mercoledì, 17 Agosto , 2022
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 American Guitar – Maurizio Angeletti

Maurizio Angeletti

 American Guitar

Il classico studio del 1982 sulla chitarra acustica americana contemporanea

di SERGIO STAFFIERI

Dice un proverbio zen: «Osserva per dieci anni il bambù / fatti bambù tu stesso / poi dimentica tutto e dipingi». Questa sembrerebbe l’unica ‘tecnica’ possibile, l’unica via che porta alla bellezza.

Esiste in America (guarda caso…) una pratica, divertente e istruttiva al tempo stesso, quella della time capsule: cioè un contenitore in cui vengono messi oggetti di qualunque tipo – prima dell’era ‘digitale’, ovviamente, anche e soprattutto foto cartacee, nastri musicali ecc. – perché ritenuti culturalmente rappresentativi di una data comunità in un dato luogo in un dato momento. Questatime capsule viene poi di norma seppellita per essere scoperta a distanza di molto tempo e aperta: così da stimolare allora, oltre allo spirito critico di chi ha selezionato il contenuto, lo spirito critico di chi dovrà interpretare il contenuto selezionato. È consuetudine farlo fare agli studenti anche alle High School e, ‘idealmente’, è anche un’attività che si utilizza nelle lezioni di lingua inglese come lingua straniera (What would you put in a time capsule and why?).

Abituati come siamo oggi alla disponibilità di qualsiasi informazione in tempo reale su Internet, il rischio è non solo (specie per i più giovani, i digital natives) quello di non concepire l’assenza di questa disponibilità (e tecnologia), ma anche di non capire a fondo il lavoro che c’era una volta, dietro alla creazione di opere artistiche e agli studi sulle stesse.

American Guitar di Maurizio Angeletti fu pubblicato per la prima volta nel 1982 da Gammalibri e, grazie all’interessamento di Massimo ‘Max’ Giuliani,  è stato ripubblicato come e-book da Durango Edizioni nel 2015 con il sottotitolo Il classico studio del 1982 sulla chitarra acustica americana contemporanea, in un’edizione arricchita da una prefazione dello stesso Giuliani e da considerazioni dell’autore sulla genesi del libro, la sua ricezione, la propria valutazione dei limiti e difetti del lavoro (è presente un capitolo di Homecoming, uscito sempre per Durango nel 2015, in cui Angeletti si occupava di questo). E credo che tanto, della (nuova) forza e (rinnovata) importanza del libro, sia anche e proprio qui: nella ri-scoperta a distanza di tre decenni da parte dell’autore, e nella sua stessa valutazione critica, del suo scritto sulla base degli studi – musicali e linguistici, critici e metodologici se vogliamo – intercorsi.

Nel 1982 non c’era una letteratura in merito, specie in Italia: oltre ai dischi – per cui, ad eccezione degli appassionati, i chitarristi in questione erano degli sconosciuti – mancavano in molti casi gli strumenti critici utili ad affrontare l’argomento. E American Guitar fu il primo esempio di uno studio dedicato, non solo in Italia, a questi chitarristi e al loro repertorio. È molto importante tenerlo presente, perché il libro fu davvero il risultato di un lungo studio personale e sul campo, e il campo erano gli Stati Uniti. Fu una ricognizione appassionata, non un catalogo come oggi alcuni editori si aspetterebbero che sia, leggendolo, o vorrebbero che fosse, nell’ipotesi di ripubblicarlo. Ed è molto importante che il libro originale sia stato ripresentato così com’era, anche nelle trascrizioni musicali presenti: tutto fuorché le precisissime trascrizioni odierne ad uso di meri esecutori, piuttosto ‘complementi’ alle parole del libro ad uso di studenti e studiosi delle intenzioni musicali che diventano note. Perché oggi è importante, soprattutto, rendersi conto della distanza che ci separa dal passato e osservare –criticamente – il lavoro critico fatto all’epoca: per valutare la bontà delle intenzioni, degli strumenti critici, del risultato in base a un contesto diverso; e per ripartire da lì.

I chitarristi presenti nel libro sono nomi ovviamente storici, John Fahey, Robbie Basho, Leo Kottke, Michael Hedges, William Ackerman, Alex de Grassi, più altri ancora oggi forse poco conosciuti. Ma a tutti Angeletti si avvicinò con uguale passione e dedicò uguale sforzo critico, ne presentò la storia fino a quel momento, ne delineò precisi ritratti, ne individuò caratteristiche stilistiche ed esecutive, e fornì dettagliatissime informazioni sulle accordature utilizzate. Soprattutto, di tutti offrì una valutazione sincera, che non intendeva – anche quando individuava cadute, difetti o punti critici – sminuire il valore di un musicista o di tutto un movimento, e giudizi che potevano essere traslati dal singolo all’intero movimento. Il lavoro era teso anche a fornire una base metodologica, una griglia valutativa valida per tutti, che fosse al tempo stesso ‘organica’ (essendo lui stesso un chitarrista acustico) ma, al netto della passione per la musica, mantenesse una distanza e un’obiettività interpretativa spassionate, da osservatore esterno.

È per questo che Angeletti non si è fatto problemi a criticare la figura di molti epigoni, a parlare delle semplificazioni di molti nell’avvicinarsi a stili e repertori, a denunciare l’uso delle trascrizioni di chi bada solo alla riproduzione di un brano altrui nota per nota: non aveva paura di dire le cose per quello che erano.

Nel libro non mancavano le dovute considerazioni sul blues, sul folk, sulle musiche tradizionali ed etniche, in un momento in cui tutto questo – o comunque larga parte – stava per finire nei grandi calderoni di world music e new age, là dove quindi le categorie interpretative diventavano etichette commerciali. E non mancava mai di rilevare la propria effettiva, ineludibile distanza di estrazione e provenienza, di cultura ed esperienze (così come del modo di concepire gli elementi musicali: si veda la riflessione su tempo e ritmo) dai protagonisti la cui espressione musicale poteva essere definita American guitar.

Per Angeletti era importante osservare come si arrivasse – ‘linguisticamente’ – da una concezione, da un pensiero musicale alla sua espressione tramite note, strutture e forme specifiche, la cui validità fosse evidente nel modo in cui i brani erano costruiti. E non era un problema, per lui, descrivere i brani e parlare di musica in termini musicali (abitudine ancora oggi purtroppo estranea a tanto giornalismo musicale) e in termini extramusicali (ma quelli giusti e adeguati), e allo stesso tempo sottolineare di continuo come, per chi volesse studiare questi musicisti e questo repertorio, fosse importante cercare di capire ‘come si era arrivati ai brani’, di nuovo. Invece di partire da trascrizioni perfette e complete, guidati solo dall’idea di perfezione tecnico-esecutiva.

Ci sono riflessioni sui concetti base (l’idea di American primitive guitar inventata da Fahey, il ‘primitivismo’ solo apparente e molto riflessivo, lo stesso termine fingerpicking), sulle tecniche, sul contesto, sul pubblico, su quali sono le intenzioni e soprattutto su ‘che senso ha’ fare certe cose, sul non ‘ripetere’ (e torniamo all’idea o alle diverse idee di che cos’è revival) ma ‘continuare nel miglior modo possibile’. Il miglior modo possibile aveva ed ha a che fare, in definitiva, con una coerenza interna delle creazioni musicali, che le rende poi esteticamente memorabili e indimenticabili. Tutto questo proprio con la chitarra («uno degli strumenti più limitati e marginali, molto meno espressivo di uno strumento ad arco, a fiato o a percussione o della voce umana, e severamente limitato rispetto al pianoforte»), resa «non solo uno strumento completo, con tecniche individuali e corrispondenti musiche altamente individualizzate, ma […] anche un mezzo unico di riflessione e di concepimento artistico» da parte di chitarristi che «composero veri contenuti musicali, vero significato musicale, vera narrativa musicale»: è opinione di Angeletti, non a torto, che certi brani «reggono il confronto con altri capolavori in contesti musicali completamente diversi per il loro valore semantico, per il loro contenuto, come composizioni. Che siano veloci o lenti, facili o difficili, queste sono questioni non solo secondarie ma semplicemente irrilevanti, ed elevarle a questioni fondamentali è tecnicamente incoerente se non assurdo» (dalla “Introduzione alla nuova edizione del 2015”, pp. 51-70).

Per Angeletti era importante individuare il ‘significativo musicale’: «il contenuto di una composizione e di uno stile sono la cosa fondamentale, quella che conta più di tutto e al di sopra di tutti gli altri aspetti. Il contenuto di un linguaggio è il suo Significato: senza Significato non ci può essere nient’altro – né grammatica, né sintassi, né fonologia, e così via […] Quindi, calandoci nella nostra realtà chitarristica, il chitarrista “bravo” è quello che sa creare contenuti e significati di valore alto – melodie e temi memorabili, armonie peculiari, e persino niente di tutto ciò, cioè la capacità di usare elementi dei più comuni del linguaggio musicale e di riuscire ancora (e miracolosamente, visto che tanti altri non lo sanno fare) a creare nuovi significati» (idem, pp. 73-74).

Ci sono due-tre cose che vorrei osservare qui brevemente: una è che, oggi come allora, aveva ragione Angeletti nel constatare come spesso – e vale nel campo della musica eurocolta e in quello della chitarra di cui qui si parla – musicisti con preparazione e tecnica di gran lunga superiori a quelle possedute dai grandi del passato non riescono a raggiungere risultati altrettanto validi. Mi limito qui a dire che anche le componenti di ispirazione ‘orientale’ (qualsiasi ‘Oriente’ esso sia), che oggi spesso troviamo nei brani, non hanno nulla a che vedere con quelle che caratterizzavano i chitarristi indagati da Angeletti, ma sono solo stereotipate semplificazioni.

Non so se è un caso, ma più o meno negli stessi anni (nel 1978) usciva Towards a New American Poetics di Ekbert Faas (incidentalmente, l’edizione italiana è del 1982: La nuova poetica americana, Newton Compton), un libro dedicato ad  alcuni poeti americani, Charles Olson, Robert Duncan, Gary Snyder, Gregory Corso, Robert Bly, Allen Ginsberg, alcuni dei quali fortemente influenzati dall’Oriente. Un libro a cui ho ripensato leggendo lo studio di Angeletti e di cui sono corso a rileggere alcune pagine: ebbene, l’immersione nell’Oriente era allora nelle arti tutt’altra cosa.

Infine, riflette a un certo punto Angeletti: «non ci sono musicisti donne (a parte eccezioni come Janet Smith e solo con composizioni occasionali) che hanno portato un contributo a quest’angolo di espressione musicale. E questo mi sembra così strano proprio per la libertà che questa dimensione permette, per la possibilità di creare musica in modo intimo, profondo, intenso, totalmente o marcatamente individuale e svincolato da ambienti, contesti e valori più tradizionali. Sarebbe bello a un certo punto, tra cinque, dieci o venti anni (e possibilmente anche prima) poter affermare che questa cosa è cambiata» (idem, pp. 97-98). Ecco, non so se per mia ignoranza o mancanza di cognizione o come la si voglia chiamare, la mia impressione è salvo eccezioni la stessa (penso più a chitarriste-songwriter che a chitarriste ‘pure’ del genere): sarebbe dunque bello poterne vedere con evidenza, un giorno, una smentita.

In conclusione, una volta aperta la time capsule e indagato il contenuto, ci sono due o tre azioni possibili: possiamo rimettere tutto al suo interno e richiuderla, lasciare tutto all’esterno esposto in una teca, o possiamo fare in modo di trarre effettivamente una lezione e ‘lavorare’ col materiale trovato, ingaggiando con questo un rapporto attivo, dialogico, partendo da lì verso nuovi orizzonti. Va da sé che quest’ultimo è quel che in questo caso si consiglia, e che certamente farò io.

Nell’editoria anglosassone ci sono da sempre primer di ogni tipo per ogni disciplina: libri e manuali di riferimento a scopo introduttivo. Questo di Angeletti non è un ‘manuale’, come lui ha tenuto a ribadire, ma è sicuramente ancora oggi un ottimo primer sull’American guitar, le cui premesse e il cui svolgimento critico-concettuali appaiono validi e utilissimi.

È un bene che Angeletti abbia scritto questo libro allora, ed è un bene che Massimo ‘Max’ Giuliani abbia deciso di recuperarlo alla memoria e ripubblicarlo nel 2015: è anche a lui che diciamo grazie per averci messo a disposizione il contenuto tanto importante della time capsule che gli capitò fra le mani.

••

Segnaliamo qui che, essendo passati alcuni anni dalla nuova edizione, non tutti i link presenti nell’e-book di American Guitar sono oggi funzionanti, ma basta sicuramente una breve ricerca per superare il problema.

 

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