Una musica in palissandro brasiliano – Intervista a Peter Finger

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Peter-Finger--foto-di-Manfred-Pollert-2(di Andrea Carpi e Giovanni Palombo) – Peter Finger è una delle massime espressioni di un chitarrismo fingerstyle profondamente europeo, che alle nuove sollecitazioni musicali ‘americane’ – ben rappresentate dal caposcuola Stefan Grossman, che Finger ha incontrato e con cui ha collaborato in gioventù – sa accomunare il ricco bagaglio culturale delle grandi tradizioni classiche del vecchio continente. In attesa di incontrarlo alla imminente Musikmesse di Francoforte e di ritrovarlo alla prossima edizione di Ferentino Acustica, abbiamo cercato in questa intervista di ripercorrere il suo complesso cammino musicale attraverso le sue due più recenti pubblicazioni: il libro 10 Original Compositions, con la significativa carrellata di dieci brani che attraversano la sua carriera, e il suo ultimo album Made of Rosewood, che celebra il matrimonio tra la sua musica e la grande passione per l’arte liutaria. L’intervista è poi seguita da alcune considerazioni generali e riassuntive sul suo stile e la sua articolata concezione musicale.

Peter, vorremmo anzitutto cercare di tracciare la tua storia musicale attraverso i brani che hai scelto per il tuo libro 10 Original Compositions. Il primo pezzo, “Hope and Memory”, è tratto dall’album Acoustic Rock Guitar del 1977, che è il tuo terzo disco per l’etichetta Kicking Mule di Stefan Grossman: potresti raccontarci del tuo incontro con Grossman e dell’influenza che ha avuto su di te questa collaborazione?
Quando ho incontrato Stefan Grossman avevo diciannove anni e lui ventinove. A quell’età dieci anni fanno una grande differenza. Lui era una persona importante per me, perché incarnava il tipo di musica che volevo suonare all’epoca. E suonava quella musica molto meglio di me, per cui da lui ho potuto apprendere. Inoltre fece alcune considerazioni che mi hanno aiutato in tutti questi anni e hanno ancora un’influenza sul mio modo di concepire il business. Avevo sempre desiderato di suonare musica e basta, e non avrei mai voluto fare quello che lui faceva e fa, ma in qualche modo, molti anni dopo, mi sono ritrovato nella sua stessa situazione, ad avere la mia etichetta discografica, a produrre musica e così via.

Anche “Just a One Man Band” è tratto da Acoustic Rock Guitar ed è un brano che cerca di imitare una rock band al completo con la sola chitarra: cosa ricordi della tua adolescenza quando suonavi la chitarra elettrica in un gruppo rock, dell’influenza ricevuta da gruppi come i Wishbone Ash e di questo modo di arrangiare diverse parti musicali con la chitarra solista?
Il gruppo in cui militavo da teenager suonava heavy rock, sul genere dei Black Sabbath e simili. Poi ascoltai l’album Pilgrimage dei Wishbone Ash e rimasi affascinato dall’originalità del loro approccio musicale e dalla freschezza del loro sound . Questo sound è rimasto nella mia testa per molto tempo. E poco dopo scoprii anche il vibrafonista jazz Gary Burton. Nel mio album Acoustic Rock Guitar c’è un altro brano intitolato “For Ladies I Couldn’t Get”, che è fortemente influenzato da entrambi, dall’album dei Wishbone Ash e da “Las Vegas Tango” di Gil Evans nell’interpretazione di Gary Burton, con in più alcune leggère influenze folk.

Peter-Finger-foto-di-Alfonso-Giardino“Humoreske” risale alla fine degli anni ’70, un periodo in cui usavi una quindicina di accordature differenti: puoi descrivere i tuoi esperimenti su queste accordature alternative e, in particolare, l’uso che fai della DADGAD in questo brano, con le tracce che Dave Evans ha lasciato nella tua musica?
Sì, facevo esperimenti con una grande varietà di accordature, che portavano con sé sonorità diverse. La cosa positiva era appunto che ognuna di queste accordature aveva un suo carattere. E utilizzando queste accordature era possibile creare un programma di concerto che presentava molte sonorità diverse. Inoltre questo poteva aiutarti, per un certo lasso di tempo, ad aprire i tuoi orizzonti musicali, sperimentando il fatto di trovare dei bei suoni senza sapere bene come. Così facendo, il modo di comporre va più nella direzione di trovare suoni interessanti. L’accordatura DADGAD, dal canto suo, l’ho imparata in effetti ascoltando Dave Evans. E Dave è diventato un’altra influenza importante per la mia musica. Mi piacevano molto le sue composizioni, che consideravo veramente belle e originali, in un momento in cui la maggior parte dei chitarristi suonavano blues e ragtime.

“Fanesca”, che risale ai primi anni ’80, mostra la scoperta della musica sudamericana e l’uso dell’accordatura EBEGAD: cosa ha rappresentato la musica sudamericana per te e come sei arrivato alla definizione di questa accordatura come accordatura standard?
Avendo ancora la musica di Gary Burton in testa, ho cominciato a cercare un vibrafonista come partner per un duo. E ho trovato il musicista giusto in Florian Poser. Florian ascoltava molta musica sudamericana e inoltre suonava in un gruppo funk. Sulla strada per i nostri concerti ascoltavamo musica in macchina, e lui mi ha fatto sentire un sacco di musica che non avrei scoperto senza di lui. Parlavamo anche di teoria musicale e scoprii, allora, che usavo troppe accordature differenti per poter essere veramente in grado di improvvisare. Così ho deciso di concentrarmi su una sola di quelle accordature. A quel tempo eravamo in tour con Pierre Bensusan, che già utilizzava l’accordatura DADGAD come accordatura standard. E dal momento che volevo crearmi uno stile personale, decisi di scegliere un’accordatura che non era utilizzata da altri e la trovai nell’accordatura EBEGAD. Era un po’ simile alla DADGAD, ma abbastanza diversa per evitarmi di diventare la copia di altri musicisti. EBEGAD ha le stesse note dell’accordatura standard EADGBE, ma non nello stesso ordine. Purtroppo, ho appreso anche che è molto più difficile da usare rispetto a quella… del resto, ci deve pur essere una ragione per l’esistenza dell’accordatura standard!

Peter-Finger--foto-di-Manfred-Pollert“Dream Dancer” rivela la tua origine classica, legata in qualche modo al fatto che tuo padre era un direttore d’orchestra: quanto è stato importante questo tuo background familiare e, in particolare, che influenza ha avuto l’impressionismo francese di compositori come Debussy, a cui si ispira questo brano?
Per qualche tempo ho desiderato di stare lontano dalla musica di mio padre e di creare un mio mondo musicale proprio. Avevo studiato musica classica abbastanza a lungo per poter scoprire tanta bellissima musica suonando il violino solista e in orchestre. Poi vinsi un concorso di composizione con un brano per orchestra e, prima che il pezzo fosse eseguito dall’Orchestra sinfonica della Radio di Colonia, dovetti lavorare sull’orchestrazione e mi sentivo un po’ smarrito. Così ho deciso di chiedere a mio padre alcuni chiarimenti sui vari strumenti dell’orchestra e su come avrebbero suonato insieme tra loro. Lui mi indirizzò verso i lavori di Debussy, Ravel, Stravinsky, Richard Strauss, e questo mi aprii tutto un mondo. Quelle musiche mi suonavano familiari, perché ero cresciuto con loro. Ma il loro ascolto molto concentrato e la lettura degli spartiti mi fece veramente scoprire l’arte di comporre da parte dei compositori migliori. Così ne ho approfondito lo studio e, circondato da quei suoni, ho cercato di scoprire quali ne fossero i segreti. Non appena una frase musicale mi attraeva in modo particolare, arrestavo la registrazione e cercavo di scoprirne il motivo.

Come “Dream Dancer”, anche “The Blue Horizon” descrive un dipinto: qual è il rapporto che senti tra musica e arti visive?
La musica impressionista francese di musicisti come Debussy e Ravel è arrivata appena dopo la pittura impressionista di artisti come Claude Monet. E mi piacciono entrambe, così come anche l’architettura di quel tempo. Vi trovo molti parallelismi e mettere insieme tutte queste cose mi sembra abbastanza naturale.

“Just Another Day in May” è dedicato alla memoria del tuo amico e grande liutaio Roland Oetter: che tipo di esempio è stato Roland per te nel campo della liuteria?
Da sempre mi è piaciuto cimentarmi nella costruzione di vari oggetti, per non star lì soltanto a comprare e usare le cose. E ho costruito la mia prima chitarra all’età di sedici-diciassette anni o giù di lì. Non sembrava proprio una chitarra, ma suonava quasi come una chitarra economica. La gente mi chiedeva sempre cosa fosse, rideva e si divertiva quando ci suonavo il ragtime. Con questa chitarra ho registrato due album per Stefan Grossman e questo ha rappresentato per me un successo. Così ho deciso di costruirnee un’altra, che si è rivelata troppo grande, poi un’altra ancora… E un paio di anni più tardi ho incontrato Roland Oetter. Quello fu il momento in cui cominciai a pensare seriamente di costruire una chitarra che finalmente assomigliasse a una chitarra e suonasse come una chitarra! Il commento di Roland al mio ultimo capolavoro fu frustrante, ma non mi arresi. Il mio obiettivo era quello di costruire uno strumento che fosse almeno altrettanto buono quanto le sue chitarre. Purtroppo lui morì molto presto in un incidente stradale. E io ho conservato alcuni pezzi del suo ottimo palissandro brasiliano, così come alcuni dei suoi strumenti che uso ancora. Devo dire che mi sento molto in contatto con lui quando costruisco una nuova chitarra, e lui mi appare ancora come il mio maestro. È sempre presente nei miei pensieri, anche se sono ormai quasi due volte più vecchio dell’età che aveva quando morì.

“Getaway” è nato dopo l’ascolto di Vicente Amigo, come esercizio per mettere alla prova la tua abilità di chitarrista: cosa pensi del virtuosismo flamenco e in generale del virtuosismo nella musica?
Sì, è stato un suonatore di flamenco a parlarmi di Vicente Amigo, e la prima volta che l’ho ascoltato sono rimasto subito affascinato da lui e dalla tecnica flamenca. Non ho mai desiderato di essere un suonatore di flamenco, ma ho trovato che alcuni aspetti di questa musica potessero essermi utili. Così ho iniziato a esercitarmi con il flamenco, ovviamente nella mia accordatura e non nell’accordatura standard. Questo è il motivo per cui, quando eseguo alcune frasi flamenche, suonano diverse dall’originale. Il virtuosismo è una gran cosa se lo si riesce a gestire, ma deve avere un senso nella composizione, altrimenti diventa come un esercizio sportivo. Il virtuosismo flamenco è molto legato al ritmo e non è facile accedervi se non hai mai ascoltato quella musica prima. Per certe musiche, è necessario ascoltarle più e più volte per capirle e apprezzarle. E questo aspetto mi piace.

Peter-Finger--foto-di-Manfred-Pollert-3“Onkel Frédéric” è dedicato a Frédéric Chopin, che si è scoperto essere uno degli antenati di tua moglie! Come sei riuscito a evocarlo in questa composizione?
Ricordo che era in un bar vicino a Ferentino, dove ho sentito una canzone pop che usava nel suo tema la stessa struttura armonica utilizzata da Chopin in uno dei suoi valzer per pianoforte, il mio preferito e quello che io e mia moglie ascoltavamo sempre quando ci siamo conosciuti… prima di apprendere che lei era una sua parente! In quel momento, a Ferentino, ho deciso di comporre un brano che includesse alcuni frammenti della musica di Chopin, per cui ho usato gli stessi accordi che avevo sentito nel bar, e nel valzer di Chopin. Ho anche usato alcuni suoi fraseggi tipici.

“Passing Clouds” è un pezzo molto calmo, nel quale sembra che tu immagini di stare sdraiato sull’erba a guardare il cielo, ‘una cosa – come tu dici – che non hai mai fatto’! Infatti, molti si chiedono come tu riesca a integrare e mantenere in vita tante situazioni così diverse: i concerti, la liuteria, la supervisione e la gestione dell’etichetta discografica e della rivista. Qual è il tuo punto di vista rispetto a questi vari aspetti che coinvolgono il tuo lavoro in così tanti settori?
Mi diverto con tutte queste attività! Oggi non vorrei essere solo un musicista. A volte è frustrante praticare per ore e sentire di non migliorare. Se invece carteggi un pezzo di legno, puoi vedere un buon risultato in un paio di minuti. In qualche modo, d’altra parte, io adesso faccio tutte quelle cose che non avrei mai voluto fare quand’ero giovane. All’età di diciannove anni, quando ho incontrato Stefan Grossman, volevo solo suonare. Non avevo mai desiderato di lavorare in uno studio, organizzare feste e gite, avere un’etichetta discografica, due riviste, un negozio di musica, un centro culturale, e tenere workshop di chitarra in una strana accordatura, l’accordatura standard! Forse ognuna di queste attività è stata una sfida che volevo dominare: sono abbastanza stupido per affrontare questo tipo di competizioni! Al momento, però, penso sempre di più di ridurre le cose che faccio. In ogni caso non lavoro mai per molte ore sulla stessa cosa, perché mi stancherebbe. Di solito, dopo un paio d’ore in ufficio, vado nel mio laboratorio del legno a costruire chitarre. È lì che mi ricarico di energia fresca, così posso andare in studio per un altro paio d’ore e poi di nuovo in ufficio…

Peter-Finger-Made-of-RosewoodOra parliamo un po’ del tuo ultimo disco Made of Rosewood: in qualche modo questo album stabilisce una sorta di unificazione tra il liutaio Finger e il musicista, un’idea originale. Come sono correlati i due aspetti, e come si sono influenzati l’un l’altro? Voglio dire, le canzoni sono state composte indipendentemente dallo strumento che poi è stato utilizzato nella registrazione, o il suono dello strumento ha influenzato la composizione dei brani?
Ho molte chitarre, ma su ognuna di esse non suono a lungo. Questo perché sono ‘smanioso’ e non vedo l’ora di suonare sempre un altro strumento. Alcune chitarre hanno più sustain di altre, oppure un suono parecchio diverso, anche se i miei strumenti hanno tutti qualcosa in comune. Una nuova chitarra può in effetti dare delle idee nuove, ma comporre è qualcosa di più complesso di questo. Potrei comporre su una qualsiasi chitarra economica. Lo strumento può rappresentare solo una prima ispirazione. Naturalmente la sensazione è diversa quando suoni uno strumento personale, che conosci davvero da cima a fondo, contrariamente ad uno strumento di fabbrica. Ma questo ha più a che fare con il tipo di rapporto con lo strumento e l’amore per la sua lavorazione artigianale. Suono più a lungo sulle mie chitarre perché mi piacciono. E suonare più a lungo aumenta la possibilità di trovare una prima idea per una nuova composizione.

Le tue esecuzioni mettono in evidenza una certa versatilità, ma anche in questo album, come nelle canzoni del passato di cui abbiamo parlato, troviamo spesso un atteggiamento classico, a volte un approccio rock con una ricerca della potenza e velocità, e in un paio di brani una reminiscenza dello stile di Dave Evans: cosa c’è di diverso musicalmente oggi in Peter Finger rispetto a quello di vent’anni fa?
Sono influenzato da tante cose, ma la mia visione per il futuro è di tornare alle mie radici classiche senza suonare musica classica, ma prendendo i benefici che le tecniche compositive classiche possono dare e combinandole con l’improvvisazione e degli sviluppi armonici interessanti. Non vorrei mai comporre della musica in cui si riconosca dalla prima battuta come si svilupperà il pezzo. Desidero comporre musica in cui l’ascoltatore possa scoprire nuovi elementi ogni volta che la ascolta. Musica per la quale ci si dovrebbe concentrare di più nell’ascolto. E naturalmente questa non è una cosa che possa avere successo, ma il successo in ogni caso è il nemico della buona musica e non mi interessa.

Come hai lavorato nel corso degli anni per la definizione del tuo stile? Si è sviluppato naturalmente, o è stato il risultato di una riflessione e di una ricerca consapevole? Cosa del tuo stile personale vorresti che appaia chiaramente e arrivi alla gente?
È qualcosa che si sviluppa naturalmente. A volte mi affascina un musicista, per cui cerco di capire quello che è. Come ho detto prima non posso, e non voglio, copiare semplicemente gli altri. Ma posso prendere degli elementi che mi piacciono e lavorarli nella mia musica. Nessun compositore inizia da zero. Ci sono sempre delle influenze. Anche un compositore come Bach non stava da solo e riceveva delle influenze dall’esterno. In alcuni dei miei pezzi si può sentire chiaramente cosa intendo. Qualche volta ho persino voglia che la gente lo riconosca. Ad esempio un recente arrangiamento della mia composizione “Vive la vie” presenta all’inizio un’influenza di Pierre Bensusan e alla fine una forte influenza da parte di Don Ross. Don è un altro chitarrista con il quale sono stato in tour e mi affascinava il suo groove. Ma per dire la verità attualmente non suono più “Vive la vie”, ho scoperto che non rappresenta davvero la mia musica.

Al momento pubblicare nuovi CD è un impegno che non paga come prima, e come immagine può anche suggerire un oggetto del passato. Per te cosa significa continuare a incidere CD?
Noi facciamo molte cose. Oggi è difficile vendere CD, ma qualcos’altro succederà. Un paio di anni fa ho avuto l’idea di creare qualcosa che chiamiamo The Acoustic Family. E le persone che sono interessate alla musica per chitarra acustica sanno che in noi possono trovare un buon amico. Da noi possono comprare una chitarra, e a volte costruisco anche chitarre in palissandro brasiliano per i clienti. Da noi possono trovare qualsiasi cosa, dal capotasto ai plettri per le dita, accessori, CD, libri e DVD didattici, fino alle riviste. Abbiamo anche un centro culturale con una sala per trecento persone, dove si organizzano concerti, laboratori e quant’altro. È tutto specializzato in chitarra e questo è il segreto del suo funzionamento.

Peter-Finger-foto-di-Alfonso-GiardinoCome produttore e direttore artistico di un’etichetta discografica, devi essere infatti consapevole dei cambiamenti in atto nella produzione e fruizione della musica. Quali idee hai preso maggiormente in considerazione al riguardo negli ultimi dieci anni?
Negli ultimi dieci anni abbiamo prodotto meno CD, ma più video didattici e libri. Sono cose che è più facile vendere, anche in piccole quantità. Poi abbiamo una nuova rivista, Acoustic Player, che è una rivista ‘workshop’ con allegato un DVD di quattro ore. Inoltre stiamo solo ora ampliando la nostra programmazione di workshop nel nostro centro culturale. Vedremo come va. Come ho detto prima, io probabilmente ridurrò un po’ la mia attività in modo da avere più tempo per la liuteria. È questa la cosa che mi affascina di più.

Andrea Carpi
Giovanni Palombo

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