Steve Earle: Voci dalla miniera

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Voci dalla miniera

Steve Earle

sul suo nuovo album Ghosts of West Virginia , l’America e i maestri

di Irene Sparacello

Steve Earle è appena uscito con un grandissimo album. Non sappiamo se il migliore, ma i paragoni poco importano, dal momento che è caratterizzato da una forza unica e fresca. Dal suo esordio nel 1986, questo è il suo ventesimo disco in studio. La sua voce è più graffiante e preoccupata, ma è più chiara che mai. Chiede di parlarti anche se stai dalla parte opposta della barricata, perché siamo grandi ed è arrivato il tempo di capire ciò che davvero conta. Vuole raccontare in tutti i modi in cui è capace e vuole essere la voce di chi voce non ne ha più, attraverso la storia molto americana di un incidente nella miniera di carbone Upper Big Branch, uno scoppio che il 5 aprile di dieci anni fa uccise ventinove uomini. Da diversi anni Earle scrive per il teatro e Ghosts of West Virginia è stato composto per l’opera teatrale Coal Country di Jessica Blank ed Erik Jensen, che ha fatto appena in tempo a debuttare a New York prima che tutto si fermasse a causa del Coronavirus.

Le canzoni, che rendono una fortissima testimonianza dell’accaduto, sono state definite da Earle stesso, sul palco newyorkese dove cantava muovendosi tra gli attori, «un coro greco con chitarra». Si tratta a tutti gli effetti di una tragedia ellenica, nata dagli incontri che il nostro barbutissimo cantastorie ha voluto realizzare con i minatori sopravvissuti all’esplosione e con le famiglie delle vittime, e messa in scena tra l’abisso oscuro del diavolo che ha infilato il carbone sottoterra e l’elevazione delle preghiere di chi ama, attende e spera.

Accompagnato dalla sua fedelissima band The Dukes, in Ghosts of West Virginia Steve presenta dieci tracce tra ballate, rock, bluegrass e Woody Guthrie. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente presso la sua provvisoria dimora nel Tennessee, per avere la piacevole conferma che è un amabile chiacchierone e che è impensabile conversare con lui del suo lavoro senza parlare di tutto il resto che succede e che è successo nel mondo da cent’anni a questa parte.

NEW YORK, NY – December 14, 2019 – Steve Earle and the Dukes, Electric Lady Studios.

 

Prima di tutto una domanda non di cortesia, perché in questo periodo, se si chiede a qualcuno ‘come stai’, lo si chiede davvero.

«Sto bene, non sono malato, ma penso di averlo probabilmente già preso. Sai com’è, vivo per lo più a New York, anche se adesso mi trovo in Tennessee da due mesi ed erano vent’anni che non passavo così tanto tempo in questa casa. Avrei dovuto fare una tournée quest’estate. Negli ultimi due anni ho fatto così: nove mesi a New York e il resto dell’anno in giro in tournée; inoltre mi sono occupato in gran parte di scrivere musica per il teatro. L’emergenza è partita mentre stavo lavorando nel musical Coal Country di Jessica Blank ed Erik Jensen, per il quale ho scritto le musiche e nel quale avrei dovuto recitare. Ma poi è esplosa questa cosa del virus e hanno chiuso tutto, così ho preso il mio aereo per il Tennessee e da qui non mi sono più mosso. Proprio stanotte avrei dovuto trovarmi a Dallas, il tour sarebbe dovuto partire la scorsa notte, il 26 maggio, a Oklahoma City.»

 

Che mondo pensi ritroveremo dopo il COVID-19, da dove riprenderemo il filo?

«C’è qualcuno che va dicendo che è arrivata la fine del mondo, ma io non ci credo. Penso che la gente sia molto più gentile con gli altri in questo frangente; e ci sono persone che si approfitteranno in qualche modo della situazione, questo succede sempre. Ma sono fiducioso che per l’estate le cose andranno meglio. Certodobbiamo essere pronti. Speriamo che il prossimo virus non venga ignorato. La causa di tutto questo è che nessuno gli ha dato veramente importanza, nonostante ci fossero delle avvisaglie. Al momento, ciò che stiamo tutti soffrendo è l’isolamento, perché il modo in cui normalmente gli esseri umani si comportano è unirsi in gruppo per fare qualcosa. Probabilmente, una delle cose più difficili è imparare a star soli. Non è nella nostra natura. Ma l’idea che le città saranno distrutte… naaah! Si diceva la stessa cosa dopo l’11 settembre, si diceva che era la fine di New York… Certo, bisogna inventarsi qualcosa. Parlo per coloro che dipendono dalla cultura, come me. Le chiamano ‘le discipline dell’artista’, per una ragione: devi trovare il modo di farle funzionare! Io mi sono trasferito apposta a New York quindici anni fa, perché avevo bisogno di un input. Volevo fare musica per il teatro e trasferirmi a New York è stata la soluzione. Là succede tanto, tutto. Hai l’input anche semplicemente camminando per la strada, come solo a New York puoi fare: là puoi camminare, mentre la maggior parte degli americani – altrove – non si rende conto che comunque passa la maggior parte del suo tempo in isolamento, girando in auto. Io vivo al [Greenwich] Village: conosco tutti, è un quartiere fantastico, il massimo per passeggiare. Ecco, ora questo mi manca molto. Dunque l’isolamento lo sto sentendo anche da questo punto di vista.»

 

Ritieni possibile che possa nascere una nuova sensibilità politica ed ecologica da questa situazione?

«Vedi, la mia politica è cambiata. Sono uno della sinistra hard-core, ma devo essere anche realista riguardo alfatto che vivo in un paese di centro-destra. Qui negli States abbiamo iniziato a praticare una forma di socialismo negli anni ’30, durante la Grande Depressione col New Deal. Ma questo è un paese di destra: è sempre stato così e probabilmente sarà sempre così. Non ho mai pensato di poterlo davvero cambiare, le buone idee hanno bisogno del loro tempo. Ma posso cambiare il modo in cui percepisco le cose. La questione smette di essere politica quando la domanda è: come do da mangiare alla mia famiglia? La maggior parte delle persone non sta seduta ad un caffè a parlare di politica. E poi ci sono le questioni ambientali, le cui risposte sono sempre più difficili di quanto la gente non dia a credere. Alcuni miei amici pensano addirittura che con questo disco io voglia sostenere le miniere di carbone, che recano molto danno all’ambiente:certamente, riconosco questo pericolo e non ho cambiato idea, ma la produzione del carbone si fermerà solo quando l’industria metallurgica o quella elettrica non ne avranno più bisogno, e non per una decisione politica. Finché c’è un mercato, la questione ecologica non ha potere né influenza.»

 

Mi sembra evidente, però, che il tuo disco non metta in contrapposizione destra e sinistra, non parli in termini dualistici, che è il terreno sul quale noi esseri umani tendiamo a incontrarci e scontrarciabitualmente, ma che punti piuttosto sul dialogo.

«Esattamente: in gran parte, la motivazione di questo disco è quella di parlare alla gente del West Virginia che non ha votato come me. Non hanno votato come me, ma restano comunque delle persone. Con questo disco ho cercato di iniziare il dialogo di cui tutti abbiamo bisogno. Gli intellettuali come me pensano di lottare per la classe operaia ma, in realtà, ne sono distanti e hanno dimenticato che cosa sia. Non è difficile capire perché in West Virginia le persone abbiamo votato per Donald Trump: questo non ha niente a che vedere con la destra o con la sinistra. Ha a che vedere con il fatto che Hillary Clinton, durante la sua campagna, è andata là a dire: “Farò chiudere le miniere di carbone!” Otto giorni dopo Donald Trump è andato là a dire: “Terrò aperte le miniere di carbone!” Per chi credi che abbiano votato?

Il fatto è che entrambi stavano mentendo, perché nessuno dei due aveva il potere di fare né l’una, né l’altra cosa. Quasi tutti là lavorano con il carbone perché non ci sono molte alternative, e anche se le macchine hanno soppiantato l’uomo per gran parte del lavoro, il carbone e quelli che lavorano con il carbone rimangono un punto di riferimento per quella gente.

Gli intellettuali dovrebbero capire che la gente in West Virginia, o nel mezzo del nulla in Michigan, fa dei lavori che noi non facciamo più. Finché non si ragiona in questi termini, il divario e le distanze si faranno sempre più grandi. E i potenti contano su questo per approfittarne e capitalizzare, perché vogliono tenerci divisi. Il mio disco vuole essere un inizio di dialogo. Ma è un processo lungo. Questo non è il gioco della dama, è il gioco degli scacchi. Per ciò che ho potuto sperimentare nella vita, capisco che il cambiamento è difficile e impiega moltissimo tempo per realizzarsi.

Non è teoria politica. Se dobbiamo parlare di teoria politica, potrei dire che il capitalismo è fondamentalmente oppressivo perché si basa sulla sottomissione dei lavoratori; ma il punto è che questo non significa un cazzo per la gente in West Virginia, dove la questione è: lavorare o non lavorare. Ciò non vuol dire che quella teoria non significhi niente per me. Ma io ho girato il mondo, mentre loro hanno passato la maggior parte della loro vita nel ridotto perimetro intorno al posto in cui sono nati. Io sono stato fortunato, ho avuto molto più di tanti altri, e viaggiare mi ha permesso di avere una visione più ampia del mondo. Queste persone hanno una visione più ristretta… ma perché non dovrebbero averla? Non hanno avuto i vantaggi che ho avuto io.

Pensa che là i minatori non hanno più nemmeno i sindacati. Sono rimasto abbastanza impressionato quando sono stato in Italia, perché un giorno sono andato alla stazione e il mio treno era stato soppresso per via di uno sciopero. La gente sembrava molto nervosa, ma io ammiravo il fatto che i sindacati avessero il potere di promuoverlo, anche se poi magari è durato solo due ore. Mi sono quasi divertito, perché negli Stati Uniti hanno sempre ostacolato i sindacati fin dalla loro nascita. Sopravvivevano nelle montagne del West Virginia, ma ora non ci sono più nemmeno là. La miniera Upper Big Branch, di cui parlo nel disco, è la prima miniera senza sindacato tra quelle montagne.»

Il 2020 è l’anno delle elezioni presidenziali e non posso, a questo punto, non chiederti una previsione.

«Voglio votare per Biden e penso che vincerà. Nel ciclo delle primarie per le passate elezioni ho sostenuto Bernie Sanders, ma poi lui non ha ottenuto la nomination, perciò alla fine ho votato per Hillary. Anche quest’anno hanno suonato le mie canzoni ai raduni per Sanders. Pensavo davvero che avesse delle possibilità: si era aperta una finestra, ma si è anche chiusa in fretta. Nonostante io pensi che Trump non vada sottovalutato, credo che Biden abbia più possibilità di vincere rispetto a quelle che poteva avere Sanders, semplicemente perché l’elettorato afroamericano non si fida troppo di lui. Lui non ha colpe, ma è rimasto ancorato alla teoria secondo cui ‘non è una questione di razza, ma di classe sociale’, teoria che lo ha reso perdente, perché questo è vero soltanto se sei bianco.»

 

Torniamo al disco. In “It’s About Blood” fai l’elenco dei nomi di coloro che hanno perso la vita nell’incidente della miniera Upper Big Branch. Non si percepisce solo come un atto di rispetto, ma come volontà di far capire all’ascoltatore che quel fatto è davvero successo e che quelle persone sono davvero esistite.

«Sì, è così! La canzone vuole proprio ottenere quello scopo. Anni fa sono andato a visitare il Vietnam Veterans Memorial a Washington e, nonostante sapessi benissimo che c’erano incisi tutti quei nomi sul muro, quando sono stato abbastanza vicino da leggere il primo nome ho avuto una sensazione molto forte: improvvisamente quei 58.000 nomi mi sono esplosi negli occhi, mi hanno travolto. Ho dovuto fermarmi mentre tutta la gente mi passava davanti. Mi ci è voluto qualche minuto per riavermi. Così ho pensato che nominare uno per uno i ventinove uomini pubblicamente, in una canzone, fosse la cosa giusta da fare. Mi è venuto in mente durante le prove dello spettacolo e sono contento di aver avuto questa idea.»

 

Time is Never on Our Side” è una canzone che mi ha commosso particolarmente. Il testo contiene momenti lirici molto belli, come la prima strofa: ‘Il mattino in cui il mondo ebbe inizio / Dio ha teso e poi richiuso la sua mano / E quando l’ha riaperta / un momento è svanito nel vento’. Quando hai realizzato per la prima volta che il tempo non è mai dalla nostra parte?

«“Time is Never on Our Side” è forse la mia canzone preferita dell’album. Ma non ci leggere oltre: è stata scritta per un momento specifico del musical. Parla di quattro giorni e quattro uomini. Il giorno dell’incidente furono trovati e identificati i corpi di venticinque uomini, nell’arco di ventiquattr’ore. Ma di quattro ragazzi non v’era traccia. Nessuno poteva calarsi nella miniera per fare delle ricerche, se non le autorità. È la procedura: in questi casi è vietato l’accesso persino ai dirigenti, fino a che non arrivano le squadre preposte. Quando queste arrivarono, trovarono delle impronte. Si pensò dapprima che quelle impronte appartenessero ai quattro dispersi, dunque si rafforzò la speranza che fossero ancora vivi. In realtà, molto probabilmente, si trattava delle impronte di alcuni dirigenti entrati illegalmente nel tentativo di insabbiare qualche cosa, perché effettivamente, poi, i ragazzi vennero trovati morti anch’essi.

Pensa a quelle famiglie che per quattro giorni sono state lì, presso la miniera, aggrappate alla speranza di poter riabbracciare i loro cari, mentre qualcuno sapeva benissimo quanto quelle speranze fossero perfettamente inutili!

Che il tempo non sia mai dalla nostra parte è un modo di dire che non ritengo sempre vero, ma è stato vero per quelle persone ed è a quella esperienza che mi riferisco.»

 

“If I Could See Your Face Again”, è splendidamente interpretata da Eleanor Whitmore dei Dukes. Nei tuoi album è sempre presente una voce femminile. Quanto è importante per te?

«È una sorta di esercizio, perché è dura per uno scrittore e un uomo scrivere di personaggi femminili, ma è anche un privilegio poter creare una canzone del genere, perché questo tipo di canzoni che scrivo mi permettono di avere un punto di vista femminile sulle cose, o almeno di provarci. In un momento cruciale della mia vita, anni fa, ho dovuto iniziare tutto da capo; e decidere di dedicarmi alla prosa è stato importantissimo. A un certo punto, mi sono ritrovato a inserire sempre più personaggi femminili e ho realizzato che era una necessità al di là dell’esercizio specifico dello scrittore. Ho cominciato a scrivere dei pezzi per me e Lucinda Williams, poi per Emmy [Emmylou Harris], per mia sorella [Stacey Earle] e per Iris DeMent. Avevo incontrato Iris a un festival bluegrass e lì ho pensato: ecco la mia prossima partner per il disco The Mountain [1999], che ho fatto con la Del McCoury Band.

“If I Could See Your Face Again” è la prima canzone che ho scritto per Ghosts of West Virginia e parla di Patti Stover, che ha perso il suo fidanzato nell’incidente della miniera. Non erano ancora sposati e l’ex moglie di lui aveva la custodia del figlio, dunque a Patti non è rimasto nulla, non ha ricevuto nemmeno un indennizzo. Questa è la storia di Patti, che ha perso il suo amore. Nello spettacolo è interpretata da una fantastica attrice, Mary Bacon. Eleanor Whitmore è una grande cantante, una grande violinista ed è senz’altro la migliore della band!»

 

Dunque le donne, grande punto di riferimento. Ma anche i maestri, naturalmente: è notorio il tuo amore per Townes Van Zandt e Guy Clark. Amore che senz’altro condivido, assieme a quello per WoodyGuthrie, che sento particolarmente presente in questo disco e per il quale la musica non è mai il fine, ma il mezzo per arrivare alla gente…

«Ho sempre inteso fare ‘alla maniera’ di Guthrie! Lui è stato il fautore di una tradizione. La gente mi chiede sempre perché faccio canzoni politiche. Io non faccio canzoni politiche. Io non sono politico, scrivo più di donne che altro. Ma sono una persona politica, che è nata durante la guerra del Vietnam ed è cresciuta in un tempo in cui musica e politica non erano separate; e nessuno mi ha mai detto che questo non andasse bene. È così che ho imparato a comporre e Woody Guthrie è stato davvero importante in questo processo. Conosco Nora, figlia di Guthrie, e ho fatto tante cose con lei. Ho partecipato anche ai festeggiamenti per il centesimo compleanno di Woody nel 2012, che sono avvenuti in forma privata assieme a lei, alla sua famiglia e a Billy Bragg. Ci siamo riuniti sulla spiaggia di Coney Island, che era il posto preferito di Woody, e Nora ha ricordato di quando le sue ceneri furono sparse, dopo la sua morte avvenuta il 3 ottobre del 1967, da uno dei pontili dell’isola. Ci trovavamo lì e, a parte raccontarci delle storie, non sapevamo bene cosa fare, non avendo nessuno di noi una formazione religiosa: non siamo certo i tipi da metterci lì a pregare, così ci siamo chiesti: “Che cosa avrebbe fatto Woody?” E ci siamo risposti che lui sarebbe andato a prendere un hot dog e una birra da Nathan’s. Così abbiamo fatto e ci siamo seduti sul marciapiedi. Io, in realtà, non ho preso la birra, perché quando la gente beve… si toglie i vestiti e io non faccio più quel genere di cose! Ma mi sono fatto solo gli hot dog e le patatine. Si impara, sai, impariamo con il tempo. E io sono un po’ lento a imparare [ride]!»

 

A proposito di chi non c’è più, volevo chiederti un ricordo di John Prine. Ma ho appena saputo che Bucky Baxter ci ha lasciati l’altro ieri, 25 maggio, a soli sessantacinque anni [la notizia è stata data su Istagram dal figlio. Baxter era un virtuoso della steel guitar e membro fondatore dei The Dukes, band di Earle. Incontrò Bob Dylan nei primi anni ’90, in occasione di un concerto di Steve, e Dylan gli chiese lezioni per imparare il suo strumento. In seguito suonò nell’album di Dylan Time Out of Mind e nel suo Never Ending Tour dal 1992 al 1999].

«Già, è molto triste. È un po’ che non ci sentivamo con lui, so che aveva dei problemi di pressione. Penso sia stato quello. Dovevo sentirlo per un programma che faccio alla radio, ma a questo punto credo che metterò su qualche pezzo che abbiamo suonato assieme e cercherò di coinvolgere Ryan Adams, con cui Bucky ha collaborato.

John Prine, che dire… era John Prine! È stata veramente dura per tutti e lo è ancora. Lui è insostituibile. I cantautori cercano di fare quello che lui faceva, ma è una missione difficilissima mettere profondità e humor nello stesso verso: solo lui riusciva a farlo.»

 

C’è qualcuno tra le nuove leve di cantautori che ti piace particolarmente?

«Non è che abbia ascoltato molti cantautori, ultimamente. Ho la fortuna di occuparmi di musica per il teatro ed è un’attività che mi tiene molto occupato, ma tra i nomi che mi vengono in mente, ecco, penso che Joe Pug sia uno di valore. Lo sapevi che il suo vero nome è Joe Pugliese? Sì, è di origini italiane e ha fatto questo divertente gioco di parole col suo nome d’arte [il pug è il ‘carlino’, curiosa razza canina originaria della Cina]. Un altro che mi ha colpito è Jason Isball. Poi Logan Ledger: ha un album d’esordio che è appena uscito; davvero un grande autore e un grande cantante. Ho scritto anche una canzone per lui.»

 

Ritornando a Townes, mi perdonerai, ma non posso non chiederti di quella famosa frase che è ormai un aforisma storico, in cui dicevi che avresti messo gli stivali sulla scrivania di Bob Dylan dicendogli che Townes Van Zandt era il più grande di tutti. Immagino poi tu non l’abbia fatto davvero… ma vorrei sentirlo dalla tua voce.

«Ah, ah, ah… no, non ho detto questo a Dylan! È andata così: a quel tempo ero diventato diciamo ‘famoso’, parliamo dell’87, e Townes era uscito con un disco dopo tanto tempo. Mi avevano chiesto di dire qualcosa da mettere su un adesivo promozionale per il disco, e così dissi quella frase [negli USA venivano attaccati degli adesivi sulla confezione dei dischi in uscita, che riportavano slogan personalizzati]. Nell’88 feci un tour con Bob: non è che mi parlasse, ma nella seconda data suonò “Pancho & Lefty” di Townes, dunque credo che avesse saputo di quella mia frase e che questa canzone fosse in qualche modo la sua risposta. Penso che Townes sia stato davvero uno dei più grandi, ma non penso che fosse meglio di Bob Dylan; nessuno è meglio di Bob Dylan! Bob però non aveva certo problemi di promozione, mentre Townes sì, perché non si curava molto di certe cose e io stavo solo cercando di aiutarlo.»

 

Lo sapevi che c’è un festival in onore di Townes in Italia, il Townes Van Zandt International Festival, in un piccolo paese vicino al Lago di Como? Quest’anno è giunto alla sedicesima edizione, ma per via del COVID-19 è stato rimandato. Sarebbe il massimo se tu potessi partecipare non appena si ripartirà con gli eventi dal vivo!

«Sì, conosco quella gente! Non ho ancora suonato al festival Townes Van Zandt, ma mi piacerebbe. Ho suonato al festival del Buscadero. Mi piace proprio quel gruppo e poi hanno il miglior cibo del mondo e verrò senz’altro se non ci sono impedimenti!»

Che dire, la conclusione migliore per un’intervista! Steve Earle che ricorda e ha nel cuore questo gruppo di musicisti di Figino Serenza e che ci dà l’arrivederci al prossimo festival Townes Van Zandt! Decisamente un motivo in più per essere impazienti del suo arrivo, pronti ad ascoltare le sue storie narrate e cantate.

 

Irene Sparacello

Foto di:

Jacob Blickenstaff  – Tom Bejgrowicz – 

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