Acoustic Guitar Village 2016 – A lezione da Franco Morone

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(di Corrado Pusceddu / foto di Corrado Pusceddu) – «In Irlanda, un giorno, un tizio entra in un pub e posa sul bancone la custodia di un bodhrán. Il barista, molto preoccupato, puntando l’indice sul contenitore chiede: “Cosa c’è dentro quella custodia?” E lui: “Mah, solo due bombe!” Il barista rassicurato: “Ah, meno male, pensavo ci fosse un bodhrán”»… La bellezza della musica sta nel fatto che, oltre ad emozionarti, può anche divertire e farti ridere di gusto con paradossi che smitizzano e ridicolizzano luoghi comuni, modi di essere musicisti, visioni e concetti su strumenti e tecniche esecutive… E Franco Morone non lo scopriamo certo oggi: oltre che il ‘maestro’ della chitarra fingerstyle in Italia, è uno dei chitarristi italiani più apprezzati all’estero dove, possiamo affermarlo, ha ben pochi rivali. Ma Franco nasconde ai più un aspetto, sempre inerente musica e chitarra in particolare, che chi frequenta i suoi numerosi seminari, invece, conosce molto bene: quello della battutta paradossale, graffiante e fulminante, che riesce a infondere buonumore in chi partecipa ai suoi stage. Sono gag argute, storie e racconti che riempiono le pause tra una lezione e l’altra rendendo il tutto ancor più piacevole e divertente.

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Il suo seminario si è appunto aperto con la storia irlandese di cui sopra, creando subito quel clima allegro e coinvolgente, che ha contribuito ad amalgamare l’eterogeneo gruppo di partecipanti, clima che si è mantenuto per i tre giorni dello stage. Dopo la breve ed esilarante nota introduttiva Franco è subito passato al sodo affrontando, attraverso l’analisi di alcuni brani classici e semplici del suo vasto repertorio, argomenti come accordi, scale, armonia e ritmo.
Il primo brano “Le meglio storie con la mia chitarra”, caratterizzato dalla presenza del basso alternato, gli è servito per evidenziare i suoni dei vari intervalli in relazione alla tonica. Perché gli intervalli «vanno ascoltati, capiti e ricordati, altrimenti ha poco senso parlare di undicesima, settima e così via, se non abbiamo in testa il suono di quell’intervallo […] per evitare che sia un puro esercizio teorico, ogni intervallo va collegato ad un suono. […] Il basso (la tonica) può essere alternato con l’ottava, la terza, la quinta o un’altra nota che faccia parte dell’accordo; per esempio la settima minore se l’accordo è di settima». Nel brano in questione l’intervallo era di quinta (Sol-Re) e presentava un’accentazione tipica della cultura americana, dove spesso gli accenti sono sul secondo e quarto tempo, piuttosto che sul primo e terzo come nella cultura europea.
Per sviluppare correttamente questo arpeggio è necessario mantenere una giusta posizione del pollice rispetto all’indice: per evitare che si ostacolino a vicenda, Franco consiglia di mettere il pollice della mano destra più avanti dell’indice della stessa mano. Nel contempo, per avere un suono pulito e deciso, consiglia anche di posizionare la chitarra col manico a 45 gradi rispetto alla linea orizzontale, in modo che la mano abbia un’impostazione non forzata (con le dita quasi perpendicolari alle corde) e naturale rispetto alla tastiera.

franco-morone_463Consiglia anche di esercitarsi sulle scale, utilizzando pollice e indice alternati. Osserva che i chitarristi acustici, in genere, fanno poche scale e tendono a suonare solo i brani; inoltre, invita a essere musicali nell’eseguirle: «Perché le scale sono importanti? Perché possono essere maggiori, minori, pentatoniche, blues, ma tutte le melodie delle canzoni vengono da lì. […] Nell’esecuzione delle scale bisogna sforzarsi, sempre, di mantenere le dita di ambedue le mani molto vicine alle corde; ciò evitera errori, lentezza, imprecisione».
Dopo aver analizzato alcuni aspetti relativi agli intervalli e all’armonia del brano, Franco torna a elargire consigli su come lavorare sul suono, suggerendo una regola di vitale importanza nella chitarra acustica: quando si suona una nota, cercare di tenerla premuta il più a lungo possibile, rilasciandola solo quando si deve suonare un’altra nota su quella stessa corda; in particolar modo, quando la nota è importante per l’armonia, cercare di suonare ‘tenuto’ (hold sound), il che è diverso dal suonare ‘staccato’. La chitarra acustica favorisce la tenuta del suono, rispetto alla chitarra con corde di nylon; quindi, ove possibile, può essere interessante ed efficace prolungare il suono.

Per Morone è importante provare a leggere i brani a prima vista, non troppo lentamente, ma in maniera fluida, cercando di capirne il senso. Per fare ciò è necessario esercitarsi sul solfeggio ritmico concentrandosi, quindi, sul tempo più che sull’altezza: «Quando noi suoniamo, a meno che non sia musica araba o indiana o altre diavolerie del genere, abbiamo due opzioni: a) che tu un beat, un tempo, un battito del piede lo divida per due o multipli di due; b) oppure che lo stesso battito tu lo divida in tre o multipli di tre. La divisione sarà dunque: one-two / one-two ecc.; oppure one-two-three / one-two-three ecc.; come nel rock ’n’ roll, diviso in due o multipli di due, e nel blues, diviso in tre. Quindi lo stesso battito, se è diviso in due ti serve per leggere 2/4, 3/4, 6/4; oppure, se lo dividi in tre, con il 6/8 suoni la tarantella, con il 9/8 la giga, con il 12/8 il blues».

Durante il seminario Franco si è prodigato nell’elargire un’infinità di indicazioni, consigli e regole da applicare sulla chitarra, che qui sarebbe impossibile riportare in maniera esaustiva. Si va dalle istruzioni più semplici per i neofiti (come costruire una scala maggiore) a suggerimenti più articolati e complessi come: quali scale, accordi e accordature scegliere per ottenere un risultato sonoro non scontato, coerente, che consenta ai più esperti di avvicinarsi al suo sound (…magari!).
Nel materiale fornito, in pentagramma e tablatura, ha riportato dettagliatamente anche gli accordi di riferimento, la diteggiatura consigliata per la mano sinistra e riferimenti precisi sulle note da tenere. I brani proposti da Franco sono stati l’occasione per analizzare aspetti tecnici, ma anche scelte stilistiche o strategie di armonizzazione e di approccio all’interpretazione degli stessi: «È importantissimo, per i chitarristi, fare il minimo dei movimenti per ottenere il massimo dei risultati»; una sorta di ergonomia dell’esecuzione, che prevede di dosare la forza con cui si preme la corda con molta precisione, attenzione, ma pure con la giusta e corretta parsimonia. Molta cura va posta inoltre nel settaggio dell’action dello strumento, perché un equilibrato connubio tra l’altezza delle corde e la forza delle dita porta ai migliori risultati. I chitarristi acustici prediligono un’action bassa, più comoda rispetto ai chitarristi classici, che la preferiscono più alta per esaltare la sonorità in genere più debole e maggiormente delicata dello strumento classico.

franco-morone_431“Le meglio storie con la mia chitarra”, suonato in duo, presenta anche un interessantissimo esempio di crosspicking – arpeggio di gruppi di tre crome sul 4/4, che passano a cavallo tra un beat e l’altro, tra una battuta e l’altra – eseguito dalla seconda chitarra che contribuisce, in modo molto efficace, a creare un’atmosfera sonora molto particolare e seducente (vedi il duo di Franco con Ulli Bögershausen in10 Duets for Fingertyle Guitar, Acoustic Music Books, 2009). Per Morone lo studio delle terzine è di fondamentale importanza per sviluppare la musicalità. Per dimostrarlo porta ad esempio un classico come “Georgia on My Mind” di Hoagy Carmichael, da lui armonizzato in maniera come sempre splendida, dove ha fatto ampio uso di terzine appunto, terzine su 1/4 e su 2/4. È un brano in 4/4 ma suonato in 12/8 con swing feel, nel quale i tempi della battuta comprendono una semiminima e una croma; il che suona: taa-ta taa-ta taa-ta ecc. Il brano dà anche l’occasione di parlare dell’uso del pollice destro: «Col pollice faccio i bassi, soprattutto sul beat, mentre quelli in off-beat li eseguo con l’indice; in genere il pollice suona sul beat, ma nella musica celtica o nel jazz si muove anche in off-beat, mentre nel blues o nel folk si muove molto più spesso on-beat
Ogni tanto Franco torna sull’importanza di praticare le scale, che aiutano a capire molte cose sull’armonia e sulla melodia. Per renderle più digeribili e meno noiose consiglia di eseguirle accompagnandole con i bassi. Qualcuno nota che utilizza spesso il capotaso mobile al secondo tasto e gli chiede perché: «Perché tutto viene più semplice, comporta un minor sforzo per la mano sinistra e le corde a vuoto suonano meglio; sarebbe bene, anche, avere lo zero fret, il tastino metallico al capotasto, che elimina problematiche tipiche dei capotasti in osso, o peggio ancora in plastica, non perfettamente settati.»
A seguire si passa all’esposizione, analisi e apprendimento di un altro classico dei seminari di Franco: “My Grandfather’s Clock”. Anche questo è un brano piacevole e semplice, che dà la possibilità di fare considerazioni importanti sul chitarrismo acustico. Scritto nel 1876 da Henry Clay Work, trova la sua massima diffusione nei paesi anglofoni negli anni ’50-60. Franco ne ha ricavato una versione a più voci, amabile ed emozionante, che suonata in gruppo assume un sapore molto particolare. È una blues song in otto battute, che presenta anch’essa un basso alternato con gli accenti sul secondo e quarto tempo, comincia con una sezione ritmica in stile banjo, propone un turnaround, che caratterizza ancor di più il brano come blues, e va suonata ‘swingata’, non esattamente come scritto nello spartito: «Il blues ha introdotto schemi mentali diversi, rompendo con l’armonia classica per via della presenza di terze minori e terze maggiori nel medesimo brano: nella musica classica il brano o è maggiore o è minore, nel blues assistiamo a dei brani che sono o ‘più maggiori’ o ‘più minori’ in ragione dell’oscillazione tra terza minore e terza maggiore.» La partitura di “My Grandfather’s Clock” mostra una serie di accordi (Cmaj7, G11, Cadd11, F6, Cdim7/Ab, Gsus4 ecc.) che stimolano la voglia di parlare della loro composizione e del loro utilizzo. Franco espone in modo molto chiaro l’argomento e invita tutti a impegnarsi nell’ascolto e nella memorizzazione dei suoni che caratterizzano i singoli accordi, perché «quando si suona o si ascolta bisogna individuare dei punti di riferimento, che serviranno alla costruzione del proprio bagaglio musicale da cui attingere per capire e comporre le musiche.»
La splendida versione di “Mercy, Mercy, Mercy” di Joe Zawinul, arrangiata da Franco, offre l’occasione di parlare di improvvisazione nel fingerstyle, pratica alquanto difficile e da pochi impavidi esercitata, che presuppone un’attenta preparazione della base su cui eseguire le micro-improvvisazioni possibili. Infatti, come spiega il maestro (ma anche Duck Baker), i brani in fingerstyle hanno una struttura ben collaudata, che se viene in qualche modo abbandonata per dedicarsi all’estemporaneità, rischia di collassare. I brani che più si prestano a questa pratica sono quelli col basso monotematico, alternato o col walking bass.

Per quanto riguarda la composizione, il consiglio è quello di individuare la tonalità più adatta allo sviluppo della melodia e dell’armonia che si ha in mente, magari utilizzando un’accordatura aperta che consenta un più facile approccio e delle sonorità non convenzionali e accattivanti. A tale riguardo Franco svela che se c’è qualcosa di nuovo oggi nel fingerstyle, questo è da ricercarsi nelle ‘musiche etniche’ derivate dai repertori ‘tradizionali’, patrimoni popolari a cui lui attinge a piene mani con riletture che regalano nuova vita a brani caduti nell’oblio generale (vedi lo splendido album Italian Fingerstyle Guitar del 2003, ma anche Melodies of Memories del 1998). Per questo genere di lavoro si avvale spesso di accordature particolari, come EADEAD con cui esegue alcuni classici: “The Water Is Wide” o “Summertime”, che in questa veste assumono un fascino particolare e unico; o anche titoli della tradizione italiana quali “Calderai/Bigordino” e la “Giga”, che al Sud prende il nome di “Tarantella”. Con la stessa accordatura ci regala un’arrangiamento fantastico di un brano ‘tradizionale’ greco, già arrangiato in altra accordatura dal grande Tim Sparks, che s’intitola “Samiotis” o “Samiotiza”, in tempo di 7/8. Altro dono è stata una “Danza Macedone” sempre in tempo di 7/8, con la chitarra accordata EADEAE, un’accordatura impiegata quando si tratta una melodia con note più alte.

Tra le accordature maggiormente utilizzate da Morone c’è poi la DADGAD, che consente di suonare agevolmente brani in tonalità di Re maggiore o di Re minore, come pure di Sol maggiore o Sol minore. Sono tonalità che in DADGAD offrono più colori e opportunità di rivolti sullo stesso accordo. Ce ne elargisce uno splendido esempio con due armonizzazioni di “Blowin’ in the Wind” di Bob Dylan, una in Re e l’altra in Sol, mettendo in evidenza il fatto che con quella in Re la dominante è più alta del Re basso, mentre con la versione in Sol la dominante risulta essere più bassa del Sol.
Tornando all’accordatura standard, Franco ha mostrato le diverse possibilità di armonizzazione partendo da melodie semplici ma belle come “Smile” di Charlie Chaplin, per poi passare a un classico di Natale come “Jingle Bells”, tornare a “Georgia on My Mind” e chiudere con “Slowing that Blues”, un 12/8 di non facile approccio, dello stesso Morone.

Vista la presenza di Raffaella Luna, ne approffittiamo per chiedere consigli e dimostrazioni pratiche su come accompagnare la voce e, dopo un vano tentativo di ritrosia da parte di Raffaella, l’entusiasmo è tale che lei non può esimersi… ed ecco arrivare l’ennesimo regalo di note e consigli per pochi privilegiati: “La bergera”, “Le tre sorelle”, “Caledonia”, “Forever Young”, “Non potho reposare”. Alla bellissima interpretazione di Raffaella, Franco affianca – con il gusto e l’abilità unici che lo contraddistinguono – un contrappunto di ineguagliabile bellezza ed efficacia, che di tanto in tanto vira verso l’unisono e che pone il miglior sigillo su un seminario rivelatosi appagante e stimolante per nuovi e, speriamo, altrettanto entusiasmanti futuri incontri.

Un sincero grazie a Franco e Raffaella.

Corrado Pusceddu

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