AGM 2015 – Neil Young Celebration Day

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Intervista a Francesco Lucarelli e Stefano Frollano
(di Andrea Carpi) – Durante la giornata di sabato 30 maggio si è svolto il Neil Young Celebration Day, omaggio a Neil Young per i suoi settant’anni anni, con esibizioni e jam session di solisti e gruppi musicali. Il coordinamento dell’evento è stato a cura di Francesco Lucarelli e Stefano Frollano, storici cultori della musica di CSN&Y e promotori di Wooden Nickel, leggendaria fanzine italiana del celebre quartetto. Sul palco nel Fossato della Fortezza Firmafede si sono via via avvicendati Massimiliano Spada, Hernandez & Sampedro, Giampaolo Corradini, Renzo Cozzani Trio, Stefano Barotti, Cesare Carugi, Lorenzo Riccardi, Ol’ Donky Blues e gli stessi Lucarelli e Frollano con il gruppo dei Dangerbyrds. Abbiamo approfittato dell’occasione per farci raccontare da Francesco e Stefano qualcosa di questa loro grande passione e del mondo dei sostenitori italiani di CSN&Y e della musica westcoastiana.

Neil-Young-Celebration-DayQual è stato per voi il presupposto e l’importanza della scelta di CSN&Y, e più in generale della West Coast, come vostro centro d’interesse?
Francesco: È stata l’aderenza concreta a una visione, a un sogno: la West Coast trasferita in Italia, la trasposizione di una passione giovanile, di quella che vedevamo come una meta ideale da raggiungere, che piano piano si è trasformata nella fanzine Wooden Nickel, attraverso la quale abbiamo avuto modo di conoscere persone in Italia e all’estero, conoscere gli stessi musicisti cui era dedicata la fanzine e, nel frattempo, imparare a conoscerci tra di noi, io e Stefano in particolare, come appassionati di CSN&Y, ma anche come musicisti, come autori di canzoni. Questa evoluzione insomma ci ha portato ad allargare l’orizzonte da quello di semplici fruitori di musica a quello di esecutori. Quello che mi ha colpito di più in CSN&Y in album come Dèja Vu e 4 Way Street, quando avevo 13-14 anni, è stato il fatto di vedere quattro artisti diversi sullo stesso palco, ognuno che proponeva il suo tipo di musica, le sue canzoni, però con l’aiuto degli altri, delle altre voci; e quel tipo di coro, di armonia che si creava, mi dava molto.
Stefano: A casa, negli anni ’60, con noi viveva il fratello di mia madre, che mi ha fatto vivere tutta la storia dei Beatles e dei Rolling Stones poiché comprava tutti i loro dischi appena uscivano. Poi, quando lui è andato via, sono finito ad ascoltare la musica alla radio: seguivo il Festival di Sanremo, Hit Parade era immancabile ogni venerdì presentata da Lelio Luttazzi, c’era Alto gradimento… Fino a che sui banchi di scuola ho incrociato un compagno che suonava la chitarra e ho iniziato ad appassionarmi allo strumento. Così mi sono gettato a capofitto sullo studio della chitarra classica per tre anni. Superata questa fase, alle superiori ho conosciuto un altro ragazzo che invece ascoltava il rock classico degli anni ’70, Pink Floyd, Led Zeppelin ecc. Tra tutti questi suoi ascolti c’erano anche CSN&Y, e da là è scattata la scintilla: sentire quelle chitarre acustiche, quelle voci, mi ha cambiato la vita… All’improvviso, tutto quel mondo legato allo studio della chitarra classica l’ho messo da parte e mi sono orientato in questa nuova direzione. Complice anche il tuo libro Crosby, Stills, Nash & Young [CSN&Y. Tutti i testi delle canzoni tradotti in italiano, a cura di Paolo Giaccio e Andrea Carpi, 1978], con le traduzioni dei testi, l’unico disponibile all’epoca, oltre al settimanale Ciao 2001, sul quale riuscivo ad apprendere anche dei rudimenti di chitarra acustica grazie alla tua rubrica! [risate] E questa musica da subito ha cominciato a darmi delle sensazioni assolutamente nuove, rispetto a tutto quello che avevo ascoltato prima, anche per ciò che quelle quattro voci raccontavano, perché al di là degli arrangiamenti e del suono, veicolavano dei messaggi. Quello che quei quattro signori raccontavano mi corrispondeva, mi ci potevo rispecchiare, più che nei testi dei cantautori italiani, per quanto anche questi bravissimi. Però la modalità complessiva in cui arrivava la musica di CSN&Y, le voci e i testi, era assolutamente emozionante.

Francesco Lucarelli, Cesare Carugi e Stefano Frollano
Francesco Lucarelli, Cesare Carugi e Stefano Frollano

Come si è sviluppata l’attività di Wooden Nickel? Quali iniziative e pubblicazioni avete promosso?
F: Lo spunto veniva da ciò che ha raccontato Stefano circa la penuria di informazioni disponibili in Italia su questi artisti, che contrastava con la forte passione che avevamo. Oltre alle pubblicazioni citate da Stefano, di interessante uscì nel 1980 il libro Neil Young di Ivano G. Casamonti e, nel 1982, Neil Young di Giancarlo Susanna. Quando Young venne per la prima volta a suonare in Italia nell’82 per tre date, cominciò a girare del materiale, iniziammo a raccogliere le prime registrazioni di concerti, con scambi tra collezionisti in giro per l’Italia, poi negli anni in giro per il mondo. Cosa che consolidò questa passione, perché cominciammo a trovare registrazioni fantastiche di concerti degli anni ’70, che ci entusiasmarono. Così, sull’onda di questo entusiasmo e del desiderio di maggiori approfondimenti, decisi di creare Wooden Nickel. Il primo numero fu pronto all’inizio del 1984: era un giornalino realizzato su fotocopie, non era nemmeno un ciclostilato, l’avevo composto a casa, scrivendo a macchina o con i caratteri della Letraset per fare i titoli, appiccicando foto o altro. E lo spedivo per abbonamento. Poi questa rivista si è evoluta, con l’arrivo di Stefano e di Mauro Coscia, un amico che abbiamo conosciuto scambiandoci i nastri dei concerti. Piano piano si è allargato il nostro seguito e abbiamo visto che iniziavano ad interessarsi anche parecchie persone dall’estero, perché all’estero esisteva solo la fanzine inglese su Neil Young, Broken Arrow, mentre non esisteva nulla su CSN&Y. Così abbiamo deciso un po’ incautamente di realizzare anche una versione inglese di Wooden Nickel. È stato un grande impegno, che negli anni ci è costato notti insonni, lunghe ore alla posta per le spedizioni, a parte il lavoro di raccolta e di scrittura. E intorno a noi è nata una serie di incontri, che poi si sono concretizzati in alcune convention a Reggio Emilia. La rivista è vissuta per una decina d’anni; i nostri incontri all’inizio sono stati uno nel ’91 e uno nel ’92, poi ci siamo persi quando si sono interrotte le pubblicazioni di Wooden Nickel e ci siamo ritrovati nel 2010. Nel frattempo, comunque, tutti gli appassionati che avevamo conosciuto erano rimasti in contatto e tutti ci vedevamo ai concerti.
S: Inoltre sono uscite varie pubblicazioni. In particolare io ho curato con Davide Sapienza una discografia di Neil Young per Arcana [Davide Sapienza con Stefano Frollano, Neil Young. Dai Buffalo Springfield a Weld: storie, interviste, incontri, discografia completa, Arcana, 1992], la discografia illustrata Neil Young per Coniglio Editore nel 2006, il libro Crosby, Stills & Nash con Salvatore Esposito per Editori Riuniti nel 2007. Con Francesco invece abbiamo realizzato un lavoro forse unico al mondo, un’opera omnia di un migliaio di pagine, in tre volumi acquistabili separatamente e curata insieme a due altri amici appassionati che vivono in Olanda e Belgio [Herman Verbeke, Francesco Lucarelli, Stefano Frollano, Lucien Van Diggelen, CSN&Y: The Story of CSN and Sometimes Young, Voll.1-2-3, Helter Skelter, 2001]. A questo progetto, per il quale abbiamo messo mano a tutto il materiale raccolto in tanti anni di collezionismo, abbiamo lavorato otto anni, abbiamo intervistato tutti i musicisti coinvolti nella storia di CSN&Y.
F: Questo prodotto era destinato soprattutto a un pubblico anglosassone. Io e Stefano eravamo impegnati principalmente sul lavoro di scrittura e raccolta dati. Lucien Van Diggelen, il nostro amico olandese, si è dedicato in particolare alla ricerca di un editore, cosa non facile perché avevamo un corpo di informazioni talmente vasto, che nessun editore era dispostissimo a pubblicare un’opera così estesa e costosa. Noi poi eravamo un po’ rigidi nel non volerla smembrare. L’entusiasmo che si era creato intorno al tanto lavoro svolto, al riscontro ricevuto, alle tante interviste realizzate, ci portava a non voler retrocedere rispetto alla nostra impostazione. Questo atteggiamento ci è costato, perché alla fine siamo riusciti a trovare solo un editore online, che stampava su richiesta, e quindi la visibilità sul mercato era ridotta, anche se il nostro target specifico siamo riusciti a raggiungerlo. Ora il rapporto con questo editore è cessato, e ci sarebbe da pensare a cosa fare per non lasciare che tutto il lavoro si perda nel dimenticatoio. A parte i due primi volumi ‘narrativi’, che raccontano la storia del gruppo con molti inserti di interviste, il terzo volume in particolare è uno studio e una raccolta di informazioni che nessuno prima di noi ha mai messo insieme; e solo questo volume già varrebbe la pena che fosse ripubblicato in una veste dignitosa. Comunque, di tutti questi lavori fatti insieme, la sublimazione è stato il coinvolgimento nella realizzazione della Crosby, Stills & Nash Official App, cui abbiamo collaborato con il nostro materiale insieme al figlio di Crosby, James Raymond, e al biografo del gruppo, Dave Zimmer. Una bella soddisfazione.

Hernandez & Sampedro con Francesco Lucarelli
Hernandez & Sampedro con Francesco Lucarelli

A forza di suonare le canzoni di CSN&Y, immagino, avete cominciato a scrivere vostre composizioni originali e realizzare dischi personali. Ce ne potete parlare?
F: Il mio disco Find the Light [Route 61, 2010] è volutamente un omaggio a quella scena musicale ed è profondamente segnato da echi che richiamano cose già sentite, perché vi ho voluto trovare come un punto mio di arrivo e di partenza. È stato anche un modo di ringraziare sia le persone con cui ho fatto musica in tutti questi anni, sia le persone che mi hanno ispirato. Ho voluto raccogliere tutto questo mondo, un mondo fondamentalmente di amicizie, e creare una sorta di bozzetto della West Coast qui a Roma, con quelle idee filtrate attraverso lo sguardo di un italiano, che ha vissuto i messaggi di CSN&Y con anni di ritardo, in un luogo diverso e in un contesto totalmente inappropriato. Quindi, al livello dei testi, alcune cose non sono proprio centrate su quel mondo ma riflettono racconti più personali. Oggi, un obiettivo importante per me sarebbe anche riuscire a realizzare un disco di canzoni in italiano: ne ho parecchie, ma ancora non ho trovato il tempo per lavorarle bene in studio. Il mio approccio a queste canzoni in italiano è abbastanza simile a quello per le canzoni in inglese, e naturalmente la differenza risiede soprattutto nella musicalità delle parole e, in particolare, nella difficoltà di inserirle in un contesto rock oltre che nelle ballate, dove la difficoltà è minore.
S: Il mio primo disco SF del 2006 non è soltanto figlio di tutto il sound che avevamo acquisito negli anni, ma anche la conseguenza di tutti i rapporti che avevamo costruito: alcune canzoni erano scritte da solo e altre con Marco Martella, un amico di Francesco che poi ho conosciuto anch’io, messe insieme con delle sonorità che ripercorrevano tutto il bagaglio elettro-acustico ascoltato e risuonato, in un classico lavoro californiano con il supporto di musicisti come Ada Montellanico, James Raymond, Jeff Pevar, più o meno gli stessi coinvolti da Francesco nel suo disco. Nel secondo album Sense of You [Terre Sommerse, 2011] ho azzardato di più e ho impegnato molta più energia, nella composizione, nella scelta dei musicisti e, anche sul piano economico, nella produzione e nella registrazione. C’è il contributo di qualche nome più conosciuto tra i turnisti italiani e, in più, c’è il supporto di cinque voci femminili diverse, che si alternano nelle canzoni per interpretare non soltanto il brano dal punto di vista musicale, ma anche dei ‘personaggi’ che intervengono nei testi che ho scritto.

Concludiamo con l’occasione attuale del nostro incontro: com’è nata l’idea del Neil Young Celebration Day a Sarzana e com’è andata secondo voi l’iniziativa?
F: A parte il fatto che era la nostra prima esperienza al Guitar Meeting, per cui eravamo già affascinati da tutto il mondo che abbiamo incontrato e dall’idea di esserci, la prima impressione che mi è rimasta riguardo allo specifico del programma che abbiamo curato noi è stata molto gradevole. E la cosa che mi è piaciuta particolarmente è stata l’estrema correttezza e professionalità di tutti gli artisti che hanno partecipato. Io ero stato molto esigente nelle indicazioni date ai musicisti, e tutti quanti sono stati molto puntuali nel costruire il loro set seguendo le esigenze di tutti gli altri. Al di là della qualità artistica, il rispetto reciproco che si è venuto a creare è stato il pregio che più mi ha dato soddisfazione. Ma ciò non toglie che tutti i set sono stati belli, ognuno con la sua particolarità.
S: Per me il bello è stato assistere al divertimento di tutti questi amici musicisti sul tema in comune, che era appunto Neil Young. Qualcuno addirittura, come Renzo Cozzani, ha arrangiato in maniera molto efficace in trio con violoncello e sax canzoni come “Broken Arrow”, che nelle stesure originali erano abbastanza complesse. Il che mi ha dato modo di capire che ciò che ci era stato chiesto di organizzare era stato interpretato nel migliore dei modi. Insomma è stato molto piacevole ascoltare le varie reinterpretazioni delle canzoni, perché ciascuno ci ha messo il proprio vissuto: sono canzoni che abbiamo sentito centinaia di volte, però ogni solista e ogni gruppo che si è presentato ha trasmesso una passione veramente forte.

Andrea Carpi

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