domenica, 23 Gennaio , 2022

Zucchero  da Inacustico a Discover

Zucchero

 Da Inacustico a Discover

di Reno Brandoni

foto di Daniele Barraco

Non è difficile raccontare di Zucchero. Quando lo incontri, capisci che devi mettere da parte ogni disagio che può derivarti dalla sua celebrità. Ti accomodi su una poltrona e inizi a chiedere. Le risposte non sono mai risposte, così come le domande non sembrano domande, ma frammenti di una disinvolta conversazione. Il tutto si svolge con familiarità, come se lo conoscessi da tempo. Basta poco per accendere la curiosità, per lasciarsi andare in improvvisate riflessioni e divertenti aneddoti. Niente è costruito, tutto è fluido, e il taccuino degli appunti può ritornare nello zainetto insieme ad altri inutili formalismi. E poi, se fuori piove e pensi che poco dopo sarai di nuovo per strada, allora vorresti ancor di più che la narrazione non s’interrompesse mai e cerchi un pretesto, o semplicemente l’occasione, per una nuova battuta. Ti senti completamente a tuo agio, ma non è merito tuo. È merito di chi ti ha accolto e ha raccontato di sé come si fa con un vecchio amico. Grazie Adelmo.

L’intervista

La nostra è una rivista dedicata alla chitarra acustica, letta da persone ‘non sane’ che pensano esclusivamente, dalla mattina alla sera, a questo strumento. Poiché ho visto che usi tu stesso lo strumento che anch’io amo di più, ecco la prima semplice domanda: la tua prima chitarra acustica?

La mia prima chitarra acustica era una no brand, non aveva nessuna marca. Era appesa in un negozio di strumenti musicali a Reggio Emilia in piazza del Duomo, la Casa Musicale Del Rio. Io, da autodidatta, cominciavo a strimpellare e mi piaceva il colore di quella chitarra. Era un color ocra con delle sfumature nere, forse marrone scuro. Era una sottomarca, era sicuramente quella che costava meno. Chiesi a mio padre insistentemente di comprarmela. La vedevo sempre appesa lì, mentre andavo verso scuola, e non potevo fare a meno di desiderarla. Alla fine, dopo tante insistenze, me la comprò. Quella è stata la mia prima chitarra.

Però prima ancora di quello strumento – avevo sei o sette anni – convinsi mio zio, che era in pensione, a farmene una lui. Lo zio era uno che si dilettava a fare modellismo. Per ammazzare il tempo faceva gli elicotteri, tutti di legno. Gli dissi un giorno che volevo una chitarra e lui prese del compensato e la costruì. La volevo a forma di mandola, non classica. Non so perché, ma mi piaceva quella forma. Al posto delle corde di nylon, quelle da chitarra classica, ci mise del filo da lenza per andare a pescare, che non suonava assolutamente. E poi la tastiera aveva i tasti messi a casaccio, che non erano intonati. Con quella chitarra non ci facevo nulla, non conoscevo neanche gli accordi. Quando poi a undici anni i miei si trasferirono in Toscana, in Versilia, lì incontrai quello che poi diventò mio cognato. Era un ragazzo più grande di me, bravissimo a suonare la chitarra. Lui era un patito di Jimi Hendrix e di Santana. Suonava già in un complesso e aveva una ‘semichitarra’ elettrica, anche quella senza marca. Grazie a lui cominciavo a vedere qualche accordo, e così ho imparato a fare gli accordi di base, DO, RE, MI, FA, e ho cominciato a dedicarmi più seriamente allo strumento. La chitarra che potevo permettermi a quel tempo era una Eko acustica. Non era un granché, ma a quel tempo era una chitarra molto popolare. Dopo passai a una dodici corde più moderna, che aveva già due potenziometri, uno per il volume e uno per i toni.

Era sempre una Eko?

Sì, perché era sempre quella che costava di meno. Il problema era che non avevo l’amplificatore e allora mi insegnarono a usare una vecchia radio valvolare, di marca Minerva. Inserendo il cavo jack mi faceva da amplificatore.

Poi, a un certo punto abbandonai la chitarra, perché volevo assolutamente entrare in un gruppo, a quei tempi si chiamavano complessi. Solo che in quel gruppo il chitarrista ce l’avevano già e mi dissero che cercavano un sassofonista. Ecco perché abbandonai la chitarra e mi misi a imparare le scale su un sax tenore, con il solo scopo di ‘passare l’audizione’. Fui ingaggiato come sassofonista, ma sapevo suonare solo quella scala: facevo il minimo! A quel tempo, nella regione versiliese era scoppiato il fenomeno del blues, quindi si parlava di Otis Redding, Aretha Franklin, Wilson Pickett. Per un po’ di tempo ho quindi suonato il sassofono, eravamo stati finalmente ingaggiati in un locale da ballo, prima ancora delle discoteche, e suonavamo il pomeriggio di domenica. Un giorno il cantante non si presentò, perché aveva litigato con la fidanzata, era un certo Pippo. Rischiavamo di perdere l’ingaggio e di non poter suonare. Il più anziano della band chiese a tutti noi chi si ricordava le parole e se la sentiva di cantare. Io mi offrii di provarci, ma feci notare che non avrei potuto suonare il sassofono. Mi dissero di fregarmene del sassofono e di cantare per salvare la serata: da quel giorno diventai il cantante della band!

Questa è la ragione per cui avevo abbandonato la chitarra, ma continuavo a suonarla, non ero un chitarrista solista, ma me la cavavo con l’accompagnamento. Poi sono passato all’elettrica, ce n’è ancora una che conservo, era una marca strana, si chiamava Cobra: mi sembra che la producessero a Reggio Emilia o Modena, comunque da quelle parti. Era quella più economica, però aveva una bella forma, strana, con la paletta grossa e colori scintillanti, come le chitarre di quell’epoca. Suonavo quella lì. Più avanti mi sono trovato una Fender Telecaster che era a buon mercato: anche se era super usata, la presi, era color verde ramarro e ce l’ho ancora. L’ho fatta portare a legno, è quella che uso ancora in tournée. Mi dicono tutti che è una chitarra fantastica, è del ’55. Anche il mio chitarrista mi dice che ha un suono incredibile. Io non ci ho fatto niente, non ho modificato il pickup né sostituito alcunché: così era e così è. Uso ancora quella.

Poi negli anni mi hanno regalato delle chitarre, oppure le ho ricevute per suonarle e fare un po’ di pubblicità, così ho accumulato una sessantina di chitarre tra Gibson, Fender, Gretsch… Ho anche qualcuna di quelle vecchie: ho addirittura una Vox fatta anche quella a mandola, è quella che usavano i Rokes. Inoltre ho delle dodici corde acustiche, dalla Takamine alla Gibson: ne ho trovata una a Los Angeles anni fa, che uso ancora per il tour. Bellisima!

Anche la Guild che usi nel video “Follow You Follow Me” è molto bella.

Sì, è una bella chitarra. Insomma ne ho accumulate un bel po’, alcune addirittura non le ho mai usate. C’è una ditta tedesca che ha dei modelli stupendi, visivamente stupendi, però il suono mi dicono che non è molto buono. Ho anche una chitarra baritona, che qui in Italia forse è poco usata…

Be’, ci sono molti appassionati…

Ma poi ho tutta la gamma: mandolino elettrico, ukulele, cigar box. Ho delle resofoniche National…

Nel periodo del lockdown, ti sei espresso molto in acustico. Hai rappresentato la tua storia in modo diverso.

Il tutto è nato proprio per ammazzare il tempo. Avendo dovuto rimandare per due volte un tour nel mondo di 150 concerti, mi sono ritrovato a casa. Noi stavamo già facendo le prove generali quando è arrivato lo stop, quindi c’è stato un po’ di sbandamento. All’inizio ho pensato: che faccio? Bisogna che faccia il mio mestiere, quindi mi son messo lì con quella Gibson che ho trovato a Los Angeles e anche con una Martin che mi ha regalato Eric Clapton, che però non è la sua signature, ma la Paul Simon.

La conosco, è proprio un bel regalo.

Eric, quando è nato mio figlio Blue, mi ha anche regalato una Fender piccolina. Non so se l’hai mai vista, è una Fender Stratocaster piccolina, ma che suona bene.…

Insomma, ho passato il tempo a fare delle cose in acustico, spinto dal mio addetto ai social che mi diceva: «Perché non fai qualcosa da pubblicare?» Ho cominciato, e visto che queste versioni erano apprezzate, ho deciso di riproporre il mio disco D.O.C. in versione acustica, si intitola Inacustico D.O.C. & More. Appena hanno riaperto qualche attività e ho ripreso ad andare in giro, mi sono esibito in acustico. Eravamo in tre: io, sempre con le solite due chitarre; poi c’era la chitarrista di colore, Kat Dyson: lei suona tutta la gamma delle chitarre; e infine Doug Pettibone: lui suonava fondamentalmente la pedal steel, però suona di tutto, con i suoi marchingegni, gli effetti eccetera; suona chitarra acustica, elettrica, suona il banjo, la mandola elettrica, il mandolino. Insomma, abbiamo fatto questi concerti nei teatri con capienza ridotta per il COVID. La prima parte fuori dall’Italia e la seconda parte in Italia, facendo il tutto in tre: mi sono divertito moltissimo!

Credo si siano divertiti soprattutto i tuoi fan, perché anche senza la band, che spesso sorregge sin troppo il musicista, le canzoni hanno funzionato lo stesso: vuol dire che avevano un loro fondamento.


Sì, da autore ti dico che io sono ancora alla vecchia maniera: cioè una canzone per me deve essere affascinante e avere una forza anche solo con piano e voce, o chitarra e voce. Mentre la tendenza adesso è: prima fanno il beat con la base, trovano il loop, il groove, poi mettono quattro accordi e ci costruiscono sopra la melodia. Invece io, che vengo dalla vecchia scuola, prima lavoro sulla melodia e solo successivamente sugli arrangiamenti.

E la canzone funziona comunque anche se la esegui solo con la chitarra.

Dovrebbe! Poi sai, è talmente cambiato tutto negli ultimi anni, che adesso non si sa più nulla… Però la canzone dovrebbe reggere anche solo chitarra e voce, o piano e voce. Se tu suoni le canzoni dei Beatles solo con la chitarra, reggono anche da sole. Invece una canzone che funziona adesso in radio, se la spogli dei suoni, degli arrangiamenti e dei ritmi… magari è difficile che rimanga.

Perde la sua logica, il suo perché. Si investe più nell’ambientazione che nel contenuto.


Esatto, più nel vestito che nella sostanza.

Ci hai raccontato un po’ la tua storia con la chitarra. Invece come è nato il tuo rapporto con il blues?

Ci ho pensato spesso… ma andiamo per ordine. I miei si erano trasferiti in Versilia a Forte dei Marmi per lavoro, e non certo perché erano ricchi. Io mi sono trovato lì a undici anni e mezzo: Forte dei Marmi, la Versilia, il lungomare, quella zona l’ho sempre paragonata a Los Angeles. E quando poi ho conosciuto Los Angeles e quindi la West Coast, ho compreso che non sbagliavo: a differenza della East Coast, la West Coast era affascinata dalla musica nera. La musica afroamericana è arrivata prima nella West Coast. E la stessa cosa è successa a Forte dei Marmi e alla Versilia. C’era un locale, un bar enorme sul mare che si chiamava Las Vegas, dove c’era il biliardino, il biliardo, ed era pieno di ragazzi che andavano lì il pomeriggio, doposcuola. Lì c’era uno dei primi jukebox che avevo visto. Mi mettevo lì e gettonavo. Erano arrivati i 45 giri di Otis Reding, Marvin Gaye, Aretha Franklin… La prima canzone che ho sentito fu “(Sittin’ on) the Dock of the Bay” di Otis Reding. Rimasi fulminato da quel ritmo, dalla sensualità, dal modo di cantare, di dividere le frasi. Probabilmente, ma è un mio pensiero, se fossi rimasto a Reggio Emilia dove il rythm & blues è arrivato dopo, dove c’era il rock e c’erano i cantautori, mi sarei innamorato più del rock o del cantautorato. Invece crescendo lì, ascoltavo solo quella musica, la musica nera. Poi, quando è venuto fuori Ray Charles, sono rimasto terribimente colpito dalla sua voce e dalla sua espressività. Trovavo che in quella musica e nella sua voce c’era dentro tutto, era completa: c’era la malinconia, c’era la gioia, c’era il ritmo, c’era la sensualità, c’era la melodia. C’era tutto. E questo è stato il mio primo vero grande amore. Quello che mi ha fatto decidere di suonare con le prime band quel tipo di musica. Invece quand’ero ancora a Reggio Emilia, quindi ragazzino, erano arrivati i Beatles e i Rolling Stones, mi piacevano anche i Procol Harum. Per me, “A Whiter Shade of Pale” rimane ancora una delle più belle canzoni mai scritte nel pop. Mi piacevano anche i gruppi italiani che facevano cover inglesi, come i Nomadi, l’Equipe 84, i Dik Dik. Quand’ero ragazzino lì a Reggio Emilia ascoltavo quelle cose.

Ascoltando l’ultimo tuo disco Discover, c’è una canzone che mi ha colpito particolarmente, “Natural Blues”, perché evidenzia un dualismo tra la musica di B.B. King e quella di Robert Johnson. Eric Clapton ha vissuto e proposto la musica di entrambi. Tu, in qualche modo, hai ripercorso la stessa strada: sei passato dalla musica di B.B. King ritornando alle radici di Robert Johnson…

Quella canzone io la conoscevo prima che Moby ne facesse la versione, diciamo, più famosa.

Ma la versione originale, “Troube So Hard” [1937], è meravigliosa!

Sì, è di Vera Hall…

…e di Alan Lomax .

Esatto, quella la conoscevo già…

A questo disco in ogni caso ci ho lavorato non costantemente, ma erano già un paio d’anni che volevo farlo. Mi dicevo: «Prima o poi voglio fare un disco di cover, cercando di far mie le canzoni.» Il brano di cui parli faceva parte di una rosa di 500 brani, che poi ho scremato strada facendo. Perché magari, anche se mi piaceva una canzone, l’avevano già fatta in tantissimi. Quindi volevo evitare di essere l’ennesimo che fa la stessa canzone. Poi ho ritenuto alcune canzoni intoccabili, per me era meglio lasciarle stare. Per esempio “Imagine” di John Lennon. Un conto è che una canzone mi piaccia, un conto è che io riesca a farne una versione dignitosa: almeno dignitosa, non dico meglio dell’originale. Quindi da 500 brani ho fatto presto ad arrivare via via a 350, 250, 200…

Poi ho cercato di unire le mie due anime, che sono ovviamente il mio amore verso l’afroamericano, ma anche verso la grande melodia italiana. Noi, a iniziare dalla canzone napoletana, abbiamo delle melodie che sono indiscutibilmente fantastiche. Ecco perché ho preso per esempio un pezzo di Ennio Morricone, “Lost Boys Calling”, che fa parte della colonna sonora de La leggenda del pianista sull’oceano. Mi piaceva questa melodia proprio italiana, melodia pura. Poi mi piaceva anche il testo che aveva aggiunto Roger Waters, che è molto bello. Ed ecco perché ho fatto anche “Fiore di maggio” di Fabio Concato, che non mi risulta sia stato fatto da altri prima, e che comunque ha una bellissima melodia. O ancora “Con te partirò”, che può sembrare un po’ strano, ma l’ho fatto forse anche per un ricordo. Quando mi occupavo di Andrea Bocelli all’inizio, quando non lo voleva nessuno, gli feci sentire questa canzone. Però lui non era convinto, non volevo andare a Sanremo con questo brano, forse lo trovava un po’ troppo poco… non so. Gli dissi che era un pazzo. Cercai di convincerlo che era una melodia straordinaria e – perché no – che anche il testo era bello. Infatti alla fine lo convinsi ad andarci a Sanremo. Infatti poi questa canzone ha fatto il giro del mondo. Così ho pensato a come sarebbe venuta fuori se l’avessi cantata io, invece che lui con un’impostazione tenorile, senza quella pomposità della grande orchestra, un po’ più minimalista: è stata un po’ questa la sfida. Ho detto: «Proviamo, vediamo come viene.» L’ho cantata e mi è piaciuta. L’ho messa per quello.

Come avrai sentito poi ci sono “Motherless Child”, “Old Town Road”, “Natural Blues”, “High Flyin’ Bird”, una canzone che credo sia – almeno qui – sconosciuta. È un brano di Richie Havens, che mi ha sempre affascinato. Ultimamente tendo ad ascoltare cose semplici: gli arrangiamenti pomposi non mi affascinano più, mi piace la musica quasi a cappella, come i vecchi spiritual…

Cerchi l’essenza della musica.

Sto andando in quella direzione. Hai sentito come ho fatto “Follow You Follow Me”, che è un altro amore: infatti tra i miei grandi amori c’erano anche i Genesis, il progressive. In quel brano ho fatto con la chitarra dodici corde il riff principale.

La cosa interessante di questo nuovo disco di cover è che vai dai Genesis ad “Astro del ciel (Silent Night)”, apparentemente senza una logica. Invece la logica esiste ed è la tua passione per la musica. Questa serie di cover indicano il tuo percorso d’artista.

Sì, ho lavorato senza pensare se i brani avrebbero funzionato insieme, se avrebbero funzionato in radio… Il mondo è talmente cambiato, che adesso le radio secondo me suonano sempre la stessa canzone!

Poi con queste masterizzazioni compresse…

I suoni sono tutti uguali. Allora ho detto: «Boh, ne ho fatte tante, ho 66 anni, voglio fare le canzoni che ho amato e che mi smuovono ancora delle cose!» “Silent Night” l’ho fatta a modo mio, cambiando le parole originali, ovviamente chiedendo il permesso. Mi è stata chiesta espressamente. Perché tutti gli anni a Natale, già da qualche tempo, dall’America chiedono a un artista internazionale di fare una versione di “Silent Night”. L’hanno chiesto a tantissimi artisti, anche importanti, questa volta l’hanno chiesto a me ed io ho risposto di sì. Però ho anche detto che avrei voluto metterla nel mio album: l’ho fatta acustica, ci ho messo ho messo un po’ di resofonica National, per tutti è stata una sorpresa, ma è piaciuta. Adesso hanno fatto un filmato bellissimo. Anche perché quella canzone lì è stata scritta da un tedesco. C’è stato un momento a Natale, durante la guerra del ’15-’18, in cui i tedeschi e gli inglesi si sono dati la mano, il giorno di Natale hanno fermaro il conflitto e i due generali si sono incontrati nel campo di battaglia e si sono dati la mano. Poi dopo hanno ricominciato a darsi le botte… Però questa è diventata una canzone simbolo, più che una canzone cristiana è una canzone simbolo di pace.

C’è un’altra cosa che nel disco mi è piaciuta veramente tanto e secondo me è un gioiello blues: l’inizio della seconda strofa di “Ho visto Nina volare”, che tu avevi già fatto nel tributo di Genova.


Ti piace quando salgo di un’ottava? Per questo brano devo ringraziare Dori Ghezzi. Quando fecero a Genova il tributo a Fabrizio De André mi chiese di partecipare. Le dissi che rispettavo De André, ma che io non c’entravo molto musicalmente con lui. Lui era più uno chansonnier, non sapevo quale canzone avrei potuto fare. Lei mi disse che l’aveva già in mente, dovevo cantare “Ho visto Nina volare”. Non la conoscevo, devo essere sincero: l’ho sentita, e mi son fatto venire in testa qualche idea e l’ho eseguita. Ho visto che era stata apprezzata. Quindi per non rilavorare sulla stessa cosa, ho chiesto di inserire anche la voce di De André, ma non per fare quelle cose come i duetti virtuali: era per fare un tributo a lui, un omaggio. Ho scelto un momento che viene prima di quello che dici tu, proprio per creare il pathos e ritornare con la mia voce all’ottava alta.

Infatti c’ero rimasto un po’ male: quando ho sentito la voce di De André, ho temuto che tu non avresti rifatto quella parte. Invece la sorpresa è stata graditissima, perché veramente quella tua interpretazione immette secondo me lo spirito blues in De André, che è una cosa strana, un accoppiamento abbastanza inusuale.

Infatti, diciamo che era una sfida molto interessante…

Per tornare ancora al blues, mi è sembrata una bella idea quella di far cantare Mahmood su “Natural Blues”. La sua voce africana ha prevalso sul suo stile arabeggiante. In fondo il blues viene proprio da lì.


La risposta è già nella tua domanda. Quando l’ho ascoltato la prima volta al Sanremo Giovani con la canzone “Gioventù bruciata”, quella prima di “Soldi” che ha vinto al Festival di Sanremo, ho notato la sua grande padronanza vocale: tecnicamente lui veramente fa di quei ghirigori, con delle note che sono anche difficili da prendere. E li fa in modo naturale. Io ho sempre pensato che lui fosse un cantante soul, per me lui ha quelle radici. Anche se fa un po’ l’arabeggiante ed è ‘moderno’, lui potrebbe veramente avere la ‘fluidità’ di Al Green. Sai, che Green faceva tutti quei gorgheggi su e giù. Ora, da tempo la casa discografica mi chiedeva di fare qualcosa con un giovane. Sai, adesso va di moda che le case discografiche cerchino di accoppiare gli adult contemporary come me ad un cantante giovane, sperando di avere qualche passaggio in radio in più. Io ho sempre detto di no, me ne hanno proposti tanti. Ma quando mi hanno chiesto cosa pensavo di Mahmood, ho risposto che se c’era uno con cui avrei potuto fare qualcosa era proprio lui. Però dovevamo confrontarci. Allora siamo andati in studio. E devo dire che sono rimasto molto sorpreso dalla bravura di questo ragazzo e dall’anima, dal soul che tira fuori. Mi piace molto. La canzone l’ho fatta scegliere a lui: gli ho dato una ventina di possibilità, e lui ha scelto “Natural Blues”.

Perfetta, strepitosa nel suo ruolo.

Ma hai sentito i fraseggi che fa? Delicati ed eleganti, non invadenti.

Purtroppo il tempo sta per finire. Potresti farmi un accenno alle tue amicizie internazionali con cui ti trovi meglio, Sting, Bono…


Ormai ci conosciamo da tantissimo tempo, ma non solo con loro due. Potrei dirti di Brian May, di Robert Plant, e ce ne sono altri con cui magari non ho mai collaborato, ma con i quali c’è un rispetto reciproco. La chimica funziona anche se andiamo a cena e basta. Lo stesso con Peter Gabriel: ci vediamo senza neanche pensare di fare qualcosa insieme. Lo stesso con Michael Stipe: ho fatto una sua canzone nel disco, ho chiesto di poter fare la versione italiana, “Amore adesso (No Time for Love Like Now)”. Sting lo conosco molto prima di Bono: mi ha chiesto di fare il padrino a sua figlia, e adesso che con il COVID ha preso la residenza in Toscana, è sempre lì. Perché? Perché siamo il paese più sicuro: ci siamo frequentati tantissimo l’anno scorso e anche quest’anno. Lo considero come uno di famiglia ormai. Bono l’ho sentito una settimana fa, perché ha doppiato il personaggio di Clay Calloway nel cartone animato che si chiama Sing 2, mentre io l’ho doppiato nella versione italiana, quindi ci siamo sentiti e abbiamo riso sul personaggio, che è molto simpatico. Bono è più vicino a noi italiani, è più casinista, gli piace stare lì con una pinta di birra. Sting è molto più gentleman, ma dolcissimo. Ho un buon rapporto con tutti, sarà perché non mi vedono come antagonista. Perché tra di loro non è che siano tutti amiconi: sono gentlemen ma insomma: tra loro c’è del sano antagonismo. Io sono fuori, non sono un antagonista

Non sei un pericolo.

No, per niente, anzi… Ovviamente alla base c’è che a loro piace quello che faccio, e a me piace quello che fanno loro.

La domanda aveva anche un altro senso, un altro risvolto. Com’è il rapporto tra musicisti americani e inglesi, e musicisti italiani. C’è una differenza, c’è una diversa mentalità?

No, io credo che loro abbiano molto rispetto per la musica italiana, ma intesa come musica classica. Il nostro patrimonio per loro parte da lì. Mi ricorderò sempre che il motivo con cui sono riuscito a convincere Bono a venire al Pavarotti & Friends – per il quale mi sono occupato delle dodici edizioni insieme a Luciano e Nicoletta – fu che lui voleva confrontarsi con Luciano, perché suo padre era un grande fan della musica lirica. Quindi partono tutti da lì: per loro cantanti, il non plus ultra del canto, del bel canto, è l’opera italiana. In quest’ottica ne ho trovati tanti di musicisti, come anche Mark Knopfler, che adora quella musica e mi ha sempre detto che il suo sogno era fare un disco con Morricone. Quindi c’è un grande rispetto per la nostra cultura musicale. Che piaccia o non piaccia, comunque è per quel tipo di musica che siamo molto rispettati.

Per concludere cito una tua frase: «Una cover per me ha senso se viene personalizzata fino al punto di sembrare una mia canzone.»

Questo è l’intento, altrimenti per quale motivo devi fare una cover, se lasci l’arrangiamento, il ritmo, il modo di cantare simili all’originale? Io allora prendo l’originale. Non c’è paragone, non ci sarà mai, non ci potrà mai essere un confronto. Perché non ho fatto “A Whiter Shade of Pale”, che rimane una delle canzoni che amo di più? Tra l’altro poi ho scoperto che era la canzone che anche John Lennon amava, combinazione! Ma io non ho pensato neanche per un attimo di farla. Dal vivo la suono perché mi piace. Ma un conto è farla dal vivo, un conto è farla su disco. Dalle mie parti dicono: «Meglio aver paura che toccarle!» Quindi, a far tua una canzone non sempre ci riesci, però io ci ho provato e penso in alcuni brani di esserci riuscito. Forse in altri un po’ meno… Ma forse è meglio dire così: se io avessi voluto tentare di fare un bel disco mio, ci avrei messo la firma ad avere queste canzoni, da “Wicked Game” a “The Scientist”… Insomma ce ne sono tante.

È un bell’approccio. Anche Chopin non sopportava chi eseguiva le sue opere così come le aveva scritte, e voleva che ognuno mettesse qualcosa di suo.


L’esempio che più rende l’idea è quando sentii per la prima volta “A Little Help From My Friends”, che io consideravo forse una delle canzoni dei Beatles che mi piaceva di meno. Fatta da Joe Cocker è diventata un’altra cosa, l’ha stravolta, è diventata immensa, carismatica e piena di epicità.

Hai ragione, pensa ad “All Along the Watchtower” suonata da Jimi Hendrix…

[sorride] Non era un paragone con le mie… Io faccio quel che posso.

 

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