Non voglio più essere un numero, un codice fiscale, una posizione INPS, un codice PIN. Non voglio essere parte di uno schema, di una categoria, un semplice ingranaggio del sistema. Non voglio la vita regolata da una procedura a cui mi devo adeguare, a cui devo ubbidire. Non voglio non rispettare ma essere rispettato come uomo, come individuo. Come cittadino, con un nome e un cognome, con una famiglia, dei figli, un cane, degli amici e il mio lavoro.
Voglio tornare a essere io, con le dita segate dall’acciaio e colorate dal bronzo delle corde, un uomo che è esploso di gioia alla nascita dei figli, che ha pianto la notte in cui la numero due ha avuto la febbre alta e non riconosceva più nessuno, che ha vissuto la sua vita, come tutti, con sacrifici, sogni e speranze…
Eppure ormai non è più cosi, se ritardi il pagamento di una scadenza ti ritrovi dietro la porta qualcuno, con una busta piena di carta e di fogli, che ti avverte che non hai scampo, e il tuo destino è rimediare al tuo ritardo con questo, quello e quell’altro. Perché non frega a nessuno se sei stato male, se non potevi muoverti, se hai perso il lavoro, se una disgrazia ha investito la tua vita, oppure semplicemente non avevi i soldi perché la spesa al supermercato costa sempre di più e tu non stai più dietro ai numeri, ai conti che si sovrappongono alla velocità della luce. Oppure, semplicemente, non hai pagato perché non lo ritenevi giusto e vorresti spiegare le tue ragioni.
Non puoi, le procedure non lo consentono, non si può fare una eccezione, tutti siamo uguali e se ognuno chiedesse una modifca non funzionerebbe più nulla. Troppo complicato, ingestibile, troppo costoso, meglio colpire la massa con regole rapide e precise. La civiltà non è semplificare, ma è progredire nel rispetto di ogni uomo, costi quel che costi, ma non siamo tutti uguali. È proprio la nostra differenza che ci fa grandi, diversi, unici, L’uguaglianza non è per forza equità. Uno stato sociale dovrebbe rispettare questa unicità.
Così non voglio essere tra quei chitarristi che dimenticano di essere musicisti per il la loro ‘funambolica’ voglia di apparire. La musica si ascolta, non si guarda. Voglio ritornare con la chitarra davanti al mio caminetto, con gli occhi di mia moglie che vedevano nella mia musica il mondo in una stanza. Voglio riappropriarmi delle emozioni, ingenue e primordiali, ridere e piangere senza vergogna, senza la maschera di facebook o il trillo di un tweet.
Ma vi rendete conto che ci siamo persi, che continuiamo ad aggrapparci a The Dark Side of the Moon a Blonde on Blonde, a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band/em> perché ormai, da anni, c’è il vuoto cosmico e non troviamo niente che ci ricordi la passione? Saluto mio figlio con la sua nuova maglietta del Che, quasi uguale alla mia di quasi quarant’anni fa, una ‘Fruit of the Loom’.
Basta l’apparizione di un maestro come Ezio Bosso a Sanremo per farci capire che la musica, come la vita, va vissuta insieme e non ci accorgiamo che lo ascoltiamo, lo amiamo proprio grazie alla sua diversità, perché fuori da ogni schema ci stupisce ritrovare l’uomo che parla di sé e ci racconta del suo mondo. Quindi non siamo tutti uguali, ognuno vive problematiche diverse che devono essere comprese e capite. Un marciapiede con lo scivolo sarà utile a qualcuno, forse non a tutti, ma non per questo non deve essere fatto. Ora capisco come la parola ‘equo’ viene spesso usata a sproposito.
Sospiro, prendo la chitarra e tento l’accordatura più estrema, poi con sicurezza appoggio le mani sulla tastiera e improvviso un nuovo tema, romantico, mi sembra ‘forte’ e originale. Poi mia moglie mi guarda e mi chiede se è una cover di George Michael, non ci posso credere. Abbandono lo strumento e vado fuori in giardino, un fagiano mi aspetta per la sua dose di mangime quotidiano. Ecco, qualcosa che mi fa sentire libero.
Reno Brandoni







