A proposito di Dylan: Adoro Fernanda Pivano

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Adoro Fernanda Pivano di Reno brandoni

Adoro Fernanda Pivano, è stata la mia ispiratrice per tanti anni. Bastava che accennasse a una storia o a un personaggio, ed ecco che si scatenava in me la tempesta della curiosità. Quella fastidiosa curiosità che ti costringe a cercare, a capire, che ti accompagna in ogni momento della quotidianità, che non conosce né giorno né notte, ma si placa ed evapora solo dopo che la conoscenza ha sostituito la turbolenta ricerca con la competenza.

Una volta, lontani dal mondo di Internet, questa metodologia di studio fatta di personaggi, riferimenti e incroci era molto faticosa. Bisognava cercare, parlare, condividere, per scoprire questo o quel dettaglio che poteva aiutarci nel delineare il profilo di un artista. Molto era suggerito anche dalla fantasia: le parti mancanti venivano infatti colmate da deduzioni, così che il personaggio si trasformava a nostra immagine e somiglianza, e si arricchiva di aneddoti che, anche se inventati, pian piano diventavano reali e credibili per via della perseveranza nella ricorrente esternazione. Certamente plausibili.

Dovrei parlare di Dylan e del motivo di questo ‘speciale’ su di lui. Ma inizio con Fernanda Pivano, perché… tra tutte le cose belle che ha fatto, una mi è suonata come una nota stonata. Vi racconto il fatto così come lo ricordo: in una serata dedicata a Fabrizio De André, Fernanda fece un’affermazione – a mio modo di vedere – eccessiva e priva di fondamento. Disse che quando si celebrava De André lo si indicava spesso come ‘il Dylan italiano’, mentre sarebbe stato più giusto affermare che Dylan era ‘il De André americano’. Era un evidente tentativo di captatio benevolentiae nei confronti del cantautore genovese, con un complimento di cui credo che lo stesso De Andrè avrebbe fatto oltretutto a meno, visto quanto era intollerante verso i paragoni e le etichette. Certamente un’uscita ‘involontaria’, benevola, ma fuori luogo.

Lo spunto serve a far capire come il mito Dylan abbia invaso non solo la cultura americana, ma anche quella di altri popoli, come la nostra per esempio, alimentando il desiderio di una canzone ‘colta’: quella di denuncia, quella che Woody Guthrie aveva professato per tanto tempo e che Dylan aveva raccolto trasformandola, grazie all’intenso carisma di cui è dotato, in un evento sociale, di massa, trascinando un pubblico sempre più vasto, totalmente conquistato dalla sua parola. L’influsso dylaniano ha coinvolto molti dei nostri cantautori più originali e interessanti, che mai si sarebbero sognati di fare un distinguo o di prendere le distanze tra loro e il cantautore americano. Anzi, tradurre un brano di Dylan o trarre ispirazione dalle sue canzoni viene spesso celebrato come un vanto. Anche De André ha tradotto un paio delle sue canzoni, “Desolation Row” e “Romance in Durango”, e De Gregori aveva trovato ispirazione in “Winterlude” per la sua “Buonanotte fiorellino”. Addirittura, Francesco si è spinto oltre realizzando un intero album, Amore e furto, dove traduce e interpreta diverse sue canzoni. La ricerca del linguaggio, l’adattamento della parola nel rispetto di cadenze e rime rendono il lavoro di De Gregori un capolavoro assoluto, fondamentale per chi ama e segue Dylan senza il beneficio di una fluida comprensione della lingua. Da lì si può partire alla ricerca del perché, del modo e dell’origine, del senso e del costrutto. Anche Luigi Tenco si era misurato più volte con la traduzione delle canzoni del mito americano, riuscendo più o meno bene nel suo intento.

Ma da cosa è data tanta grandezza? Qual è la ragione di un così potente carisma, che invece di affievolirsi cresce sempre di più col tempo e con l’età?  Probabilmente molto è legato alla modalità con cui l’artista realizza ancora oggi, a oltre ottant’anni, il suo percorso creativo: sfidando l’ovvio, per dare spazio all’autonoma e personale visione delle cose.

Non c’è quindi da stupirsi se dopo anni di silenzio e quintali di musica che non dicono nulla, una delle novità più interessanti di quest’anno porta proprio la sua firma. Il singolo “Murder Most Foul”, poi anche l’intero album Rough and Rowdy Ways, rappresentano una novità assoluta in campo musicale e artistico. È ancora una volta lui, l’inaspettato premio Nobel, che ci stupisce con la sua franchezza e la sua freschezza compositiva. Posso affermare che tutto il resto è noia?

In “Murder Most Foul”, il racconto della morte di Kennedy è lo spunto per narrare una storia, quella dell’America, ma anche quella di tutta una generazione. È un lungo elenco di fatti e misfatti, di sogni e di musica. È un invito alla coscienza e alla conoscenza, dove la storia segna la traccia e la musica ne scava il solco. C’è un grande senso di umiltà e rispetto, una riconoscenza interiore, che accompagna lo smarrimento che stiamo vivendo. Basti dire che la canzone è stata pubblicata proprio il giorno in cui Papa Francesco tenne il suo discorso più doloroso: «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca». E Dylan prosegue regalando la quiete, seminando consapevolezza e ricordando a tutti, smarriti per la perdita di un grande presidente, che nulla mai è perduto. A chi si dispera suggerisce di non piangere: «Tranquilli, bambini. Capirete / I Beatles tanno arrivando; vi terranno per mano». È un avviso alle generazioni. Dietro il buio c’è sempre una luce che ci attende.

Robert Zimmerman, giovane ebreo nato a Duluth ma vissuto a Hibbing nel nord degli Stati Uniti, là «dove i venti soffiano forte sul confine», dopo la sua esibizione a Bologna durante l’incontro con i giovani organizzato in occasione del Congresso Eucaristico, si inchinò di fronte a Papa Wojtyla togliendosi il cappello, mostrando umiltà, rispetto e devozione. E il Papa stesso, in segno di riconoscenza e ammirazione, si alzò dalla sua sedia per stringergli la mano. Bob aveva già avviato la sua conversione al cristianesimo, sancita nel 1979 dall’album Slow Train Coming, ma con quel gesto rendeva onore al concetto di ossequio che nel tempo, tra i giovani artisti, si è perso lasciandosi sconfiggere e sopraffare dal potere della fama.

Bob si è rimesso in discussione decine e decine di volte, cambiando posizione e modificando ogni percorso di successo, per non cadere mai nel banale, per non rischiare la noia del sedimento.

Sin da ragazzo amava gli standard cantati da Frank Sinatra e gli sarebbe piaciuto replicarli. La sola idea fa sorridere: la sua voce nasale, roca, sgraziata, quasi stonata, non opportuna per cantare ‘alla Sinatra’. Eppure, grazie all’uso sapiente degli arrangiamenti, al nuovo suono delle sue chitarre e all’apporto di Charlie Sexton alla chitarra e Donny Herron alla steel guitar, che ritroveremo entrambi anche in Rough and Rowdy Ways, il sound diventa carismatico e la voce sgraziata di Bob diventa caratteristica e affascinante. Cinque dischi sfornati l’uno dietro l’altro per accontentare un sogno e regalarci un’altra impensabile folle avventura: Shadows in the Night (2015), Fallen Angels (2016) e il triplo Triplicate (2017).

Non voglio raccontare la storia di Dylan. Molti degli amici che scriveranno di lui avranno modo di approfondire i vari aspetti. Citare “Blowing in the Wind” o “Like a Rolling Stone” potrebbe risultare quasi obsoleto rispetto alla figura di questo cantautore che ha accompagnato un’intera generazione.

Allora, ecco che grazie a Fernanda Pivano possiamo almeno concretizzare una deduzione. La realtà non è che Dylan è il De André americano: Dylan è tutti noi, e tutti noi siamo in lui, perché di ognuno di noi conosce regole e abitudini, e le sa raccontare come neanche noi stessi siamo capaci di fare.

Chapeau, Mr. Dylan!

Reno Brandoni

 

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