Scarlet Rivera: Una regina al pub

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Scarlet Rivera: Una regina al pub di Irene Sparacello

Ho un grande nome qui, ho un personaggio al quale fare riferimento. Dunque il pezzo dovrebbe scriversi da solo. Di sicuro verrebbe anche scritto meglio, ma vorrei intervenire per sfidare la perfezione del foglio e la perfezione di ciò che ho visto non su di uno schermo, ma dal vivo, dietro il bancone di un bar, il 18 novembre dell’anno scorso.

Scarlet Rivera è il suo nome, e ‘Queen of Swords’ è il personaggio che Martin Scorsese, con il suo docufilm Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan Story, ha fatto riscoprire lo scorso giugno su Netflix alla non discepolanza di ‘His Bobness’. La Rolling Thunder Revue fu il ‘Magical Mystery Tour’ di Bob Dylan e – al netto delle balle inserite – il documentario conserva tutto il magic e il mystery. Guardarlo è un viaggio inclusivo, su e giù da un furgone di ‘guitti on the road’ per anonime città, che Dylan volle intraprendere per andare a sorprendere e incontrare i giovani in un contesto intimo di musicisti, roadie e ascoltatori.

Era il 1975 e giovani lo erano anche loro: Dylan trentaquattrenne, e nove anni in meno l’enigmatica Scarlet che, l’estate prima, era stata da lui intercettata per strada col violino in spalla. Dylan per Dylan, lei ci pensò qualche secondo prima di accettare di salire in macchina per andare a suonare nel suo studio. E poi lo fece. Tipico caso di serendipità al Greenwich Village. La collaborazione si sancì con l’album Desire, al quale la Rivera portò ‘quel suono’. Pensiamo a “One More Cup of Coffee”, “Romance in Durango”, e “Hurricane” su tutte. Senza Scarlet ci sarebbe stata la chitarra di Clapton. Senza Scarlet sarebbe stata tutta un’altra storia.

ROLLING CERMENATE REVUE

Ora, il lato succulento della questione è che la storia può essere rivissuta. Naturalmente senza volerla ripetere come allora. Tutto ciò che serve, come in tutte le cose buone e giuste, è crederci, muovendosi nell’ordine della conoscenza con amore, come piccolo atto di riproduzione. Che, detta così, sembra tanto più complicata, sdolcinata e anche un po’ ‘zozza’, ma che per Andrea Parodi, invece, è semplicemente naturale. È il cantautore e produttore di Cantù ad aver portato Scarlet Rivera in Italia lo scorso 25 ottobre. Andrea, prima di essere un promoter visionario, è una persona fatta di musica, per la quale cerca sempre di trovare talenti, spazi e aggregazione, prima di tutto.

Il nostro ha portato Scarlet in Italia con Eric Andersen (qui ci si genuflette e si fa una breve pausa), leggenda del songwriting americano, figlio della Beat Generation e icona del Village: che mi viene da singhiozzare solo ad accennarne, figurati se dovessi continuare e nominare gente tipo Lou Reed e Joni Mitchell, cosa che di seguito farò. Assieme a loro sul palco, Cheryl Prashker alle percussioni e il bravissimo dobroista Paolo Ercoli, italiano di un paese in provincia di Monza e Brianza che Andersen, in una piccola gag, ha detto una sera al pubblico di non poter nominare: do your math, ma pensa te se il prezioso cervello di Eric Andersen deve essere attraversato anche solo per un istante dall’immagine di Silvio! Che dolore ‘ar core’, Ramón…

Il tour, di quattordici date, ha toccato otto città italiane da Torino a Como, Bolzano e Catanzaro con due deviazioni straniere a Zurigo e Innsbruck. Ma io, tutto questo, me lo sono persa. Mi sono però trovata in qualche modo indegnamente inclusa in un fortunato meandro spaziotemporale, che mi ha ancora una volta confermato che la storia può essere rivissuta anche da un comune mortale (non quello in provincia di Monza e Brianza). Lo spazio è un pub, l’Amandla, a Cermenate su su vicino a Cantù. Il tempo non è un lunedì qualunque, è un ‘lunedì messicano’. Lunedì 18 novembre, per la precisione. Il posto è fichissimo e accogliente e poi, come recita l’adagio, dove c’è birra c’è casa. Ma, per intenderci, non è un luogo dove ti aspetti di trovarci una musicista del calibro di Scarlet Rivera. Certamente chi è familiare con il luogo e con Andrea Parodi sa che tutto può succedere lì, e – cosa altrettanto certa – è che la notizia dell’evento Tex-Mex gratuito fosse stata diffusa. Ma l’idea che anche solo uno tra gli avventori potesse trovarsi lì a passare una serata tra amici, inconsapevole di chi fosse quella violinista dall’aria dolce e senza un filo di trucco, con una spada per ciondolo, mi elettrizzava tantissimo. Un po’ come quando da piccola fantasticavo di arrivare a scuola su ‘Furia cavallo del West’, per poi rivelare platealmente la sua identità davanti a tutti i compagni (ora, non vi sembri azzardato l’accostamento, ché Scarlet ha particolarmente a cuore gli animali: vedi, tra l’altro, il suo album Voice of the Animals del 2003). Perciò, ho deciso di assistere al concerto da una postazione che mi permettesse di sentire e vedere i musicisti, ma al tempo stesso di poter facilmente osservare le reazioni del pubblico. E qui ritorniamo al bancone di cui parlavo all’inizio, posto dietro al piccolo palco allestito.

Al fianco di Scarlet e Andrea c’erano i Borderlobo: Alex ‘Kid’ Gariazzo, voce e chitarre; Raffaele Kohler alla tromba e al sorriso; Flaviano Braga alla fisarmonica e la giovanissima Angie, una fatina rock al basso, che si è esibita seduta sul bancone per lasciare spazio alla pedal steel e ai due metri di altezza di Paolo Ercoli, che ha suonato anche il mandolino.

Il pubblico era divertito e partecipe a un repertorio vasto e trascinante, in inglese, spagnolo e italiano, dalle cover dei Los Lobos al De André della dylaniana “Avventura a Durango”, a “Fiume Sand Creek”, per poi passare ad alcuni pezzi originali, durante i quali sono quasi certa di aver visto Parodi lievitare di un paio di centimetri per l’estasi di sentirsi accompagnato dalle note perfette della Rivera nella sue canzoni. L’estasi, naturalmente, si è estesa e moltiplicata nell’esecuzione dell’attesissima “Hurricane”, dove il violino di lei si libra. Che serata, ragazzi, che emozione! Avevo un tuono rotolante nel torace, vibrante dalle correnti di due mondi così lontani che si incontrano e che tintinnano, come brindisi in una serata tra amici.

Ho provato ad avvicinare la ‘Regina di Spade’, perché insomma, se ho in mano un biglietto per l’Olimpo, mica scendo prima! Mi sono subito giocata la carta di un amico comune, un talentuoso e amorevole pianista che vive a Los Angeles e che le è molto caro, Mike Russeck. Le è sembrata una coincidenza incredibile. Ho prontamente realizzato che mi avrebbe accolta comunque, anche senza bisogno di ‘barbatrucchi’, così abbiamo parlato degli incendi che hanno colpito l’area di Los Angeles dove vive, di alcuni suoi amici che hanno perso ogni ricordo, degli animali in pericolo. Mi ha detto di voler imparare l’italiano e di voler visitare un giorno la Sicilia, di cui è originaria per metà. Mi ha chiesto se conoscessi delle canzoni siciliane e lì per lì ho pensato a “Vitti ’na crozza”, che parla di un teschio implorante degna sepoltura dopo una vita di stenti, passata troppo velocemente: «Perfetta per me, mi appunti il titolo qui?»

La Rivera, il fulcro mistico attorno al quale ruotava l’alchimia della Rolling Thunder Revue, è rimasta una dea anche senza tutto il carrozzone attorno. Nessuna smitizzazione da dietro il bancone di un bar. Era lei, è sempre lei, pure i capelli, vi giuro, c’erano ancora tutti, uno per uno e uno più di Parodi! Riflettevano luce di quei vecchi riflettori e parevano vibrare, nel comasco piovoso, come crini di violino.

L’INTERVISTA

Prima di tutto, congratulazioni per il tuo nuovo EP All of Me, che è anche il tuo debutto vocale! Cosa ti ha spinto a scegliere per la prima volta la tua voce? Ha forse qualcosa di nuovo da dire rispetto al passato? 

«Per la maggior parte della mia carriera mi sono considerata principalmente una strumentista Non avevo ambizione, né desiderio di essere la classica cantautrice al centro della scena. È già abbastanza fico essere un grande strumentista. Ma le cose sono cambiate un giorno, alla morte improvvisa di qualcuno che amavo. D’un tratto ho sentito affiorare in di me la passione per lo scrivere e il cantare. Sapevo che avevo una canzone da cantare e una storia da raccontare.»

 Com’è è andata la fase di registrazione? Ho letto che in parte è stata realizata a Martha’s Vineyard. 

«Sì, il mio produttore Tim Goodman vive e ha uno studio a Martha’s Vineyard, anche se l’inverno lo passa a Los Angeles. Dunque l’album è stata un’impresa ricamata tra le due coste. Sulla East Coast, cioè a Martha’s Vineyard, ho registrato la mia voce solista. Sulla West Coast abbiamo registrato le parti musicali più impegnative, come le percussioni di Steve Ferrone – batterista, tra gli altri, di Tom Petty – e le tastiere di Mike Finnigan, che ha letteralmente lavorato con tutti i grandi, a partire da Jimi Hendrix.»

 “Dust Bowl”, che è il brano di apertura, mi è piaciuta molto. È una ballata incisiva, la traccia è vivace, ma sbaglio se la definisco ‘polverosa’ e ‘oscura’? Da dove nasce un pezzo così?

«Ero in tour con Eric Andersen per gli Stati Uniti e abbiamo deciso di prenderci un giorno libero per andare a Tulsa, in Oklahoma, a visitare il Woody Guthrie Center. Sapevo naturalmente che il Dust Bowl è stato il più grande disastro ambientale causato dall’uomo in America [Dust Bowl significa ‘conca di polvere’ e sta ad indicare un periodo di forti tempeste di polvere, alte fino a sei metri, che negli anni ’30 danneggiarono l’ecologia e l’agricoltura, facendo praticamente sparire quelle iconiche praterie per lunghi anni, anche a causa del malaugurato sfruttamento del terreno durante la siccità], ma una volta lì, al Guthrie Center, la magnitudine del fenomeno, reso magistralmente dalla realtà virtuale, mi ha veramente colpita. Fu un disastro di proporzioni elevatissime, che devastò milioni di vite umane e animali attraverso sei stati per un periodo di ben dieci anni. Non potevo non scriverne. Ne ho sentito il bisogno.»

Il tuo più recente tour in Italia con Eric Andersen, nell’autunno scorso, ha avuto molto successo. Cosa ti ha lasciato questa esperienza italiana?

«La gente che ho incontrato e gli amici che mi sono fatta in lungo e in largo per l’Italia mi hanno fatto sentire come una regina. Davvero! È emozionante quando la gente si riferisce a me come a una ‘regalità’ del rock… E siccome mi sento di appartenere alla gente – ecco – essere una ‘Regina’ nei cuori delle persone, penso sia il più alto e gratificante grado di regalità raggiungibile.»

È facile associare il tuo nome al concetto di mitologia, una volta che sei stata scoperta da Dylan [in quello schema mitologico in cui Dylan – figura mitologica egli stesso – si muoveva, per scegliere, conoscere, comporre]. Sei stata letteralmente catapultata nel ‘grembo degli Dei’ e hai conquistato quel posto per il tuo innegabile talento. Dylan ti vede camminare spedita con una custodia di violino in mano e conosciamo tutto il resto. Be’, potrei chiederti all’infinito di tutta l’incredibile storia e fare centinaia di domande, ma forse anche per te questo è in parte ancora un mistero. Ad esempio, nella copertina dei Basement Tapes [1975], Bob tiene in mano un mandolino come fosse un violino. Credi che stesse già pensando di usare il violino e successivamente, quando ti vide, pensò: «Lei potrebbe essere quello che sto cercando»; oppure, al contrario, è stata la tua ‘apparizione’ a ispirarlo?

«Ottima domanda e sei molto perspicace. Me lo ero chiesta anch’io, una volta vista quella copertina. L’immagine del mandolino stretto come un violino era un Desire inconscio di introdurre un solista in un futuro? Un solista di uno strumento che non aveva mai presentato prima? Anch’io mi sono fatta quella stessa domanda su The Basement Tapes. Forse Bob stava inconsciamente immaginando con sé un violinista, che ancora non esisteva? Questo fa parte del ‘mistero’ che non sapremo mai… Ma ecco che la mano del destino lo ha fatto accadere. Non avrei mai e poi mai sognato di essere la prescelta, ma dal momento in cui ci siamo incontrati, qualcosa è scoccato. Abbiamo fatto proprio ‘click’. Ci siamo capiti l’un l’altro sul piano musicale e personale e su molti altri piani… Il che è raro: lui è noto per essere estremamente guardingo, e raramente lascia che qualcuno entri nel suo spazio personale.»

Come suggerisci tu con il gioco di parole che hai appena fatto, con il titolo dell’album successivo a quello dove hai esordito tu in tutto il tuo splendore, quello di Dylan era appunto un Desire. Era nell’aria. E tu, tra bravura, carisma e una sana botta di congiunzione astrale, hai saputo realizzarlo. È giusto così, che rimanga un Mistero con la ‘M’ maiuscola. Ma continuiamo a giocare il gioco delle possibilità, se ti va. Immaginiamo una situazione simile, ma a parti invertite. Credi di avere o hai mai avuto un’intuizione così potente da ‘riconoscere’ qualcuno senza averlo mai conosciuto?

«No, non mi è mai successo niente di simile… Anche se incontrai il figlio di Duke Ellington, Mercer Ellington, in una maniera molto bizzarra, chiaramente dettata dal caso, che mi portò poi a diventare una solista con la Duke Ellington Orchestra e a suonare con loro alla Carnegie Hall, al Kennedy Center e anche al Carnevale di Venezia.»

Com’è stato essere una presenza, un’energia e una forza femminile accanto a Dylan?

«Bob Dylan mi diede enorme riconoscimento, annunciandomi per nome sul palco ogni sera. Mi ha scoperta lui stesso e ci teneva che il mondo sapesse che era orgoglioso di condividere i riflettori con me. È stato travolgente sperimentare il suo apprezzamento personale, così come quello del pubblico di tutto il mondo.»

Con quale tra le donne di quell’entourage hai legato maggiormente?

«Senza dubbio Joni Mitchell: il nostro è un legame che continua tutt’oggi. Siamo ottime amiche. Sono anche orgogliosa di essermi esibita al Joni 75, un concerto che ha avuto luogo nel 2018 per celebrare questa enorme artista. C’erano tra i più grandi al mondo: James Taylor, Emmylou Harris, Seal, Norah Jones, Rufus Wainwright, Kris Kristofferson e tanti altri. Sono altrettanto felice di essermi esibita in un altro tributo a Joni e al suo album Blue del ’71, evento voluto da Brandi Carlile alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles nel 2019. Poi, la traccia che chiude il mio EP, “Songbird”, è un omaggio a Joni.»

Il tuo nome all’anagrafe è Donna Shea. Parafrasando due grandi maestri: qual è l’importanza di essere Scarlet? Forse quella che chiamiamo ‘rosa’ cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?

«Il perché e il come ho scelto il nome Scarlet è una storia lunga e intrigante. Ma per farla breve, quando vivevo nel Village a New York, un giorno ho avuto una visione potente: non tanto sul cambiare il mio nome… ma sul fare un passo verso la vera me stessa, per entrare dentro il mio vero nome, quello che mi rappresenta veramente: proprio come un bruco che emerge dal bozzolo in un nuovo stato del suo essere. È stata una trasformazione, come diventare farfalla. E il nome che mi è venuto in mente è stato Scarlet. Forse non è stato un caso che nella Rolling Thunder ho dipinto ali di farfalla sul mio viso. Avrei ancora dei dettagli da aggiungere al riguardo, ma spero che la mia risposta ti dia un’idea di quello che fu un momento di svolta nella mia vita. »

Nomi, simboli e titoli. Quanto allora Queen of Swords, ovvero la ‘Regina di spade’ della Rolling Thunder Revue, ti rappresentava o ti rappresenta? Indossi ancora un ciondolo a forma di spade…

«Erano state pubblicate alcune foto mie durante il tour Rolling Thunder Revue con una spada dipinta sul viso, e talvolta portavo anche un pugnale alla vita. Era tutto simbolico: la farfalla, la ragnatela, la spada e anche il serpente che ho dipinto sul mio viso. Ogni simbolo aveva un significato: la farfalla è trasformazione, la ragnatela è un antico simbolo di mistero, potere e crescita, e la spada era potere spirituale, come la mia Excalibur personale: questo mi ha dato la forza di stare accanto a Bob Dylan e giocare con il potere.»

I tuoi capelli stessi sono diventati un simbolo. I tuoi capelli sono qualcosa di straordinario [con il suo permesso, li ho persino toccati, sono una rarità!] Capelli e violino. C’è una fiaba in cui mi sono imbattuta qualche tempo fa e che mi ha subito fatto pensare a te: La creazione del violino, una fiaba dei nomadi della Transilvana, trascritta da Heinrich von Wlislocki. C’è un povero ragazzo innamorato della figlia del re, che farebbe di tutto per poterla sposare. E allora gli appare la regina delle fate, che gli dà una scatola e una bacchetta e suggerisce al ragazzo di strappare alcuni capelli dalla testa della principessa, avvolgerli attorno alla scatola e farli vibrare con la bacchetta. Così, dice la fiaba, sarebbe venuto al mondo il violino. Non potevo non pensarti. Parlaci invece della ‘tua fiaba’: com’è venuto al mondo il tuo violino?

«Mi piace molto la fiaba dei rom della Transilvania. Amo come la fantasia aiuti a descrivere la nascita di uno strumento come il violino. Io non escludo che vi sia una connessione con gli angeli, perché immagino la voce del regno angelico proprio come quella del violino. È uno strumento che attinge dal piano terrestre a una frequenza superiore. Sopra come sotto. Sento di aver catturato parte della mia musica originale da ‘quel luogo’, specialmente nel mio album Journey With an Angel [1988].»

Ti consideri una pioniera per aver portato il violino elettrico nel rock?

«Portare il violino nel rock negli anni ’70 era quello che volevo. Ma i violini allora venivano usati solo nelle sezioni di archi. Non esisteva una cosa come il violino presente come una chitarra rock in un disco, e io volevo fortemente che le cose cambiassero ed ero conscia che il modo in cui suonavo il violino rock poteva competere con la chitarra rock. È successo nella maniera più eclatante possibile. Ho sostituito Eric Clapton nell’album Desire di Bob Dylan. Eric avrebbe dovuto essere il solista e aveva già registrato le tracce. Era come una resa dei conti tra pistoleri. E ho vinto io.»

 So che lo insegni anche, il violino. Cosa ti piace nel trasmettere questa conoscenza?

«Mi piace condividere con i miei studenti diversi stili e generi musicali, anche con gli studenti alle prime armi. Voglio esporli a valorizzare non solo uno stile, ma ad apprezzarne diversi. Il modo migliore per imparare a rispettare altri stili è imparare a suonarli. A ogni lezione dedico del tempo a canzoni classiche, celtiche, americane e popolari di varie provenienze internazionali. Gli studenti più piccini particolarmente abili mi danno naturalmente più soddisfazione. Aver contribuito alla parte fondamentale del loro apprendimento, mi fa sentire bene.»

So che sei per metà di origine irlandese e per l’altra metà siciliana. Trovo questa combinazione molto interessante, una miscela esplosiva del tuo DNA! Le due isole sono molto diverse e distanti, ma hanno anche qualcosa in comune allo stesso tempo. Hai esplorato molto il mondo e la musica celtica, ma cosa mi dici della Sicilia? Pensi di manifestare mai il lato siciliano che è in te?

«A volte scherzo dicendo che il mio lato sinistro è irlandese e il mio destro italiano. Se posso provare a semplificare la risposta, direi che il lato irlandese è quello che mi fa sentire connessa all’antico misticismo druidico e il lato siciliano quello in cui ho trovato la mia passione e il fuoco; quindi entrambi sono una grande risorsa per il mio modo di suonare e di esibirmi dal vivo.»

Sei un’amante degli animali e dell’ambiente, e sei anche impegnata come attivista. Il cambiamento climatico è ormai una questione di fondamentale importanza, e riconoscere uno scenario così preoccupante è nell’interesse dell’umanità per la sua stessa sopravvivenza. Ma per quanto riguarda gli animali è più difficile diffondere questa sensibilità.

«Vivo in California dove ignorare il cambiamento climatico significa rischiare la vita. C’era Paradise, una città di una squisita bellezza naturale, fino a quando un incendio l’ha rasa al suolo interamente. Altro esempio, Montecito, uno dei luoghi con ricchezza pro capite più alta negli Stati Uniti. I residenti pensavano forse di essere troppo ricchi perché qualcosa potesse loro accadere e invece, due anni fa, l’area è stata disastrata da incendi e smottamenti che ne hanno deturpato il paesaggio e ucciso numerosi abitanti. Io stessa sono stata evacuata due volte da aree vicine a Los Angeles a causa di incendi. Una volta, mentre mi trovavo in tour in Italia, hanno evacuato la mia famiglia. La realtà è chiara: le cose che accadono non sono normali. Le balene muoiono ingoiando plastica, non è normale; l’allarmante tasso di estinzione degli animali non è normale. Gli incendi e la deforestazione distruggono terre e habitat naturali. Spetta a ciascuno di noi essere difensore del bellissimo pianeta su cui viviamo e resistere alla distruzione sistematica attuata da chi ha troppi interessi economici in ballo.»

Scarlet, sei una vera fonte di ispirazione per molti, ma quale persona ti ha ispirato di recente?

«Jane Goodall, nominata Messaggero di Pace delle Nazioni Unite. Ha dichiarato recentemente che il COVID-19 è il risultato del disprezzo e della noncuranza degli esseri umani verso la natura e gli animali. Il virus ha avuto origine in uno dei tanti wet market, mercati della Cina dove gli animali esotici vengono abitualmente catturati e venduti senza alcuna precauzione e rispetto per gli standard di salute e sicurezza. Era una ricetta per il disastro ed è successo. L’umanità può fare di meglio, vivendo nel rispetto della nostra bella terra che non possiamo più dare per scontata.»

ALL OF ME

Non sappiamo quando sarà possibile rincontrarci, ma nell’attesa di un suo prossimo tour nel nostro paese, evento del quale Scarlet Rivera è impaziente, ascolto la sua voce e immagino nuovi e migliori scenari. All of Me è uscito lo scorso aprile, è il suo dodicesimo lavoro, dove si presenta oltre che come musicista e leader di una band anche – per la prima volta – come cantante. Se quello che vi aspettate è una dolce voce folk per cullarvi, siete fuori strada. La sua voce porta una saggia raucedine blues e rock, un ardore di gioventù combattiva, e una passione gitana a volte oscura, a volte ai riflessi di miele. La voce l’ha tirata fuori perché i sei pezzi non sono solo canzoni, ma storie che voleva raccontarci personalmente. Quando in “50/50” canta «Non sono tua proprietà, non sono tua schiava», ci fa sentire quanto sia importante per lei che passi questo messaggio. Quando è amara in “Lady Liberty”, la sua voce si fa sobria, ma sappiamo che è carica di lacrime per la sua nazione, che negli ultimi anni sembra negare la libertà a chi ne è in cerca.

Ad accompagnarla il produttore Tim Goodman (chitarra, mandolino, organo e percussioni), Steve Ferrone (batteria), Mike Finnigan (tastiere), Jimmy Haslip (basso), Andrew Kastner (chitarra), Bill Bergman (fiati), Delanie Pickering (chitarra), con il contributo aggiuntivo di Kevin Medeiros e Nick Vincent (batteria), Johnny Hoy (armonica) e diversi coristi.

Questo suo lavoro ha i doni essenziali e necessari per portarla sotto riflettori tutti suoi, dove noi andremmo ad ascoltarla e – dove e quando possibile – a vederla. E Non vediamo l’ora.

Irene Sparacello

 

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