Alan Lomax il ricercatore

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(di Giorgio Gregori) – «Senza Alan Lomax forse non ci sarebbe stata l’esplosione del blues, e neppure il movimento del rhythm and blues, i Beatles, i Rolling Stones e i Velvet Underground.»
Brian Eno, note di copertina in The Alan Lomax Collection Sampler, Rounder Records, 1997

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Già nell’articolo dedicato a Lead Belly nel numero di marzo 2016, avevo accennato alla figura di Alan Lomax. Stavolta vediamo di riprendere l’argomento, perché la sua figura merita un approfondimento. E allo scopo iniziamo col fare un passo indietro.
Il ‘nostro’ strumento viene definito talvolta ‘chitarra folk’, per distinguerlo dalla ‘chitarra classica’. Ora, di primo acchito potremmo dire che una ha le corde di metallo e l’altra di nylon, ma in realtà chi suona musica ‘folk’ usa quello che trova… E poi, chi ha detto che nel folk la chitarra si debba usare? Chi ha visitato l’Irlanda si sarà accorto che nei pub dove si svolgono sessions tradizionali, purtroppo sempre più rare, l’arrivo di un chitarrista non è esattamente visto di buon occhio, perché la chitarra non è esattamente uno strumento della tradizione popolare. Lo è diventato da qualche tempo con il cosiddetto ‘folk revival’. E se si pensa che l’accordatura DADGAD, che è la più diffusa per accompagnare la musica irlandese (e non solo, basti pensare ai nostrani Birkin Tree), è stata praticamente introdotta da Davey Graham negli anni ’60 dopo un suo viaggio in Marocco, si aprono vari orizzonti…

Ma allora, questa musica che così ci appassiona, è frutto delle contaminazioni e delle ricerche effettuate da qualche giramondo? Probabilmente la risposta è sì. E il più famoso di questi giramondo è sicuramente Alan Lomax.

Nell’articolo citato avevo accennato alle ricerche da lui svolte con il padre John nel Sud degli Stati Uniti, negli anni fra il 1933 e il 1942, per documentare con registrazioni sul campo la cultura musicale degli abitanti delle regioni meridionali e, in particolare, dei discendenti degli schiavi deportati dall’Africa. Tra i nomi celebri che compaiono nelle sue registrazioni dedicate alla musica americana, vanno ricordati tra gli altri Jelly Roll Morton, Muddy Waters e Leadbelly.
Tuttavia l’occuparsi di folk e solidarizzare con i poveri diseredati comporta talvolta dei problemi: intorno al 1940 Alan Lomax risulta indagato dall’FBI, che apre su di lui un fascicolo nel quale si legge: lomax_lanno-piu-felice-della-mia-vita«L’investigazione condotta tra i vicini dimostra che è un individuo molto strano: si interessa soltanto di musica folk, è davvero poco affidabile e scontroso. […] Non dà alcun valore ai soldi, usa la sua proprietà e quella del governo con negligenza, praticamente non si cura del suo aspetto» (cit. in Alan Lomax, L’anno più felice della mia vita – Un viaggio in Italia 1954-1955, a cura di Goffredo Plastino, Il Saggiatore, Milano 2008, p. 18)
Praticamente viene sospettato di essere un ‘comunista’. Dall’America della ‘caccia alle streghe’ nel periodo del Maccartismo è meglio squagliarsela: Lomax parte per l’Europa. Arriva in Inghilterra e lavora per la BBC, stimolando con le sue trasmissioni radiofoniche proprio il revival del folk e registrando ‘sul campo’ musiche tradizionali, in contatto con personaggi del calibro di Ewan McColl e Shirley Collins, dei quali parlerò in un prossimo articolo dedicato al folk revival britannico.
L’intenzione è poi quella di registrare e raccogliere in una quarantina di LP le musiche di tradizione orale di tutto il mondo. Nel 1952, la Columbia rende noto a Lomax che l’intero progetto della World Library of Folk and Primitive Music potrebbe essere cancellato, a meno che egli non vi includa un disco dedicato alla Spagna allora governata dal dittatore Franco. Lomax parte per la Spagna e, alla fine, i dischi realizzati tra mille difficoltà (immaginatevi un ‘sospetto comunista’ che gira per le campagne seguito dalla polizia fascista di Franco…) saranno più di undici e contribuiranno a stimolare uno dei più bei dischi di tutti i tempi, quello Sketches of Spain di Miles Davis con Gil Evans (1960), che contiene una “Alborada” (‘melodia del mattino’) registrata da Lomax in Galizia nel 1952 e una “Saeta”, cante hondo della Settimana Santa, registrato dalla Radio Nacional Española e concesso a Lomax per la pubblicazione. Nel disco di Miles la “Alborada” diventa “The Pan Piper”, mentre il titolo della “Saeta” rimane invariato.

Le ricerche di Lomax continuano a essere utilizzate ancora ai nostri giorni, tanto che Beyoncé ha utilizzato per esempio due campioni di registrazioni di Lomax nel suo brano “Freedom”: un segmento del Reverend R.C. Crenshaw registrato nel 1959 alla Great Harvest Missionary Baptist Church di Memphis e “Stewball”, una work song registrata nel 1948 nell’interpretazione di Benny Will Richardson, noto come ‘matricola 22’ nel Mississippi State Penitentiary, altrimenti detto Parchman Farm.

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Ma arriviamo a noi: tra il 1953 e il 1954 Alan Lomax, con uno scassatissimo pulmino Volkswagen, gira l’Italia in lungo e in largo in compagnia dell’etnomusicologo Diego Carpitella, con l’intento di fissare su nastro magnetico la straordinaria varietà e bellezza delle musiche della tradizione popolare italiana. Sette mesi di lavoro e di ricerca sul campo e oltre duemila registrazioni raccolte, un vero e proprio viaggio di scoperta dal Sud al Nord della penisola. Il libro citato prima, L’anno più felice della mia vita, raccoglie una selezione di oltre duecento fotografie scattate da Lomax e commentate dalle sue stesse parole, tratte dai suoi saggi, dai taccuini di viaggio (o almeno da quello che era rimasto, visto che in Italia gli furono in parte rubati) e dalle trasmissioni radiofoniche condotte alla BBC.
Dalle registrazioni di Lomax e Carpitella ci si accorse per la prima volta che l’Italia, al contrario di quanto pensavano i musicologi, aveva una tradizione di musica popolare che a Lomax sembrò una delle più interessanti d’Europa. Le migliaia di registrazioni realizzate in Italia gli servirono per elaborare un personale sistema di classificazione della musica, chiamato cantometrics, ancora usato dagli specialisti (cfr. http://research.culturalequity.org/psr-canto.jsp). Queste registrazioni furono la base per l’etnomusicologia nel nostro paese, ma furono pubblicate in Italia molti anni dopo (i due LP dell’edizione americana Northern and Central Italy and the Albanians of Calabria e Southern Italy and the Islands sono apparsi per la Columbia nel 1957, mentre i due volumi dell’edizione italiana Folklore musicale italiano sono stati pubblicati dalla Pull nel 1973) e, diversamente dai dischi dei bluesman americani, sono perlopiù ignote ai non specialisti.

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Scorrendo L’anno più felice della mia vita, restiamo colpiti dalle attente osservazioni di Lomax: «A Martano, quando muore un uomo, una lamentatrice dai capelli bianchi intona un lamento vicino al suo corpo, ballando con passi spasmodici un’antica danza funebre, un fazzoletto teso tra le mani, i gomiti in alto, strappandosi i capelli e graffiandosi la faccia in un rituale parossismo» (p. 152); o ancora: «Una era magra, con pazzi occhi marrone e capelli arruffati, distratta, non aveva avuto niente da mangiare per tutto il giorno; un’altra con la faccia scura da africana, la bocca larga, molti denti macchiati di nero. E cantarono per me la più commovente canzone che io avessi sentito in tutta Italia, una canzone che mi ricordò l’infinita pena dei neri del Mississippi e del Texas, che avevano cantato per me tanti anni prima» (p. 155). Certo, sono musiche difficili da ascoltare, la qualità delle registrazioni è quella che è. Il repertorio è spesso per sola voce, che nella musica popolare è lo strumento più portatile e a basso costo.
Ma la sfida oggi è anche arrangiare, dare una nuova vita, con le nostre chitarre, a canzoni, a grida, a lamenti. Quando in Italia si sente suonare una chitarra ‘folk’, probabilmente un qualcosa delle ricerche di Alan Lomax c’è. Un De Gregori che ‘ruba’ a Dylan, un seguace della Nuova Compagnia di Canto Popolare, un appassionato di folk celtico, tutti hanno un debito con le ricerche di Alan Lomax.

Poi, cosa sia la musica folk… è un argomento molto complesso. In questi giorni sto leggendo il monumentale volume a cura di Goffredo Plastino, La musica folk – Storie, documenti e protagonisti del revival in Italia (il Saggiatore, 2016), milletrecento pagine tra le quali viene riportato un articolo di Andrea Carpi dal titolo “C’è posto per il folk in Italia?”, pubblicato su Ciao 2001 nel 1978, che termina così: «Un confronto più diretto e franco con le fonti autentiche della musica popolare sarebbe di giovamento per tutti».

E per concludere, per chi volesse approfondire in bellezza la storia delle ricerche di Alan Lomax nel Sud degli Stati Uniti, consiglio il bellissimo libro a fumetti Lomax – Ricercatori di folk songs di Frantz Duchazeau (Coconino Press, 2012; ed. originale Lomax – Collecteurs de folk songs, Dargaud, 2011).

Giorgio Gregori

 

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