La chitarra di Guinga a rimorchio della Música Popular Brasileira

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(di Gabriele Longo) – L’espressione roendopinho è la fusione di due parole portoghesi (roendo: ‘rosicchiando’; pinho: ‘legno di abete’) per indicare una metafora poetica sulle tracce e le impressioni lasciate dall’intensa, lunga relazione tra il chitarrista e la sua chitarra durante il processo creativo delle sue composizioni. Nato nella periferica Madureira, a nord di Rio de Janeiro, il maestro Guinga, a 64 anni, incide per la prima volta con l’Acoustic Music Records di Peter Finger realizzando un album per chitarra sola, Roendopinho. Eccellente compositore, chitarrista fantasioso e fuori dagli schemi classici (refrattario, come sapremo dalle sue stesse parole, alla disciplina dello studio accademico), conta quasi cinquant’anni di carriera e innumerevoli collaborazioni con Clara Nunes, Beth Carvalho, Alaíde Costa, João Nogueira, Cartola, tra i tanti. Le sue melodie – molto sofisticate e riconducibili allo choro con un dolce retrogusto al valzer – hanno sedotto grandi compositori della musica brasiliana e non solo, quali Chico Buarque, Elis Regina, Ivan Lins, Michel Legrand, Sergio Mendes, senza contare le brillanti collaborazioni con il grande compositore Paulo Cesar Pinheiro e il poeta e paroliere Aldir Blanc. Composizioni molto complesse, ricercate ed elaborate quelle che Guinga, con l’umiltà che lo contraddistingue, definisce «niente di speciale», un atteggiamento tipico dei grandi talenti. Riverito dalla critica, oggi il chitarrista, ex dentista, Carlos Althier de Souza Lemos Escobar è sempre di più considerato il più grande e importante compositore brasiliano, erede della grande tradizione lasciata da Heitor Villa-Lobos e da Tom Jobim. Il polistrumentista e mago del suono Hermeto Pascoal ha detto di lui: «Un ragazzo così viene al mondo solo ogni cento anni».

Guinga_Roendopinho
Foto di Manfred Pollert

Roendopinho, è un disco caratterizzato da una grande maturità artistica, il risultato di un cesellamento armonico raggiunto «rosicchiando molto legno di pino» (usato per fabbricare le chitarre). Testimonia il momento di solitudine dell’uomo col proprio strumento, così come egli suonerebbe ogni giorno nell’intimità della propria stanza, catturando quel processo creativo che si manifesta nel suonare un proprio brano, esattamente come un momento di vita vissuta.
La prima traccia dell’album, “Pucciniana”, un omaggio a Giacomo Puccini, dimostra il legame esistente tra Guinga e l’Italia che, più volte, lo ha ospitato e apprezzato. La composizione, inoltre, così come “Cambino” e “Lendas brasileiras”, porta la voce del musicista, un timbro malinconico e fortemente emotivo che, senza pronunciare parole, accompagna le note della chitarra. “Choro breve n.1” e “Picotado”, invece, dimostrano la maestria di Guinga nel muoversi sul terreno dello choro, la sua capacità di ‘rosicchiare’ la chitarra ricamando uno stile che lo ha reso un punto di riferimento importante nella scena musicale brasiliana; “Cheio de Dedos” è un’altra traccia che colpisce l’ascoltatore, una melodia complessa che fa emergere la capacità del chitarrista di dominare con naturalezza il proprio strumento musicale. Guinga, inoltre, ha voluto arricchire il proprio disco con due brani ispirati dalla grande tradizione popolare nordamericana, “Funeral de Billie Holiday” e “Ellingtoniana”, due titoli che evocano l’aspetto jazz e blues.
Abbiamo incontrato il maestro a Roma, in occasione di un concerto al Beba do Samba insieme alla pianista Stefania Tallini, che ringraziamo per la sua collaborazione nei contatti avuti con Guinga.

L’INTERVISTA

Foto di Manfred Pollert
Foto di Manfred Pollert

Prima di parlare del tuo recente disco, Roendopinho, mi stavi accennando a una tua partecipazione alle registrazioni di un disco di Maria Pia De Vito che stanno avvenendo proprio in questi giorni qui a Roma.
Sì, negli ultimi giorni ho partecipato alle registrazioni di questo disco di cui non conosco il titolo. Posso solo dire che Maria Pia ha registrato dieci brani scritti da me, alcuni dei quali composti insieme con Paulo Cesar Pinheiro e un altro con Chico Buarque de Hollanda. Ripeto, non conosco ancora tutti i contorni del progetto definitivo, posso dire che nelle sedute di registrazione cui ho partecipato c’erano solo Maria Pia e Gabriele Mirabassi al clarinetto, oltre al sottoscritto. Cosa importante da dire è che i testi dei pezzi sono stati tradotti e cantati in napoletano da Maria Pia.
Per quanto riguarda Roendopinho, è un lavoro dove al primo posto c’è la fantasia. Sono stato in dubbio se farlo uscire o meno, perché l’ho registrato in soli due giorni e dentro ci sono degli errori, non ci sono interventi di correzione e tutto quello che c’è è stato eseguito in diretta. Alla fine ho deciso di pubblicarlo perché sento che c’è tanta emozione. Molti brani, quando li riascolto, mi emozionano veramente e per me questa è la cosa più importante. Ho chiesto un parere alle mie due figlie e loro pensano la stessa cosa, c’è molta emozione. Sai, alcuni brani li potrei registrare di nuovo in modo più rilassato, con meno paura, ma non mi interessa di dimostrare a nessuno che sono un gigante della chitarra…

Questa è l’umiltà dei grandi, Guinga…
Io sono principalmente un compositore ‘popolare’, ho suonato in questo disco come se fossi nella mia camera. Sono un chitarrista in quanto sono prima un compositore.

Quello che dici si avverte. Il tuo suono è profondo, scuro, il tuo tocco è splendido, ma soprattutto non si sente l’ansia di mostrare. E poi, ovviamente, tutto arriva in modo molto, molto naturale, pieno di amore, di autentica passione.
Sì, è vero. Non ho questa preoccupazione perché non ho fatto una carriera da chitarrista virtuoso, ma una carriera da compositore. Eppure alla gente piace il mio modo di suonare la chitarra. E sai perché? Perché prima di tutto piace a me!

Riguardo al tuo approccio molto personale alla chitarra, ci puoi parlare di quella ‘tecnica’ del pollice della mano sinistra che opera una sorta di semibarré? È qualcosa di veramente speciale.
L’ho imparata da Marcus Tardelli, un chitarrista brasiliano che ha operato una rivoluzione nella tecnica della chitarra classica. È un genio! Lui ha cambiato il linguaggio della tecnica tradizionale chitarristica; io ho imparato solo un millesimo di ciò che lui sa fare. Questo del pollice è un piccolo dettaglio all’interno di molte più cose che lui ha inventato. Mi consente di ampliare le possibilità armoniche della chitarra in certi determinati passaggi. Posso aggiungere una o più note durante un certo passaggio armonico, che altrimenti sarebbe impossibile utilizzare, almeno in quella zona del manico. Marcus utilizza il suo pollice anche facendolo ‘camminare’ in avanti lungo la tastiera. Ti ripeto, lui è un genio. Io ho 64 anni e nella mia vita ho incontrato tantissimi chitarristi molto bravi, ma lui è impressionante. Io lo chiamo il ‘Michelangelo della chitarra’! E pensa che ha solo 34 anni.

Quali sono i tuoi compositori di riferimento in ambito popolare?
Antonio Carlos Jobim, George Gershwin, i grandi autori della grande musica americana come Cole Porter, Irving Berlin, Vernon Duke, Richard Rodgers, Duke Ellington.

L’ultimo brano nel tuo ultimo CD è dedicato ad Ellington, mi pare.
Sì, “Ellingtoniana”. Sul disco compare solo la prima parte di questa mia composizione, che è formata da due parti. Ma, tornando ai compositori che amo, c’è Michel Legrand che è un po’ il Morricone francese. Per me, comunque, i tre che amo in assoluto sono Jobim, Gershwin ed Ellington.

E tra gli autori colti europei quali sono i tuoi riferimenti?
Gli autori italiani, francesi, tedeschi e russi sono il mio mondo stilistico. Parliamo dei tedeschi: Johann Sebastian Bach, Händel, Schumann, Schubert, Mendelssohn, Wagner. In Italia, Giuseppe Verdi, Vivaldi, Scarlatti, Mascagni, Leoncavallo. Se tu pensi alla Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e ai Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, sono dei capolavori dell’umanità. Tra i francesi, Debussy, Fauré, Saint-Saëns, Poulenc, Milhaud. Quando penso alla melodia penso a Chopin, Ciajkovskij e Fauré. E poi ancora, tra i russi, Stravinskij, Rimskij Korsakov, Skrjabin e tanti altri. La mia vita è scoprire musica.

Il tuo orizzonte musicale è molto vasto. Senti che tutto ciò si riflette nella tua musica?
A volte la mia ispirazione è vuota, ma se riprendo ad ascoltare musica buona, lei ritorna… E naturalmente aggiungo Mozart, che se anche non era tedesco, per me è immenso: lui è come acqua che scorre.

Sempre di più avverto la tua diversità di radici culturali, che spiega la tua cifra compositiva così particolare e per certi versi distante dalla tradizione degli altri compositori brasiliani moderni di musica popolare.
Ma non ho ancora parlato di un brasiliano che per me sta insieme con tutti questi grandi che ho citato. Mi riferisco a Heitor Villa-Lobos. Lui per me è uno dei cinque più grandi melodisti del mondo e di tutti i tempi. Lo metto al livello di Ciajkovskij, Chopin, Debussy, Puccini.

Foto di Maria Paola Tallini
Foto di Maria Paola Tallini

Villa-Lobos è un mirabile esempio di compositore che ha saputo elevare la melodia, la tradizione musicale popolare a qualcosa di alto, di classico.
Anch’io penso che lui in fondo sia un compositore popolare, anche se generalmente viene considerato un musicista classico. Perché la sua anima è popolare. Villa-Lobos ha il grande merito di aver unificato tutti gli stili, le scuole di musica brasiliana che erano nate prima e durante la sua vita, riuscendo a dare un’identità musicale alla nostra cultura popolare, che in precedenza era frammentata in varie tendenze stilistiche che copiavano la scuola francese o quella italiana, comunque europea. Lui è stato il fondatore della musica popolare brasiliana. Purtroppo nel mondo accademico, classico, Villa-Lobos è ritenuto un autore minore, troppo ‘popolare’, ‘folkloristico’. Quando, invece, lui è un genio. Ti dirò che il fatto che la musica di Villa-Lobos sia rimasta un po’ confinata alla periferia del mondo rispetto all’Europa, l’ha però salvata da odiose contaminazioni. Così è rimasta pura, cristallina. Ed è così che amo sentirla. Per noi brasiliani si identifica con la nostra storia. Un po’ quello che è successo negli Stati Uniti con l’opera di Gershwin.

Veramente interessante tutto ciò. Vogliamo parlare dell’altra faccia della medaglia? Del Guinga chitarrista? Al tuo recente concerto qui a Roma ho visto che suonavi uno splendido modello di chitarra classica.
È una chitarra di Lineu Bravo, un grande liutaio brasiliano.

Una chitarra dal suono scuro.
Mi piace. È il suono tipico della chitarra brasiliana. Da noi si dice retonda, ‘rotonda’.

Hai studiato chitarra classica?
Ho provato a studiare! Ma non ci sono riuscito! Ho frequentato per sei anni due maestri, ma più come amici, ascoltando musica insieme, più che studiando nel senso stretto del termine. Non riuscivo ad avere disciplina nello studio della tecnica. L’anima del compositore parlava più forte dentro di me. Tornavo a casa per studiare, ma dopo due minuti cominciavo a suonare un mio brano e di studiare non mi fregava più niente! Già dalla postura si vedeva che non ero disciplinato: io appoggio la chitarra sulla mia gamba destra, non quella sinistra come prevede l’approccio classico allo strumento. In questo modo non mi ci vedo, non sono io. Per me la chitarra è come una persona che abita con me. Pensa che io non conosco una scala! Niente, io rubo solo dall’ascolto. Io suono tutto a orecchio.

Stupefacente!
Questo in Brasile è normale. Io non conosco un brano intero di qualche altro autore, che pure apprezzo tantissimo come ascoltatore. Ma quando si tratta di suonarlo, è più forte l’urgenza di suonare musica che compongo io. C’è stato un periodo della mia vita in cui per questa cosa mi sentivo inferiore. Oggi ho fatto pace con questo ‘problema’, perché la mia verità è questa: quella di non essere un musicista classico, né un virtuoso della chitarra, ma un compositore. In passato studiavo anche dodici ore al giorno, ma non in modo accademico, bensì utilizzando la chitarra come ‘strumento’ per tirare fuori la mia musica.

Mediamente per quante ore al giorno suoni la chitarra?
Tre-quattro ore, anche se ci sono periodi in cui non la suono per tre-quattro giorni consecutivi.

Una curiosità. Tu per trent’anni hai esercitato la professione di dentista: come trovavi il tempo di suonare?
Non dormivo! Lavoravo tredici ore al giorno come dentista. Durante le pause, nel mio studio componevo e suonavo i miei brani. Quasi tutta la mia opera di compositore l’ho svolta dentro il mio studio dentistico!

Registravi i tuoi pezzi per ricordarli?
No, tutto a memoria. Molto raramente ho usato un registratore. Per il ritmo mi scrivo delle parole che mi danno la giusta metrica musicale. Basta.

Foto di Manfred Pollert
Foto di Manfred Pollert

Guinga, tu sei riconosciuto come l’erede di Villa-Lobos. Come ti giudicano i tuoi colleghi musicisti?
Molti di loro dicono che non so fare canzoni, ma solo musica strumentale. Forse in parte hanno ragione, anche se in quest’ultimo disco… ti è piaciuto il mio brano “Pucciniana”?

Moltissimo.
Anche a me!

Con quel tuo canto senza testo che accarezza l’armonia. Un pezzo di grande emotività.
Nella mia vita cerco emozioni. Va bene anche il virtuosismo, ma con profondità, non quello muscolare!

In alcuni casi possono andare insieme virtuosismo e cuore.
Certo, con Paco de Lucía questo succede. E quello che passa al cuore è solo la melodia.

Se si parla di melodia per eccellenza, in Italia, si parla di musica napoletana. Ti piace? La suoni?
Oh, tantissimo. Non la suono, ma l’apprezzo molto. La melodia napoletana è entrata nella musica brasiliana, l’ha influenzata tantissimo…
Tornando alle mie chitarre, ne ho un’altra che mi ha regalato il liutaio giapponese Ryohei Echizen, è un modello Guinga Classical. E ho anche una Takamine TH90 valvolare, fantastica. Ha un sistema di amplificazione a valvole che dà al suono tutto il calore e la profondità che a me piacciono. L’unico problema per me sta nel fatto che è a spalla mancante, e a me non piace suonare questo tipo di chitarra. Ma è un regalo e a volte la suono.

Perché non ti piace?
Ma perché a me piace abbracciare la chitarra, per me è come una donna, e con quella lì mi sembra di… non trovare tutto sotto le mie mani! [ride fragorosamente, commentando che l’intervista ha preso una piega sexy N.d.R.]

In concerto usi chitarre amplificate?
Sì, sempre. Io non sono come i chitarrista classici, non ho questo complesso! Intendiamoci, li rispetto, ma per la mia musica va bene l’amplificazione. Io voglio che la gente mi senta: il suono naturale della chitarra è debole e nei posti grandi fa fatica a raggiungere il pubblico.<

A proposito di amplificazione dal vivo, ho trovato su YouTube alcuni brani registrati durante un tuo concerto con il Quinteto Villa-Lobos…
Ti sono piaciuti?

Moltissimo! Lì la chitarra è perfettamente alla pari con tutti gli altri strumenti, un flauto, un oboe, un clarinetto, una tromba e un fagotto. Musica da camera brasiliana.
Nel 2012, per i cinquant’anni anni del quintetto, abbiamo registrato un disco con tutti brani miei, Rasgando Seda.

Fai molti concerti?
In certi periodi sì, in altri no. Quest’anno ho lavorato molto. Sono stato negli Stati Uniti, in Germania e in Italia. Sono fuori casa da circa ottanta giorni. Questo è un problema perché il Brasile mi manca molto. Ma intorno a Natale sarò a casa e lì potrò riposarmi e… comporre musica! Mi occorre l’intimità della mia vita per trovare l’ispirazione. Il che non coincide con la tranquillità: ho bisogno del mio inferno e del mio paradiso.

Guinga, quando ti ha preso il fuoco sacro della musica?
Lo ricordo benissimo. Avevo undici anni e ascoltai per la prima volta un disco di jazz, di Stan Getz, si chiamava Focus. Una meraviglia. Quel disco ha toccato la mia anima. Un disco difficile, quasi impressionista. Ecco, in quel momento mi resi conto che la musica era entrata in me, inevitabilmente. Cinque anni più tardi, avevo 16 anni, ero in concorso al Festival Internacional da Canção in Brasile, il più importante del mio paese. Era la seconda edizione. Vi partecipai come autore, non come chitarrista. In quella stessa edizione venne fuori Milton Nascimento. Arrivai in finale, e sono rimasto come il più giovane autore nella storia di questo festival. Sette anni dopo, nel 1973, sono stato lanciato come compositore grazie al gruppo vocale degli MPB4, che eseguirono alcuni miei brani. Insomma, per molto tempo sono rimasto conosciuto come compositore, solo molto più in là anche come chitarrista. Ma l’arte per me supera il concetto di musicista, di strumentista. L’arte è vita, coincide con la natura della persona. Ti dico una cosa. Baden Powell era mio paziente, quando facevo il dentista. Ed era molto amico mio. Lui diceva la stessa cosa: «Io sono un compositore e, a rimorchio, anche un chitarrista». Pensa, lui che veniva considerato uno straordinario chitarrista!

Guinga, volendo parlare di chitarristi lontani dal tuo linguaggio musicale, ma che stimi molto, chi ti senti di nominare?
Paco de Lucía, Tomatito, Atahualpa Yupanqui, Wes Montgomery, Baden Powell, Django Reinhardt, Toninho Horta, Andrés Segovia e Marcus Tardelli. Tardelli è musica, non è chitarra.

Arriviamo all’Acoustic Music Records e al suo patron, Peter Finger?
Ah, sì! Peter è un compositore meraviglioso. E naturalmente è un chitarrista formidabile. Ma è soprattutto la sua musica che mi ha colpito tantissimo. Con lui si è creata subito un’intesa artistica e una stima reciproca, che mi hanno portato a incidere questo album solista appunto per la sua etichetta, l’Acoustic Music Records. Ho registrato tutti e quindici i brani in due giorni, il 7 e 9 aprile 2014 negli studi di Osnabrück in Germania. Roendopinho è un disco del quale sono molto soddisfatto, perché mi ha emozionato mentre lo registravo, e mi emoziona ancora quando lo ascolto. È un altro pezzo della mia vita.

Gabriele Longo

PUBBLICATO

 

 

 


Chitarra Acustica, 01/2015, pp.32-37

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