Perché?

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Troppo spesso mi faccio questa domanda: perché? In effetti la parola presuppone una domanda, ma non è una domanda. È proprio la sua generalità che mi spinge a riflettere. Perché?

why-war-movie-posteIn questo momento sono su un volo Aeroflot e guardo le nuvole, illuminate dalla luce installata sulla coda dell’aereo e da una luna che stancamente mi sorride. Viste le ultime vicende, potrebbe non essere conveniente viaggiare per così tante ore su un aereo russo, ma lo stesso rischio lo si correrebbe su un volo francese o su quello di chissà quale altro stato nel mirino del terrore. Alla paura non si sopravvive, e allora meglio ignorarla e lasciare le nostre carte nelle mani del destino chiedendogli di non scoprirle.
Sono abituato a dispensare cortesie durante i miei viaggi. Cerco l’accondiscendenza e mi appendo a un aquilone nell’attesa di volare libero, sperando che il filo scappi di mano a chi controlla altezza e direzione. Così mi distraggo e sogno…
Non posso ignorare che ci sia il bene e il male, anche perché l’uno non esisterebbe in assenza dell’altro. Così sempre è stato. Ma il male non è una religione o una razza, il male non è un albero cui bisogna strappare le radici, altrimenti diventa male anche la difesa dal male. Il male è un singolo frutto diverso, che non può e non deve cambiare in male il bene da cui è stato generato.
In India l’oppressione di un popolo fu vinta da un uomo che aveva eliminato il male cancellandolo da sé stesso, prima di dispensare ad altri bene e amore.
Vedo genitori piangere i loro figli e sento un Natale che arriva con qualche sorriso in meno e molta paura in più. E non ho risposte da dare; e neanche più domande da farmi. Rimane solo quel singolo ‘perché’, che racchiude in sé tutte le mie perplessità. So che forse sotto l’albero non avremo gioie e regali, ma solo rabbia e fucili. Ma se così sarà, non immagino certo un buon Natale e non mi sento più buono.

Un giorno, un uomo lasciò scorrere la lama del suo coltello sulle corde di una chitarra e inventò lo slide, molto prima che si usasse il bottleneck e che quel collo di bottiglia, figlio di chissà quale sbornia, trasformasse un suono in stile. Oggi le lame dei coltelli non hanno nessun altro scopo se non quello di raccontare un dolore. E il suono che producono è solo un silenzioso lamento.
Preferisco non guardare più la TV, evitare il rumore dell’odio, vestito da notizia. Semplici scoop per istigare alla violenza. Ritorno al mio vinile per sentire un suono diverso, un dolore cantato. La puntina ha ripreso a girare contando i suo 33 giri e, ora che Skip James ha iniziato il suo racconto, vedo quella lama brillare in cielo per poi scivolare sulle corde della sua chitarra al ritmo del blues.

Reno Brandoni

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