mercoledì, 22 Settembre , 2021

Bob Dylan 80: Portrait of the artist as an old man

Bob Dylan 80
Portrait of the artist as an old man

di Sergio Staffieri
Dipinti di Franco Ori

A rolling stone gathers no moss

Dipinto di Franco Ori

Nel medioevo i giullari erano condannati principalmente per tre ragioni: il giullare era gyrovagus, vanus  e turpis. Gyrovagus perché ‘vagabondo’ (rolling stone, se volessimo usare una cara espressione inglese), certo, e al di fuori dell’organizzazione sociale. Vanus, poi: «intanto perché la sua pretesa arte è vuota di contenuto tecnico: egli è il cultore dell’uso, dell’empirismo, di fronte all’apprendimento determinato da norme e da regole fissate dalle autorità; e poi perché la sua attività nulla produce di utile. […] E ciò che è vano è mondano, e ciò che è mondano è diabolico». Turpis, infine: «E non è questo un termine genericamente spregiativo, ma significa proprio che il giullare, o il mimo, è colui che stravolge (torpet) l’immagine naturale» (cfr. Cesare Molinari, Storia del teatro, Laterza, pp. 57-58).
Potremmo riferire questi termini a Dylan (in fondo è stato già fatto ampiamente in passato), pur con una lettura e valutazione di senso opposto, ancora oggi.

Negli anni, e son tanti, Dylan ci ha abituati, confondendoci con un’apparente povertà di mezzi tecnici, a tanti cambiamenti, travestimenti e rappresentazioni in luoghi diversi dello spettacolo contemporaneo. Ed è stato il joker, lo scurra (il ‘buffone’), lo ‘spirito critico del corpo sociale’, il jester e il fool e tante altre cose: ogni volta usando il suo corpo e la sua parola ‘contro la norma naturale e sociale’, contraddicendo quel che ci si aspettava da lui e strappandosi di dosso il vestito cucitogli addosso da altri di volta in volta. Ci ha abituati a disorientarci, a interrogarci su di lui, conservando sempre quel ghigno e quella smorfia che aveva nella famosa e fumosa intervista a San Francisco nel 1965, quell’atteggiamento da bulletto di quartiere che la sa lunga e guarda sempre sfidando l’interlocutore.

Chi è stato, chi è Bob Dylan? Dylan è stato, e ha dimostrato di essere ancora, il corpo e la voce non solo di una generazione o di un Paese (poiché ha travalicato generazioni e confini), è arrivato oltre: è un archetipo, uno schizzo sul muro, un lampo di elettricità in continua evoluzione e sempre pronto a una nuova definizione. Per questo uno dei ‘ritratti’ più fedeli di Dylan è I’m Not There, lo splendido film di Todd Haynes del 2007 in cui attori diversi – e che attori – interpretavano Dylan diversi. E fra una citazione e l’altra era tutta un’evocazione, una ‘impressione’ dei vari Dylan, non potendo darsi una fedele rappresentazione; perché Dylan aveva incarnato più di ogni altro artista la famosa formula di Rimbaud: «Je est un autre» (‘Io è un altro’).

Osservo qui incidentalmente – e sarebbe il caso un giorno di tornarci su – che in un momento in cui Dylan era già Dylan ‘ma non troppo’, un grande contributo alla diffusione e maggiore accettazione della sua musica fu dato senza dubbio dalle quadrature ritmiche e armoniche, e piccole ma sostanziali modifiche melodiche, dei musicisti che reinterpretavano le sue canzoni: Joan Baez e Judy Collins, certo, ma soprattutto i Byrds di Roger McGuinn. Andiamo a riascoltare l’originale di “My Back Pages”, dimenticando una vita passata ad ascoltare la versione del gruppo: sembra di ‘rotolare’ giù per le scale e non c’è una strofa che sia uguale all’altra. Esistono certo versioni non memorabili ad opera altrui (e anche Dylan si è compiaciuto di maltrattare in ogni modo possibile le proprie canzoni), ma è notevole la messe di brani suoi ripresi da altri: perché per ognuno di buon orecchio e buona disposizione è possibile trovare pezzi in cui identificarsi e su cui dire qualcosa in più, una parola in più, una nota in più. Eppure, come recitava un cartellone pubblicitario della Columbia con i suoi primi album e un Dylan neo-elettrico con Stratocaster e occhiali neri d’ordinanza: «Nobody sings Dylan like Dylan», nonostante quella voce – «sand and glue» cantava David Bowie in “Song for Bob Dylan”: ‘sabbia e colla’ – lontana da qualunque canone di bellezza accettato all’epoca; e che Dylan stesso si è impegnato a rovinare a piacimento.

Nel 2012 l’album Tempest sembrava dal titolo – apparente allusione all’ultimo dramma di Shakespeare – un commiato, e invece è stato il punto a capo di un nuovo inizio: di lì a poco Dylan avrebbe inciso i suoi dischi di standard del grande canzoniere americano, con un occhio di riguardo alle incisioni di Sinatra. Anche in questo caso Dylan, fedele al personaggio, raccontò una piccola, simpatica storiella, che una volta Sinatra gli avrebbe detto: «Tu ed io, amico, abbiamo gli occhi azzurri, veniamo da lassù [come a dire: il cielo, le stelle]… Questi altri tipi [in inglese il termine utilizzato, più sapido, è ‘bums’] vengono da quaggiù [cioè dalla terra, e di nuovo: l’opposizione sembra quasi creata ad arte e che i ‘bum’ siano i ‘men of mold’ dell’“Enrico V”]». Assurto all’empireo sinatriano, Dylan è poi ridisceso fra noi con l’ultimo Rough and Rowdy Days, nuovamente Prometeo fra i mortali.

Che altro ci riserva Dylan per il futuro?
Ci auguriamo che riprenda presto il suo Never Ending Tour (anche perché chi scrive disgraziatamente non lo ha mai visto dal vivo) e che continui a sorprenderci e tornare quando meno ce lo aspettiamo, quest’uomo un po’ giullare, un po’ fool, molto Ulisse (come lui polytropos, polymetis, polymechanos) teso verso il canto delle sirene.

Beauty walks a razor’s edge, someday I’ll make it mine

Quando aveva poco meno di cinque anni, in occasione della festa della mamma, il futuro cantante, poeta, premio Pulitzer e premio Nobel diede una delle sue prime esibizioni. Ricorda la madre che egli batté i piedi per attirare l’attenzione e disse: «Se le persone in questa stanza staranno zitte, canterò per mia nonna. Canterò “One Sunday Morning”».
Nel freddissimo gennaio 1961 Robert Allen Zimmerman – già fan di Little Richard e del primo rock’n’roll elettrico – arrivò con una chitarra acustica e poco più a New York, dove iniziò a suonare nei folk club parlando e presentandosi con un’altra identità e un altro accento rispetto a quelli di origine. Di lì a poco sarebbe stato notato da John Hammond, e il resto è noto.
Nel 1977 – circa un lustro e mezza vita sua fa – Bob Dylan diceva ad Allen Ginsberg di considerarsi come Leonardo Da Vinci: «Cerchiamo di rendere migliore quello che è reale. Se vogliamo avere successo come artisti, lo miglioriamo e diamo significato a qualcosa che non lo ha». E aggiungeva: «Si può fare qualcosa che resti, vogliamo vivere per sempre, no? Per vivere per sempre bisogna fermare il tempo».

Dylan è questo ed è qui: curioso, insolente, dispettoso, nel suo continuo trasformarsi per restare fedele a sé stesso, nella sbruffoneria spicciola per camuffare alte intenzioni artistiche e non esser preso troppo sul serio all’inizio, ma molto sul serio dopo, una volta ottenuti i risultati, nel suo continuo tentativo di fermare il tempo e creare, piccolo e mingherlino sulle spalle dei giganti, arte che fermi il tempo e duri nel tempo. È ormai chiaro a tutti, anche ai detrattori, che Dylan è riuscito nel suo intento, non una ma mille e mille volte ancora. E a noi, appassionati ammiratori, ha regalato e continua a regalare infiniti momenti di piacere e soddisfazione emotiva e intellettuale: perché questo fa la vera arte, ci coinvolge in ogni modo, e questo ha fatto e continua a fare Dylan con la sua opera, anche a chi non si voglia interrogare sul perché avviene e come avviene.

Fioccano e fioccheranno nel mondo nuove pubblicazioni su Dylan, Patti Smith metterà in piedi un ‘socially-distanced birthday party’ all’Outdoor Spring Festival a New York, e noi riascolteremo i suoi dischi, riguarderemo le sue esibizioni e rileggeremo le sue parole, e lo ringrazieremo in cuor nostro per essere arrivato a ottant’anni dispensando a piene mani la sua arte, la sua lezione e l’invito a trovare ed offrire sempre una nuova definizione di sé.
Buon compleanno Dylan!

«Ah, but I was so much older then 
I’m younger than that now»

Sergio Staffieri

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