giugno, Johnson registrò appena tre pezzi forse a causa del troppo caldo. Pur avendo piazzato dei blocchi di ghiaccio dentro alcune vasche per rinfrescare l’ambiente, secondo alcune testimonianze, in quel posto faceva talmente caldo che i musicisti erano costretti a registrare in mutande.
Il giorno dopo, invece, andò meglio e incise ben dieci pezzi in oltre venti take. Da qui provengono le canzoni che hanno contribuito ad alimentare la leggenda del patto col diavolo: “Stones in My Passway”, “Hellhounds on My Trail” e “Me and the Devil Blues”.

Robert Johnson (Artwork di Franco Ori)
Robert Johnson (Artwork di Franco Ori)

Johnson, ormai, era a tutti gli effetti un musicista stimato dai veterani del settore e apprezzato dal suo pubblico: in meno di cinque anni aveva realizzato il suo sogno. Un sogno che stava per diventare molto più grande di quello che un ragazzino di colore, nato e cresciuto nei campi di cotone con i «cani alle calcagna», avrebbe potuto immaginare; alcune figure di spicco delle industrie discografiche e di riviste avevano scoperto la sua musica e volevano farla conoscere a tutto il mondo. Il critico musicale Henry Johnson, per esempio, scriveva sul New Masses: «Non possiamo fare a meno di richiamare la vostra attenzione sul più grande cantante blues negro spuntato negli ultimi anni […] Johnson fa sembrare Leadbelly un poseur di lusso»; una rivista britannica riportava: «La stella di Hot Springs è ancora Robert Johnson, che s’è scoperto lavorare in una piantagione del Mississippi». Molti esperti sospettano che questi brevi articoli siano stati scritti da John H. Hammond, produttore discografico per la Columbia e altre etichette (scopritore di giganti del jazz come Count Basie, Lester Young, Billie Holliday e tanti altri), che nel 1938 voleva presentare al pubblico della Carnegie Hall, una delle più grandi sale da concerto al mondo, il meglio dei musicisti, compositori e cantanti afroamericani. Il concerto si sarebbe chiamato From Spiritual to Swing, quindi avrebbe abbracciato tutti i generi e sottogeneri della musica afroamericana. La scaletta del concerto avrebbe visto la partecipazione di Robert Johnson, che il produttore aveva conosciuto grazie ai 78 giri usciti per la Vocalion e altre etichette. Ma il 23 dicembre del 1938 Hammond, sul palco della Carnegie Hall, esordì così: «Robert Johnson doveva essere la grande sorpresa della serata. Lo conoscevo solo dai suoi dischi blues e dalle storie esagerate, entusiasmanti che raccontano di lui i tecnici del suono e i responsabili degli studi di Dallas e San Antonio. Non credo che Johnson abbia mai lavorato da nessuna parte come musicista professionista, e ancora rimango stupito se penso a quanto siamo stati fortunati che un talento come il suo sia arrivato a incidere in studio… Johnson è morto la settimana scorsa nel preciso istante in cui gli scout della Vocalion erano riusciti finalmente a raggiungerlo per dirgli che era stato ingaggiato per suonare alla Carnegie Hall.»

Che fosse morto nel preciso momento in cui gli emissari si erano presentati alla sua porta, ovviamente non era vero. Hammond voleva solo fare impressione sul pubblico.
Ma che fosse morto, purtroppo, lo era eccome! Probabilmente intorno al 16 agosto del 1938, ma tra le braccia di troppa gente e sepolto in troppi luoghi…
Sonny Boy Williamson II affermava di aver visto Robert andare in giro a quattro zampe abbaiando come un cane e di essere stato lui a stringerlo a sé in punto di morte. Honeyboy Edwards, invece, lo aveva visto «strisciare… mentre sbavava e vomitava». La madre, in un’intervista ad Alan Lomax, disse che il figlio morì mentre le porgeva la chitarra dicendo: «Non la voglio più mamma, non ne voglio più sapere. Ora sono figlio tuo, mamma, e del Signore. Sì, del Signore, non sono più del diavolo.»
Eccoci arrivati di fronte ad altri dubbi, menzogne e smargiassate da parte di coloro che hanno conosciuto o soltanto scambiato qualche parolina con Johnson. Dunque: com’è morto il nostro bluesman? Proviamo a elencare le diverse ipotesi in circolazione.
1. Un marito geloso scioglie della stricnina nel whisky di Johnson, che smette di suonare a causa del malore provocato dal veleno, viene portato in una pensione nel quartiere di Baptist Town di Greenwood, dove privo di forze, dopo settimane, muore. Tutto questo non fa una piega. Il problema, però, è che secondo i tossicologi come Steve Nichols, la stricnina ha un sapore amaro e un odore difficile da nascondere persino in un forte superalcolico. Ancora secondo Nichols, per essere mortale questo veleno andrebbe ingerito in quantità notevoli e causerebbe la morte in poche ore e non dopo settimane.
2. E se invece ne avesse ingerito poco, indebolendolo al punto di fargli prendere una polmonite mortale?
3. E, se al posto della stricnina, il marito geloso avesse sciolto una pallina di naftalina nel drink?
4. E se fosse morto invece a causa della sindrome di Marfan, una malattia ereditaria dei tessuti connettivi? Opinione presentata da David Connell sul British Medical Journal.
5. E se fosse morto di sifilide? Nel 1968 viene scoperto da Gayle Dean Wardlow il certificato di morte di RJ, e nel 1996 viene pubblicato il retro del documento in cui l’ufficiale civile della contea di LeFlore afferma: “Ho parlato con il bianco presso cui è morto il negro, e anche con una negra del posto. Il proprietario della piantagione ha detto che quel negro, di circa 26 anni, era venuto da Tunica due o tre settimane prima di morire per suonare il banjo a un ballo di negri organizzato nella piantagione. […] Il bianco non aveva un medico per questo negro dato che non aveva lavorato per lui. […] Il piantatore ha detto che secondo lui il negro è morto di sifilide.» Anche questo può essere, ma la sifilide all’ultimo stadio, di solito, porta alla pazzia e alla cecità. Tutti sintomi che non sono mai stati riscontrati in RJ. Anche sulla cartella clinica di Booker T. Washington veniva riportata la stessa causa di morte, ma in realtà il suo decesso fu causato dalla pressione alta: da poco, infatti, si è scoperto che i medici di allora diagnosticavano malattie veneree ai neri solo per screditarli.
6. Sesto e ultimo (almeno per ora) indagato è il moonshine, cioè il liquore di mais che uccise molti neri del Mississippi, morti non a causa dei mariti gelosi, ma perché consumatori di questo distillato prodotto in casa con una serie di ingredienti tossici tra cui il piombo. Questo liquore, ingerito in grosse quantità, poteva portare alla morte.

Molte di queste ipotesi sono davvero poco poetiche e rovinerebbero senz’altro il finale alla sua leggenda. E la confusione causata dalla serie di supposizioni è confermata dalla presenza di ‘almeno’ tre lapidi che riportano il suo nome, sparse nel Sud degli Stati Uniti. Tom Graves, quasi arreso, alla fine del suo libro afferma: «Dopo la morte di Robert Johnson sembra sia entrata in funzione una specie di equazione algebrica: meno verità sappiamo, più mito otteniamo.» Ebbene è proprio così. Resteremo per sempre tra racconti troppo gonfiati, contraddizioni e mezze verità. Non saranno i milioni di libri, testimonianze, nuove scoperte o articoli di giornale a farci sentire ‘più vicini’ a Robert Johnson. Se avrete davvero voglia di conoscerlo a fondo basterà fare solo una cosa: sfiorare il tasto play sul touchscreen o appoggiare una puntina sul vinile.

Francesca Salmena

Testi consultati

– Fabrizio Poggi, Angeli perduti del Mississippi. Storie e leggende del blues, Meridiano Zero, 2010.
– Tom Graves, Robert Johnson. Crossroads: il blues, il mito, ShaKe, 2011 (ed. or. Crossroads: The Life and Afterlife of Blues Legend Robert Johnson, 2008).
– Luigi Monge, Robert Johnson: I got the blues. Testi commentati, Arcana, 2008.
– Alan Lomax, La terra del blues, Il Saggiatore, 2005 (ed. or. The Land Where the Blues Began, 1993).
– Peter Guralnick, Searching for Robert Johnson, 1989.
– Giles Oakley, La musica del diavolo: Storia del blues, Mazzotta, 1978 (ed. or. The Devil’s Music: A History of the Blues, 1976).

 

PUBBLICATO

Chitarra Acustica, 06/2014, pp. 30-33