Acoustic Night 15 – Intervista a Beppe Gambetta

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Acoustic Night 15: Italian Americans
In viaggio intorno alle contaminazioni

(di Andrea Carpi / foto di Michael Schlüter e Sergio Farinelli)
con Federica Calvino Prina

All’indomani del concerto di venerdì sera, ci siamo incontrati con Beppe Gambetta e Federica Calvino Prina per la consueta chiacchierata annuale, nella quale facciamo il punto della situazione dell’Acoustic Night e delle prossime attività di Beppe: dall’imminente nuovo disco Round Trip in duo con Tony McManus, pubblicato dall’etichetta canadese Borealis e in uscita a giugno, fino alla ventitreesima edizione del Beppe Gambetta International Guitar Workshop, che si terrà dal 26 luglio al 2 agosto ad Ambrož pod Krvavcem in Slovenia; per finire con la segnalazione di alcune nuove realtà della musica acustica americana.

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Beppe Gambetta – foto di Michael Schlüter

La prima domanda è d’obbligo: com’è nata l’idea dell’Acoustic Night di quest’anno, che è un po’ una riedizione più attuale delle tue ricerche iniziate con gli album Serenata e Traversata, e com’è avvenuta la scelta degli artisti ospiti?
Beppe:
Sì, continua questo mio lavoro che è iniziato parecchi anni fa e che – se vogliamo – è stato ripreso in Italia molto meno, rispetto a quello che troviamo in questa ottica in altre nazioni. Gli irlandesi per esempio hanno una vera e propria venerazione per i loro ‘antichi’ musicisti. Così come vediamo gli studi sui musicisti del passato che si fanno nel Nord Europa, o i musei come la casa di Mississippi John Hurt negli Stati Uniti. Quindi spero che altri musicisti cercheranno di colmare questo vuoto, perché io e Federica non facciamo altro che incontrare musicisti italoamericani che hanno fatto cose grandissime, mentre in Italia ci si accorge sempre e solamente di musicisti come Bruce Springsteen, Bon Jovi, Madonna e quant’altro…
Durante l’estate, mentre io mi muovo per le mie varie attività musicali, facciamo anche i talent scout per inventarci l’Acoustic Night. E la scelta nasce sempre da una sintesi di arte e cuore. Cioè notiamo che ci sono dei personaggi dotati di elementi artistici e di carattere, di apertura e di generosità, che si adattano particolarmente alla costruzione dell’Acoustic Night. E stiamo molto attenti a questo fattore umano. Quest’anno avevamo in mente due o tre temi e seguivamo i musicisti che suonavano sui palchi di tutti i grandi festival estivi, compresi quelli canadesi dove è possibile incontrare il mondo intero, finché a un certo punto mi hanno dato un set insieme a Frank Vignola e Vinny Raniolo; e veramente ci siamo resi conto di quanto siano trascinanti. Così Federica ha detto: «Ce ne freghiamo di tutti gli altri temi, Italian Americans è il tema giusto!» Frank e Vinny sono dei musicisti che devono aver fatto tanta gavetta, e chi ha dovuto faticare tanto per affermarsi ha sempre una marcia in più come umanità. Perciò siamo partiti da loro per costruire il programma dell’Acoustic Night e abbiamo cominciato a pensare a tutti i musicisti italoamericani che conoscevamo; ma ci venivano in mente un sacco di musicisti dello stesso campo della chitarra e questo non ci piaceva. Finché a un workshop in North Carolina, tra i tanti insegnanti, abbiamo trovato anche Kathy Mattea e ci siamo detti: «Mattea, e se fosse italiana? Sarebbe eccezionale!»
Federica:
Noi la conoscevamo di fama, avevo sentito le sue canzoni dai dischi degli anni ’80. Poi l’abbiamo sentita suonare con la sua band in alcuni festival sulla East Coast e mi ricordo di essere rimasta affascinata anche dalla sua presenza scenica, dalla sua personalità, oltre che dalla sua capacità di suonare bene la chitarra: ha un buon fingerpicking e si accompagna ritmicamente con grinta. Allora avevo detto a Beppe: «Chissà se un personaggio così importante potrebbe accettare di venire a suonare in Italia?» E lui aveva risposto: «Mah, forse siamo a dei livelli un po’ troppo alti: con la nostra produzione non possiamo pensare di invitare degli artisti di questa fama». Così avevamo accantonato l’idea. Poi, quando l’abbiamo ritrovata allo Swannanoa Gathering in North Carolina, l’abbiamo conosciuta, abbiamo appurato che è effettivamente di origini italiane e – con l’idea degli Italian Americans – siamo riusciti nell’intento di invitarla.

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Beppe Gambetta – foto di Sergio Farinelli

Ho trovato che è una persona molto profonda…
B: È anche impegnatissima sui temi sociali e ambientali, una cantante country che va a sostenere le lotte dei minatori. Perché adesso le compagnie del carbone, anziché mandare i minatori sottoterra, distruggono l’ambiente tagliando montagne intere, radendole al suolo: se ci sono cento metri di carbone sulla montagna, la montagna diventa cento metri più bassa… Insomma, ecco come è nata l’Acoustic Night di quest’anno, con questo grande tema che si è rivelato più ‘forte’ e significativo di quello degli altri anni, specialmente nell’attuale momento dell’Italia con i suoi cosiddetti ‘cervelli in fuga’, che purtroppo esistono veramente e li incontriamo di continuo. Per esempio ho suonato a Chicago per il Fermilab, un laboratorio di ricerca dove i più grandi scienziati del mondo studiano un acceleratore nucleare, e abbiamo scoperto che il suo direttore è italoamericano. E molte delle persone che lavorano nei posti più importanti sono italiane. Però, certo, bisognerebbe cercare di arrivare a un punto in cui cambiare paese non debba essere vissuto necessariamente come una fuga e i cervelli si possano muovere liberamente e vicendevolmente, come una scelta e un’opportunità. In attesa di questi tempi migliori, ci sarebbe secondo me almeno l’idea di mettere un ‘piede positivo’; nel senso che il famoso cervello in fuga se ne va e abbandona l’Italia, mentre invece ci sono persone ad alti livelli che agiscono in modo diverso: per esempio Renzo Piano costruisce il grattacielo del New York Times, però mantiene un ufficio a Genova e – quando ha la possibilità – continua a fare cose importanti in Italia; Fabio Luisi, genovese, è direttore dell’orchestra del Metropolitan – ed essere direttore al Metropoltan è una cosa enorme – ma viene a dirigere e a tenere delle master class anche qua. Con la velocità di movimento che c’è adesso, mantenere un piede in Italia per portare energia e risorse è una corretta via di mezzo, un modo per mantenersi leali verso la propria terra. E per noi, nel nostro piccolo, il piede positivo è l’Acoustic Night e le altre cose che facciamo in Italia.

Sta per uscire un tuo nuovo disco in duo con Tony McManus. Possiamo dare qualche anticipazione? Già il titolo, Round Trip, sembra un programma.
B: Storicamente, nella musica folk, alcune delle perle più belle sono nate dall’incontro sinergetico di musicisti di culture completamente diverse. Poi, naturalmente, sono nate le moderne ‘contaminazioni’, una consuetudine che può essere anche pericolosissima, che può essere attuata con pessimo gusto. Ma ai tempi in cui John Renbourn suonava il blues con quel suo gusto medievale, c’era qualcosa in più che veniva fuori. Oppure, quando Riccardo Tesi e Patrick Vaillant si sono incontrati, hanno inciso l’album Veranda, nel quale hanno mischiato la cultura occitana e la cultura toscana con una creatività sconvolgente. A me piacciono per esempio anche André Marchand, che è del Québec, e Grey Larsen, irlandese, nell’album The Orange Tree. Ecco, io ho fatto riferimento a questi grandi esempi di contaminazione, a queste ‘chicche’ di incontri tra artisti diversi, che hanno il gusto di inventare qualcosa di nuovo. Quindi, nella produzione di questo nuovo album, ho cercato di fare in modo che Tony, per esempio, non mi accompagnasse come un vecchio suonatore italiano, ma si lasciasse andare. Ed io ho cercato assolutamente di non accompagnarlo come un tipico accompagnatore irlandese. Poi c’è anche il tentativo di raccogliere sempre, nelle pieghe del passato, qualcosa di inesplorato, da approfondire. E Tony, nella sua intelligenza musicale, ha sempre qualcosa da dire, qualche meravigliosa melodia nascosta. Io per esempio, rischiando tra parentesi il divorzio, mi sono andato a risentire tutta la musica dei campanari liguri, ho passato un pomeriggio intero ad ascoltare il disco curato da Mauro Balma su queste musiche [Mauro Balma, Campanari, campane e campanili di Liguria, libro+CD, Sagep, 1996]. E tra tutte ne ho scelta una incredibile di un tale Ferrari, un vecchio campanaro ormai morto, che è stata registrata tantissimo tempo fa con il titolo “Melodia improvvisata”. È una melodia dolcissima, sulla quale McManus ha aggiunto la Pikasso Guitar di Linda Manzer. Insomma, mi ha sempre affascinato l’idea secondo cui chi ama la musica tradizionale deve cercare gli strumenti più abbandonati e tradurre sulla chitarra ciò che rischia di morire.

Nelle note informative sul disco leggo anche di canzoni in italiano e in inglese…
B: Sì, c’è un vecchio De André dimenticato, “Valzer per un amore”. In inglese invece è la canzone che hai sentiro ieri sera, “Slightly Go Blind” di John Herald, uno dei cantautori dimenticati del Village. Poi c’è la “Bergamasca”, una melodia della tradizione italiana dall’Appennino tosco-emiliano, che faceva parte del repertorio del violinista Melchiade Benni e che non è stata mai suonata per chitarra. Questo è solamente un assaggio della possibilità di arrangiare per chitarra i brani della tradizione violinistica popolare italiana; perché avendo sia il tempo, sia una produzione che abbia la volontà di farti andare in quella direzione, sarebbe veramente un lavoro da approfondire.

E dalla Sardegna?
B: L’ “Ave Maria”, però suonata con Tony a due parti, come la fanno in chiesa, con lui che fa il tremolo proprio uguale alla tradizione.

Dalla Grecia?
B: È un “Moustambeiko”, che è una famiglia di danze greche, arrangiato con una ventata di mediterraneità con chitarra, mandolini e bouzouki; quest’ultimo un bouzouki a forma di chitarra suonato da McManus.

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Beppe Gambetta – foto di Michael Schlüter

C’è poi una composizione di Peter Ostroushko.
B: Sì, Peter Ostroushko nasce da famiglia ucraina negli Stati Uniti, nel pieno dello sviluppo della scena folk, dove ha conosciuto in modo particolare Norman Blake, ed è fondamentalmente un bravissimo compositore folk, che rifiuta di ridurre il folk al solito tema AABB: le sue composizioni sono brani folk molto complessi, con diversi temi che aprono porte impensabili; lui componeva per esempio tutti i temi della trasmissione radio A Prairie Home Companion. Il pezzo che abbiamo scelto è stato scritto per violino e noi l’abbiamo trasformato per chitarra.
F: È intitolato “Bonnie Mulligan” ed è diventato molto popolare in Irlanda grazie a una versione con organetto incisa da Sharon Shannon. Al punto che in Irlanda oggi pensano che sia un brano tradizionale irlandese! Ostroushko ci ha raccontato che spesso la gente gli dice: «Tu che suoni il violino irlandese, hai sentito “Bonnie Mulligan” che è un tradizionale incredibile?» E lui ovviamente risponde: «Sì, l’ho scritto io!»

Due parole sulla prossima edizione del tuo International Guitar Workshop in Slovenia, nel quale ti assisterà Tim Williams, che è un chitarrista fingerpicking.
B: Sì, per tanti anni avevamo mantenuto l’idea di portare avanti un workshop che fosse solamente legato al flatpicking. Poi ci siamo accorti che gli allievi che hanno partecipato negli ultimi anni hanno gradito l’apertura a temi diversi, come il jazz, la chitarra slide, la composizione e il songwriting. È la formula migliore, perché le persone amano tornare anche se vengono da parecchi anni, e quindi hanno piacere a trovare approfondimenti diversi. Così quest’anno, tra i vari insegnanti che ho incontrato, ho pensato a Tim Williams, che in Italia c’è già stato ma non è conosciutissimo. In questo momento storico, i grandi maestri del passato, i grandi bluesman del passato purtroppo sono tutti venuti a mancare, e si affaccia quindi una nuova generazione di musicisti che hanno vissuto a contatto con loro, che hanno vissuto esperienze importanti con quegli artisti che hanno ‘inventato’ la musica. E Tim, che ha già una certa età, è stato in relazione diretta con tanti vecchi maestri. Così come io sono stato in stretto contatto con Doc Watson, lui è stato in stretto contatto praticamente con tutti. Inoltre è bravissimo sia come artista che come insegnante; e scrive canzoni, quindi si occuperà anche di songwriting e di come arrangiare le canzoni, che sono degli argomenti sempre richiesti.

Nella tua ultima newsletter hai voluto segnalare anche due album di nuova musica acustica di musicisti giovani: The Phosphorescent Blues dei Punch Brothers e Tomorrow Is My Turn di Rhiannon Giddens.
B: I Punch Brothers sono proprio l’emblema di questi giovani delle nuove generazioni che – a differenza di musicisti come me e altri, che hanno passato anni solamente per capire cos’è uno slide o la struttura dei propri brani preferiti dall’ascolto dei dischi! – escono tutti dalle università musicali, dal Berklee College of Music. Quindi sono provvisti di grandi competenze musicali. E quelli di loro che abbiano anche delle capacità creative molto forti e un minimo di cuore, come i Punch Brothers, riescono a produrre delle cose che rappresentano per noi un passo avanti; un passo avanti che ci fa veramente piacere. Rhiannon Giddens, poi, è proprio la nuova voce del folk americano, una voce sconvolgente che ti prende veramente.

Entrambi sono prodotti da T Bone Burnett.
B: Che è uno dei miei eroi, perché qualsiasi cosa lui tocchi, magicamente funziona. Se vedi quello che fa, sono tutte cose molto semplici, non è che abbia delle capacità tecniche incredibili: lui fa delle piccole scelte, fa star bene gli artisti, li spinge ad andare in una determinata direzione. Sembra quasi che abbia un fluido miracoloso. Per esempio la bellissima colonna sonora di A proposito di Davis dei Fratelli Coen è fatta di pochissimi strumenti, è la scelta impercettibile dell’essenzialità.

Andrea Carpi

PUBBLICATO

 

 

Chitarra Acustica, n.06/2015, pp.22-25

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