Cosa ci resta di questo uomo per bene – Un ricordo di Gianmaria Testa

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Gianmaria Testa - ph. Michael Holzinger

(di Sergio Arturo Calonego) – Cosa ci resta di questo uomo per bene, che i nostri cugini francesi hanno cominciato ad amare prima di noi? Quando il ‘direttore’ mi ha chiesto se volevo dare un contributo su Gianmaria Testa, mi sono fatto questa domanda e la risposta l’ho trovata ascoltando la sua chitarra.

Gianmaria Testa - ph. Michael Holzinger
Gianmaria Testa – ph. Michael Holzinger

 

Questo strumento, il nostro strumento, ‘rivela di sé molto più di quanto appaia’ e questa citazione, che sa di milonga lontana, è già metà del breve racconto musicale che vi sto per fare. Vedete, cari chitarristi, Gianmaria aveva un tocco gentile, garbato come le sue risposte, il suo sorriso e come tutto il suo essere. Questo garbo si coglie nitidamente dal modo in cui suonava la chitarra, perché ‘il Baffo’ era un cantautore ma dava del tu al suo strumento. Questa attitudine è sempre stata una costante dei suoi concerti ed è particolarmente evidente nel suo disco Solo dal vivo, dove canta accompagnandosi da solo, appunto, con la sua chitarra.
Modesto, si scherniva per la sua tecnica, ma il suo modo di suonare era maturo e consapevole. Usava quasi sempre una Santa Cruz OM e le chiedeva quello che gli serviva per vestire le sue storie; e le sue storie erano cartoline di intimità che avevano un sapore antico fatto di semplicità, di sguardi e di Francia. Una sera, dopo un suo concerto, gli domandai come amplificasse il suo strumento. Mi rispose: «Ma no, dai, io non sono un chitarrista, mi accompagno… Guarda, è amplificata con un piezo, ma non saprei neanche dirti esattamente di che marca sia». Un’umiltà contagiosa che lo ha portato a conquistare la stima di tanti musicisti che hanno collaborato con lui: Enrico Rava, Paolo Fresu, Stefano Bollani, Gabriele Mirabassi, Fausto Mesolella… Un elenco lunghissimo che dà spesso del tu al jazz. Sì, perché ‘il Baffo’ dipingeva le sue storie in bianco e nero e il suo immaginario sonoro era intimamente legato a questi colori. Un legame sottile dovuto più a questioni di affinità che di armonia o di ritmica.
Questo suo trovarsi a suo agio con il jazz ‘senza saperlo suonare’ è uno dei motivi per cui la sua musica è stata capita e colta prima in Francia che in Italia. Perché ‘il Baffo’ in Francia è stato amato veramente. Io stesso ho avuto modo di rendermene conto quest’anno a Issoudun, perché tanti musicisti mi hanno chiesto di lui. È questo il bello della musica: se semini bene i frutti, con il tempo, questi crescono.

Gianmaria-Testa

Questa è un’altra cosa che ci resterà di lui: il suo modo di osservare il tempo. Perché ‘il Baffo’ non è stato capito subito, ha dovuto seminare tanto per riuscire ad avere il riconoscimento che gli spettava. Ma lo ha fatto con costanza, umiltà e anche con quel pizzico di umorismo che non guasta mai. Un insegnamento importante per una società che vuole tutto e subito.
E poi ci ha lasciato la consapevolezza che la Musica può anche essere un veicolo per riscaldare le nostre coscienze. E penso a Da questa parte del mare, un disco in cui – era il 2006 – ci raccontava dei viaggi per mare dei migranti. Sono passati dieci anni, non dico altro.

Non dico altro perché avrei altre cose da dire, ma me le tengo per me. La verità è che non volevo regalarvi un elenco di dischi o di premi che si possono trovare comodamente su Internet. Mi piaceva l’idea di prestarvi l’emozione che mi è arrivata dalla sua musica. Ho scritto a braccio, spero che i lettori di Chitarra Acustica perdoneranno la mia scarsa attitudine alla vicenda tecnica. La sua musica ci parlerà per sempre, ma noi non dimentichiamoci di lui. Non se lo meriterebbe. Non ho davvero altro da dire.

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