(di Alberto Ziliotto) – Il concorso Six Strings Theory è nato nel 2010 da un’idea del chitarrista e compositore Lee Ritenour. Dopo il successo della prima edizione, Ritenour ha incrementato la presenza di sponsorizzazioni importanti con l’obiettivo di rendere il concorso molto appetibile a livello internazionale: le borse di studio per il Berklee College of Music, la possibilità di registrare un duetto con lo stesso Ritenour nei suoi studi, le collaborazioni con il Montreux Jazz Festival e il fatto di esporsi sotto i riflettori di una giuria composta da artisti del calibro di Steve Lukather, Joe Bonamassa, Pat Martino, John Scofield, Andy McKee e molti altri, hanno reso questo concorso il più celebre a livello mondiale, contando candidati da 48 nazioni. RafQu è nato nel 1985 nella provincia di Brindisi. Figlio d’arte, è cresciuto in una casa dove strumenti e musica sono il pane quotidiano. Da bambino si è avvicinato al canto e ha vinto diversi concorsi locali. Ha passato poi l’adolescenza con la chitarra elettrica e al suono della musica rock. Nel 2012, dopo svariate esperienze, ha deciso di dedicarsi a quella che nel frattempo è diventata la sua vera passione, la chitarra acustica, e ha inciso alcuni brani composti nel corso degli anni, pubblicando nel 2013 Homeless per l’etichetta Fingerpicking.net, il suo primo disco. Proprio da questo disco sono tratti la title track e “Roads”, che RafQu ha presentato quest’anno al Six Strings Theory ottenendo un riscontro inaspettato: è entrato tra i sei finalisti della categoria “Acoustic Guitar” classificandosi al quarto posto.
Ciao Raf, raccontaci come hai scoperto questo concorso e perché hai deciso di iscriverti.
Ho scoperto l’esistenza del Six String Theory grazie a un mio amico, che circa un anno fa mi ha fatto ascoltare l’omonimo album di Ritenour del 2010. Sono rimasto affascinato da “Drifting” di McKee, suonata da Lee insieme a quest’ultimo, e da “Shape of my Heart” suonata insieme a McKee e Lukather… il top insomma! Tempo fa, poi, ho visto un’inserzione su Facebook con lo stessa grafica del disco e, incuriosito, ho cliccato sopra e mi sono ritrovato nella pagina del concorso. Onestamente non so perché, mi è venuta voglia di partecipare… non lo avevo mai fatto, una cosa nuova per me. Leggendo bene poi ho scoperto di cosa si trattava, che c’era una giuria. Oggigiorno la maggior parte di questi contest putroppo si vincono tramite like e visualizzazioni; questo invece no, e rendeva il tutto affascinante.
La giuria era composta da chitarristi veramente d’eccezione: come ci si sente a far giudicare la propria musica da questi mostri sacri? E, soprattutto, a essere l’unico finalista italiano presente tra tutte le categorie?
Visto il risultato ottenuto, ora mi sento bene! Però sapere che i video di “Homeless” e “Roads”, che fanno entrambi parte del mio ultimo disco Homeless, sono stati visti da Lee Ritenour, Don Alder e il mio grande idolo Andy Mckee, e che magari siano stati visti anche da qualcuno della giuria che non si occupava della chitarra acustica, come Joe Bonamassa, Guthrie Govan o Steve Lukather… be’, è stata una grande soddisfazione, un bel sogno che si è realizzato in gran parte; l’altra parte la realizzerò quando riuscirò a suonare i miei brani proprio davanti a loro, di persona. Essere poi l’unico italiano in tutte le categorie è una grande soddisfazione e anche una grande responsabilità. In semifinale c’era anche un altro ragazzo italiano nella categoria “Acoustic Guitar”, Antonio Palumbo: lui purtroppo non è rientrato nei sei finalisti. Sarebbe stato bello avere due Italiani in classifica: il nostro è un paese che merita, dove ci sono tanti talenti e tanti musicisti bravissimi.
Secondo te un chitarrista che partecipa a concorsi viene ancora etichettato come ‘emergente’?
No, o almeno all’estero non è così. Quella è una filosofia di musicisti che forse si credono arrivati e prediligono un atteggiamento presuntuoso. Con me nel concorso c’era anche un ‘certo’ Maneli Jamal, che comunque non è un emergente, anzi. Eppure ha vinto un ragazzo che si chiama Max Godman e viene da Mumbai, India. Maneli è arrivato secondo. Perché all’estero il concorso non viene visto come una competizione, anche se in fondo lo è, ma come una vetrina. Si partecipa per farsi vedere, giudicare, apprezzare o meno, per crescere. Quando mi hanno detto che ero arrivato in semifinale e ho visto che c’era anche Maneli Jamal, sono rimasto sorpreso anch’io inizialmente; ma questo mi ha fatto capire l’importanza di questo concorso. Gente scelta da 48 paesi del mondo: una bella soddisfazione farne parte.
Cosa ne pensi dei concorsi presenti in Italia?
Penso che si dovrebbe dare più importanza a noi che partecipiamo: il problema è proprio questo. I concorsi ci sono: il Premio Carisch, il Premio ADGPA; però poi è il risultato finale che non viene valorizzato. Un ragazzo che vince un concorso dovrebbe essere trattato in tutti i modi da vincitore e non più da emergente. Anche perché il livello chitarristico in Italia, come nel mondo, sale giorno dopo giorno in maniera incredibile. Bisogna valorizzare tutto questo e sopratutto chi vince un concorso.
Cosa pensi possa cambiare questo concorso nella tua carriera?
Ancora non so di preciso cosa possa cambiare, e non me lo sono neanche chiesto. È sicuramente qualcosa che arricchisce il mio curriculum musicale. Vedremo cosa accadrà…
Alberto Ziliotto






