Aria, acqua, terra, fuoco…e musica – Intervista a Francesco Buzzurro

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Francesco-Buzzurro4(di Carlo de Nonno) – Lo ascolti e resti incantato dalla sua funambolica abilità di attraversare tutta la gamma timbrica della sua chitarra dalle corde rigorosamente di nylon, eppure suonata con uno stile che travalica il classico in cui è solidamente radicato, per raggiungere luoghi musicali in cui il confine tra i generi è davvero labile. E così il suo suono, frutto di una tecnica oltremodo rigorosa, si pone come tra i più ‘liberi’ che sia dato oggi di ascoltare nel panorama chitarristico internazionale. Lo abbiamo lasciato divertito one man band, a giocare tra cover e standard con mozartiana sfrontatezza, e lo ritroviamo oggi ispirato compositore, aperto alle influenze del pensiero filosofico, dell’osservazione della realtà, della suggestione visiva e sensitiva. E ormai la sua chitarra più ancora che all’orchestra sembra tendere all’assoluto musicale, pur restando sempre godibile e piena di freschezza espressiva. Parliamo di Francesco Buzzurro al quale, dopo l’uscita del suo ultimo CD Il quinto elemento, recensito nel numero scorso, abbiamo avuto il piacere di rivolgere alcune domande che mettono in luce la sua storia, il suo approccio alla musica e allo strumento, il suo pensiero. Le risposte ci rivelano un musicista ‘virtuoso’ anche nel modo di porsi davanti alla vita, orgoglioso della sua Sicilia, della quale ritiene sia i caratteri di ‘isola’ che quelli di ‘apertura’ verso tutti i mari, assetato di introspezione e di comunicazione, distante da ogni facile etichetta.

Hai sempre dichiarato che la tradizione della tua terra, la Sicilia, ha avuto una forte influenza sulla tua formazione musicale. Vuoi parlarci di questo aspetto?
Arriva un momento nella vita di un musicista in cui egli sente il bisogno di esprimere quanto di più autentico c’è nel suo cuore e nelle sue mani. In un momento storico come quello che viviamo di innegabile globalizzazione ad ogni livello ci rimane soltanto la possibilità di un ritorno alle radici, all’essenza, a quei luoghi geografici e dell’anima nei quali abbiamo vissuto e trovato ispirazione. È quello che ho sempre fatto confrontandomi sin da piccolo col folk in famiglia e all’interno di gruppi popolari coi quali ho viaggiato molto. Per questo, ho sempre cercato di esprimere me stesso attraverso una naturale forma di fusion music che inglobasse da un lato la mia siciliana mediterraneità con tutti i suoi umori e dall’altro un forte interesse verso il latin jazz e quindi la musica improvvisata.

Restiamo un attimo in Sicilia per soddisfare una mia curiosità. Conosci il brano di John Renbourn, “Palermo Snow”? Lo trovo un grande omaggio, da parte di uno dei padri dell’acustica, alla chitarra classica e al carattere siciliano.
Trovo che Renbourn rappresenti ancora oggi uno dei pilastri della chitarra acustica. Non amo molto parlare di chitarra classica, acustica, elettrica, ma preferisco parlare di musica, di emozioni veicolate da quello straordinario strumento che è l’amata seicorde in tutte le sue forme. John, nell’album Palermo Snow, è stato capace di tirare fuori emozionanti melodie ricche di pathos e anche di vero groove. Nel suo omaggio alla Sicilia, Renbourn ha veramente disegnato il carattere della mia terra con l’eleganza e il gusto che contraddistinguono le sue composizioni.

Ascoltandoti risulta evidente la tua decisa propensione per il suono del nylon. La tua formazione è stata solidamente classica. Pensi che sia stato una sorta di ostacolo o una chance in più nella tua evoluzione musicale volta all’ampliamento dei confini e all’universalità al di là dei generi?
Certamente è stata una chance. L’approccio polifonico dello studio classico mi ha dato la possibilità, avendo un’innata propensione per l’improvvisazione, di coltivare il jazz e la musica brasiliana. In effetti da piccolo ho avuto anch’io i miei miti della nylon-string, si chiamavano Paco De Lucia, John Williams, Segovia. Tuttavia non ho mai sentito il loro peso addosso interiormente, anzi, dopo l’ascolto di un bel disco o di un grande concerto live correvo subito a studiare, nel continuo desiderio di migliorare me stesso.

Buzzurro_One Man Band_coverNella mia recensione al tuo pregevole CD One Man Band [su Chitarra Acustica di settembre] ti ho definito un «solista un po’ solipsista». Ma quel progetto, sin dal titolo, metteva in evidenza proprio l’aspetto della individualità, applicata a un uso ‘orchestrale’ della chitarra. In realtà nel bagaglio delle tue esperienze trovano posto molte partecipazioni a esperienze di gruppo, sia in campo classico che jazzistico. Vuoi parlarcene? E se dovessi citare qualche incontro decisivo sia in ambito classico che ‘altro’ quali nomi faresti? E cosa ti lega a loro?
Sicuramente vivere in un’isola come la Sicilia ti tiene lontano dalle opportunità che potrebbero fornirti città come Milano, Roma o Bologna, ma non posso lamentarmi delle bellissime collaborazioni che ho avuto fin qui nella classica, nel jazz, nel pop, nella world music, grazie anche al mio produttore Alfredo Lo Faro che da anni mi segue con affetto e tanto coraggio, visti i tempi non facili per l’arte nel nostro paese. Forse l’essermi prestato a numerosi progetti, che mi hanno anche fatto crescere parecchio, mi ha semmai stimolato a puntare decisamente su lavori solistici ma mai ‘solipsistici’, nel senso che amo molto anche suonare con altre formazioni. Vedi il mio quartetto, la mia collaborazione con Antonella Ruggiero e di tanto in tanto con Francesco Cafiso e Giuseppe Milici. Nell’ambito classico è stato determinante l’incontro con Stefano Palamidessi, chitarrista e didatta di rango che mi ha dato utilissimi consigli per la mia carriera, suggerimenti che conservo ancora oggi dentro di me. Comunque le grandi soddisfazioni stanno arrivando dalla mia attività solistica ed è questa ormai la strada maestra. Intendo dire che il mio fine principale è portare la chitarra nylon-string, suonata con un approccio squisitamente personale, alle grandi platee che forse ancora non ne conoscono le enormi potenzialità. Tra i musicisti coi quali mi piacerebbe collaborare potrei citare Pino Daniele, Fiorella Mannoia o tra i jazzisti Michel Camilo, Sylvain Luc, Paquito D’Rivera, insomma l’elenco sarebbe lunghissimo!

IlQuintoElemento_coverwebVeniamo al tuo ultimo CD, appena uscito: Il quinto elemento. Anche qui sei solo e il programma sotteso all’intera operazione è davvero ambizioso. Indagare, attraverso la musica, quelli che una tradizione secolare ha individuato come gli elementi costitutivi della vita e dell’esistenza tutta: aria, acqua, terra e fuoco. Cosa ti ha spinto ad andare così in profondità? E in che senso la musica può essere considerata il ‘quinto elemento’?
Avendo già scritto in passato brani dedicati al mare o ancora alla terra, mi sono buttato a capofitto nella composizione di dodici nuovi lavori, quasi tutti ispiratimi dalla natura meravigliosa della mia casa di Siculiana Marina in provincia di Agrigento. La mia Akragas, ovvero proprio Agrigento, è la terra del filosofo Empedocle che già si era cimentato con lo studio dei quattro elementi, tentando con le sue circostanziate argomentazioni di giustificare, attraverso la loro continua aggregazione/disgregazione, la nostra vita stessa e la composizione dell’universo. La musica è sempre intorno a noi, nell’aria, nelle cose, nel movimento degli esseri viventi, nel battito stesso del nostro cuore e rappresenta quel quinto elemento in più di cui nessuno può fare a meno. Pertanto ho suddiviso i brani in quattro cicli, elaborando tre momenti per ciascun elemento e – quasi del tutto spontaneamente – in ciascuno dei cicli o quasi c’è un brano che rappresenta la forza dirompente e devastante di ogni elemento, un altro che racconta uno stato di quiete riflessiva e talora malinconica, e infine ancora un altro che si manifesta dinamicamente in movimento come una sorta di imprevedibile divenire. Questo disco allora, nato nel profondo del mio cuore, vuol essere non solo la traduzione in emozioni musicali delle impressioni derivanti dalla mia osservazione del mondo e da una personale e accurata autointrospezione, ma vuol essere anche un invito a guardarci intorno con attenzione ritrovando, laddove mancante, una profonda intesa con la natura, godendone appieno le infinite meraviglie e apprezzando tutto quello che benignamente ci regala come una Grande Madre, ancora prima di aprire gli occhi al suo sorriso.

Vorrei provare comunque a valorizzare l’aspetto puramente musicale dei brani. Per ognuno di essi hai dato una chiave di lettura ora filosofica, ora teosofica, ora vagamente esoterica, ora legata a semplici esperienze di vita. Vuoi provare a parlare delle singole composizioni in termini esclusivamente musicali?
Musicalmente le mie composizioni chitarristiche rappresentano ciò che nella mia mente suonerebbe un’orchestra. I brani che scrivo risentono innegabilmente del mio variegato background culturale e musicale ed infatti vi si possono facilmente intravedere gli stilemi del jazz, della musica latina, dello choro brasiliano, come ad esempio in “Fuego”. Cerco in definitiva di strutturare i miei brani in maniera completa diversificandoli nei ritmi, nelle improvvisazioni che poi trascrivo, negli episodi e nelle tecniche che li caratterizzano. In buona sostanza ogni mia composizione racconta una storia, e lo fa sfruttando a fondo i tre elementi fondamentali della musica ovvero armonia, melodia e ritmo.

Si può dire che in esse paghi tributo, sempre con la tua originalità naturalmente, a qualche tuo amore musicale specifico? Ho ‘sentito’, ad esempio, Villa-Lobos in “Vortici”, Brouwer nell’introduzione di “Fuego”… ma magari ho sentito male! A te la parola.
Le tue orecchie funzionano benissimo e sono felice dei riferimenti che hai citato. Ho sempre divorato musica di ogni genere ed evidentemente è avvenuta dentro di me una precisa sedimentazione, ma meglio ancora una stratificazione di elementi musicali che inconsciamente ho rimescolato creando lo stile originale che mi contraddistingue. Non mi piacciono le etichette, tipo ‘jazzista’ o ‘musicista classico’ o altre ancora che tentano in qualche modo di trovare la giusta gabbietta entro la quale inserirmi perché non mi sento niente di tutto questo. Amo la musica a trecentosessanta gradi e nei miei concerti live ci trovi veramente di tutto, persino una rock suite con brani degli AC/DC o dei Queen o di Clapton. Mi piace molto di più la parola crossover oppure la definizione di un critico che una volta scrisse «è il Tommy Emmanuel italiano»… In realtà sono solo Francesco Buzzurro.

Francesco-Buzzurro3Un’altra cosa che mi ha colpito molto leggendo le tue note per i singoli brani è l’aspetto ‘visivo’ da cui è scaturita l’ispirazione per molti di essi. Hai osservato il cadere delle gocce di piogge sui vetri, il movimento delle foglie mosse dallo scirocco, il guizzare delle fiamme su una brace… Quanto c’è di visivo nella tua musica? Che rapporto hai con le arti visive?
Ho sempre ritenuto un mistero insondabile e molto affascinante la nascita di una composizione e mi piace anche il disegno libero. Nel caso specifico del mio nuovo disco, ho percepito l’istintiva voglia di scrivere traducendo in maniera orchestrale una serie di stimoli visivi esteriori e interiori strettamente legati agli effetti che la forza dei quattro elementi ha sulla nostra vita e sulla natura stessa determinandone inarrestabili, radicali e imprevedibili mutamenti, spesso purtroppo catastrofici e dolorosi. Per esempio il brano “Fuego” è nato a Catania quando dopo un concerto, mentre stavo per rientrare in albergo, ho sentito per la prima volta nella mia vita gli incredibili boati dell’Etna durante una maestosa eruzione notturna.

Che differenza c’è, quando esegui i tuoi lavori da solista, tra suonare in pubblico o in uno studio di registrazione? Naturalmente non parlo solo di atmosfera e di emozioni, parlo di motivazione e di relazione. Ad esempio, quanto conta per te la ‘risposta’ del pubblico presente? E che rapporto hai invece con la tecnologia?
Indubbiamente preferisco il live. La sala mi toglie un po’ di quella sana e strafottente libertà che invece è il motore principale delle esecuzioni dal vivo. Amo visceralmente il contatto col pubblico col quale dialogo, scherzo, gioco e che coinvolgo in ogni maniera. Faccio sempre un breve cappello introduttivo a ciascun brano, semplicemente affinché la gente si immerga totalmente in ciò che sto suonando comprendendone i motivi ispiratori, in una parola ‘il perché’. Da qui si intuisce che per me la risposta degli spettatori è di vitale importanza poiché amplifica ogni mia emozione moltiplicandola di continuo. Con la tecnologia ho un rapporto normale, utilitaristico, se vuoi, in fase di scrittura con Finale; ma se ti riferisci alla musica suonata potrei dirti che amo il suono bellissimo del mio Bose L1 Model II con ToneMatch, ma anche il Wi-Fi e quindi muovermi liberamente gironzolando su palcoscenico. In alcuni casi però il caro vecchio jack diviene fondamentale e per adesso sto sperimentando gli ottimi cavi del siciliano Mirko Cascio Gioia, che consiglio vivamente.

Dal tuo modo di suonare traspare una grande sicurezza di sé, talvolta addirittura, ma è un pregio, un po’ ‘sfrontata’. Come l’hai conquistata? C’entra solo lo studio assiduo? E cosa consiglieresti a chi invece ha problemi, come strumentista ma magari anche come portato caratteriale, di scarsa sicurezza di sé, di timidezza?
La sicurezza deriva da un talento innato e da infinite ore di studio. La sfrontatezza è generata dal mio bisogno di un contatto umano costante col pubblico. Non mi piace prendermi troppo sul serio e apprezzo musicisti straordinari come Lang Lang o Stefano Bollani, ad esempio, che riescono a padroneggiare una grande tecnica che mettono anche al servizio dello show, rendendo ogni concerto divertente e ricco di stimoli. Non dimentichiamo che nella maggior parte delle lingue del mondo il verbo suonare viene tradotto con ‘giocare’; pertanto, se alla musica si togliesse quella sua vitale componente ludica, si potrebbe anche rischiare di annoiarsi e di far annoiare, ma è solo una personale visione della performance.

Sei anche insegnante. Anzi direi che è una tua attività di rilievo. Quali sono le tue esperienze al riguardo? Preferisci i cicli di lezioni, il rapporto individuale o le masterclass? E cosa curi maggiormente in un allievo?
Preferisco un contatto costante con gli allievi in Conservatorio ma devo anche dire che in occasione delle masterclass in giro per il mondo si è costretti a condensare in poco tempo elementi tecnici e musicali estremamente importanti, che bisogna riuscire a veicolare rendendoli facilmente comprensibili. Negli allievi cerco di stimolare la curiosità verso tutta la musica e ovviamente tengo molto all’impegno, ma mi sforzo sempre di far comprendere loro l’importanza dell’acquisizione dei diversi linguaggi per poter poi elaborare uno stile personale. In definitiva, cerco di insegnare agli studenti la maniera di raggiungere una totale libertà espressiva.

Sei riuscito a individuare fattori comuni tra l’insegnamento ‘classico’ e quello volto ad altri generi? In generale, ritieni di aver sviluppato un tuo metodo di insegnamento o hai rielaborato esperienze didattiche già esistenti?
Ho studiato molto la musica classica negli anni, confrontandomi in ambito jazz con l’esperienza di Filippo Daccò, di Mick Goodrick, con i testi del Berklee College of Music, e con un libro fondamentale di Hal Crook che si chiama How to Improvise. Poi ho maturato l’idea che dalla mia esperienza pratica sul palco doveva scaturire un approccio didattico particolarmente orientato al solo playing. E quindi parto dalla musica per elaborare armonizzazioni, esercizi sugli arpeggi, e improvvisazione in versione solistica. A breve pubblicherò un mio metodo per chitarra e alcune raccolte di mie trascrizioni e rielaborazioni. Con l’amico chitarrista fingerpicker e instancabile divulgatore Reno Brandoni, orgogliosamente siculo come me, stiamo curando l’imminente pubblicazione di tutti e dodici i brani del mio disco Il quinto elemento… e quindi stay tuned!

Francesco-Buzzurro1Una domanda un po’ scontata ma credo sempre di interesse: quante chitarre hai e quali? Te lo chiedo perché una volta una rivista di batteria cercò di fare a Ian Paice domande su pelli, piatti, bacchette ecc… Lui rispose: «Amico, io ho la fortuna di trovare lo strumento già pronto, montato e accordato. Io non devo fare altro che suonare, cioè quello che so fare e quello per cui la gente viene a pagare il biglietto». Da allora mi intriga molto il rapporto tra lo strumentista e il proprio strumento. Tu sei un ‘maniaco’ della manutenzione, della liuteria oppure sei concentrato prevalentemente sugli aspetti artistici, compositivi ed esecutivi? Io avrei quest’ultima impressione ascoltandoti ma… le interviste si fanno anche per confermare o smentire le impressioni.
Preferisco di sicuro concentrarmi sugli aspetti artistici e considero la chitarra semplicemente il mezzo per esprimere me stesso e per emozionare il pubblico. Chitarre ovviamente ne ho tante e ho avuto nel tempo un buon rapporto con Godin, ma la tua domanda mi dà lo spunto per parlare dell’eccellenza della liuteria italiana, che non ha nulla da invidiare ai soliti marchi blasonati d’Oltreoceano. Oggi ho la fortuna di avere due liutai che credono nella mia arte offrendomi i loro strumenti affinché prendano vita tra le mie mani. In studio, come nel caso dell’ultimo disco, preferisco senza dubbio usare la splendida chitarra classica in abete del talentuoso liutaio ragusano Giovanni Ingallinera, uno strumento con un’ottima proiezione sonora e ben equilibrato che rende sempre comprensibili, con estrema chiarezza, tutti i movimenti armonici di un brano. Dal vivo invece, e qui viene il bello, uso da alcuni mesi la meravigliosa chitarra archtop nylon-string BB One, concepita appositamente per me dal liutaio Mirko Borghino, che considero un vero artista perché ha avuto la capacità di interpretare la mia idea di uno strumento che mi rappresentasse in maniera totale, fondendo mirabilmente un corpo da archtop jazz con una tastiera da classica e con corde in nylon. Lo strumento, curato in ogni dettaglio, mette insieme l’abete Val di Fiemme per il top e il noce marezzato per fondo e fasce. Il piezo che monta è della Graph Tech e non c’è alcun problema di feedback. Si tratta di un prototipo e proprio per questo invito i lettori ad approfondire la conoscenza di questi liutai e di tutta la liuteria italiana.

Un’ultima domanda, quasi cruciale su questa rivista: pentagramma? Tablatura? Tablatura sempice, ritmica? Pentagramma più tablatura?
Decisamente pentagramma più tablatura. In genere curo la diteggiatura per i chitarristi classici e appena ho le idee chiare aggiungo la tablatura per gli altri chitarristi di diversa estrazione. Per adesso sto ultimando proprio l’editing cartaceo dei brani de Il quinto elemento e ogni tanto mia figlia Chiara, dodicenne, anche lei chitarrista, mi dice: «Papà, ma quanti numeretti scrivi?» E io: «Tanti, tanti… (sigh!)».

Carlo de Nonno

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 12/2014, pp. 28-32

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