Le chitarre effedot – Dall’inizio alla fine: un sogno lungo quarant’anni

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(di Reno Brandoni con Andrea Carpi) – La strada era la via XXIV Maggio, l’edicola si trovava all’incrocio con via Consolato del Mare. Correva l’anno di grazia 1975 e nella mia Messina non c’era granché da fare: suonare la chitarra arricchiva quel poco anche se, se non sapevi cantare, eri fottuto; avevi sempre bisogno di una voce per il tuo strumming. Io, come buona parte dei ragazzi dell’epoca, mi ero dedicato con passione allo studio dei cantautori, imparavo accordi e passaggi, testi e melodie, ma non riuscivo a cantare, stonavo ogni nota; per cui, i miei sei anni di studio della chitarra si stavano sbriciolando lentamente e inesorabilmente, trasformandomi da enfant prodige a quindicenne sfigato… Avrei voluto rinunciare, quando tra le pagine di un settimanale apparve per la prima volta, come titolo di una rubrica, un termine sconosciuto: “fingerpicking”.
L’autore di quell’appuntamento era Andrea Carpi, il quale ogni settimana presentava un nuovo modo di suonare la chitarra. Si usavano le dita e la melodia si fondeva con bassi e ritmo. Potevi anche non cantare, potevi finalmente liberarti del peso delle parole – soprattutto se, come me, non eri capace di utilizzarle – e potevi suonare la ‘musica’. Questo era il fingerpicking. Capii che la chitarra poteva vivere anche da sola, ed è grazie agli articoli di Andrea che iniziai a disegnare la mia strada. Da allora, ogni lunedì, all’uscita di scuola correvo a quell’incrocio per prelevare la mia copia di Ciao 2001: mi sedevo sul muretto, impaziente di scoprire l’argomento della settimana, e già mi prudevano le dita.

Effedot_Carpi-presentazioneAndrea, le cui parole mi accompagneranno via via lungo questo racconto, ricorda in proposito:

In effetti, negli anni che seguirono, scoprii che molti aspiranti chitarristi si affezionavano a Ciao 2001 in buona parte per seguire la mia rubrica “Chitarra”. Ma la grande diffusione di quel settimanale ebbe un ruolo molto importante. Il fatto di propormi a una rivista come Ciao 2001 rispondeva al mio desiderio di realizzare una rubrica il più ‘popolare’ possibile, e in questo senso il Ciao si presentava ai miei occhi come una grande opportunità di apertura a un pubblico ampio e vario, in alternativa rispetto all’atteggiamento più critico e impegnato – ma un po’ elitario – di mensili come Muzak e Gong. L’idea era semplice: volevo cercare di popolarizzare il metodo della tablatura e applicarlo alla pratica musicale contemporanea. Così, nella scelta dei brani da presentare, cercavo di attingere il più possibile da dischi conosciuti e di attualità, tra quelli distribuiti e promossi dalle case discografiche in Italia: Guccini, De Gregori, Branduardi, CSN&Y, Hot Tuna, Joni Mitchell… Si trattava di trovare dei brani che contenessero una parte di chitarra ben udibile e riconoscibile: una parte che permettesse di suonare il pezzo nella sua interezza e che contenesse sempre degli elementi nuovi, in grado di far compiere un passo avanti al chitarrista principiante o di medio livello; e magari anche a quello più o meno avanzato. Dovetti naturalmente preoccuparmi di ottenere le autorizzazioni a pubblicare queste parti per chitarra trascritte seguendo una “notazione semplificata”. E mi ricordo in particolare il responsabile delle edizioni musicali di una grande casa discografica, che non nascose un marcato scetticismo verso le “solite scorciatoie” escogitate per evitare di studiare la musica scritta. Gli risposi allora che la notazione in questione era una forma di intavolatura, il sistema di scrittura adottato per liuto, chitarra e vihuela nel periodo rinascimentale e barocco. Il riferimento storico sortì il suo effetto: le autorizzazioni furono accordate e la mia rubrica di chitarra popular poté partire e sopravvivere fino al 1986.

Non sono uno storico né un critico musicale e potrei peccare di impudenza, ma sono certo che proprio in quel momento nasceva la ‘scuola’ italiana della chitarra acustica. Iniziai a interessarmi al sistema di scrittura musicale, conobbi Andrea, col quale iniziò una lunga e mai terminata collaborazione. Passammo giornate intere al telefono a perfezionare il sistema della tablatura, per prima cosa aggiungendo il rigo musicale, poi analizzando la rappresentazione in tab degli abbellimenti: l’acciaccatura, in particolare, ci tenne impegnati lunghe nottate a sperimentare diverse modalità… Se utilizzate Finale, Sibelius, GuitarPro, TablEdit o altro, il tutto vi risulterà incomprensibile, ma all’epoca noi scrivevamo ‘a mano’. Non avevamo la possibilità di riascoltare il nostro lavoro e ogni errore presupponeva di dover ricominciare da capo. Eravamo dei ‘pionieri’ e ci confrontavamo con il lavoro degli americani, che spesso ci trovavamo a ‘criticare’ e migliorare. Per esempio, Grossman scriveva la tab con i numeri negli spazi, utilizzando quindi sei spazi e di conseguenza sette linee; noi invece proseguivamo con l’idea delle sei linee, una per ogni corda…

Effedot_CarpiI primi rudimenti di fingerpicking li ho ricevuti intorno al 1966, frequentando al Folkstudio di Roma un laboratorio tenuto da Janet Smith, una cantante e chitarrista americana che fu bravissima a spiegarci le basi di quella tecnica, cioè essenzialmente l’uso del pollice per eseguire il cosiddetto ‘basso alternato’ e l’acquisizione di una marcata indipendenza tra il pollice e le altre dita della mano destra. Inoltre Janet era anche una vera antesignana, perché già allora – accanto agli standard della musica folk e del blues – ci proponeva degli arrangiamenti di ragtime classici e di canzoni dei Beatles. Due anni dopo, tornata negli Stati Uniti avrebbe pubblicato un bell’album per la Takoma, The Unicorn, e nel 1978 sarebbe stata inserita in una antologia di chitarra al femminile, Women’s Guitar Workshop, pubblicata dalla Kicking Mule Records di Stefan Grossman.
A quel laboratorio prendeva parte tra gli altri anche Luigi ‘Grechi’ De Gregori, che avrebbe poi passato i suoi ‘segreti’ al fratello Francesco. Le tablature non le usavamo ancora, ed io mi portavo appresso un ingombrante registratore: registravo e prendevo degli appunti informali. Ma l’ispirazione a servirmi del metodo delle tab mi venne presto dal pionieristico approccio alla didattica musicale cresciuto nell’ambito del folk music revival anglosassone, con le tablature apparse in alcuni dischi della Folkways e nella rivista Sing Out!, con metodi fondamentali della Oak come How To Play the 5-String Banjo di Pete Seeger del 1954 o Finger-Picking Styles for Guitar di Happy Traum del 1966, e poi soprattutto con i lavori di Stefan Grossman a partire da How To Play Blues Guitar del 1967. Tra l’altro, quando Grossman passò dalle sue prime tablature fatte a mano, senza ritmo né pentagramma, alle bellissime tab con pentagramma scritte con impeccabile calligrafia da amanuense, scoprii che era proprio Janet Smith a copiarle.
Nel 1974 curai a mia volta un laboratorio di chitarra acustica al Folkstudio, utilizzando a questo punto il sistema della tablatura: da lì ad avanzare la proposta di una rubrica di chitarra su Ciao 2001 il passo era breve.

La passione era assecondata da un crescente interesse da parte del pubblico. Iniziarono le prime vere collaborazioni e amicizie con gli altri ‘pochi’ appassionati del genere, tra i quali ricordo: Giovanni Unterberger, Roberto Ciotti, Saro Liotta, Maurizio Angeletti, Riccardo Zappa, Beppe Gambetta, Giovanni Pelosi e lo stesso Stefan Grossman, che aveva già fatto nel ‘mondo’ quello che noi stavamo iniziando a fare in Italia.
Nacquero successivamente dei gruppi di appassionati, e le forze e gli interessi diventarono importanti. La creazione di riviste come Guitar Club prima e Chitarre dopo cavalcarono la scia di questo entusiasmo, creando un vero e proprio movimento. L’etichetta Lizard iniziò a diffondere ‘il verbo’, presentando sempre nuovi talenti come Peppino D’Agostino e Franco Morone.

Nel 1980, venne un giorno a casa mia Augusto Veroni, allora conduttore Rai di una trasmissione radiofonica dedicata alla chitarra e consulente della casa editrice Anthropos, proponendomi di tradurre la mia esperienza della rubrica su Ciao 2001 in un libro. Nacque così il Il manuale di chitarra rock, sottotitolato “La chitarra acustica dal folk-blues al rock”, che ebbe una fortuna al di sopra di ogni aspettativa: mi diede la consapevolezza di quanto quella paginetta sul Ciao avesse mostrato una sua utilità nell’Italia musicale di allora, e convinse la casa editrice a proseguire su quella strada con altri manuali, tra cui Il manuale di chitarra folk scritto nel 1982 con la collaborazione di Reno Brandoni, e una nutrita serie di “Quaderni di chitarra” fino a concepire l’idea di una rivista dedicata. Anthropos però non fu determinata a fare il salto per entrare in edicola con un periodico, e l’idea fu raccolta da Marco E. Nobili e Alberto Radius con le edizioni Il Volo, con i quali demmo vita nel 1984 a Guitar Club. Ma la convivenza tra noi romani e loro milanesi, come purtroppo avviene ancora oggi in diversi aspetti della vita, diede luogo a incomprensioni: alla loro anima ‘aziendalista’, vicina al mondo delle case distributrici di strumenti musicali, si contrapponeva la nostra anima ‘cantinara’ legata alla comune esperienza del Folkstudio, sulla cui pedana avevamo quasi tutti mosso i primi passi. Veroni ed io allora bussammo alla porta di Max Stefani, editore del Mucchio selvaggio, e nell’aprile del 1986 nacque la rivista Chitarre.

Che Andrea sia diventato poi il riferimento storico della chitarra è fatto noto, e che la nostra collaborazione in questi ultimi quarant’anni ci abbia permesso di creare e condividere progetti importanti è sotto gli occhi di tutti, non ultimo in ordine di importanza il nostro lavoro in comune a Fingerpicking.net, la rivista Chitarra Acustica, la collana di libri e… ci rimaneva un sogno nel cassetto, qualcosa di quasi irrealizzabile, tanto emozionante quanto apparentemente irraggiungibile. Quale può essere l’ultimo sogno di chi ha passato l’ottanta per cento della propria vita tra corde e legni? Forse progettare e realizzare la propria chitarra personale? Sì, forse proprio questo. Questa è la ragione che porta molti chitarristi a scegliere il proprio liutaio di fiducia per disegnare il proprio personale strumento…

Effedot-Brandoni_CarpiNegli ultimi anni vedo spesso giovani musicisti imbracciare chitarre, di marca o di liuteria, che i chitarristi delle mia generazione il più delle volte si sognavano. Le famiglie medie di un tempo provavano una certa diffidenza verso la pratica musicale e non concepivano di spendere cifre consistenti per l’acquisto di uno strumento come la chitarra. Io ho cominciato a suonare intorno al 1961, all’età di tredici anni, con una Carmelo Catania da studio con corde metalliche, costata all’epoca cinque-seimila lire. Catania era forse il più importante esponente di una liuteria semiartigianale siciliana, che fu particolarmente in voga nel dopoguerra, e quello strumento era una tipica chitarra piccola da cantastorie, che nel tempo avrei apprezzato maggiormente. Quando cominciai a fare le mie prime apparizioni sui palchi dei teatrini romani in trio con Luigi ‘Grechi’ De Gregori e Mariano De Simone, passai però a una chitarra ‘folk americana’, in realtà una Yamaha dreadnought FG-170. In linea con la nostra ‘sobrietà’ di allora, Luigi avrebbe scritto più tardi, nella prefazione al libro Country Music di Mariano del 1985: «Andrea era invidiato per una delle prime chitarre giapponesi, che allora era quanto di meglio si potesse trovare per suonare il nostro genere di musica». Le mie prime incisioni professionali, a partire dal 1973, le ho realizzate poi con due Eko El Dorado a sei e dodici corde, sempre rigorosamente dread, che mi ingegnavo a ‘superaccessoriare’: facevo montare delle meccaniche di precisione, sostituire il capotasto e la selletta di plastica con elementi di vero osso, rifare la verniciatura della tavola in modo artigianale, eliminando l’ingombrante battipenna. Le chiamavo ‘le mie Eko Abarth’, in ossequio alla ditta nota per le popolari versioni elaborate di utilitarie Fiat. E mi affezionai all’immagine italiana della Eko di Recanati, tanto che intorno al 1978, insieme a Francis Kuipers e Dario Toccaceli, diedi una mano a Ettore De Carolis che fu consulente della ditta per avviare, sotto la direzione dell’ingegnere Remo Serrangeli e del liutaio Avellino Tanoni, una produzione di qualità. Ciò mi valse l’acquisto a condizioni molto vantaggiose di quattro belle chitarre Eko, che ancora posseggo e suono: due prototipi custom Korral Special e Chetro, entrambi modelli unici sui quali avevo fatto montare una tastiera da dodici corde adattata a sei; una classica Alborada; un’elettrica C-44, anch’essa con una tastiera leggermente più larga del normale.
La richiesta di tastiere più larghe nasceva naturalmente dalle esigenze crescenti di un pratica chitarristica fingerstyle. Del resto a quei tempi, in Italia, circolavano poco e non si sapeva molto delle diverse taglie di chitarre Martin con tastiere di diverse larghezze. Lo stesso Stefano Rosso – come racconta Andrea Tarquini, che ha conosciuto bene il cantautore romano per averci suonato insieme negli anni ’90 – aveva una Martin D-35 che non usava in concerto per via della tastiera troppo stretta per le sue necessità. Negli anni seguenti il mio interesse si è rivolto in particolare verso il folklore musicale italiano, così che alla mia strumentazione si sono aggiunte tre chitarre popolari italiane: una chitarra battente costruita dalla liuteria De Bonis nel 1987, a quattro corde doppie più una quinta corda di bordone, fissata con un bischero al centro del manico all’altezza del settimo tasto; e due chitarre ‘giganti’ sarde, più grandi di una dreadnought e con un diapason da chitarra baritona, l’ultima delle quali è stata costruita dalla liuteria catanese semiartigianale di Gaetano Miroglio nel 1994. Infine, con l’avvento del nuovo secolo, abbiamo assistito all’insperato sviluppo nel nostro paese del movimento della chitarra acustica, che ben conosciamo e che è stato accompagnato di pari passo dallo sviluppo di una liuteria italiana specializzata nella costruzione della moderna chitarra acustica con corde metalliche. Dallo sparuto gruppo che si riuniva intorno al liutaio Giancarlo Stanzani e allo stand Wilder di Willy Davoli nelle fiere nazionali degli strumenti musicali, è cresciuto tantissimo il numero e la qualità dei liutai italiani che espongono all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana e negli altri raduni acustici cresciuti come funghi in questi anni. I genitori di oggi, che poi sono i miei coetanei, sono molto più informati di un tempo e consapevoli del valore che la pratica musicale può rappresentare nell’educazione dei figli, riconoscendo l’importanza che può rivestire al riguardo anche l’amore per lo strumento di pregio. Nel frattempo, però, si è anche sviluppata la grave crisi economica che ci attraversa, legata agli incerti esiti della globalizzazione…

Chitarre-EffedotForse, una singola chitarra non era sufficiente a soddisfare il nostro ego. Noi, che per anni abbiamo lavorato alla ‘divulgazione’ della musica per chitarra, non potevano fermarci a soddisfare il nostro ‘vezzo’ con un unico prezioso esemplare e – soprattutto – non potevamo desiderare uno strumento che fosse solo nostro. Ecco allora l’idea della chitarra sociale, la chitarra per tutti, studiata e progettata per il fingerpicking. Sì, avete capito benissimo, uno strumento che possegga le caratteristiche di strumenti ‘blasonati’, ma che sia alla portata di tutti. Uno strumento che costi ‘il giusto’ e che permetta di studiare bene, ma anche di esibirsi al massimo della qualità possibile al prezzo più basso possibile. Impossibile? Sembra proprio di no! È nata così l’idea di effedot (“f.” sulle palette), una serie di chitarre – sei modelli per il momento – studiate per chi vuole avvicinarsi allo studio dello strumento desiderando di avere tra le mani la qualità dell’esperienza.
Ci abbiamo pensato per degli anni, raccontandoci caratteristiche e desideri: Andrea, Daniele, Giovanni, Mario, Dario e tanti altri amici hanno partecipato alla loro nascita, mantenendo per più di due anni il segreto e la riservatezza, che ora è arrivato il momento di sciogliere. E, grazie all’impegno e alla fiducia della ditta distributrice Aramini, le potrete trovare a settembre in tutti i negozi di strumenti musicali. Bisognava scegliere un rappresentante, uno che negli anni avesse seguito e guidato con passione il ‘viaggio’ della chitarra acustica. Chi meglio di Andrea, allora, poteva essere il primo a impugnare una effedot e a raccontarci la sua esperienza e le sue sensazioni? Quarant’anni di storia che, in questo maggio di festival e di musica, vedono coronati i nostri sogni e le nostre fatiche.

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Mario Giovannini, Andrea Carpi e Reno Brandoni con le chitarre effedot
Mi ha emozionato molto che i miei amici mi abbiamo proposto di rappresentare il lancio delle chitarre effedot. Mi sento di ringraziarli di cuore, e mi sento di ringraziare la vita per il tanto che mi ha dato finora e ancora mi darà. D’altra parte questa linea di chitarre, con il suo tentativo di realizzare con semplicità degli strumenti di qualità vicina ai modelli di liuteria, a un prezzo accessibile a tutti, sembra incrociare il destino dei sogni della mia generazione. Sogni ingenui, forse, a volte contraddittori, sogni elementari, di sobrietà, di equilibrio, di giustizia, sogni di un mondo migliore. Mi piace anche la collaborazione che si è venuta a creare con una realtà locale del mondo produttivo orientale in Cina. Perché il mondo dovrà assolutamente trovare nuove vie di comunicazione, nuove forme di scambio che superino dislivelli sociali insostenibili. Queste chitarre poi suonano bene, sorprendentemente bene. Io ho scelto la Jumbo perché, con le mie dreadnought e i miei chitarroni sardi, mi sono abituato ormai a strumenti grandi. E questa forma rappresenta per me un elemento di novità e un nuovo equilibrio, che ben si sposa con il mogano di fondo e fasce. La tastiera è larga, ma più comoda e misurata rispetto ai miei manici da docici corde. Inoltre queste chitarre presentano anche qualche elemento progettuale innovativo. Ma per questo vorrei lasciare la parola a Mario Giovannini, che è più avvezzo a descrivere con precisione le caratteristiche tecniche degli strumenti.

Reno Brandoni

PUBBLICATO

 
Chitarra Acustica, n.05/2015, pp.40-43

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