Due canzoni, un genio

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Due canzoni, un genio

Tom Waits

di Daniele Bazzani

Oggi vorrei parlare di due canzoni, per dire tutt’altro.

Vorrei che raccontassero una storia, quella di uno dei più grandi musicisti di sempre, che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo tanti anni fa e del quale porterò sempre con me un ricordo straordinario. Le due canzoni sono “Ruby’s Arms” e “Underground”. Lui è Tom Waits.

Perché queste due canzoni, vi starete chiedendo? Perché non voglio parlare di ‘queste due’.

“Ruby’s Arms” è l’ultimo brano di Heartattack and Vine del 1980, il settimo lavoro di un artista che già allora stava imprimendo un marchio indelebile nella storia della musica moderna. “Underground” è il primo brano del successivo Swordfishtrombones del 1983. Il suo ottavo lavoro.

In realtà in mezzo c’è una colonna sonora, One From the Heart per il film di Francis Ford Coppola del 1982, ma non è da considerare un album ‘ufficiale’ nella discografia del nostro. Quindi ragionerò come se non ci fosse.

Ma qual è questo ragionamento che voglio fare insieme a voi che leggete?

Vorrei sottolineare la distanza enorme che passa fra lo stile già ruvido e fumoso, ma bluesy e sempre jazzato del disco del 1980, e l’apertura a nuovi suoni e lo stile – che si perfezionerà raggiungendo l’apice con il successivo Rain Dogs – del lavoro del 1983. Una distanza apparentemente incolmabile, un passaggio di consegne dal ‘giovane Tom’ al ‘vecchio Tom’. Benché in realtà sia tutto nuovo, splendente, luccicante, mai sentito prima.

Mai sentito prima.

Cosa è successo in quei tre anni? Cosa è scattato nella testa di Waits? Dove è andato a cercare l’ispirazione per un suono così rivoluzionario?

Lui che si era circondato di jazzisti per tutta la prima parte della sua carriera, passando da un disco all’altro e creando ogni volta suoni vecchi e nuovi allo stesso tempo. Gli dicevano che era antiquato perché la sua musica suonava ‘come’ quella degli anni ’50. Ma le sue storie, ispirate dai grandi scrittori americani degli anni ’60, erano nuove; come lo era il connubio fra la sua voce, le sue melodie, e ciò che cercava di far arrivare al pubblico.

Da sconosciuto, si faceva tre ore di autobus per salire su un palco a suonare tre brani, e altre tre per tornare a casa a notte fonda. Poi, dopo il primo disco, gli facevano aprire i concerti di Frank Zappa, con un pubblico che gli tirava addosso qualsiasi cosa: ve lo immaginate lui con la chitarra, da solo, a cantare delle struggenti storie prima dei Mothers of Invention?

In seguito ha iniziato a girare gli Stati Uniti in lungo e in largo, da solo o con due o tre jazzisti che swingavano furiosamente sulle note di “Diamonds on My Windshield” e “Step Right Up”.

La sua è stata una ricerca meticolosa. Era già passato dal primo album Closing Time al secondo The Heart of Saturday Night facendo una virata che la maggior parte di noi comuni mortali fa fatica anche solo a immaginare. Ed erano solo i primi due dischi, già pieni zeppi di capolavori. Inutile stare qui a elencarli tutti, anche se consiglio di ascoltare ogni cosa.

Il suo percorso non è mai stato banale. Il songwriter di Pomona ha cercato da subito di percorrere strade sempre diverse, in questo restando legato ai personaggi delle sue storie, come fosse un vagabondo che non vuole essere scovato e che devia dal suo percorso di proposito, mostrandosi uno sbandato senza esserlo.

Ha sfornato una serie di lavori eccellenti, tutti al limite del capolavoro, senza ripetersi e senza sbagliare, toccando – con Blue Valentine del 1978 – delle vette quasi irraggiungibili. E, a dirla tutta, Heartattack and Vineera già molto più elettrico e acido dei precedenti, grazie anche al cambio non indolore della band; ma niente a che vedere con quello che sarebbe accaduto tre anni dopo.

Che cosa può portarti così lontano da casa e arrivare fin sottoterra, underground, appunto? È pensabile che essere californiano come i Doors, che avevano cantato “Alabama Song” di Bertolt Brecht e Kurt Weill, possa aver fatto scattare qualcosa in lui che lo abbia portato su quel terreno, in quel mondo così apparentemente distante?

È molto più probabile che sia stata la nuova moglie, Kathleen Brennan, che lo ha iniziato al teatro e alla musica da circo, dando il via a un corso che da allora non si è più fermato. In fondo era anche riuscita a farlo smettere di bere.

Quello che sappiamo per certo è che Tom, come ha fatto sempre, non era lì dove lo avevamo lasciato: ci siamo girati e, semplicemente, lui non c’era più. Era in un bar nel sottosuolo, in un mondo scuro e fatto di suoni nuovi e rumori inquietanti, di voci rotte e urla disumane, lungo un percorso innovativo e distante dal mondo di superficie, soprattutto se si pensa che – nel 1983 – iniziava la new wave.

Allora forse lui si è nascosto, cercando conforto nei musicisti ‘più bravi e colti’ di lui, a cui sapeva di poter chiedere sempre uno sforzo estremo per arrivare a un sound che non esisteva. La scena musicale underground, appunto, di New York – e in modo particolare quella che orbitava attorno ai Lounge Lizards di John Lurie – ha dato, sul successivo Rain Dogs, un apporto fondamentale alla creazione di quella sonorità. E la chitarra di Marc Ribot ha dimostrato quanto lontano si potesse andare con sole sei corde.

Swordfishtrombones ha il suono di incudini e martelli, marimbe, armonium, chitarre elettriche al limite dello stonato, percussioni, contrabbasso; ma anche archi e pianoforte come in “Johnsburg, Illinois”, in cui Tom canta con voce volutamente rotta e sgradevole una ballad di una dolcezza infinita. Ci sono alcuni dei musicisti che faranno parte del successivo disco, come Larry Taylor e Stephen Arzivu Taylor Hodges, ma Swordfishtrombones ha già quel suono, così incredibilmente graffiante e molto più blues di prima. Molti non se ne sono mai accorti, ma – come dimostrato dal triplo Orphans del 2006 – Waits è probabilmente il più importante e innovativo bluesman dei tempi moderni. Blind Willie Johnson sarebbe stato fiero di lui.

Già solo la prima strofa di “Underground” ha stabilito le nuove regole: non abbiamo bisogno di altro, Tom ci ha aperto la porta della sua nuova casa e ce l’ha chiusa dietro. Siamo lì con mostri e oggetti di ogni tipo che ci fissano, sembra una versione musicale de La famiglia Addams: c’è la stessa ironia, ma è più nascosta.

In trenta secondi è cambiato tutto. La sua storia musicale, per come la conosceva chi lo aveva seguito fino a quel punto, non sarà più la stessa, si sono spalancate le porte dell’ignoto. Mentre il mondo va verso Madonna e i Duran Duran, lui fugge per vie secondarie, nascondendosi sottoterra.

Il blues, il jazz, le ballad: c’è ancora tutto e ci sarà sempre. Ma saranno dei lampi nella notte, che sarà fatta di dischi incredibili e di un percorso musicale che stupirà per i decenni a venire, tracciando una storia – senza forse – irripetibile nella musica moderna.

Daniele Bazzani

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