Suono e composizione – La musica di Peter Finger

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(di Giovanni Palombo) – Figura di rilievo nella scena della chitarra acustica internazionale, Peter Finger riassume una serie di attitudini che risultano tuttora uniche nel frammentato ambito chitarristico, come si può rilevare nell’intervista in cui emergono le varie componenti della sua vita musicale, dall’attività concertistica a quella editoriale, fino a quella che riguarda la liuteria.

Peter Finger - Ferentino 2015 - foto di Alfonso Giardino
Peter Finger – Ferentino 2015 – foto di Alfonso Giardino

Per quanto concerne la parte più specificatamente musicale, di cui vorrei qui occuparmi, essa ci mostra una sintesi molto personale e riconoscibile di aspetti diversi combinati insieme con maestria.
Già il primo ascolto della sua musica rivela una sonorità speciale, legata all’utilizzo di accordature aperte (una in particolare, si veda l’intervista) e ottenuta attraverso l’uso di unghie artificiali metalliche per la mano destra, per capirci quelle usate spesso dai bluesman, ma anche da chitarristi come Leo Kottke e Jorma Kaukonen. Quello che colpisce subito è il range dinamico, che non sembrerebbe possibile ottenere con questi plettri. I brani ascoltati dai vari CD, come pure le esecuzioni dal vivo, rivelano una tecnica avanzata e sofisticata, messa al servizio di composizioni che spaziano da melodie cantabili a ostinati incalzanti, e che spesso evolvono in direzioni inattese. Per questo Peter si avvale di un vocabolario complesso che raramente richiama un singolo genere, ma segue piuttosto un’ispirazione variegata, che ricerca sempre la coerenza compositiva ed espressiva.

Peter-Finger-Made-of-RosewoodIl recente album Made of Rosewood (Acoustic Music Records, 2014) è un lavoro che riassume bene quanto detto e contiene un po’ tutti gli elementi a cui accennavo. Inoltre sancisce una relazione fra i suoni delle diverse chitarre, che Peter ha costruito negli anni, e le sue composizioni. Il breve brano di introduzione del CD, “Insight” (circa un minuto e venti secondi), è pressante e veloce, e cede rapidamente il passo alla successiva “Summer in France” e alla sua piacevole atmosfera, mantenendo invece un gioco di maturità stilistica, velocità e virtuosismo quasi in ombra, nonostante questi  elementi siano comunque fondamentali nell’esecuzione. Si ripropone così un concetto tipico di questo maestro della sei corde: il virtuosismo sembra essere insito nel corpo stesso della composizione, e ne abbraccia l’espressione anche travolgendola ma senza sminuirla.

Altre volte sono i temi malinconici oppure impressionistici che, pur restando nell’ambito di una ballata, fanno avvertire quella intensità dovuta alla simultaneità dell’atmosfera classica e degli slanci in accordi dall’armonia più complessa. Accade ad esempio in “Unexpected Waltz”, dove l’andamento di valzer classico si stempera e sfugge nel quadro quasi astratto che lo contiene, in una sapiente mescolanza stilistica. In altri momenti di questo CD i brani hanno invece un’improvvisa sterzata verso lo swing, con tema e accordi velocissimi alternati a micidiali ostinati, impennate ritmiche rese da arpeggi e riff sui bassi, oppure in incalzanti walking bass, a volte veri e propri tour de force. Si susseguono così tratti melodici, ritocchi impressionisti, cantabilità e improvvise veloci fughe, ritratti musicali a volte densi e continui, oppure solo suggeriti e accennati.

Caratteristiche che in realtà partono da lontano, e si ritrovano in diversi album che già mi avevano sorpreso, come ad esempio Blue Moon del 2003: “Niemandsland” è il bellissimo brano di apertura, in cui possiamo intravedere la radice di quelle caratteristiche musicali cui accennavo: la linea melodica lenta e cantabile della introduzione che si trasforma progressivamente, passando dal tratto meditativo iniziale a una gioiosa esplosione di colori sostenuti dall’incalzare della linea dei bassi, e dalla linea improvvisata che si sovrappone a essi. Il finale è ancora diverso e viene portato da un bridge arpeggiato, che conduce alla conclusione. E se questo brano è un piccolo gioiello che non ci si stanca di ascoltare, altrettanto ispirata troviamo “We Will Meet Again”, evocativa e profonda.

Peter-Finger--foto-di-Manfred-Pollert-3Andando ancora più indietro nel tempo, troviamo l’ormai lontano Open Strings del 1999, CD carico degli stessi elementi, ma con maggiori incursioni nel rock presenti in alcune tracce. Perché anche il rock ogni tanto arriva prepotente nelle composizioni di Finger. Il brano di apertura “101 South” è invece vicino al fingerstyle americano ma poi introduce un accenno ritmico latino, facendo di nuovo incontrare elementi diversi. E sempre rilevante si mantiene la presenza di elementi classici o classicheggianti, come in “Il était une fois” dal sapore acquarellato suggestivo e vago, oppure nelle cinque miniature dal tratto surreale e moderno, contenute nella seconda parte di questo album, che portano infine alla lunga “Visions”, sette minuti di impressionismo segnato da arpeggi, linee a note singole e parti improvvisate, in un contesto idealmente jazzistico ma realizzato manipolando materiale musicale di altro tipo.

Anche l’album del 2004, Dream Dancer, è significativo. Si tratta di una bellissima raccolta soltanto di ballate, in cui si snoda tutta la forza melodica del chitarrista, con l’idea seguita già allora della combinazione della composizione con il suono di strumenti diversi. Infatti anche in quell’occasione Peter ha suonato diverse chitarre, anche se non di propria costruzione. In “Dream Dancer” emerge fortemente l’influenza della composizione classica, naturalmente in senso lato e ricondotta alla chitarra. Di nuovo vorrei sottolineare come il tocco, che esprime una dinamica molto intensa insieme ad un vibrato molto presente, e l’accordatura aperta giocano un ruolo fondamentale nell’espressione di Finger. Un CD tutto da scoprire e che lascia il segno.
L’intreccio di ritmi, senso melodico, tocco fingerstyle e curiosità jazz, si ritrova poi in Flow, un CD del 2010, album caratterizzato anche dagli accenni latini e che procede con un flusso incredibile di idee, che si intersecano attraversando i generi con la libertà e la maturità di un grande autore.

Dal mio punto di vista vorrei sottolineare che sebbene l’aspetto virtuosistico sia quello che a prima vista prende il sopravvento, la caratteristica più importante dello stile di Peter Finger resta la combinazione e l’equilibrio di tanti elementi musicali diversi, nonché la sua capacità come compositore di metterli in campo stratificati e sedimentati in un modo del tutto originale. Le diverse esperienze musicali di Peter Finger, la sua frequentazione di musiche che vanno dalla classica al rock, dal jazz al blues, hanno condotto il chitarrista a rappresentare sull’acustica un materiale musicale che, benché influenzato dal linguaggio blues e rock di matrice anglosassone, riflette compiutamente anche il patrimonio musicale europeo. Merito di tutto rispetto in un panorama ricco spesso del solo valore della riproposizione e della continua imitazione.

Giovanni Palombo

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