Con il violoncello a tracolla – Intervista a Rushad Eggleston

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Foto di Michael Schlüter

(di Andrea Carpi) – Nella già citata intervista di giugno, Beppe Gambetta ricorda: «Tutti quanti, quando raccontavamo di essere in cerca di giovani interessanti, indicavano Rushad Eggleston!» E Rushad, nelle tre serate delle Acoustic Night, non ha minimamente disatteso le aspettative. Dal punto di vista musicale vanta un retroterra di violoncello classico, di chitarra heavy rock e neoclassica, di chitarra acustica bluegrass e di studi di performance al Berklee College of Music, che traduce in un virtuosismo sul violoncello intriso di elementi bachiani e barocchi, elementi di bluegrass progressivo ed elementi fortemente ritmici. Tutto viene poi presentato attraverso una presenza scenica decisamente esuberante: Rushad indossa abbigliamenti a metà strada tra un giullare, Arlecchino e Peter Pan, fa il suo ingresso in scena calato dall’alto sul palco, suona il violoncello a tracolla correndo in lungo e in largo, e canta canzoni originali utilizzando a tratti una lingua inventata come una sorta di personale gramelot. È al tempo stesso un virtuoso e un uomo di spettacolo, una forza della natura. Nella sua carriera ha suonato con Darol Anger e con i Crooked Still, ha formato tre gruppi in varia misura ispirati al rock, e ha inciso nel 2013 il suo primo album solista The Rushad Eggleston Show.

Rushad-EgglestonSei nato nel 1979, e Beppe mi ha raccontato qualcosa del tuo ambiente familiare, che la tua famiglia viene dall’India.
Soltanto mia madre è di origini indiane.

Che tipo di educazione musicale hai avuto in famiglia?
Be’, mia madre voleva farmi cominciare a suonare il violino all’età di 3 anni, non so perché! Ma ho smesso…

I tuoi genitori erano musicisti o qualcosa del genere?
Mamma suonava il flauto…

Il flauto indiano?
No, il flauto classico, ma poi non ha continuato… Comunque avevamo un sacco di dischi in casa, e anche una gran quantità di incisioni di musica indiana. Anche mio padre era un grande amante della musica. Aveva conosciuto mia madre a un festival dedicato a Johann Sebastian Bach, entrambi amavano la musica classica. Ma papà s’interessava anche di jazz e di rock…

Suonava?
Ha imparato a suonare il sassofono, ma non è un musicista.<

E quando hai cominciato a suonare il violoncello?
All’età di 8 anni. Ma allora non mi dedicavo alla musica in modo consapevole, era solo una cosa che facevo; mi interessavano di più gli sport, il baseball… Mia madre però mi faceva esercitare per un’ora ogni giorno, questo è quello che dovevo fare, semplicemente esercitarmi un’ora al giorno sul violoncello.

Ho letto nella tua biografia che hai suonato nella Youth Music Monterey Orchestra.
Sì, e ho continuato a suonare il violoncello fino a 10-11 anni: ero abbastanza bravo, credo, ma non mi interessava veramente. Poi, a 12 anni, ho cominciato a suonare la chitarra e grazie a questo ho cominciato ad amare la musica. Ho avuto come una rinascita, un risveglio personale. Dopo poco, era il 1992, mi sono innamorato veramente della musica ascoltando i Nirvana, credo che fossero proprio i Nirvana la prima volta, e poi gli AC/DC, i Metallica, i Guns N’ Roses…

L’heavy rock…
Sì, l’hard rock, i Megadeth, i Pantera… Mi entusiasmai e cominciai a studiare tutto quello che mi capitava da autodidatta…

Continuavi a suonare anche la classica?
Ah no, a quel punto avevo mollato la classica. Poi, dopo un paio di anni in cui non avevo toccato il violoncello, ho cominciato ad ascoltare Joe Satriani e a leggere le riviste di chitarra e tutta quella roba…

Negli anni ’90…
Sì, negli anni ’90, e c’era un gruppo di chitarristi che si applicavano con dedizione a interpretare brani di musica classica, come Paganini…

Yngwie Malmsteen…
Sì. Malmsteen e altri; anche se Malmsteen per la verità non lo ascoltavo molto, preferivo Eric Johnson: erano bellissimi per esempio i suoi arpeggi discendenti. In ogni caso, grazie a queste cose, sono ritornato sulla musica classica, perché pensavo: «Be’, so già un sacco di cose sulla musica classica!» Così ho ripreso in mano il violoncello e ho ricominciato a prendere lezioni, questa volta seriamente. Avevo 15 anni e sono tornato a suonare in orchestra, ma ora mi piaceva, ero contento di esercitarmi per ore ed ore. Sono anche andato per tutta l’estate a un grande festival musicale in Colorado, al quale partecipano musicisti classici da tutto il mondo, ed è stata un’esperienza molto intensa. Quando sono tornato mi sono rimesso a suonare la chitarra, ma stavolta ho scoperto il bluegrass e ho cominciato a suonare la chitarra acustica. Mio zio, il fratello di mio padre, suonava la chitarra e mi ha insegnato un po’ di canzoni folk; poi un mio amico suonava il banjo, e insieme di solito suonavamo bluegrass. Sono anche andato al Walnut Valley Festival di Winfield, e ho partecipato al National Flat Pick Guitar Championship…

Hai scoperto anche il cosiddetto progressive bluegrass in quel periodo, la Montreux Band e cose del genere?
Sì, Darol Anger e Mike Marshall… e pensavo tra me e me: «Be’, se mi do veramente da fare, forse un giorno potrò suonare con questa gente!» E capii anche che il violoncello poteva andar bene per quel genere musicale, perché è simile al violino, ma soltanto più basso, così cominciai a fare esperimenti in questo senso… Devo anche aggiungere che durante il terzo anno di liceo, chiamato junior year, quando hai 16-17 anni, provai il desiderio di abbandonare la scuola. E i miei genitori mi sono stati di grande aiuto, sono riusciti a farmi passare un esame che mi permetteva di lasciare la scuola e stare a casa. In quel periodo suonavo molto la chitarra: tutto quello che volevo era stare a casa a suonare la chitarra tutto il giorno. E loro pensavano che se mi esercitavo tutto il tempo, potevo combinare qualcosa di buono. Finché un giorno abbiamo letto un articolo di giornale, nel quale era scritto che il Berklee College of Music metteva in palio delle borse di studio a tempo pieno; bisognava mandare un demo tape e partecipare a un’audizione dal vivo. A quel tempo io suonavo sia la chitarra che il violoncello, passando continuamente dall’una all’altro, perché non riuscivo a decidermi; magari suonavo un mese il violoncello e un mese la chitarra… Così, quando è giunto il momento di mandare il demo alla Berklee, sono andato in una sala d’incisione e ho registrato un nastro di chitarra e un nastro di violoncello. Però mio padre disse: «Puoi mandare solo un nastro!» E allora abbiamo pensato che ci sono mille chitarristi alla Berklee e un milione di chitarristi nel mondo, ma non molti violoncellisti e difficilmente qualcuno che suoni il violoncello bluegrass! Così mi sono iscritto per il violoncello e… mi hanno assegnato una borsa di studio!

Cos’hai studiato al Berklee?
Semplicemente performance: mi sembrava la cosa più semplice che potessi studiare, perché quello che desideravo era soltanto stare lì e fare molto esercizio. Ma in ogni caso dovevo studiare un sacco, era un programma molto generale, su tutto ciò che riguarda la musica: dovevo fare armonia classica, armonia jazz, teoria di tutti i tipi e molto ear training. È stata dura, mi sono massacrato! Ma ho anche incontrato molti musicisti che mi stimavano e avevano voglia di suonare insieme a me; così ho avuto tante opportunità di suonare il violoncello nello stile che mi interessava. E alla fine ho anche conosciuto Darol Anger, con il quale ho inciso Fiddlers 4, l’album con Michael Doucet e Bruce Molsky che è stato nominato al Grammy del 2003.

A quel punto eri decisamente orientato verso quel tipo di progressive bluegrass, e nel 2004 hai partecipato alla formazione dei Crooked Still, con cui sei rimasto fino al 2007…
Sì, completamente.

D’altra parte, cosa puoi dirci del modo così fantasioso, da ‘maghetto’ [risate], in cui hai mostrato di rappresentare quel tipo di musica nello spettacolo di ieri sera? A cosa ti sei ispirato?
Questa è una bella domanda… e sono successe molte cose lungo il percorso! In passato, ero solitamente più educato, più corretto, più ‘quadrato’. Anche se ero comunque una persona strana, con idee strane, cui piaceva saltare sopra le cose, arrampicarsi sugli alberi, fare cose stravaganti. Sono sempre stato una persona eccentrica, particolare. E mi è sempre piaciuto costruire parole nuove, inventare parole, migliaia di parole fin dove mi portava l’ispirazione. Però… conosco molte persone nel mondo del bluegrass, nel mondo del jazz e nel mondo della musica classica, che ascoltano soltanto bluegrass o jazz o musica classica; e tutto il resto non conta. Così anch’io, per qualche tempo, ho ascoltato soltanto quel tipo di musica. Poi, a un certo punto, mi sono ricordato che quand’ero più giovane amavo i Nirvana, gli AC/DC e altre cose del genere; e mi sono ricordato com’era nato il mio amore per la musica. Così ho ripreso in mano tutta quella roba. Mi ricordo che avevo dei normalissimi pantaloni marroni, e un bel giorno ho cominciato ad appiccicarci delle figure dei Peanuts, poi ho comprato un cappello particolare, quindi delle cose strane. Conosci il gruppo dei Devo? Avevo un loro video e mi sembravano talmente favolosi e bizzarri, che volevo essere un po’ più come loro. È allora che ho iniziato a vestirmi in maniera veramente strana… anche se suonavo ancora nei Crooked Still! E parallelamente avvenivano molte cose, scrivevo molte canzoni, ma c’è voluto un po’ di tempo prima che capissi come suonarle e montarle. Intorno al 2006 ho formato un paio di gruppi rock, i Wild Band of Snee e i Butt Wizards…

E nel 2008 i Tornado Rider…
Sì, i Tornado Rider, un trio quasi di heavy metal. Io sono il cantante solista ed è con loro che ho cominciato a suonare il violoncello con la tracolla, in modo da poter correre tutt’intorno al palco come in un gruppo di heavy metal, capisci cosa voglio dire?

E suonate canzoni originali?
Sì, sono tutte canzoni mie. Chuck Berry è stato uno dei miei principali ispiratori…

E gli AC/DC…
Anche gli AC/DC sono stati influenzati da lui: la sua presenza scenica, i suoi occhi e il suo modo di guardare attorno, le sue mosse, il grande senso ritmico…

Foto di Michael Schlüter
Foto di Michael Schlüter

Pensi che potremmo trovare un nesso tra questo tuo modo di proporti e il tema di queste Acoustic Night, cioè la relazione tra vecchie e nuove generazioni? Pensi che il tuo atteggiamento potrebbe essere inteso come un modo più attuale di rapportarsi al pubblico, mentre le vecchie generazioni avevano un atteggiamento più rigido?
Non so, anche tanti giovani sono rigidi! E il fatto che io sia strano, è qualcosa che mi è semplicemente capitato. Non credo, in realtà, che il mio modo di essere sia una novità; mi sembra che sia una cosa piuttosto antica…

Anche Mozart era una persona bizzarra…
Sì, e Paganini, con i suoi capelli lunghi, il suo modo di incidere le corde per far sì che si spezzassero e lui potesse dimostrare la sua bravura su una corda sola, la sua maniera di tenere il violino tra le ginocchia quando si alternava alla chitarra… Io amo queste idee. E le associo di più al passato, per esempio allo stile del vaudeville, pieno di umorismo…

O al Minstrel show…
Al Minstrel show, esattamente…

Per cui, forse, è una vecchia tradizione che stai portando avanti!
Guarda, io ho notato che nella musica folk, di questi tempi, gli artisti sembrano come ‘addomesticati’: si accontentano che ci sia un microfono, il pubblico, e tutto finisce lì! Tutto questo è molto serio, specialmente se il musicista è molto bravo. Ma, non so, in un modo o in un altro è successo che io abbia voluto fare qualcosa di diverso…

Uno degli argomenti più comuni è che se un musicista è bravo, non ha bisogno di fare tanta scena. Perciò, con questa mentalità, uno potrebbe pensare: «Rushad è un bravo musicista, che bisogno ha di fare tutto questo spettacolo?»
Sono consapevole di questo. Sicuramente, con la reputazione che mi proviene dall’aver suonato con Darol Anger e i Crooked Still, la gente che viene a sentirmi pensa: «Ah, ecco uno che suonava nei Crooked Still»; e magari si aspetta che io faccia quelle cose, mentre invece mi presento cantando nella mia lingua inventata e saltando di qua e di là! Però cerco sempre di offrire anche musica a sufficienza. Semplicemente penso che l’arte possa muoversi su più di un livello: c’è il livello della musica, ma perché non aggiungerne un altro? Se introduci un altro livello, come un elemento visivo o umoristico o filosofico, l’arte diventa proprio come la vita!

Puoi dirci qualcosa del tuo nuovo The Rushad Eggleston Show, che è il tuo primo intero album solistico?
Quello che è successo è che sono entrato in studio per registrare un album di brani strumentali. Ma a un certo punto mi sono molto arrabbiato con me stesso, perché proprio non riuscivo a far girare le cose per il verso giusto e avevo già perso due giornate. Alla fine della terza giornata siamo andati a cena, e quando sono tornato ho detto semplicemente: «Fate partire il nastro e registrate!» E sono andato nel mio box tirando fuori tutte le vecchie canzoni che avevo scritto, poi ho iniziato facendo finta che fosse una trasmissione radiofonica! Perché io amo il pubblico, e stare in studio senza la presenza di un uditorio per me è molto difficile. Così ho dovuto fingere che ci fossero degli ascoltatori, come se il microfono stesse trasmettendo a tutto il pubblico del mondo, ovunque fosse. Per cui c’è molto parlato in questo disco, è divertente!

Foto di Michael Schlüter
Foto di Michael Schlüter

Ieri sera, ho avuto modo di cogliere che sei stato piacevolmente sorpreso dalla canzone di Fabrizio De André che hai suonato con Beppe Gambetta, “La città vecchia”, della quale hai detto che è basata su una progressione armonica barocca
Sì, certo.

Cosa pensi della musica barocca, e in particolare della musica dell’età elisabettiana, che si collocano in qualche modo al centro della musica, a metà strada tra la modalità e la tonalità?
Sì, quel periodo ha avuto una profonda influenza su tutta la musica. Se riesci a combinare la musica elisabettiana con il blues, allora puoi ottenere qualcosa di veramente fantastico – capisci cosa voglio dire? Molti dei miei giri armonici e delle mie composizioni sono influenzate dalla musica classica e dalla musica barocca, da Bach, Vivaldi, Paganini. Penso che ci siano talmente tante cose da fare con la musica e con gli accordi, mentre la gente di solito tende a ‘impacchettarsi’. Se sei un cantautore, magari suoni accordi di Sol e Do, Do nona aggiunta e Re, Mi minore e La minore; ma se hai una storia interessante, la conoscenza dell’armonia può aiutarti a raccontarla meglio: puoi renderla oscura e inquietante, puoi utilizzare accordi diminuiti o qualcosa del genere, o puoi evocare tonalità antiche o qualsiasi altra cosa ti piaccia. Ci sono talmente tante possibilità…

In conclusione, che fine ha fatto la tua chitarra?
Suono ancora la chitarra tutte le volte che sono a casa. Ma non viaggio con lei in aereo, perché è complicato portarla con sé. Quando prendo il pullman però la porto sempre, per utilizzarla negli spettacoli. Ho anche cominciato ad accordarla a volte come un violoncello, abbassando la sesta corda in Do: Do Sol Re La… Poi abbasso la corda Si in La, così ho due La, mentre il cantino resta in Mi: Do Sol Re La La Mi. Provatela, è veramente una bella accordatura e suona benissimo.

Andrea Carpi

Grazie a Sergio Staffieri per il contributo alla trascrizione dell’intervista.

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 09/2014, pp. 34-37

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