L’insanguinata che canta Fausto – Intervista a Fausto Mesolella

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Fausto Mesolella - foto di Alfredo Buonanno

(di Gabriele Longo) – Il Fausto Mesolella di oggi è il chitarrista che predilige il suo suono prima ancora di ciò che esegue con la sua chitarra, l’amata Gibson Chet Atkins con corde di nylon e manico stretto. Uno strumento a cui ha dedicato molto tempo, dall’aspetto vissuto, con un appellativo – ‘Insanguinata’ – datole dal cantautore Samuele Bersani, per via di quella colorazione rosso sangue che tradisce l’anima della grande combattente. Uno strumento col quale si esprime al meglio nei suoi concerti, grazie all’uso di pedali, sequencer, effetti vari, le cui sonorità tornano sempre a trasmettere emozioni perché passano rigorosamente per il cuore. Le interviste che seguono sono state realizzate, la prima, durante una chiacchierata al telefono su un po’ tutta la lunga carriera del chitarrista casertano e, la seconda, nel dopo concerto al Teatro Rapsodica c/o IF Idea Factory di Roma, nell’ambito della rassegna A tu per tu in collaborazione con Bufalo Bill, storico programma di musica italiana di Radio Città Futura condotto da Jonathan Giustini.

Fausto Mesolella - foto di Alfredo Buonanno
Fausto Mesolella – foto di Alfredo Buonanno

La chiacchierata al telefono
Ciao Fausto, grazie di aver accettato l’invito di Chitarra Acustica. Leggendo la tua biografia, molto densa, mi sono venuti in mente molti temi su cui vorrei soffermarmi. Prima di tutto, qual è stata la tua formazione musicale? Quale tipo di musica hai ascoltato? Come ti sei avvicinato alla chitarra?
Io sono completamente autodidatta. Non ho mai studiato, non ho mai avuto un maestro che mi ha detto questo è il Do, questo è il Re. Ho trovato questi accordi da solo e quindi ho continuato da solo. Per quanto riguarda i miei inizi, io sono del ’53 e ho iniziato ad aprire le orecchie nei primi anni ’60. Quindi puoi immaginare. Sicuramente sono partito col piede giusto. Ascoltavo molto Otis Redding, Wilson Pickett, Aretha Franklin, insomma la zona del rhythm and blues. Non a caso mi sono innamorato della chitarra ritmica, concezione che oggi non esiste più. Il chitarrista non accompagna più. Io, invece, ho sempre pensato che la chitarra sia nata per accompagnare, per accompagnarsi e per accompagnare qualcuno. È così che ho sviluppato l’idea di essere un chitarrista ritmico, grazie anche all’ascolto degli artisti della Atlantic Records. Fu a cavallo di tutto questo che scoprii i Beatles, attraverso un loro 45 giri. A Caserta, dove sono nato e cresciuto e dove tuttora abito, conoscevo un negozio di dischi gestito da una vecchietta che mi disse: «Sentiti ’sto gruppetto!»

A che pezzo in particolare ti riferisci?
Quello che mi ha sconvolto fu “You Can’t Do That”. E da lì in poi vennero i Rolling Stones, per arrivare alla meteora finale, grazie alla quale ho deciso di fare la carriera che tutt’ora sto continuando, Jimi Hendrix, quell’extraterrestre. Lui non mi dette il tempo di pensare che cosa stava succedendo nella musica, semplicemente sentii che avrei dovuto fare il musicista.

Beh, è stata una bella sfida, perché un fenomeno così deflagrante come fu l’arrivo di Hendrix sulla scena musicale di allora ti poteva o bloccare o spingere ad andare avanti.
Appunto. Poi s’inserirono i Cream con Eric Clapton che mi permisero di rimettere un po’ le cose a posto. E parlando degli anni ’70 ci furono Carlos Santana e i Led Zeppelin, che te lo dico a fa’. Insomma, c’è stata tutta questa storia che mi ha accompagnato fino alla fine dei ’70. Poi, come sempre dico, con l’inizio degli anni ’80 la musica è finita, perché è passata dalla creatività all’immagine. Guarda, ti confesso che ho odiato gli anni ’80 e anche i ’90. Con questi tipi che arrivavano co’ ’ste giacche larghe e cantavano in playback. Le televisioni commerciali che nascevano allora dettero anch’esse il loro contributo a ’sta situazione. Mi dicevo: «La musica è finita… e io proseguo il mio cammino!» Fortunatamente c’è stato qualche musicista, qualche chitarrista innanzitutto, come Bill Frisell, che mi ha dato lo stimolo ad andare avanti, altrimenti per la musica che girava intorno in quegli anni sicuramente avrei appeso la chitarra al chiodo. E quando ripensavo agli anni ’60, mi riferisco anche alla musica pop di quel decennio. A quell’epoca c’era un certo signor Ennio Morricone che arrangiava “Sapore di sale”, non so se mi spiego! Tornando agli anni bui, il mio strumento era la chitarra e quindi cercavo il chitarrista, che trovai in Frisell, in Mark Knopfler, musicisti importanti che mi rimisero in carreggiata.

Chitarristi molto espressivi, che hanno un loro suono.
Per me il chitarrista deve avere un suono. Io parlo per me, l’ho visto sulla mia pelle. Io non so fare neanche due scale con la chitarra, non c’ho mai pensato. Non so neanche come si chiamano gli accordi che prendo. Però tendo ad avere un suono che penso di avere raggiunto definitivamente negli ultimi anni. Con la mia ‘Chet Atkins’ sono riuscito a creare un suono personale che fa dire alle persone che mi conoscono: «Ah, questo chitarrista ha il suono come ce l’ha Fausto!» Ti ripeto, il mio obbiettivo era di avere il mio suono.

E mi pare che tu l’abbia centrato in pieno. Anche perché diventare tecnicamente ben attrezzato è solo questione di volontà e costanza, ma avere il cuore è un’altra cosa, non la si ottiene con lo studio.
Il cuore è fondamentale. Ma io con quella scuola, con quel punto di partenza dal quale ho iniziato… Hendrix era un chitarrista ‘disastroso’, stava messo male, no? A detta dei jazzisti ‘puri’… Però per me Hendrix rimane il più grande chitarrista del mondo!

Fausto, per tutte le cose che hai raccontato, mi sento di dire che tu abbia sempre tenuto in mente le figure del chitarrista, dell’arrangiatore e dell’autore come aspetti del tuo essere musicista.
Sì, certamente. Tieni presente che io ho organizzato il suono collettivo di trent’anni di Avion Travel, a partire dal primo disco e da lì è partita l’avventura. Ho creato il loro suono come creo i suoni dei pochi dischi che produco, perché mi piace fare le cose che hanno uno stile. In questo momento mi trovo in studio di registrazione con Alessio Bonomo, a cui sto producendo il nuovo disco. E stiamo ragionando appunto del suono da dare ai pezzi, perché dopo quindici anni dal suo primo disco La Rosa dei venti, che produssi sempre io, è giusto trovare un nuovo suono con cui vestire le sue poesie in musica. Sì, perché Alessio è fondamentalmente un poeta.

Fausto, una domanda da un milione di euro! Riusciresti a descrivere a parole questo tuo trovare un suono nelle tue produzioni?
Allora, ho imparato nel corso del tempo – perché, sai, quando si è giovani si pensa più a suonare che a far uscire le parole di quello che stai facendo – a mettere le parole davanti a tutto; e quindi il suono al servizio di quelle parole. Non so se hai ascoltato CantoStefano, il mio ultimo disco con le poesie di Stefano Benni musicate da me. Ecco, quel disco è il chiaro esempio che la parola vince e che il suono è a disposizione di quella parola. È un disco fortunato perché ha l’atmosfera e il suono giusti per supportare le parole che ritengo meravigliose.

Sono perfettamente d’accordo.
Stefano Benni è uno dei più grandi scrittori italiani, quindi per me ogni virgola, ogni parola doveva pesare molto di più di ogni nota che stava dietro. Sono contentissimo di questo disco perché c’ha una partenza strepitosa, parte co’ ’sto pezzo che si chiama “Anima”, in cui c’è un’ambientazione sonora pazzesca, tutta in funzione di quelle parole. E la stessa cosa sto facendo con Alessio Bonomo. Dal testo cerchiamo di far scaturire, dietro, quel minimalismo sonoro a sostegno della parola. E l’ho fatto anche scrivendo pezzi per altri. Scrissi un pezzo per Maria Nazionale, “È colpa mia”, ed era tutto in funzione di una storia. Oppure, il pezzo che ho scritto per Tricarico sempre per Sanremo, intitolato “I tre colori”, che ha un’ambientazione da Zecchino d’Oro. Oggi si scrivono troppe parole a tavolino, e ci sono arrangiamenti bellissimi con suoni bellissimi, ma è come se fossero slegati tra di loro. Le radio, poi, che purtroppo hanno rovinato la musica in Italia, hanno sacrificato la figura dell’arrangiatore, perché tutto viene suonato come vogliono loro. Secondo me, invece, le cose devono essere suonate come diciamo noi musicisti!

Fino a tutti gli anni ’70 la radio, e soprattutto le radio libere, erano un mezzo per far ascoltare la musica ‘che girava intorno’. Poi, man mano hanno imposto gli standard ‘creativi’ della musica da trasmettere…
Le radio e i talent hanno rovinato la musica. I talent proprio primi in classifica! Hanno appiattito la creatività. Io dico semplicemente che se Lucio Battisti si fosse presentato in un talent, lo avrebbero preso a calci in culo! Oppure Lucio Dalla o, ancora meglio, Paolo Conte… gli avrebbero riso dietro!

E negli arrangiamenti per gli Avion Travel come avveniva la tua ricerca del suono?
Era sempre un ragionare intorno a una cellula centrale, per cui – dopo la costruzione del pezzo – il discorso era sempre di stare attorno alla parola. In quel caso c’era Beppe Servillo che scriveva, che utilizzava delle parole importanti, per cui bisognava stare attenti a far ‘uscire’ quelle parole dal tessuto sonoro. Insomma, la musica in funzione del testo, mai il bell’arrangiamento fine a sé stesso, «ma com’è bravo ’sto sassofonista», «ma che bell’assolo ’sto chitarrista»… Nella Musica con la M maiuscola non serve. La bravura va sostituita con la ‘funzionalità’. Io posso fare l’assolo di chitarra più bello del mondo, ma non serve a niente se poi si va a mangiare quello che è l’atteggiamento centrale di una creazione.

Che rimane l’anima della creazione stessa, il suo senso.
Esatto.

Cambiamo arte, Fausto. Parliamo di cinema e di quel film particolare del 2007 che è stato Lascia perdere, Johnny! Ce ne vuoi parlare?
Certo. Era il periodo che mi vedevo spesso con Fabrizio Bentivoglio, per cui gli raccontavo le cose che erano successe quand’ero ragazzetto. In realtà la sceneggiatura che ne venne fuori contiene un cinquanta per cento di quello che gli raccontai, ma è stata una bella soddisfazione che – da vivo – c’ho un film che parla di me! Gli aneddoti raccontati nel film sono di quando avevo quindici-sedici anni.

E del film hai scritto la colonna sonora.
Esattamente. Con tanto di nomination al David di Donatello.

Ne esiste un disco?
Lo fecero, sì. Io mi pare che manco ce l’ho. Comunque esiste, esiste.

Fausto Mesolella - foto di Alfredo Buonanno
Fausto Mesolella – foto di Alfredo Buonanno

Vuoi parlarci del tuo lavoro di sessionman?
Guarda, ancora oggi mi chiamano per dei turni. Adesso non ricordo il numero preciso, ma mi pare di aver suonato in più di cinquecento dischi italiani, anche con nomi diversi, perché non amavo sempre apparire come Fausto Mesolella. Sì, lavoravo negli studi e fin da piccolo sono stato appassionato di registrazione; infatti ho uno studio tutto mio dove lavoro. Ho suonato in molti dischi, tra cui quelli di Gianna Nannini, Samuele Bersani, mó non me li ricordo tutti…

Di solito ai turnisti si chiede una prestazione dando delle coordinate abbastanza rigide dentro le quali muoversi…
Non a me! Io ho il mio suono, ho il mio strumento. Se tu chiami Eric Clapton mica gli devi dire di fare questo o quello… Adesso, forse ho fatto un paragone un po’ azzardato, però nel mio piccolo… se tu chiami me, c’ho il mio suono, uso il mio riverbero che è un Lexicon PCM 91, ho la mia pedaliera, i miei ampli, quello deve essere il mio suono. Se vi va, bene; se no, grazie. Chiaramente non all’inizio, quando tenevo sedici-diciassette anni. E mi ricordo che per il mio primo assolo di chitarra feci mille chilometri di strada. Si trattava di un pezzo di Mino Reitano, che era il lato B di un suo disco a 45 giri e si chiamava “Quando cerco una donna” [1967]. Per la prima volta nella mia vita feci un assolo di chitarra, è una cosa romantica per me. A parte il fatto che Mino Reitano era un professionista incredibile, una persona veramente eccezionale. Poi ho avuto il piacere di lavorare anche in un suo disco di tutte canzoni napoletane, in cui suonavo il mandolino. Me lo ricordo perché il disco poi fu mandato in America e lui cantava benissimo tutte quelle canzoni napoletane [Omaggio a Napoli, 1981]. Era un grande artista.

Fu anche un autore importante.
Anche. Ha scritto delle cose importanti, tra cui un pezzo per Ornella Vanoni che rimarrà storico, “Una ragione di più”, composta insieme a Franco Califano. Prima la musica era un’altra cosa, era creare ed eseguire. Adesso si esegue soltanto.

Fausto, come mai hai prodotto i tuoi primi dischi solisti dopo così tanti anni di carriera, considerando che il tuo primo disco solista di chitarra, Suonerò fino a farti fiorire, risale al 2012?
Ho sempre pensato che un chitarrista non dovesse fare un disco di sola chitarra prima di quaranta-quarantacinque anni di attività. Perché deve maturare a lungo, lo penso veramente. Io ho avuto tantissime proposte di fare un disco a mio nome, ma non l’ho mai voluto fare prima. Mi sono detto che dovevo maturare il mio suono, il mio modo e ho aspettato. Dopo il disco che hai citato ho realizzato un Live ad Alcatraz [2014], sempre solo di chitarra, registrato nel teatrino di Jacopo Fo, nell’agriturismo in Umbria che si chiama Libera Università di Alcatraz. Lì feci un concerto, un paio di take e abbiamo registrato il live. Dopo di che, per la prima volta nella mia vita, dopo cinquant’anni, mi sono regalato un disco in cui canto, appunto CantoStefano. È la mia prima esperienza da ‘dicitor cantante’.

Per la quale ti faccio i miei complimenti per il tuo personale approccio al canto, oltre naturalmente alla tua musica per chitarra e agli arrangiamenti.
Grazie. Ho avuto apprezzamenti per la voce che non mi aspettavo neanche. Ma sai, come ho avuto i miei grandi riferimenti chitarristici in Jimi Hendrix e Mark Knopfler, il mio mito davanti al microfono è Leonard Cohen, per cui cerco di andare lì, in quella zona del canto che ha lui e che è talmente affascinante, quel tono medio-basso. Ecco, anche in questo caso mi sto creando un suono per la mia voce, sto lavorando per trovarmi le frequenze giuste, il microfono giusto, sto lavorando molto in quella direzione. Che poi, lì il lavoro di ricerca è ancora più difficile. Mentre sulla chitarra ci sono dei parametri più certi – se sei bravino, aggiusti le tue cose – per la voce è tutto un altro paio di maniche. La voce è la verità dell’essere umano, è l’amplificazione dell’anima. Lì se non sei vero sei fottuto.

Mi sento di dire che fai bene ad andare in quella direzione. Il tuo modo di cantare va nella direzione giusta per la tua musica.
Grazie! Il prossimo disco sarà due volte tanto!

Fausto, ho letto dei tanti premi che hai ricevuto. Qual è quello che ti ha emozionato di più?
È stato il Premio “Ennio Morricone” all’Italia Film Fest del 2007 come miglior compositore, sempre per la colonna sonora di Lascia perdere, Johnny! Ecco, lì c’ho avuto un attimo di sbandamento. Il premio ce l’ho adesso davanti a me: è una piramide bellissima di cristallo con su scritto «Ennio Morricone». È importante!
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Fausto, ti faccio un’ultima domanda prima di lasciarti e di ringraziarti per la tua disponibilità. Stai lavorando a un nuovo disco?
Allora, io c’ho due dischi in lavorazione. Il primo si chiamerà Io vado avanti – vedi, ti do pure il titolo – in cui canterò tutte le canzoni che ho scritto per altri artisti, come Fiorella Mannoia, Tricarico, Maria Nazionale, Gianmaria Testa. Per lui, che purtroppo è mancato proprio ieri, ho scritto “’Na stella”, l’unica canzone che ha cantato in napoletano. E poi ancora un pezzo che ho scritto per Patrizia Laquidara, “Le rose”, insomma un po’ di cose che raccolgo in un unico disco e che eseguirò così come le ho composte.

Come saranno arrangiate?
In modo molto minimale, due spazzolette, la mia chitarra, la voce, basta. Voglio far sentire queste canzoni così come sono uscite dalla mia chitarra e dalla mia voce. Poi farò un altro disco che si chiamerà Houdini, sai, il mago che si faceva incatenare coi lucchetti e poi si liberava. Scriverò delle canzoni sulle catene umane, la catena della religione, la catena dei soldi, la catena dell’amore, tutte catene dalle quali gli uomini si dovrebbero liberare. Ogni canzone parlerà di una catena. Sarà un concept album, una cosa che io ho sempre amato. Sai, come Emerson, Lake & Palmer con Tarkus, un’allegoria in chiave mitologica sul tema della guerra: a me piacevano quei dischi che sviluppavano un tema, cosa che vorrò fare anch’io. Poi ci sarà un terzo disco: siccome sto lavorando con Giulio Cesare Ricci, il mago del vinile con la sua etichetta Fonè, abbiamo deciso di registrare in una cantina in Toscana un live di chitarra, che avrà un lato A e un lato B con due suite di improvvisazioni. Ritornerò con lo spirito degli anni ’70, in cui partivi con un tema e te lo portavi avanti per venti minuti. E sono quei dischi che ti metti in macchina, non c’è un pezzo, due pezzi, tre pezzi, no, è un’unica suite divisa in andata e ritorno. Suonerò sempre la mia fida Chet Atkins e basta, la mia ‘Insanguinata’.

A proposito, chi gliel’ha dato questo nomignolo?
Samuele Bersani. Quando andai a suonare per il suo disco, quello dove ci sta “Coccodrilli” [Samuele Bersani, 1997 – n.d.r.], arrivai a Bologna, aprii il fodero, lui la guardò e disse: «Insanguinata!» E l’abbiamo battezzata così. Poi ho avuto il piacere che Stefano Benni ha scritto una poesia che s’intitola  “L’insanguinata”, dedicata alla mia chitarra, e che io ho inserito nel mio ultimo CD CantoStefano. E così, in mezzo alla strofa, ha scritto: «C’aggia fa’, nun te pozzo scurda’», come se parlasse di una donna e invece alla fine si capisce che sta parlando di una chitarra. Con quel testo ha centrato perfettamente il mio amore per questo strumento. Certo, ogni tanto lei si ‘scorda’, pazienza, l’accordo. Tanto, sai, io ho adottato quello di cui Segovia ha fatto uno stile di vita: «’O chitarrista passa metà della sua vita ad accordare la chitarra e l’altra metà… a suonare con la chitarra scordata». Nun ce sta speranza!

foto di Alfredo Buonanno
foto di Alfredo Buonanno

E mentre suoni t’inventi tutte le maniere di ovviare a questo problema…
Sì, sì, io, quando faccio i concerti, per i tre quarti del tempo accordo, così al volo, ormai so’ diventato ’na macchina!

Il dopo concerto

Fausto Mesolella - foto di Gabriele Longo
Fausto Mesolella – foto di Gabriele Longo

Ciao Fausto, bellissima performance e bellissimo posto, con un’ottima acustica. Durante la tua esibizione hai citato e suonato alcuni brani tratti dal tuo ultimo CD. Ce ne puoi parlare?
Si chiama CantoStefano, contiene dodici poesie di Stefano Benni musicate da me. Le ho fatte diventare dodici canzoni e le sto portando in giro insieme al concerto di chitarra che tu hai ascoltato stasera. Il concerto s’intitola Guitar solo. Stasera non ho suonato tutto, ma di solito canto i pezzi che ho scritto per altri artisti, più alcuni pezzi storici per chitarra che sono entrati nel mio repertorio, come “’O sole mio”, “Libertango”…

“Samba pa ti”…
“Samba pa ti” è la prima volta che la eseguo. Mi piaceva farla nel bis, è un pezzo che adoro e che, secondo me, tutti i chitarristi dovrebbero suonare perché è un pezzo di cuore… qua di cuore non se ne sente più! E portare in giro il cuore della chitarra secondo me è importante, soprattutto per le nuove generazioni, perché ’sti ragazzi dovrebbero capire che non si suona solo con la tecnica, ma bisogna mettere in moto la passione, il cuore appunto, e chi meglio di Carlos Santana!

Ho visto che tu, pur facendo uso della tecnologia, dei pedali, riesci sempre a trasformare il tutto…
…Sì, bravo. Perché suonando una chitarra classica è atipico il fatto di usare wah-wah e distorsore hendrixiani e quindi, quando inserisco questi pedali, i suoni prodotti sono diversi da quelli prodotti dalla chitarra elettrica, sembrano tutti strani. In effetti, la mia pedaliera è molto povera, io la chiamo ‘la pedaliera degli anni ’70’, molto analogica…

Sì, perché essenzialmente oltre ai pedali che hai citato hai un riverbero…
Sì, un delay, ma di generazione moderna. E poi uso molto un pedale, un looper Akai, che mi permette di registrare 32 secondi e poi ci vado sopra. Altrimenti poi, suonando da solo, avrei bisogno di un altro chitarrista.

In “Samba pa ti” mi sembra che tu abbia suonato tutta la base, non solo 32 secondi.
Sì, questa l’ho fatta a casa; in questo caso ho usato un pedale che regge cinque minuti. Ma sul palco suono quattro battute al massimo, utilizzando appunto l’Akai per 32 secondi. Certo, devi andare maledettamente a tempo, non stai mica suonando con un musicista in carne e ossa, per cui se sbagli poi ti porti sempre dietro l’errore. Ma, sai, sono abituato a questo perché è da quando ero molto giovane che lavoro negli studi di registrazione. Oramai il senso del tempo mi è entrato dentro. Certo, qualche volta sbaglio pure io, però raramente.

Quello che mi stai dicendo l’ho proprio riscontrato ascoltando la tua versione di “’O sole mio”, con quegli stacchi a cui facevi seguire una lunga pausa: veramente notevole, c’erano sotto un groove e una carica molto potenti! Inoltre ho notato che quando non utilizzi questo pedale, ti prendi la libertà di dilatare certi passaggi, insomma di uscire fuori dalla rigidità del metronomo per dare più espressione alla tua interpretazione.
Sì, certo. Lì esce fuori il cuore, che è sempre la mia bussola!

Fausto Mesolella - foto di Gabriele Longo
Fausto Mesolella – foto di Gabriele Longo

Fausto, mi puoi ‘presentare’ la tua chitarra?
È una Gibson Chet Atkins a manico stretto. È tutta ‘insanguinata’, perché ha fatto le ‘battaglie’. Però non l’ho modificata in niente, è esattamente così com’era quando l’ho comprata. È una chitarra che non ha avuto molto successo, è molto particolare, ma se tu ci metti il tuo suono lei ti risponde. Se la tratti come una chitarra classica, non ti risponde come una chitarra classica; se la tratti come una chitarra elettrica, lei non è elettrica; se la tratti come un’acustica, non è un’acustica: va trattata come la Gibson Chet Atkins! Devi entrare in quella logica. È una chitarra che mi ha appassionato nel corso della mia vita e sono riuscito a tirarci fuori il mio suono; anche perché io sono di quei musicisti che dicono che c’è prima il suono e poi il suonare! Devi avere il tuo suono, anche una sola nota, però deve essere la tua! La riconoscibilità dei chitarristi: Mark Knopfler lo riconosci, Santana lo riconosci, Hendrix lo riconosci, Clapton lo riconosci, perché hanno il loro suono. Ognuno ha un suono. Invece c’è una miriade di chitarristi bravissimi…

…Però anonimi.
Nun se sape! Io ormai ho il mio suono, in Italia cominciano a riconoscermi per questo suono, dicono: «Ah, quello è Fausto Mesolella». Questa è la cosa più bella per me! Avere il mio suono.

Ti ho ascoltato anni fa in un concerto all’Auditorium ‘Parco della Musica’ di Roma, in cui suonavi una splendida archtop di colore arancione.
È la Gretsch, la usavo con gli Avion Travel quando suonavo elettrico. È una bellissima chitarra. Poi ho una Stratocaster del 1966, e una Gibson Les Paul De Luxe del 1970. Sai, lavorando in studio di registrazione come chitarrista, c’ho un po’ di chitarre. Però, per me, per il mio concerto, suono esclusivamente la Gibson Chet Atkins.

È diventata il tuo marchio di fabbrica. È una chitarra, come hai potuto dimostrare, molto duttile. Pur avendo le corde di nylon può diventare molto…
…Aggressiva.

E quando vuoi, subito dopo…
…Diventa dolce.

Fausto, tu che sei un musicista in continuo fermento, hai qualche nuovo progetto in cantiere?
Beh, sto portando in giro, come ti dicevo, le canzoni di CantoStefano di cui hai ascoltato stasera qualche esempio. In effetti, ho iniziato le registrazioni di un disco nuovo. Ma avrò bisogno di qualche anno per completarlo! Poi, faccio concerti di chitarra da solo.

Grazie Fausto per le belle emozioni che ci hai regalato stasera.
Vabbe’, scherzi? Grazie a te!

Gabriele Longo

 

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