Un Italiano a New York – Intervista a Fabrizio Sotti

0
189

(di Gabriele Longo) – Ha creduto fin da giovanissimo al potere salvifico della musica, intesa come esigenza spirituale prima ancora che artistica. È stata la spinta per lui, italiano di Abano Terme, a rinnovare la dolorosa e sublime avventura dell’emigrante che sa quel che lascia ma sa anche quel che troverà, in quell’America del tutto è possibile se ci credi veramente. Fabrizio Sotti ci ha creduto e il coraggio, con quel pizzico di follia, l’ha ripagato oltre ogni aspettativa. Oggi ha trovato il successo internazionale, e a parlare sono le decine di collaborazioni illustri cui ha prestato la sua poliedricità di chitarrista, autore, produttore, che vanno da Cassandra Wilson a Shaggy, da Ice-T a M-1 (Dead Prez), da Zucchero a Isabella Lundgren. Con il suo recente CD A Few Possibilities ha aggiunto un nuovo importante tassello al mosaico già ricco della sua storia professionale, quello di fondere le sue esperienze di jazzista con quelle di produttore, autore e compositore, che fino ad oggi aveva sempre tenuto volontariamente separate. Nel disco si mescolano le varie identità che ha sviluppato negli anni e, per la prima volta, gli artisti pop coinvolti nel progetto sono entrati nel suo mondo di jazzista acustico dando vita ad un progetto originale e raffinato.

Fabrizio-Sotti3Fabrizio, vogliamo partire proprio dalle chitarre? Ci vuoi parlare dei modelli che possiedi e di quelli che ami suonare?
Negli anni ho utilizzato moltissime chitarre, partendo dalle più istituzionali come Gibson e Fender, per poi spostarmi su strumenti più specifici. Ultimamente ho collaborato con la Martin, ho fatto l’endorser per loro. Arrivando alla liuteria, c’è un liutaio italoamericano, Stephen Marchione, che mi ha affascinato parecchio con le sue chitarre. Lui costruisce alcune tra le migliori chitarre classiche al mondo: pensa che ne fa al massimo una decina all’anno! Ho collaborato con lui, ho un paio di chitarre di sua produzione, di cui una archtop semiacustica, con il piano armonico in abete Engelmann tutto intagliato a mano. Sei mesi fa, inoltre, ho firmato un contratto di endorsement con la D’Angelico Guitars, a sua volta un marchio italoamericano molto prestigioso. Cominciò ad apparire negli anni ’20 con quelle chitarre da big band di grande formato, per poi arrivare ai vari modelli di chitarre jazz archtop usate dai più grandi chitarristi jazz. Uno su tutti, Jim Hall. È da sei mesi, appunto, che suono essenzialmente queste semiacustiche. Il 25 gennaio 2015 presenteremo al NAMM di Los Angeles il mio modello signature, con alcune modifiche estetiche sul top e altre parti. Questa chitarra è proprio adatta a un musicista jazz fusion come me, ha le dimensioni della cassa abbastanza contenute, 15 pollici anziché i 17 standard, l’ideale per poter viaggiare in aereo al seguito del passeggero!

Sotti_Cover_webCaliamo il tema chitarre nell’ambito del tuo disco che stai presentando in questi giorni alla stampa e in genere ai media italiani, intitolato A Few Possibilities. Che tipi di chitarre hai utilizzato per registrare le varie tracce?
Moltissimi tipi. Chitarre classiche, quindi nylon-string, chitarre acustiche steel-string 6 e 12 corde. In particolare ho utilizzato la Gibson L-4 archtop, una Marchione semiacustica, una acustica Martin 12 corde e anche una Mini Martin; sai che la Martin ha realizzato queste chitarre Mini, accordate un tono e mezzo più alte delle standard: hanno un suono molto acuto, le corde molto tirate.

Com’è nata l’idea del tuo disco?
Il disco poggia sull’idea delle collaborazioni con vari cantanti. A Few Possibilities è nato con la base del mio trio acustico – cioè con Mino Cinelu alla batteria e percussioni [Weather Report, Miles Davis] e Tony Grey al basso, un emergente, nipote di John McLaughlin, un vero talento – insieme con artisti pop che non hanno niente a che fare con il tipo di musica che esprimo col mio trio. La mia proposta è stata: «Il mio trio ha collaborato in vari periodi entrando nel vostro mondo, adesso vi chiedo di entrare voi nel mio mondo e vediamo se riusciamo a combinare qualcosa di buono». E devo dire che il risultato si è rivelato migliore di quanto mi aspettassi, considerato che si sono adattati a un tipo di suono che non è il loro abituale. Devo dirti una cosa molto particolare: questo è stato un tipo di esperimento che ha realizzato in precedenza solo Herbie Hancock, un maestro che io stimo tantissimo, ma a quanto ne so nessun chitarrista jazz o rock ha mai fatto qualcosa di simile, con cantanti di così disparate provenienze, come Shaggy, Ice-T, Zucchero, Melanie Fiona e tutti gli altri. Ciononostante il disco ha una sua coesione negli arrangiamenti e nel suono, ecco perché secondo me risulta fluido.

Ecco, ciò che hai detto riguardo all’omogeneità stilistica e sonora del CD mi dà l’opportunità di affrontare l’argomento, che a me sembra centrale, dei ruoli che tu svolgi contemporaneamente nel tuo fare musica: quello dello strumentista, quello del produttore e quello dell’arrangiatore. Puoi mettere più a fuoco questo concetto?
Beh, c’è da dire che negli Stati Uniti è diverso rispetto all’Italia. Negli States quando tu produci un pezzo pop in realtà sei anche la persona che suona gli strumenti, che crea la base musicale. Io in alcuni casi faccio solo la base, produco il suono, insomma creo i presupposti di come sarà la canzone finita, e a volte posso scrivere le canzoni insieme all’artista di turno col quale collaboro.

In Italia, invece, com’è intesa la figura del produttore?
In Italia, spesso, il produttore è una persona che non è neanche un musicista, che ha certamente una grandissima cultura musicale, un buonissimo orecchio, che mette insieme i musicisti giusti, il giusto ingegnere del suono, e crea un sound di cui è convinto. Negli Stati Uniti, il produttore è quasi sempre un musicista, e nello specifico della musica moderna, includendo anche quella acustica nella quale io gravito preferibilmente, realizza in toto la base musicale per il cantante che va a cantarci sopra. Cosa che io faccio spesso.

Entrando nello specifico del tuo disco, ci vuoi raccontare come è nata la collaborazione con Zucchero?
Allora, un piccolo antefatto. Quand’ero teenager ascoltai il duetto di Zucchero con Miles Davis nel brano “Dune mosse” [in Blue’s del 1987] che mi colpì tantissimo: flessibilità del pezzo, la voce di Zucchero, il carisma di Miles Davis… wow! E dunque è stato sempre un mio sogno fare qualcosa con lui. Dieci anni fa ci siamo incontrati a New York. È stato l’inizio di un rapporto cordiale, ma al tempo niente di più. Quando ho iniziato a lavorare al mio disco, l’ho contattato e presentatogli il progetto basato sui duetti gli ho proposto di farne uno insieme. Lui mi chiese che pezzo avrei voluto fare. Risposi che mi sarebbe piaciuto suonare una delle sue tante ballad che si prestavano al mio sound. A quel punto fu lui a proporre “Someone Else’s Tears”, la versione inglese con il testo scritto da Bono Vox di un suo pezzo in italiano [“Il suono della domenica”] inserito nel CD Chocabek del 2010. Io ne ho fatto un arrangiamento in cui ho suonato due chitarre – una classica e un’acustica – e Mino Cinelu le percussioni, senza l’apporto del basso. Su questa base ha poi cantato Zucchero, che ha una timbrica in inglese veramente favolosa!

Hai avuto precedentemente altre collaborazioni professionali con Zucchero ?
No. Però ci lega un’amicizia e un rispetto reciproco, per cui in futuro… non si sa mai!

Fabrizio, vuoi parlare di qualche altro pezzo che ritieni interessante per i nostri lettori?
Sì, c’è il pezzo che canta Claudia Acuna, “Fidjo Maguado”, composto da Jorge Monteiro con parole di Cesaria Evora, che a me è sempre piaciuto moltissimo. Ho concepito l’arrangiamento utilizzando quattro chitarre, una vera piccola orchestra, e precisamente le mie Martin acustiche 6 e 12 corde, ancora la Mini Martin di cui ho parlato prima, più la mia chitarra flamenco Marchione. Ne è uscito fuori un suono molto ricco, di impostazione sudamericana, latina, ma non specificamente di una zona geografica.

Cesaria Evora era originaria delle isole di Capo Verde, quindi, di una cultura in parte assimilabile a quella portoghese esportata poi in Brasile…
Sì, in effetti dentro questo mio arrangiamento ci sono influssi brasiliani, ma anche portoricani, domenicani. Poi Claudia Acuna, di origine cilena, ha dato quest’interpretazione intensa in lingua portoghese, pur non essendo questa la sua lingua madre.

Ci vuoi raccontare com’è nata la tua passione per la chitarra?
Pensa che io da ragazzino ho cominciato con il pianoforte. Poi di lì a poco per motivi pratici, in seguito a un trasferimento di casa della mia famiglia, passai alla chitarra non sapendo che ciò avrebbe determinato tutta la mia vita futura. Ho iniziato, come tutti, con una chitarra Eko da cinquantamila lire e per un paio d’anni ho studiato chitarra classica. Ma subito dopo ho cominciato ad ascoltare Wes Montgomery, Jimi Hendrix, e comunque sono partito con la passione della musica jazz, anche grazie a molti vinili che ho trovato a casa di mia nonna: Miles Davis, John Coltrane, Duke Ellington, l’orchestra di Count Basie. Andando avanti mi sono interessato alla fusion dei primi anni ’90 ascoltando Allan Holdsworth, Scott Henderson, e anche al jazz rock. Studiavo molto e cercavo di ampliare il più possibile la mia versatilità artistica.

Tutto questo da autodidatta o con insegnanti?
Ho avuto maestri privati molto preparati a cui sono tuttora rimasto affezionato. Ti sto parlando della metà degli anni ’80, periodo in cui non c’erano scuole di musica – tutto questo quand’ero a Padova, la città in vui vivevo – ma solo il Conservatorio. Cominciai a reperire i primi metodi didattici che venivano dall’America, quelli del Berklee College of Music, e grazie ad essi ho avuto una chiara impostazione teorica che ho cominciato a mettere in pratica una volta arrivato negli Stati Uniti. Lì ho avuto la fortuna di studiare con Joe Diorio e grazie alla sua impostazione ho avuto la possibilità di arrivare dove sono oggi, con quella voglia di ricerca che continua sempre. Io amo il chitarrismo che affonda nella tradizione del bebop, ma con un occhio buttato nel moderno. Tornando al mio disco, penso che questa impostazione venga fuori, si senta la mia originalità, si senta che ho trovato la mia ‘voce’.

Fabrizio-Sotti1Cosa ti ha attirato in particolare verso gli Stati Uniti?
Beh, considerato che sono cresciuto ascoltando musica americana, coltivando il desiderio di poter un giorno fare qualcosa lì, è stato naturale volerci andare. Complice il fatto, poi, che in Italia non mi sono mai trovato a mio agio, soprattutto per via della mentalità, cosa che ho sentito fin da giovanissimo. La mia era una famiglia della classe media, di professionisti, medici, e per me è stata una decisione molto difficile da prendere, perché l’ho dovuta sostenere da solo senza un supporto familiare, a parte quello morale di mia madre. La mentalità qui in Italia era quella per cui, per qualche motivo, mancava sempre qualcosa, molte parole e poca sostanza. Negli States è esattamente il contrario. Io agli inizi parlavo pochissimo l’inglese, ma non era un ostacolo: lì suoni o non suoni, poi il resto… si vedrà. Devo dire che, per fortuna, negli ultimi dieci-quindici anni le cose sono un po’ cambiate anche in Italia. Ho molta stima di tanti musicisti italiani, da Fabrizio Boltro a Stefano Bollani e a Ruggero Robin, un chitarrista padovano molto bravo, tutti musicisti di grandissimo spessore. Ma qui da noi – lo so che dico una cosa scontata – c’è molto individualismo. Negli States, nella comunità dei musicisti, c’è molto supporto: tu suoni con me nel mio disco, io suono nel tuo, molto senso collaborativo insomma.
Tornando ai miei esordi in America devo dire che i primi tempi furono, comunque, molto duri, difficili. In definitiva posso dire che sono lo stereotipo del self-made man americano! [ride compiaciuto] E oggi ho il piacere e la soddisfazione di facilitare a mia volta l’accettazione di molti musicisti sul suolo americano, di jazzisti italiani che arrivano a New York, dove vivo e lavoro; proprio nel ricordo dei miei tempi difficili.

Fabrizio, volendo mettere a fuoco le tue molteplici anime di chitarrista nylon-string, pop, fusion e jazz, cosa ti senti di dire?
Da dieci anni a questa parte, quando suono la chitarra classica o acustica, sento che è uscita fuori tantissimo questa mia anima mediterranea, latina, di cui prima non avevo piena consapevolezza. Ho scoperto di avere naturalmente questo mezzo tocco flamenco, anche se non ho mai studiato questa tecnica chitarristica, pur amando tantissimo Paco de Lucía, Tomatito e tutti i grandi del genere. Come chitarrista elettrico parto da Wes Montgomery, Joe Pass, John Scofield, Pat Metheny, Mike Stern, ma penso di aver trovato un mio mondo espressivo autonomo, a sé stante. Mi sento cittadino del mondo con una propria identità umana e artistica ben definita.

Fabrizio-Sotti2Torniamo al tuo disco. Come sono state registrate le chitarre?
Da un po’ di anni sto usando nel mio studio di registrazione questo microfono Royer Studio Ribbon SF-24, a filo: è un microfono attivo, stereo, che ha appunto un filo all’interno di una capsula, ed è questo filo che vibra e cattura il suono. L’ho utilizzato mettendolo davanti alla chitarra, all’altezza del dodicesimo tasto, aggiungendo poi i KM 185 della Neumann a destra e sinistra. Ecco, così le chitarre hanno acquistato un suono veramente ricco.

Quindi mi fai capire che sei anche un fonico di sala?
Beh, sì, la fase di ripresa la faccio tutta da solo, per qualsiasi strumento, compreso l’editing; ma lascio poi il missaggio a chi lo sa fare.

Per la chitarra elettrica che tipo di ripresa fai?
Anche lì uso un microfono Royer Ribbon e un classico SM57 della Shure. Come ampli, dal vivo uso il classicissimo Fender Twin; in studio prediligo questi amp solid state Acoustic, con pochissimo fruscio e un suono molto naturale, corredati da due casse stereo, una con quattro coni da 10” e l’altra con quattro coni da 12”.

Per quanto riguarda l’effettistica?
Uso il solito pedalino VOX DelayLab e un Electro-Harmonix, che è una specie di sintetizzatore octaver che dà un suono particolare. Comunque, ultimamente ho ridotto all’essenziale la tecnologia, proprio perché quello che conta è il suono che esce dalla tua mano…

Gabriele Longo

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 12/2014, pp.34-37

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui