mercoledì, 17 Agosto , 2022
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Sönke Meinen: Creare la propria voce rispettando la grande tradizione

Intervista – Sönke Meinen: Creare la propria ‘voce’ rispettando la grande tradizione

di MARCO ALDEROTTI

Dopo il successo del suo album di debutto Perpetuum Mobile, pubblicato nel 2016, Sönke Meinen si è guadagnato in breve tempo e meritatamente un’eccellente reputazione nella scena chitarristica internazionale, tanto da essere considerato da Tommy Emmanuel «uno dei chitarristi più creativi della scena odierna». Classe 1991, è cresciuto a Ihlowerfehn, piccolo villaggio alle porte di Aurich nella Frisia Orientale in Germania, e nel 2011 si è trasferito per motivi di studio a Dresda, dove tuttora vive. Il giovane Sönke ha approfondito gli studi classici con Thomas Fellow, Stefan Bormann e Reentko Dirks presso il College of Music di Dresda, dove ha iniziato a sua volta a insegnare nel 2019. Nel 2018 ha condiviso con il virtuoso violinista danese Bjarke Falgren un album di ottima fattura, Postcard to Self, nominato per ben due volte ai Danish Music Awards. E oggi ci regala il suo secondo album solista Spark, uscito il 28 gennaio, che lo vede al tempo stesso come compositore, interprete e produttore, e nel quale la musica si mostra in perfetta sintonia con il suo stile molto riconoscibile e dalla complessità fuori dal comune. Una persona squisita, semplice e disponibile, che desidero ringraziare per questa piacevole chiacchierata.

L’intervista

Ciao Sönke, è un piacere sentirti. In questi ultimi due anni la pandemia da CoViD-19 ha rivoluzionato il nostro modo di vivere e di vedere le cose. Come ti sei organizzato da questo punto di vista come musicista?

Ciao Marco, grazie mille per avermi cercato, è un piacere essere ospite della vostra rivista Chitarra Acustica. Hai ragione, gli ultimi due anni sono stati molto speciali, direi una grande sfida per l’umanità, che ha cambiato il nostro modo di vivere e di pensare. All’inizio mi è anche piaciuto poter essere un po’ meno impegnato, potermi concentrare sulla pratica musicale e avere più tempo per me stesso. Quando poi molti musicisti hanno iniziato a trasmettere in continuazione i propri video su Facebook e YouTube, ho iniziato a sentirmi a disagio e mi sono messo sotto pressione per tenere il passo e promuovere brani. Ma presto ho capito che sarebbe stato per me molto più salutare fare esattamente l’opposto: stare in disparte e lavorare alla scrittura di nuova musica. Impiegare il tempo a preparare progetti per dopo la pandemia mi ha in un certo senso tranquillizzato interiormente. Così ho portato a termine le mie ultime composizioni per il nuovo album Spark. E dopo la registrazione e produzione dell’intero disco, ho attivato il mio canale TrueFire dal titolo Acoustic Guitar Lab, di cui sono fiero e che da tempo era nelle mie intenzioni. Durante il lockdown ho imparato molto sulla realizzazione dei video e ho filmato più di 120 video didattici nel mio salotto, che ora sembra piuttosto uno studio cinematografico!

Ho appena ascoltato Spark, che trovo un progetto maturo, intimo e che rispecchia in pieno le tue potenzialità sullo strumento. Ci vuoi raccontare come è nato e a cosa ti sei ispirato?

Grazie per i tuoi complimenti! Sono molto felice che Spark sia finalmente terminato, dopo quattro anni di composizione, di esercitazione e di registrazione. Lo chiamo un autoritratto, perché per questo album ho fatto la maggior parte delle cose da solo: ho composto ed eseguito tutta la musica, a parte gli interventi dei miei meravigliosi musicisti ospiti, e prodotto l’album insieme a Mohi Buschendorf, il mio tecnico di registrazione. Per me questo è stato un passo importante, perché il mio primo album Perpetuum Mobile era stato realizzato mentre studiavo ancora al College of Music di Dresda: in quell’occasione avevo lavorato insieme a fantastici insegnanti, che mi hanno aiutato a sviluppare il mio stile personale e a ottenere buoni feedback su tutto ciò che avevo creato. Tutto questo è stato molto significativo in quel momento, ma con il tempo ho avvertito dentro di me la necessità di potercela fare anche da solo e quindi di realizzare un album che rappresentasse me stesso al cento per cento. Devo dire che ciò mi è sembrato quasi una seconda parte del mio percorso di studi, perché in questo modo ho imparato moltissimo e non posso che essere contento del risultato.

“Sparklemuffin” e “Safe Haven” sono i due primi singoli estratti dall’album, davvero belli e nei quali è da subito riconoscibile il tuo stile. Però, secondo il mio punto di vista, è la struttura dell’intero lavoro a farne un capolavoro, dove la chitarra è una regina assoluta dalle mille potenzialità.

Oh, grazie per le tue belle parole! L’obiettivo era realizzare un album che raccogliesse tutte le caratteristiche della mia musica ed esplorasse le possibilità del mio strumento. Quindi ho lavorato principalmente su grandi contrasti musicali, rendendo forse il disco non di facile ascolto. Ma Sparknon è solo un album, è anche il mio repertorio principale per i prossimi concerti dal vivo, per cui – anche se include molti generi diversi e molti stati d’animo diversi – tutti i pezzi sono stati scritti per essere eseguiti con un’unica chitarra. Ad ogni modo, devo anche ammettere che è stato difficile trovare la giusta sequenza dei brani e trasformare il lavoro in un album ricco di suspense, transizioni fluide e momenti inaspettati e sorprendenti.

Tornando indietro nel tempo, quando e come è iniziato in te l’interesse per la musica e, in particolare, per la chitarra?

Mio padre era un insegnante di musica e avevamo sempre degli strumenti musicali in casa. La chitarra è stato il primo strumento che ho potuto toccare e provare a suonare sin da piccolo, a differenza del pianoforte che trovavo enorme e scomodo. Quindi, scegliere la chitarra non è stata veramente una decisione consapevole, ma quasi obbligata, che mi ha conquistato giorno dopo giorno. Quando avevo sei anni, mio padre e un suo amico mi hanno portato a un concerto del cantautore e chitarrista tedesco Werner Lämmerhirt che, ricordo molto bene, mi conquistò per la grande musica che seppe regalare ai tanti spettatori. In casa, oltretutto, circolava un album di Leo Kottke che spesso ascoltavo in compagnia di mio padre. Ero tra l’altro un bambino molto curioso e volevo capire come suonare gli accordi e alcune piccole melodie, e mio padre inizialmente mi è stato molto d’aiuto insegnandomi le prime nozioni. Quando avevo otto anni, ho iniziato a prendere lezioni da un fantastico chitarrista di nome Emile Joseph, che insegnava alla scuola di musica locale, e ho continuato con lui fino all’età di sedici anni. L’ultima cosa che Emile ha fatto, prima di dover interrompere le lezioni  a causa di problemi di salute, è stata portarmi a un concerto di Tommy Emmanuel: sapeva che avrebbe cambiato la mia visione della chitarra e che mi avrebbe motivato a continuare a lavorare sulla mia musica. Sarò per sempre grato a Emile, perché senza di lui sicuramente avrei smesso di suonare e, di conseguenza, non sarei arrivato a oggi, che la musica e la chitarra sono diventate la mia vita quotidiana.

Spark vede la presenza di tre ospiti illustri come Antoine Boyer, Reentko Dirks e Bjarke Falgren, straordinari professionisti che già in passato hanno avuto modo di collaborare con te in progetti discografici e concerti. Che rapporti hai con loro?

Antoine, Reentko e Bjarke sono sicuramente tra i miei musicisti preferiti al mondo, dotati tutti e tre di uno stile molto personale. Reentko era il mio insegnante al College of Music di Dresda e da lui ho imparato tanto, soprattutto riguardo alla composizione e alla creatività in generale. Adesso è un mio grande amico, ci sentiamo spesso e a volte condividiamo il palco. Con Bjarke ho realizzato un disco in duo, Postcard to Self, e anche con lui ho un rapporto stupendo e di grande stima reciproca: è una persona meravigliosa, grande amico e incredibile musicista, dalla creatività spesso traboccante. In Spark ha suonato la viola e il violoncello oltre al violino, per cui le due composizioni che abbiamo inciso insieme sono per chitarra e archi, molto diverse in un certo senso dal nostro repertorio in duo. Antoine Boyer lo conosco dal 2016, quando siamo stati entrambi in finale in occasione dell’European Guitar Award: da subito è scattata in noi una grande stima reciproca e un’amicizia. Abbiamo anche condiviso il palco in Svizzera e, recentemente, l’ho invitato al Guitar Festival che organizzo a Freepsum nel Nord della Germania: è una persona meravigliosa e un genio della chitarra. Insomma, mi sento molto onorato di averli tutti e tre nel mio album!

I tuoi studi sono di tipo classico, anche se nella tua musica percepisco influenze jazzistiche e acustiche, nel senso delle tecniche legate al fingerstyle contemporaneo, con armonici, percussioni e via dicendo, oggi molto in voga grazie soprattutto a Tommy Emmanuel. Da insegnante, come vedi il futuro della chitarra in generale e del fingerstyle in particolare?

Lo sviluppo della chitarra è un argomento che amo trattare, visto tutto quello che è avvenuto negli ultimi decenni. Solo fino a circa cinquant’anni fa, i confini tra i generi erano molto netti: oltre alla scena della chitarra classica, al mondo del flamenco e della chitarra jazz, c’era il blues, l’American fingerstyle nella tradizione di Chet Atkins e Merle Travis, la scena britannica che ha avuto una maggiore influenza dalla musica folk. Poi, a mano a mano, i generi hanno iniziato a diffondersi in tutto il mondo e, successivamente, i musicisti si sono appropriati di varie influenze creando a loro volta nuovi generi e modi di suonare unici. Questo è ciò che amo della chitarra: puoi suonarla in talmente tanti modi, prendendo ingredienti da diversi stili e tradizioni. E direi che il mio modo di comporre è molto classico e tradizionale, ma uso anche armonie e ritmi jazz, folk e di altri mondi musicali. Inoltre, il lato tecnico del mio modo di suonare è molto moderno e fortemente influenzato dai musicisti fingerstyle, in particolare da coloro che hanno il mio stesso approccio riguardo alla composizione. Vedere i musicisti creare la propria ‘voce’ sulla chitarra, rispettando la grande tradizione dello strumento, mi dà molta speranza per il futuro. Per me questa è la strada da percorrere.

Personalmente ti seguo da diversi anni, da quando – navigando tra i vari social – ho visto il video di “Perpetuum Mobile”. La tua musica mi fa muovere e, nello stesso tempo, mi crea dipendenza, grazie anche ai complessi e incredibili arrangiamenti che sorreggono qualsiasi tuo brano…

Per me la cosa importante è che la buona musica per chitarra non deve essere difficile da suonare e – se cosi fosse – dovrebbe esserlo solo per il bene della composizione. Deve essere comunque un buon brano musicale, se si eliminano tutti gli espedienti tecnici. Oggi possiamo vedere molti musicisti, su YouTube, che suonano musica incredibilmente complicata, inglobando troppe tecniche in una sola canzone. E questo è effettivamente ‘impressionante’ e fa sembrare bello un pezzo in un video, ma non ‘emoziona’ necessariamente l’ascoltatore. Il motivo principale per cui alcuni dei miei arrangiamenti sono ancora difficili da suonare potrebbe essere il fatto che mi piace comporre senza la chitarra. Scrivo spartiti sul mio portatile o compongo al pianoforte, per non limitarmi troppo. E non è sempre semplice trasportare la musica sulla chitarra: spesso devo ricorrere a soluzioni tecniche innovative, con diteggiature particolari e impegnative. Ma tutto sommato mi piace cosi e lo trovo un modo per me naturale e creativo.

Ci puoi descrivere che tipo di strumentazione stai usando e se ci sono novità rispetto al passato?

Cerco di mantenere la mia configurazione semplice e, rispetto al passato, non è cambiato molto. Nei concerti dal vivo uso la mia chitarra Kobler Nylon Crossover costruita da Christina Kobler in persona, una liutaia austriaca molto brava, che da anni realizza per me strumenti fantastici. La chitarra ha due pickup al suo interno, un Fishman piezo e un microfono L.R. Baggs. Poi c’è il mio amplificatore Acus, di cui sono estremamente soddisfatto ed endorser già da tempo, più una piccola pedaliera con equalizzatore, riverbero e accordatore: non sono un fan di grandi quantità di effetti diversi e mi piace mantenere il suono ‘reale’ e quanto più naturale possibile. Aggiungo solo un po’ di bassi e rimuovo i medio-alti e le alte frequenze del mio pickup piezo; ovviamente è una questione di gusti, ma questo per me è il suono che mi ispira di più. In studio uso anche chitarre steel-string e per l’album Spark ne ho presa in prestito una, anch’essa dal laboratorio di Christina Kobler. A volte vorrei usarne anche sul palco, ma preferisco viaggiare leggero considerando che spesso uso il treno per i vari spostamenti, per cui una chitarra e una valigia restano la scelta vincente.

Che tipo di accordature usi e con quale ti senti più a tuo agio?

Con il tempo ho sperimentato vari tipi di accordature, fino a scegliere quelle che per la mia musica risultavano più comode. Nell’album Perpetuum Mobile la maggior parte dei brani sono in Drop D. Quando invece ho iniziato a comporre musica per il duo con Bjarke Falgren, ho scoperto che la chitarra e il violino funzionano bene insieme in particolare se la chitarra è accordata parzialmente per quinte. Così ho accordato la corda del Mi basso in Do e la corda del La in Sol: in questo modo le tre corde basse della mia chitarra sono accordate alla stessa maniera di un violoncello. Nell’albumPostcard to Self, la metà dei brani sfrutta l’accordatura in Drop D e l’altra metà proprio quest’ultima: CGDGBE. Le mie nuove composizioni sfruttano questa nuova accordatura e, ad oggi, è quella che mi fa sentire particolarmente a mio agio. Su Spark, undici brani su quattordici sono nell’accordatura CGDGBE e ti assicuro che è molto versatile e divertente: dovresti provarla!

Siamo giunti al termine, per cui non mi resta che ringraziarti a nome di tutti i lettori di Chitarra Acustica, sperando di vederti quanto prima in concerto qui in Italia. A presto Sönke!

Grazie mille, Marco, per la bellissima chiacchierata. Ringrazio te, tutta la redazione e i lettori di Chitarra Acustica, nella speranza di vederci presto in qualche importante festival italiano e conoscerci personalmente.

 

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