Quando la Banda tornò: Intervista a Finaz ed Erriquez

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Bandabardò

(di Simone Maiolo) – «Niente è più forte dell’abitudine» diceva Ovidio ne L’arte di amare. Qualcosa di più forte i ragazzi della Bandabardò l’hanno trovata, quando hanno riflettuto su quanto un’abitudine possa offuscare gli orizzonti. Meglio, allora, scendere dalla giostra. Con una scelta coraggiosa, e apparentemente paradossale, una delle band più attive nel circuito live decide di prendersi una pausa da dischi e relativi tour. Proprio in tempi, magrissimi, in cui la frequenza dei concerti è la prima garanzia di sopravvivenza per un musicista. Del resto l’essenza stessa della formazione toscana si fonda su un’altra contraddizione: quella di una band a intima vocazione acustica dotata dell’impatto sonoro di un gruppo rock. Aspetto, questo, riassunto in maniera esemplare dal profilo del chitarrista Finaz, che conduce una sua personalissima ‘missione’ affinché chitarra acustica e distorsione celebrino un felice matrimonio. Nel caso della Bandabardò la pausa è stata determinante per ricaricare le batterie e ritornare al pieno delle forze con un disco nuovo dal titolo L’improbabile, a tre anni di distanza dal precedente Scaccianuvole. Abbiamo raggiunto Finaz e il ‘frontbeard’ Erriquez, alle prese con le prime registrazioni vocali e interventi di rifinitura delle tracce strumentali nel Terminal 2 Studio di Casal Lumbroso presso Roma. L’occasione è stata propizia per incontrare due artisti gentili e disponibili e per farci raccontare che tipo di Banda è tornata.

La pausa di questi ultimi due anni è stata programmata sin dall’inizio?
Finaz: Sì, l’abbiamo programmata perché ne avevamo bisogno. Noi siamo sempre controcorrente: pensa che l’anno scorso abbiamo fatto vent’anni di carriera; beh, tutti avrebbero fatto il ‘tour dei 20 anni’, noi no! [ride] Ma non è perché vogliamo fare i diversi o gli snob, semplicemente ci è parsa la strategia più sensata per riprendere fiato, perché sono stati davvero momenti intensi, con 300 date all’anno in tutto il mondo. Con le dovute cautele, sembra la storia dei primi Beatles, Rolling Stones o Led Zeppelin: fai il disco, vai a suonare in giro e, mentre sei in giro, scrivi e registri già i brani che usciranno l’anno dopo. Questa routine ci ha dato tanta energia e voglia di fare però, a un certo punto, tipo Forrest Gump, ci siamo sentiti «un po’ stanchini». Tant’è che forse, nell’ultimo disco e nell’ultimo tour, questo fiato corto si è avvertito. Non chiaramente nell’entusiasmo, anche perché è andato sempre tutto bene, però era il momento di fermarsi e guardarsi attorno; magari per tentare qualcosa di nuovo. Non in assoluto, perché sembrerebbe pretenzioso, però qualcosa di inedito almeno per noi. Nel modo di scrivere, registrare, arrangiare, ma anche semplicemente di porsi verso i nostri collaboratori: prima eravamo molto rigidi, dicevamo «le cose si fanno così perché il sound della Banda è questo e noi non vogliamo cambiare una virgola», invece ora siamo più aperti ad altre esperienze, anche grazie a questi due anni, benedetti, di pausa.
Di pausa relativa, peraltro, visto che ho fatto quasi 120 date con il tour solista, cosa che mi ha portato al confronto con tanti altri musicisti. Ultimamente ho fatto un’esperienza fantastica nel minitour con Michael Manring, che avevo conosciuto nel 2012 a una serata tributo a Michael Hedges. Lui era l’ospite d’onore di un set che vedeva la partecipazione di Pino Forastiere, Stefano Barone, Beppe Gambetta e del trio Guitar Republic, mentre io aprivo il concerto. Manring, come tutti quelli che sono persone ‘vere’ oltre che grandi artisti, ha seguito tutto il set, mio e degli altri, con grande attenzione, sempre con il basso in mano perché non smette mai di suonare. Alla fine di tutto, quando siamo andati in albergo, ci siamo fermati a chiacchierare, abbiamo preso un tè e lui mi fa: «Hai uno stile interessante, sarebbe bello fare qualcosa insieme!» Io l’ho preso come un complimento di circostanza, però non ci avrei mai sperato; invece poi, grazie anche alla liaison con Ambrosi dell’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana, che è anche il suo manager italiano, si è concretizzata l’idea di collaborare per qualche data. Ci siamo divertiti parecchio e, come puoi immaginare, ero emozionato come un bambino; ma Michael è stato bravissimo a mettermi a mio agio. Mi ricordo una volta a Roma, stavamo suonando “Come Together” dei Beatles e io sono rientrato nella strofa finale dopo gli assolo in maniera stortissima! [ride] Tipo in ritardo di un quarantaduesimo! [ride] Gli ho lanciato un’occhiata dispiaciuta come per dirgli «scusa!», ma lui non ha fatto una piega e con due note ha ribaltato tutto rimettendo il tempo a posto! Galattico!
Insomma la digressione serve per dire che il fatto di dedicarsi ad altro – per esempio Enrico ha prodotto e fatto un tour con I Matti delle Giuncaie, un gruppo di Grosseto, e ha partecipato alla reunion dei CCCP, mentre il nostro bassista ha seguito un proprio progetto, basato sui loop – ci ha permesso di ‘riaprirci’ la testa. Dopo vent’anni ci sentivamo in una stanza piena di cose buone, ma dove l’aria cominciava a essere un po’ viziata. Invece ora, riaperte le finestre ed entrata aria nuova, abbiamo ricominciato con un occhio più attento ad altre influenze.

Finaz (foto di Tiziano Gagliardi)
Finaz (foto di Tiziano Gagliardi)

Come è stato ritrovarsi dopo la pausa? Le dinamiche in fase di composizione e arrangiamento sono rimaste le stesse?
F.: Direi di sì. Enrico prende ispirazione da un sacco di cose, è come una spugna, è incuriosito dalle notizie oppure semplicemente da quello che dice una persona per strada. Per esempio la famosa frase «se mi rilasso, collasso» la disse un nostro amico nei primissimi tempi, entrando tutto sudato nel camerino dietro il palco. In quell’occasione Enrico disse: «Fermi tutti, questa me la segno!»
Anche per questo disco Enrico ha messo insieme un po’ di idee, testi, canovacci e io, che mi sono tecnologizzato con un iPad con GarageBand caricato sopra, ho potuto lavorarci ovunque stessi: in treno, per strada, in bagno [ride], mettendo giù giri armonici, riff… una ficata bestiale! Quindi ci siamo trovati io, lui e il nostro fonico per scrivere insieme. Noi vogliamo sempre trovare posti adatti per ispirarci e questa volta siamo andati all’Alcatraz, l’agriturismo ‘sperimental-yoga’ del nostro amico Jacopo Fo, che si trova in Umbria, vicino Gubbio. È un posto incredibile perché, oltre a essere bellissimo e fornito di tutto, per cui non dovevamo pensare a nulla se non a scrivere, è una continua fonte di ispirazione: lo stesso Jacopo è una fucina di idee; in più di lì passano periodicamente Stefano Benni, Fausto Mesolella, Alesssandro Haber o Dario Fo, così che ogni giorno arrivava qualche input. Per il resto abbiamo agito come al solito: finita la scrittura a casa si ripassano i pezzi, quindi si fanno venti giorni di preproduzione con il resto della band, nei quali abbiamo riarrangiato, rivisto, scartato roba, ripreso roba che avevamo scartato inizialmente… e oggi siamo qui in sala! Quanto alle tecniche di registrazione, stiamo procedendo con ProTools in questo studio meraviglioso che ci dà la possibilità di lavorare in due regie contemporaneamente, in modo che tutto diventi un work in progress. Anche questo è un approccio diverso al lavoro, perché prima eravamo abituati a fissare i pezzi in prova e, una volta entrati in studio, non modificavamo più nulla.

A che punto siete?
F.: Enrico ha iniziato a cantare oggi, poi c’è questa prima ospite, Alessandra Contini, cantante e bassista de Il Genio, che partecipa a un brano e ci darà una mano con i cori. Domani verranno altri ospiti, come Master Mixo, dj di Radio Capital, che è un nostro amico sin dai tempi di Videomusic. Poi c’è un’altra sorpresa, sulla quale però non mi vorrei esporre ancora ‘pe’ scangeo’ [per scaramanzia – N.d.R.], come si dice a Firenze! Adesso siete capitati mentre siamo alle prese con un brano che si chiama “Il senso naturale”, il cui testo è stato scritto da Francesco Gazzè, sul quale ci siamo un po’ arenati…

Come mai?
F.: Mah, è una cosa che capita spesso, in realtà. Succede quando abbiamo difficoltà a ricreare la magia dei provini registrando le versioni definitive. Questo perché magari hai inciso la chitarra del demo con una distanza ideale tra strumento e microfono, o avevi le corde consumate al punto giusto, oppure semplicemente eri talmente tranquillo quando hai registrato la prima volta che avevi catturato l’intenzione del brano in maniera perfetta. Magari suonava più ‘sbracata’, ma funzionava al meglio. Infatti, in previsione di questo, ci siamo portati tutte le attrezzature per registrare già all’Alcatraz, tanto che il sessanta per cento delle chitarre sono rimaste quelle dei provini. Ora, con questo pezzo, abbiamo proprio il problema che l’atmosfera ‘sbaraccona’ del provino sta diventando troppo fredda qui in studio. Anche perché è stata l’unica canzone che non abbiamo scritto in Umbria, ma a Fiesole, a casa di Enrico, dove non avevamo il necessario per fare registrazioni utili, per cui abbiamo dovuto per forza risuonarla qui.

Quando arrangiate vi ponete sempre il problema della riproducibilità del brano dal vivo o fate delle eccezioni?
F.: In generale ci stiamo attenti: in studio ricorriamo a piccoli loop o sequenze, ma si tratta sempre di coloriture accessorie. Sai, la Bandabardò non può suonare sul palco con un click, perché sarebbe come tenere dei leoni al guinzaglio… noi siamo famosi perché se un pezzo è a 120 di metronomo, dal vivo lo portiamo a 160! [ride]. Poi ci sono dei compromessi obbligati, come nel caso di “Beppeanna”: nella versione in studio il piano lo suonava Stefano Bollani, però non te lo puoi portare dappertutto! Sarebbe bello mettere Stefano in una flight case e tirarlo fuori quando serve! [ride] Stessa cosa per “Ubriaco canta amore” e tanti altri brani ai quali ha partecipato. Qualche volta capita di incrociarci e, quando si suona insieme, è sempre una grande festa! In realtà dall’ultimo tour abbiamo comunque in organico un tastierista vero, finalmente, che ci dà una mano.

Passando alla strumentazione, volevo sapere qualcosa della chitarra e del distorsore che ti sei fatto costruire…
F.: La chitarra è stata una proposta di un pool di liutai toscani, che producono strumenti di alto livello per il mercato italo-tedesco con il marchio Acoustic Liuteria; sono specializzati in particolare nella realizzazione di chitarre archtop, e per questo hanno studiato parecchio le D’Angelico, supportando soprattutto chitarristi jazz. Io li conoscevo già da tempo e, a un certo punto, mi hanno contattato per dedicarsi a una chitarra acustica; ma essendo io felicemente endorser della Martin, non avrei potuto utilizzarla, anche se fanno delle chitarre acustiche molto belle. Addirittura ne hanno realizzata una alla Andy McKee, con la tastiera radiale! Allora, visto che fanno queste meravigliose archtop, ho proposto di fare un mio modello Lilith ‘Finaz Signature’ con la forma di una Gibson ES-175, però con l’altezza di una 335, quindi con la cassa più bassa. Il top è in abete della Val di Fiemme scavato a mano, fondo e fasce sono in acero marezzato, il manico in mogano, la tastiera è in ebano così come i potenziometri. La catenatura interna è l’aspetto sul quale ci siamo divertiti di più, insieme all’assemblaggio dei pickup: al manico c’è un Kent Armstrong artigianale in stile D’Angelico, mentre al ponte c’è un Joe Burden, in modo da avere una sorta di doppia visuale. Quando uso il magnete al manico, l’Armstrong mi dà un suono pulito e caldo e, usandolo su ampli da chitarra acustica, esce come una via di mezzo tra elettrica e acustica; mettendo il selettore a metà il risultato è molto funky, tipo ES-335; invece, usando quello al ponte, magari con un po’ di distorsione, l’esito è decisamente rock. In realtà, anche quando uso l’acustica ricopro sempre questo ventaglio di ipotesi, perché la processo comunque attraverso i pedali. A questo proposito un mesetto fa sono diventato anche endorser della Strymon, che fa cose stupende! Poi, per quanto riguarda in particolare la distorsione dell’acustica, che è sempre stata un po’ la mia prerogativa da anni, finalmente sta per entrare in commercio il FAD [Finaz Acoustic Distortion – N.d.R], il distorsore progettato da me e realizzato dalla Eco Sonoro, una ditta di Macerata.

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Finaz con la sua nuova Lilith ‘Finaz Signature’ della Acoustic Liuteria

È ancora in via di realizzazione o circolano già dei modelli?
F.: Io sto suonando ancora con dei prototipi, ma in realtà è già iniziata la produzione, tanto che ho già dato dei pedali a degli amici in modo che li verifichino on the road: sono tutti molto entusiasti! Io ci ho fatto già il tour del mio disco solista Guitar Solo e ha una resa sonora molto migliore delle cose con cui giravo prima. Inoltre, per l’occasione, ho fatto aggiungere alla distorsione un blender, in modo da poter controllare quanto fare uscire di segnale pulito e quanto di distorto. Stiamo ancora valutando come metterlo in commercio; si sono fatti avanti vari distributori, ma è chiaro che sarà un oggetto di ‘boutique’, realizzato in modo artigianale, quindi non ne verranno mai prodotti tantissimi esemplari. Si tratta di una cosa molto particolare, perché è il primo distorsore al mondo pensato per una chitarra acustica e per andare in diretta, infatti è dotato di un buonissimo amp simulator che compensi la mancanza naturale di aria. Altrimenti il rischio era che suonasse un po’ zanzaroso, quindi o fai come Alex Britti, che ha proprio inserito sullo strumento un pickup da chitarra elettrica, mandando il segnale a un box, oppure fai come abbiamo fatto noi, ottenendo una resa sonora pazzesca; perché se metti il drive al massimo chiudi gli occhi e senti Van Halen, se lo sistemi a tre quarti senti Jimmy Page o Jimi Hendrix, a metà esce come B.B. King. Il tutto rispettando comunque molto il suono dell’acustica originale.
È chiaro che tanti storcono la bocca: alcuni mi hanno scritto: «È un’eresia distorcere l’acustica!» Ma a me piace! [ride] Poi, sai, lo fa Ben Harper e nessuno gli dice nulla… Mi è sempre piaciuto pensare che la chitarra acustica sia uno strumento più poliedrico della chitarra elettrica. Anche grazie ai nuovi sistemi di amplificazione la puoi trasformare in una percussione, ci puoi urlare dentro come faccio nel mio show, e resta ad ogni modo uno strumento con una sua personalità; perché anche se la distorci, imita la chitarra elettrica ma suona comunque diversa. Io poi sono ormai troppo abituato alle sue dimensioni, alle corde…
A livello di amplificazione a questo giro ho montato su tutte le acustiche i pickup con la pastiglia basculante di Roberto Fontanot. Il suo sistema piezoelettrico ha una risposta fantastica, di 3 dB superiore a quella degli altri. Quando ho incontrato Roberto mi ha proposto di inserire anche il ponte in mammuth, visto che l’aveva da poco montato su una chitarra di Tommy Emmanuel. Sentendo ‘fossile di mammuth’ ho pensato che mi prendesse in giro [ride], ma poi mi son detto: «Se l’ha montato a Tommy c’è da fidarsi!» È costato un occhio della testa ma ha cambiato il suono dell’acustica in un modo pazzesco! Perché si tratta di un materiale talmente indurito, con la consistenza di un diamante, che non ha una risposta paragonabile a quella della plastica o del legno. Soprattutto, essendo così duro, non si formano le sellette: c’è uno studio da cui risulta che la corda, uscendo da un incavo, non vibra come dovrebbe; invece, così, la corda sta esattamente attaccata sopra e ha una risposta immediata; soprattutto con le Martin funziona da Dio!
Poi, a proposito di novità rispetto agli altri dischi, Erriquez ha un po’ mollato la chitarra acustica in favore dell’ukulele, uno strumento di cui si è innamorato negli ultimi due anni. Effettivamente è uno strumento che ha un suo carisma e, andando a coprire un range sonoro molto più ‘piccolo’ dell’acustica, lascia più spazio alle voci e agli altri strumenti, mentre prima avevamo questo effetto shaker continuo di Enrico, che marcava i sedicesimi. C’è anche un uso più presente di chitarre elettriche, tra cui una Fender Jaguar del 1962 che ho comprato da poco, perfetta per parti twangy e per gli arpeggi con il tremolo.

[Lupus in fabula: Erriquez fa una pausa tra i turni di registrazione e si avvicina. Passiamo la parola a lui] Si parlava con Finaz di strumentazione e dell’approccio al nuovo disco…
Erriquez: Beh, il modus operandi è rimasto quello abituale: ci lasciamo andare a una ricerca di accordi, a un «la la la» che ci piace e, su quello, si innestano frasi che poi pian piano diventano, magicamente, testo; e la canzone nasce. Quello che è cambiato è l’approccio: cioè non comporre sapendo già cosa ci metterà il bassista, che ritmi aggiungerà Nuto con la batteria, ma spaziare di più, anche perché veniamo da una pausa prolungata in cui ognuno di noi ha provato strade diverse. Dopo diciannove anni di ‘apnea’ di Banda, questa volta il progetto è stato quello di scrivere canzoni che fossero belle anche non cantate da me, perché spesso i nostri pezzi ‘tornano’ solo se li canto io, altrimenti perdono significato. Stavolta credo siamo riusciti a creare delle canzoni più universali, e siamo curiosi di farle sentire al pubblico.

Erriquez (foto di Tiziano Gagliardi)
Erriquez (foto di Tiziano Gagliardi)

Si parlava anche del tuo passaggio all’ukulele, che vi serve ad ampliare lo spettro delle frequenze…
E.: Esatto, e serve anche a sudare di meno sul palco! [ride] Perché con l’acustica ho sempre fatto ritmiche molto convulse, mentre con l’ukulele le stesse risultano più dolci e morbide. A parte questo lo trovo uno strumento pieno di buonumore. Tra l’altro ukulele vuol dire ‘pulce che salta’ proprio per la sua brillantezza. Io mi ci perdo a farci da De André a Battisti ai Blur: qualunque cosa ci suoni viene benissimo; l’introduzione nella Banda è stata naturale. Molto più difficile è stato inserire il Theremin, suonarlo non è stato semplice…

Te ne sei occupato tu?
E.: Sì, alla fine ieri ce l’ho fatta, in modo decoroso: ho preso sei! [ride] Invece l’ukulele è come se ci fosse stato dall’inizio: è stato un passaggio naturale come ai tempi dell’introduzione del distorsore sull’acustica di Finaz, perché comunque abbiamo sempre suonato con la potenza di un gruppo rock pur essendo acustici.

Invece, sul piano dei testi, che tipo di atmosfera pensi abbia il disco nuovo? C’è qualcosa che lo caratterizza in particolare?
E.: In questo nuovo disco sono andato alla ricerca di parole perse. Sono andato a leggermi una quantità incredibile di interviste, aneddoti, aforismi e spunti di partenza che altrimenti andrebbero smarriti. Ci sono tante perle confinate in un’intervista, come quella in cui Georges Brassens ha detto: «Ma perché filosofeggiare quando si può cantare?» Una frase così appartiene agli dei e non è giusto che rimanga chiusa in un articolo; mi faccio un vanto di riproporla e di farla conoscere.

Nel disco precedente c’era un riferimento all’Italia come “Un paese cortigiano”, sempre in attesa dell’‘uomo forte’ e dell’imbonitore di turno. Come pensi sia la situazione attuale?
E.: Il ‘paese cortigiano’ è messo meno peggio, forse non meglio, ma meno peggio sì. C’è da curare ancora il berlusconismo. La cosa brutta di questi anni non è stata che un uomo abbia preso il potere e si sia salvato dalla galera, ma vedere quanta gente lo abbia seguito e si sia riconosciuta in un modo di fare, secondo cui se aggiri le regole sei un ‘ganzo’, come diciamo a Firenze. Il brutto è veder considerare la furbizia come se fosse il massimo dell’intelligenza. Oggi stiamo cercando di incollare i cocci in maniera degna. Si è visto che ci sono ancora briciole di democrazia e giustizia, dato che siamo riusciti a portare a compimento un processo a carico del Primo Ministro, cosa non scontata, anche se negli Stati Uniti non ci sarebbe stato proprio il bisogno di iniziare una trafila del genere. Il popolo italiano è in maggioranza bello: il problema è che siamo abituati a dar retta a chi urla di più o a giudicare dal sentito dire. Io voglio giudicare i fatti. Ad esempio ora abbiamo un nuovo Presidente del Consiglio e aspetto che faccia qualcosa per trarre delle conclusioni; non voglio giudicarlo perché mi sta simpatico/antipatico, perché è telegenico/bello o perché promette in modo credibile o è amico di qualcuno. Vorrei che il nostro paese diventasse più concreto e giudicasse i fatti. Siamo un paese ricchissimo, bellissimo e profondo, ma ci trattiamo male da soli.

Tornando alle parti vocali che state registrando di là, che mi dici della visita di Alessandra Contini?
E.: Per me è una delle più grandi cantanti italiane, perché difficilmente una persona canta una canzone ‘timbrandola’ come fa lei. Ha fatto i cori in quattro-cinque pezzi e duettato con me in un altro: con lei tutto è diventato Francia anni ’60, è stato un pomeriggio emozionantissimo, come cantare con Jane Birkin! Poi è una musicista completa, per cui ha proposto modifiche agli arrangiamenti; inoltre, essendo bassista, ha una visione della musica molto centrata. È stata una vera scoperta, per come è preparata e per le tante idee che ci ha dato.

E degli altri ospiti che mi dici? Finaz, prima, è stato scaramantico…
E.: Un po’ è scaramanzia e un po’ è che, finché non le fai le cose, non conviene sbilanciarsi. Magari l’idea è geniale, la persona si presta, ma il risultato non è come ti aspettavi. Comunque non è un disco da guest eclatanti, anche perché, sai, dopo aver avuto Bollani in tre dischi, Gazzè, Silvestri, Cisco e altri dei Modena City Ramblers, Tonino Carotone, insomma quello che, per noi, è il gotha della musica italiana, ci sentiamo soddisfatti da quel punto di vista. Ecco: ci manca forse Caparezza e avremmo chiuso in bellezza! Comunque questo è un disco in cui hanno lavorato tante persone carine e capaci, con grandissima dedizione, perciò siamo molto contenti!

Simone Maiolo

PUBBLICATO

Chitarra Acustica, 06/2014, pp. 24-29

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