Lennon 80 – John Lennon acustico – Gli anni dei Beatles

0
403

Lennon 80

John Lennon acustico

Gli anni dei Beatles

di Francesco Brusco

Con i suoi mattoni di rossa pietra arenaria, i contrafforti angolari, i parapetti e la torre sorvegliata dagli immancabili Gargoyle – omaggio al redivivo gotico inglese di fine ’800 – la chiesa anglicana di St Peter svetta dal punto più alto di Liverpool, nel quartiere di Woolton. Vi si accede oltrepassando un lychgate sovrastato da una croce celtica, un tipico portico d’ingresso cimiteriale inglese. E infatti il prato che circonda la chiesa è gremito di lapidi. Lì riposa George Toogood Smith, 1903-1955, marito di Mimi, zia del giovane Lennon. Poco oltre, un nome ancor più noto è inciso su pietra: Eleanor Rigby, 1895-1939. Ma sullo stesso terreno erboso, quanto mai polifunzionale, si ritrovano anche i ragazzi di quel sobborgo inglobato dalla città di Liverpool circa quarant’anni prima. Lì vanno a sdraiarsi nei giorni d’estate, in attesa che il timido sole inglese faccia capolino sul Merseyside, «Sitting in an English garden / Waiting for the sun»…

È su quel prato che si svolge l’annuale festa di quartiere. Il pomeriggio del 1957, calcando un prestigiosissimo palco allestito sul pianale di un camion, si esibisce la band più in voga di Woolton, i Quarry Men, così chiamati in ‘disonore’ della Quarry Bank School da cui provengono. Camicia a quadri, brillantina in dosi massicce, John Winston Lennon ne è il leader. Imbraccia fiero una chitarra acustica a dir poco proletaria, una Gallotone Champion tre quarti, con la quale si accompagna in “Puttin’ on the Style”, “Baby Let’s Play House” e altri successi dei giorni in cui lo skiffle si appresta a essere detronizzato dal rock’n’roll. Esiste in rete una registrazione casereccia di quella esibizione: ascoltarla assicura emozioni non soltanto ai beatlesiani incalliti.

Al termine di quel primo show, l’amico Ivan Vaughan si avvicina a John presentandogli un compagno di scuola di due anni più giovane, ma incredibilmente talentuoso, James Paul McCartney. Costui rimane stupito dell’accordatura a dir poco personalizzata di quella chitarra: Lennon ha appreso i rudimenti armonici da sua madre Julia, che gli ha insegnato i primi accordi sul suo banjo. Di quello strumento John ha quindi conservato l’accordatura, riportandola sulla chitarra. Poco gli importa di quel Mi basso di troppo, lasciato allentato a mo’ di decorazione. Il mancino Paul capovolge lo strumento, ne corregge l’intonazione, poi lascia di stucco il legittimo proprietario lanciandosi in un paio di brani già cult, “Twenty Flight Rock” di Eddie Cochran e “Be-Bop-a-Lula” di Gene Vincent.

La storia ha inizio così, con una chitarra da dieci sterline comprata per corrispondenza: «Guaranteed not to split», recita lo slogan che la pubblicizza, che si rivelerà adatto anche per il sodalizio tra i due ragazzi. Per una buona dozzina d’anni, almeno.

Alla conquista del mondo

Le immagini monocromatiche dei palchi di Liverpool e Amburgo, a distanza di pochi mesi da quel primo incontro, già attestano il primato della chitarra elettrica, impugnata anche da un terzo protagonista, il giovanissimo George Harrison: Hofner, Egmond, Gretsch, Rickenbacker saranno i brand che nelle mani dei Fab Four guadagneranno notorietà mondiale al tempo della beatlemania. All’altro capo dei jack, gli eroici amplificatori Vox, la cui missione – ben presto impossibile – sarà di diffondere il suono dei quattro verso platee sempre più numerose e assordanti.

Per fortuna ci sono gli Abbey Road Studios, rifugio sempre più sicuro, dove John e compagni possono ancora crescere come musicisti. E di album in album, possono permettersi di tornare agli antichi legni acustici.

«Vogliamo un paio di Gibson come quelle del nostro amico Tony Sheridan» avevano esclamato John e George da Rushworths, negozio di strumenti della loro città, nel 1962. Ovviamente i due non avevano saputo fornire ulteriori dettagli sul modello richiesto. Era già troppo tardi, quando si erano presentati a ritirare l’ordine: pur diverse da quelle tanto desiderate, quelle Gibson J-160E sarebbero entrate anch’esse nella storia dopo sole ventiquattr’ore, tra i solchi di “Love Me Do”. Quando una delle due verrà rubata durante lo spettacolo natalizio dell’anno successivo, John ne acquisterà una identica che – scartavetrata a dovere fino al legno naturale – conserverà per il resto della sua vita.

Altre immagini, fisse e in movimento, stanno per imprimere i loro volti sulle retine del mondo intero. Capelli a caschetto, completino curato agli antipodi con il primo look rockabilly, ci fa sorridere il modo in cui John imbraccia la sua chitarra acustica: alta sul petto, con il gomito destro a metà del fondo, come fosse un semplice stornellatore e non il leader – fino alla scalata di Paul – della più grande band del pianeta.

Se i primi tre album sono pura elettricità, a partire da Beatles for Sale il legno comincia a far intravedere le sue venature nella musica dei Fab Four. Si ascolti il trittico iniziale: “No Reply”, “I’m a Loser”, “Baby’s in Black”. Certo, l’acustica è ancora concepita come una spezia sonora, mescolata all’abituale strumentazione rock, e lo strumming è piuttosto basilare, seppur sorretto dall’inossidabile pennata di John, che aveva dato già prova delle sue skills ritmiche con le terzine di “All My Loving”.

Ma all’orizzonte già si intravede un nuovo modello da seguire. L’influenza di Dylan, incontrato dai Beatles nell’agosto del 1964, avrà effetto immediato non solo sulla scrittura dei testi (e sulla predilezione verso la marijuana, che sostituirà le anfetamine degli esordi). Sarà proprio il modo di John di accompagnarsi alla chitarra acustica a evolversi gradualmente.

Testimoni di questo nuovo indirizzo sono alcuni brani dell’anno seguente. “You’ve Got to Hide Your Love Away, è una piccola perla dylaniana che brilla nell’album Help!, ma è l’LP successivo, Rubber Soul, a guadagnarsi il titolo di disco più acustico dei baronetti. I capotasti alti di “Girl” rievocano forse i mandolini mitteleuropei ascoltati nei giorni di Amburgo, in quei pochi momenti in cui i quattro non sono sul palco. In “Norwegian Wood”la tessitura chitarristica non si accontenta più dell’alternanza di pennate su accordi fissi, ma va a creare spunti melodici, anticipando il canto della voce e del sitar. Idee probabilmente ispirate dalla perizia di Paul, che in quei mesi riprende in mano la sei corde calando l’asso con “Yesterday” e “Michelle”.

Poi le chitarre acustiche torneranno dietro le quinte nella stagione psichedelica che porterà a Revolver e alla rivoluzione di Sgt. Pepper. Le loro custodie si riapriranno al termine di un lungo volo verso Est: Rishikesh, India, sulle rive del Gange.

«Jai Guru Deva, Om»

Nel più classico dei viaggi per ritrovare sé stessi, John e compagni intraprendono la ricerca delle loro origini anche dal punto di vista musicale. Smessi i panni della banda del Sergente Pepe, lontani dalla magia tecnologica di Abbey Road, i Beatles riscoprono la semplicità tra le corde delle chitarre traendone nuova ispirazione.

Già “Strawberry Fields Forever”, nelle sue prime stesure, dimostrava un rudimentale intento fingerpicking. Mancava il pattern giusto, la pulizia tecnica. Nella giungla indiana, John ha il tempo per impararla, con un maestro d’eccezione, Donovan.

Lennon si dimostra allievo modello. «Mi ci sono voluti tre giorni per apprendere questo arpeggio» lo avverte il maestro. A John, tra una meditazione e l’altra, ne bastano due.

Osservando attraverso i suoi occhiali tondi le dita di Donovan che danzano come un granchio sulla buca della chitarra, l’allievo ne riproduce le mosse sulle corde della sua nuova Martin D–28, che in quei giorni è una compagna di viaggio ben più amata di sua moglie Cynthia, ormai spodestata da Yoko.

La nuova tecnica dischiude ai Beatles possibilità inedite di arrangiamento. Uscendo dalla comfort zone della sua robusta pennata, Lennon si addolcisce anche musicalmente, lasciandosi ispirare dalla sobria polifonia del fingerstyle. Il suo pollice procede senza sosta nell’ostinato andirivieni tra quinta, quarta, sesta e ancora quarta corda, mentre le dita della mano sinistra raddoppiano le note cardine del canto. È così che nasce “Julia”, nei cui versi le immagini della madre perduta si riverberano in quelle di Yoko, sottolineate dall’abituale estro armonico capace di far brillare di colori sempre cangianti le note ribattute dalla voce di John. È così che nascono “Happiness Is a Warm Gun” e “Dear Prudence”, nel cui pedale di Re riecheggiano i bordoni indiani su cui si sovraimprime quell’affascinante discesa melodica sulla prima corda, subito imitata dai bassi in un loopche è un vero richiamo, un incantesimo per le orecchie e per le dita: “Won’t you come out to play?»

Epilogo

Dopo l’8 dicembre del 1980, gli occhi di zia Mimi faranno sempre più fatica a posarsi su quella vecchia chitarra da cui tutto è iniziato, che John le ha lasciato in dono. Si chiederà, l’anziana signora Stanley vedova Smith, come far rivivere lo spirito del nipote attraverso quelle corde. Un giorno riceverà una lettera, un’asta di beneficenza a favore dell’Olive Mount Learning Disabilities Directorate, istituzione di Liverpool impegnata nell’assistenza ai disabili. E Mimi farà restaurare da un vero liutaio quello strumento malridotto: «John sarebbe davvero sorpreso di questo» dirà. Poi risponderà alla lettera dell’istituto cittadino. Prima di separarsene, farà aggiungere una piccola targhetta di metallo sulla paletta dello strumento. Incise su di essa, le parole con cui era solita ammonire il giovane John: «Ricorda, non ti guadagnerai mai da vivere con quella.»

 

Francesco Brusco

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui