Ferentino Acustica 2016 – Il French picking di François Sciortino

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(di Andrea Carpi / foto di Maurizio Maul) – «Una delle cose che mi piacciono di più nella vita – ci sono tantissime cose che mi piacciono nella vita – è scrivere musica. Infatti scrivere musica per me è una medicina, una terapia. La cosa strana è che, anche quando mi sento ‘abbattuto’, scrivo brani pieni di speranza. E questo è un brano un po’ così, si chiama “Un coin de ciel bleu” [‘un angolo di cielo blu’]: l’idea è che anche quando il cielo è nero, c’è sempre una parte dove il cielo è blu». Così si è presentato François Sciortino al pubblico di Ferentino, nel suo italiano leggermente stentato ma comunicativo, memore delle sue origini siciliane e delle sue frequenti incursioni nei luoghi della chitarra acustica in Italia. Ed è una presentazione che ben descrive la sua personalità, il carattere simpatico e la musicalità solare. Solare com’era solare il picking nashvilliano del suo primo ispiratore Marcel Dadi, ma non solo. Un motivo ricorrente negli eredi francesi di Dadi, da Gérard Toubiana a Patrice Jania, da Christian Laborde a Michel Haumont, è stato il progressivo allargamento del picking tradizionale ‘à la Dadi’ verso forme di fingerstyle più europee e ‘classiche’. Questo è particolarmente vero per Sciortino che, come ci racconta nell’intervista che segue, si è diplomato in chitarra classica in un conservatorio municipale in Francia, dove ha sviluppato uno spirito musicale aperto e dove attualmente insegna. Ne è scaturito un picking molto nitido e preciso, alimentato da una felice fantasia compositiva e da una ricca sensibilità armonica.

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François, abbiamo recensito alcuni tuoi dischi e commentato la tua partecipazione a diversi festival qui in Italia, ma questa è la tua prima intervista su Chitarra Acustica: vogliamo ripartire dall’inizio e parlare delle tue origini italiane?
Sai, io scrivevo musica già da parecchio tempo e un giorno ho composto un pezzo, del quale mia madre – quando gliel’ho suonato – ha detto che un passaggio coincideva nota per nota con la melodia di una canzone calabrese: si trattava di “Calabrisella”, una canzone che probabilmente avevo sentito da piccolo, ma che avevo dimenticato. Quel pezzo poi l’ho inciso nel mio album Chez François del 2007, appunto con il titolo “Calabrisella”! I miei genitori sono emigrati in Francia dalla Sicilia negli anni ’60, nella regione parigina, e io sono nato lì. Quindi sentivo della musica italiana a casa, ma non mi interessava. Ed è componendo della musica che mi son reso conto che quella cultura italiana era comunque radicata in me, in particolare per quanto riguarda il senso della melodia: a me piace la musica melodica, amo la canzone, amo le melodie che si possono fischiettare, che si possono ricordare. Tutto questo insomma fa parte della mia eredità culturale.

Puoi raccontarci anche dei tuoi inizi con la chitarra elettrica? Qualche anno fa hai postato su SoundCloud “The Creepers impro”, una registrazione del 1990…
In effetti ho cominciato a suonare la chitarra un po’ per caso… Con un amico, ci annoiavamo e un bel giorno ci siamo detti: «Sai cos’è, facciamo un gruppo, io suono la chitarra, tu la batteria!» E per cominciare ho trovato una chitarra classica economica, per esercitarmi. Successivamente ho comprato una chitarra elettrica, e con The Creepers – questo era il nome del gruppo – facevamo del rock, del blues, del folk. Quindi all’inizio ho suonato molto l’elettrica con il plettro, mi piaceva molto, in particolare mi piaceva il blues. Poi un giorno un mio amico mi ha fatto scoprire Marcel Dadi, in particolare il suo album La guitare à Dadi – vol. 1, e questo mi ha orientato di più sulla chitarra acustica. Ma ho continuato a suonare anche l’elettrica…

Il primo disco di Dadi era del 1973…
Be’, io sono nato nel 1972… ma quando l’ho scoperto avevo sedici anni. Non l’ho mai incontrato veramente, ma la scoperta della sua musica è stata la cosa che mi ha fatto dire: «Ecco, è questo che ho voglia di fare, prendere la chitarra e poter suonare dei brani da solo, con i bassi, la melodia e l’accompagnamento!»

Quando suonavi l’elettrica, eri un autodidatta?
Ho preso qualche lezione di chitarra elettrica, c’è un amico che mi ha insegnato i primi accordi, le scale, le scale pentatoniche per fare gli assoli blues. Erano dei corsi collettivi, tenuti da associazioni. Poi ho comprato molti libri, ho lavorato molto sul blues, sull’improvvisazione blues: Stevie Ray Vaughan, Eric Clapton, Muddy Waters. Quindi Santana, la musica funky. Amavo molto anche Brian Setzer degli Stray Cats. Tutto questo è stato molto importante per me, ma ad un certo punto ho virato più verso la chitarra acustica. Anche se tutt’oggi continuo a suonare un po’ la chitarra elettrica, per delle registrazioni, delle collaborazioni.

sciortino-2E qual è stata allora l’influenza, l’eredità che Dadi ha lasciato in te e in generale nella cultura musicale francese?
Marcel Dadi è stato uno dei primi a realizzare dei metodi con le tablature. Il suo primo disco e il suo primo metodo [La méthode de guitare à Dadi, 1974] hanno avuto un grande successo tra i chitarristi, perché lui è stato il primo musicista a proporre delle trascrizioni di musiche che non erano classiche, che non prevedevano un apprendimento classico attraverso lo studio del solfeggio, che ti permettevano di imparare dei pezzi senza conoscere le note, ma soltanto un po’ il ritmo. E in Francia è stato importantisimo per molti chitarristi, ha rappresentato per loro l’elemento catalizzatore che ha fatto scoccare la scintilla. Anche se molti poi non hanno continuato a suonare il fingerpicking, li ha comunque messi in condizione di lanciarsi nella pratica della chitarra. Quando se n’è andato, è stata una grande perdita, perché era proprio un leader, un personaggio carismatico. Anch’io, attraverso i suoi metodi, ho imparato tantissimo, ho scoperto tutta la scuola americana, Chet Atkins, Merle Travis, Jerry Reed e tutto il resto. Insomma ha costruito il mio bagaglio musicale.

Poi, a un certo punto, ti sei anche appassionato per la musica sudamericana…
Sì, amavo molto la bossa nova, i suoi accordi jazzistici, e sono entrato al conservatorio per studiare un po’ di musica brasiliana. Poi in realtà ho seguìto tutto il percorso classico, Tárrega, Sor… E anche questo mi è servito molto dal punto di vista della tecnica, della precisione del suono.

Puoi raccontarci un po’ come funzionano i conservatòri di musica in Francia, che genere di studi si fanno, se l’orientamento è solo classico?
Il conservatorio dove ho studiato e dove attualmente insegno, il conservatorio municipale ‘Gaston Litaize’ di Montereau-Fault-Yonne, è oggi molto aperto…

Era già così quando ci sei entrato?
No, all’inizio era molto classico. Parliamo di parecchio tempo fa: io ho cominciato a suonare la chitarra a sedici anni e a diciotto sono entrato al conservatorio; poi a vent’anni ho cominciato a tenere dei corsi. In effetti sono stato molto veloce, ho studiato molto: ogni anno passavo due esami e ho fatto quattro anni di corso in due anni. E ora, come ti dicevo, il conservatorio è molto aperto: io insegno chitarra acustica e chitarra elettrica. Per quanto riguarda la chitarra acustica si può affrontare qualsiasi cosa, l’accompagnamento, il blues, un po’ di jazz, dipende anche dagli studenti. E poi gli studenti li faccio molto lavorare in gruppo. Ci sono dei corsi che conducono a un diploma e dei corsi più liberi.

Hai pubblicato il metodo Les secrets du picking come numero speciale [dicembre 2009-gennaio 2010] della rivista Guitarist Acoustic, per la quale curi da dieci anni una rubrica tecnica, e hai realizzato il DVD From Rag to Blues per Acoustic Music Records [2011]: quali sono le tue idee sulla didattica della chitarra acustica?
Attraverso la mia rubrica e la mia musica cerco di dare innanzitutto un’apertura. Cioè lo studente che desidera suonare la chitarra deve potersi interessare a tutti gli stili e cercare di imparare tutti i generi musicali. Anche se non amerà tutto allo stesso modo, anche se a un certo punto si specializzerà, dovrà coltivare un’apertura mentale. Perché le persone hanno spesso di me un’immagine legata al picking, a Marcel Dadi, ma il mio mondo è più ampio. Perciò la cosa più importante nell’insegnamento per me è l’apertura.

sciortino-1Hai inciso nove album, e in questi album praticamente tutti i brani sono delle composizioni originali. In particolare, un tuo disco del 2009 per la Acoustic Music Records s’intitola French Guitar: che idea hai di questa definizione di ‘chitarra francese’ e della sua storia? Perché, in effetti, i chitarristi francesi che sono venuti dopo Dadi sono partiti dal picking, ma in seguito lo hanno mescolato con altri elementi…
Sì, certo, è stata soprattutto una questione legata all’armonia. Se prendi la tecnica del picking, consiste fondamentalmente nel suonare i bassi e la melodia contemporaneamente, ma in effetti… puoi benissimo avere una mano destra americana e una mano sinistra francese, con delle armonie che suonano molto francesi! Amo molto i pezzi che suonano molto francesi, come “Paris” da Songs for the Moon [2011], come i valzer in stile valse musette, che poi sono molto vicini alla musica italiana dal punto di vista melodico [suona un nuovo brano dal suo prossimo disco, molto rappresentativo di questo discorso].

D’altra parte Marcel Dadi ha portato con sé il country nashvilliano, che in qualche misura si avvicinava agli standard del jazz, e la Francia aveva conosciuto un jazz autoctono come la musica di Django accanto alla chanson française, con la sua particolare ricchezza. C’è tutto questo nel French picking…
Sì, esattamente. Una definizione che a me piace del French picking è quella di uno stile che utilizza la tecnica americana, ma a livello delle armonie cerca delle caratteristiche più ‘europee’. E allora a un certo punto tutto si mescola, comprese le mie influenze italiane. I miei pezzi potrebbero essere delle canzoni, si potrebbero cantare. È così che intendo la composizione, in senso melodico. Non punto molto sulla tecnica, sulle nuove tecniche percussive, preferisco fare cose per così dire ‘all’antica’…

Com’è oggi la scena del picking in Francia?
Ci sono chitarristi bravi, ci sono molte associazioni che organizzano concerti un po’ come in Italia, ma non si può dire che la scena del picking si stia molto sviluppando. Penso che la sua ‘età d’oro’ sia terminata, da quando il suo leader non c’è più. Si vedono sempre gli stessi nomi da vent’anni. Ma ci sono comunque molti chitarristi bravi in Francia, ci sono molti chitarristi di jazz elettrico che sono bravissimi. Credo che la Francia, in ambito chitarristico, oggi sia rappresentata di più nel campo del jazz, dove ha raggiunto una sua autonomia espressiva.

Pierre Bensusan invece ha seguìto tutto un altro percorso.
Sì, lui proviene dalla scuola di John Renbourn, del folk britannico, e poi con il suo uso dell’accordatura DADGAD ha creato uno stile molto più personale. Lui appartiene a un altro universo.

Però c’erano anche i chitarristi del folk rock francese degli anni ’70, che suonavano con Alan Stivell e con i Malicorne: Dan Ar Braz e Gabriel Yacoub…
Sì, sopravvive anche una scuola di chitarristi celtici in Bretagna, ce ne sono ancora molti, tra cui in particolare Soïg Sibéril. Ma sono piuttosto confinati in Bretagna: suonano la loro musica a casa loro, sono un altro universo ancora.

A proposito di DADGAD e accordature alternative, tu sembri non farne uso, a parte il drop D. Però ho visto che usi parecchio un capotasto parziale: ce ne puoi parlare?
Sì, uso da diversi anni un partial capo che tiene premute tre corde. Inserito da sotto, preme la seconda, terza e quarta corda, e sistemato al secondo tasto produce ‘a vuoto’ un’accordatura EAEAC#E, che è un accordo di LA, cioè come un’accordatura aperta di LA. Però, se esegui un barré, torna come un’accordatura standard. Invece, se inserisci il capo da sopra, vengono premute la quinta, quarta e terza corda. Con il capo al secondo tasto ottieni EBEABE, cioè un accordo di Misus4: in pratica un’accordatura DADGAD un tono sopra. Poi uso altre posizioni, per esempio con il capo inserito da sopra al quarto tasto, dove ottengo EC#F#BBE: è una posizione interessante, perché ho due Si a vuoto, e se premo la sesta corda al settimo tasto ho tre Si [come un accordo di SIsus2(4) – ndr]. Partendo da questa sonorità posso scrivere un pezzo. Insomma, sistemo il capotasto in una posizione e cerco degli accordi che suonano bene. In un pezzo per esempio abbasso la sesta corda in Re e sistemo il capo da sotto al settimo tasto. Lavoro così, ricercando delle sonorità in questo modo. Non uso le accordature alternative, a parte la sesta corda abbassata in Re. Solo in un pezzo del mio ultimo album Life Is Good, “French Kiss from Paris”, ho abbassato la sesta corda in Do e la quinta in Sol. Ma non lo suono mai dal vivo, perché non amo molto cambiare accordatura sul palco, soprattutto per arrivare così in basso. Due giorni fa invece mi è venuta un’idea di un pezzo abbassando la sesta corda in Re e la quinta in Sol. Ecco, faccio questi esperimenti, ma non vado oltre…

Parliamo anche delle tue collaborazioni: ho letto che lavori con dei cantanti come chitarrista e arrangiatore. Cosa significano queste collaborazioni per un chitarrista solista?
Quando suoni con un cantante, quando accompagni un cantante, non sei più tu il solista. Di conseguenza ti metti al servizio della canzone: è un altro lavoro ed è un lavoro interessante, perché devi trovare l’idea di arrangiamento che funziona per quella canzone. Ho registrato recentemente un paio di dischi con un mio amico cantautore di origine algerina, Mébrouk [Sentinelle, 2008, e Si on recommençait, 2014], e ho cercato veramente di mettermi al servizio delle sue canzoni.

Si tratta di album acustici?
No, c’è la base con basso e batteria…

sciortino_1132769627286761708_oE ti occupi anche di questa parte dell’arrangiamento?
Dipende, porto le mie idee, ma comunque suono tutte le chitarre…

Anche l’elettrica?
Sì, be’, attualmente sto registrando un album con un gruppo orientato verso il funky, e allora lì suono soprattutto l’elettrica…

Con il plettro?
Sì, con il plettro. E, vedi, delle volte è necessario suonare semplicemente la stessa ritmica regolare per cinque minuti, se è quello che serve. Ed è un buon esercizio, perché bisogna imparare a saper stare dietro, a dirsi: «Non sono io che devo stare in primo piano, devo trovare qualcosa che valorizzi il brano». È un bel lavoro.

Aiuta anche per la composizione.
Esatto, in effetti tutto aiuta per la composizione, tutte le esperienze che puoi avere servono. Per esempio ho fatto anche un duo con Andrea Valeri nel brano “La lettera” dal suo album Race Around the World [2014]. E anche lì l’approccio è diverso, devi fare solo quello che serve al servizio del brano.

Mi ha colpito anche un tuo arrangiamento di “Little Wing” di Jimi Hendrix che hai postato recentemente su Facebook, perché attraverso un’interpretazione pulita e sobria riesci a mettere in risalto certe sottigliezze melodiche e armoniche del brano, al di là della ‘dionisiaca’ espressività della versione originale.
Sì, ognuno può prendere un brano e dargli un colore diverso, guardarlo da un angolo diverso. È proprio così facendo che ti rendi conto che si tratta di un bel pezzo. Io non suono come Jimi Hendrix, perché non sono Hendrix e perché non so farlo, ma amo questo pezzo e lo suono a modo mio, con la mia tecnica, con la mia sensibilità.

Di solito però nei tuoi dischi non proponi delle cover…
No, ne faccio molto poche. In Songs for the Moon ho fatto una cover di Edith Piaf, “L’hymne à l’amour”. In Chez François avevo inserito “Valse chinoise”, che è una valse musette tradizionale, e un arrangiamento un po’ jazzistico di “Oh Susanna”, ispirato alla versione di James Taylor. Ma suono soprattutto le mie composizioni, amo comporre. Inciderò un nuovo album quest’anno con quindici nuovi brani originali.

Per concludere, parliamo un po’ della tua strumentazione.
Ho da quattordici anni questa chitarra costruita da un liutaio francese che si chiama Alain Quéguiner, è una Orchestra Model che mi ha seguito sempre. Poi ho una 000 con l’attacco del manico al dodicesimo tasto, costruita da Thomas Féjoz e con cui ho registrato Songs for the Moon e Life Is Good. Queste sono le mie due chitarre principali, ma poi mi piace sempre che arrivino nuovi strumenti da provare, perché possono essere un motivo di ispirazione. A volte ci sono degli strumenti che suonano meno bene, ma che sono più facili da suonare. Si è sempre un po’ alla ricerca della chitarra perfetta.

E per l’amplificazione?
Anche in questo caso ho provato molte cose. Sulla Quéguiner ho un LR Baggs che ha vent’anni, con un piezo e un microfonino. Recentemente ho provato un sistema Perlucens di Roberto Fontanot che mi è piaciuto molto, e credo che lo installerò su una delle mie chitarre. Comunque i pickup sono a volte imprevedibili, possono suonare bene una sera con un impianto di amplificazione, poi la sera successiva in un altro posto non andare altrettanto bene.

Non usi un preamplificatore?
Sì, ho un piccolo preampli per l’equalizzazione, ma cerco di usarlo il meno possibile. Aggiungo solo un po’ di riverbero. Secondo me, più effetti ci sono, più possono nascere dei problemi

E in studio?
Per registrare uso i microfoni, ho due classici Neumann KM 184 che vanno benissimo. Per i miei due ultimi album ho fatto le riprese sonore in casa, poi sono andato in un studio per il missaggio e il mastering. Forse per il mio nuovo disco, che sarà il decimo, vorrò fare qualcosa di un po’ speciale: vorrò avere un suono un po’ diverso, se possibile più ‘professionale’ ancora, e andrò a registrare direttamente in studio.

Andrea Carpi

 

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