Le nuove frontiere del dobro – Intervista a Mike Witcher

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Mike Witcher - Foto di Michael Schlüter

(di Andrea Carpi) – Come ha raccontato Beppe Gambetta nell’intervista pubblicata sul numero di giugno, Mike Witcher, conosciuto allo Steve Kaufman’s Acoustic Kamp, è stato il primo artista scelto per le Acoustic Night di quest’anno, colui che ha offerto il primo spunto per decidere di dedicarle al tema delle nuove generazioni.

Witcher, O'Donovan, Gambetta e Eggleston - Foto di Sergio Farinelli
Witcher, O’Donovan, Gambetta e Eggleston – Foto di Sergio Farinelli

Cresciuto in una famiglia dedita alla musica, Witcher ha iniziato molto presto a suonare la chitarra resofonica lap steel e ha fatto le sue prime esperienze nel gruppo bluegrass del padre Dennis, i Witcher Brothers. Divenuto in seguito uno dei turnisti più richiesti sulla scena di Los Angeles e Nashville, ha collaborato con numerosissimi artisti tra cui Dwight Yoakam, Fernando Ortega, Missy Raines and The New Hip, John Paul Jones, The Gibson Brothers, Dolly Parton e tanti altri. Si è dedicato molto giovane anche all’insegnamento: ha scritto due importanti testi didattici, Resonator Guitar: Tunes, Techniques and Practice Skills nel 2000 e Resonator Guitar: 20 Bluegrass Jam Favorites nel 2008. Membro corrente della Peter Rowan Bluegrass Band e del Peter Rowan’s Big Twang Theory, è considerato oggi l’astro nascente del dobro, in grado di coniugare ai massimi livelli la preparazione tecnica e il virtuosismo con l’espressività e la classe, e attualmente lavora alla creazione di materiale musicale originale in vista del suo primo album solista.

Sei cresciuto nella periferia di Los Angeles in un ambiente familiare molto musicale e artistico, vero?
Sì, praticamente tutti nella mia famiglia fanno musica: mio padre Dennis suona il mandolino, mio fratello maggiore Gabe suona il violino nel gruppo dei Punch Brothers; ho un fratello gemello che suona chitarra, piano, basso e canta; mia madre suona un po’… E tutti suonano diversi generi musicali…

Non solo bluegrass, quindi?
No… Quando ho iniziato a suonare il dobro, capitava che io stessi in una stanza ad esercitarmi suonando bluegrass, mio fratello gemello in un’altra stanza a suonare musica funk con il basso, nel genere di George Clinton e dei Funkadelic, mio padre a suonare il mandolino bluegrass, e mio fratello Gabe a esercitarsi sulla chitarra jazz, rock, bluegrass, blues, qualsiasi cosa… Perciò in casa, mentre crescevamo, ascoltavamo tutti i generi musicali.

Com’è che hai scelto così presto di suonare la chitarra resofonica?
Mmh… ero il più piccolo di cinque fratelli e tutti gli strumenti erano già stati presi, per lo meno tutti gli strumenti bluegrass! Inoltre i miei genitori non volevano una batteria in casa, dicevano che faceva troppo baccano; e papà scherzava sul fatto che non voleva nemmeno un banjo… Così, quando avevo 14 anni, un giorno mi disse: «Perché non suoni il dobro?»

Hai cominciato con la chitarra e poi sei passato al dobro?
No, prima avevo fatto quattro anni di pianoforte.

Lezioni di piano classico?
C’era un po’ di classico, ma la maestra aveva capito che non ero molto interessato alla musica classica, e mi insegnava le canzoni dei Beatles, qualunque cosa volessi imparare… Così, quando ho cominciato a suonare il dobro, papà mi ha insegnato un paio di canzoni. Poi ho iniziato ad ascoltare musicisti come Jerry Douglas, Mike Auldridge, Josh Graves, e mi sono innamorato di quella musica.

Hai cominciato a suonare subito lap style [con lo strumento tenuto orizzontale]?
Sì, prima sul dobro e poi, dopo qualche anno, ho preso anche una lap steel elettrica. Suono anche la Weissenborn lap steel e una piccola pedal steel; e so suonare pure la chitarra, ma non mi ci esibisco.

Ci racconti qualcosa dei Witcher Brothers?
Sì, ti spiego… Il gruppo è stato insieme per circa venticinque anni ed è iniziato con mio padre e mio fratello Gabe. Mio fratello aveva 6 anni ed era piccolino, mentre mio padre è alto come me, è molto alto. E così, per gioco, si sono chiamati Witcher Brothers, ma non c’era nessun fratello nel gruppo! Oltre al mandolino e al violino, c’era anche il banjo, la chitarra e il basso. E poi, quando mio fratello ha cominciato a viaggiare con un noto gruppo rock suonando il basso elettrico ai tempi del college, prima di entrare nei Punch Brothers, ho preso il suo posto nel gruppo di mio padre per qualche anno.

Suonando il dobro?
Sì.

E ci puoi dire qualcosa dei Punch Brothers?
È il mio gruppo preferito! [risate] Ci sono tutti i miei musicisti acustici preferiti: Chris Thile al mandolino, Noam Pikelny al banjo, Chris Eldridge alla chitarra, Paul Kowert al basso e mio fratello al violino. Sono dei musicisti che tentano di spingersi ai limiti delle possibilità sul proprio strumento e come ensemble, facendo cose che non sono mai state fatte prima.

Facendo un confronto con quella che chiamiamo dawg music, con il David Grisman Quintet e Old and in the Way, dove si collocano i Punch Brothers…
Al livello successivo!

Dal punto di vista della tecnica strumentale, o della musica e dell’armonia in generale?
Da entrambi i punti di vista. Forse la cosa a loro più vicina dal punto di vista strumentale potrebbe essere il gruppo di fine anni ’80 degli Strength in Numbers, con Jerry Douglas, Béla Fleck, Mark O’Connor, Sam Bush e Edgar Meyer. I Punch Brothers in qualche modo prendono gli standard stabiliti da questi musicisti e li spingono il più avanti possibile, mescolandoli con vari generi di musica popular.

Quanto a te, hai lavorato molto come turnista con tantissimi musicisti, a Los Angeles e Nashville.
Sì.

Nashville è nota come la città della country music, mentre Los Angeles è orientata in maniera più varia. Che genere di musica hai suonato in questo tuo lavoro di sessionman?
Sicuramente, i nomi più importanti del bluegrass incidono tutti a Nashville. Ma oggi c’è qualcosa di simile anche a Los Angeles: c’è una comunità acustica e anche una scena country e bluegrass; e si producono un sacco di spettacoli televisivi, colonne sonore e pubblicità. Non ho lavorato molto per la televisione e il cinema a Nashville; per questi lavori è molto più importante Los Angeles. A Los Angeles ho suonato per Dwight Yoakam, Bette Midler, sai…

Sì, ho tutta la lista! [risate]
E continua ad aumentare…

Per esempio hai collaborato anche con John Paul Jones; di che lavoro si trattava?
John stava producendo il primo disco solista di Sara Watkins dei Nickel Creek: lei canta e suona il violino nei Nickel Creek, con suo fratello Sean e Chris Thile. In quelle sedute di registrazione c’erano anche Gillian Welch, David Rawlings, alcuni membri dei Punch Brothers… È stato un bel lavoro.

Un altro aspetto importante della tua carriera è l’insegnamento: hai scritto due testi didattici e insegni in diversi campi estivi.
Oh, sì, ho incontrato Beppe Gambetta allo Steve Kaufman’s Acoustic Kamp…

Com’è che hai cominciato a insegnare così giovane?
È difficile trovare gente che suona il dobro, e ancora più difficile trovare qualcuno che possa insegnartelo. Ho cominciato a suonarlo a 14 anni, e quando avevo 16 anni la gente ha cominciato a chiedermi se davo lezioni, perché non c’era nessun altro.

E fino ad allora eri stato un autodidatta?
Avevo preso lezioni da un suonatore di pedal steel per due anni. Poi ho smesso di prendere lezioni e ho continuato a imparare dall’ascolto dei dischi; e talvolta cercavo di estorcere 10-15 minuti ai miei musicisti preferiti quando venivano in città, per chiedere loro qualche cosa. Ma intanto la gente aveva cominciato a chiedermi di insegnare: io non sapevo nulla dell’insegnamento, ma ho iniziato lo stesso a dare lezioni e a 18 anni ho scritto il mio primo libro. Per circa 17 anni da allora ho sempre avuto degli allievi, e chi è interessato può andare sul mio sito e scaricare videolezioni e cose del genere.

Pratichi dell’e-learning dal tuo sito?
Sì, insegno anche tramite video chat, con Skype e sistemi del genere. Attualmente ho anche uno studente dall’Italia! [risate] Si chiama Paolo e credo che viva nei dintorni di Milano…

Sì, penso che sia Paolo Ercoli.
È venuto a trovarmi ieri; non so se lo hai visto, ma era qui nel pomeriggio.

L’idea di Beppe Gambetta per questa edizione delle Acoustic Night ha riguardato il confronto tra vecchie e nuove generazioni. E ci si chiedeva se una delle possibili differenze non potesse risiedere nel fatto che i musicisti della vecchia generazione erano soprattutto degli autodidatti, mentre quelli delle nuove generazioni hanno avuto maggiori opportunità di ricevere un’educazione musicale formale. Cosa ne pensi? Che relazione trovi che ci sia tra te e Jerry Douglas, per esempio, o un altro musicista che sia stato un tuo eroe?
In realtà credo che ci sia un ventaglio di possibilità, di modi diversi in cui le nuove generazioni apprendono la musica. Per esempio penso me stesso piuttosto come un autodidatta, perché non sono stato educato in una scuola come quelle che hanno frequentato Aoife e Rushad. Poi sono d’accordo: molti della vecchia generazione, in particolare nel nostro mondo della musica acustica, sono stati degli autodidatti, Però, vedi, esiste una tradizione, e la gente ha imparato immergendosi in questa tradizione…

Mike Witcher e Aoife O'Donovan
Mike Witcher e Aoife O’Donovan
Mike Witcher e Rushad Eggleston
Mike Witcher e Rushad Eggleston

È vero, non si è trattato propriamente di ‘autodidattismo’, ma piuttosto di un processo di tradizione orale…
Esatto. Ma attraverso il Berklee College of Music, il New England Conservatory e le altre scuole del genere, si è venuta a creare l’opportunità, per i giovani che suonano strumenti acustici in numerosi stili della tradizione folk, di ricevere un’educazione formale. Questa opportunità si è affacciata subito dopo che io ho avuto l’occasione di entrare al college…

Capisco…
In ogni caso, questa situazione è veramente interessante, perché troviamo sempre più musicisti ‘formati’, che applicano ciò che hanno imparato a questi strumenti della tradizione, aiutando la musica di questi stessi strumenti a svilupparsi in modi non ancora sperimentati. E in una situazione del genere persone come Jerry Douglas e Beppe, se vogliamo definirle della vecchia generazione, si sono rivelate tutte di grande aiuto. Credo che anche loro abbiano vissuto un’esperienza simile quando sono stati a loro volta la ‘nuova generazione’: anche i loro eroi sono stati di grande aiuto per loro. Jerry Douglas, una delle prime volte che ci siamo incontrati, mi ha raccontato un aneddoto di quando era bambino: era ad un festival e la gente stava seduta intorno al fuoco a suonare; poi qualcuno disse che Josh Graves, l’eroe di Jerry, stava arrivando. E Jerry si emozionò molto, divenne nervoso al pensiero che Josh sarebbe finalmente arrivato, che si sarebbero incontrati e che lui lo avrebbe ascoltato suonare. Quando infine Josh gli porse il proprio dobro e gli disse «suona», fu come ricevere il Sacro Graal! Mi raccontò questa storia, poi prese la sua chitarra e disse: «Adesso suona tu!» [risate]

Nel nostro paese i nomi più noti della chitarra slide sono musicisti come Sonny Landreth, Ben Harper… Cosa pensi di loro?
Penso che siano dei grandi! Stilisticamente sono diversi da quello che faccio io, ma li ascolto volentieri, così come ascolto anche Derek Trucks. Ascolto anche alcuni musicisti che appartengono a una tradizione chiamata sacred steel, come i Campbell Brothers, che hanno dato vita a uno stile slide legato alla musica gospel nera del Sud. E poi c’è lo stile slide indiano… Tutti questi musicisti sono dei miei eroi! Li ascolto attentamente e cerco di assorbirne alcuni elementi.

Hai conosciuto Bob Brozman, che è venuto in Italia molte volte?
Sì, ci siamo incontrati qualche volta. E ogni volta che ci siamo incontrati, mi ha mostrato un lick, mi ha mostrato qualcosa.

Sei principalmente un sideman, collabori con molti musicisti. Ma componi anche della musica originale o ti reputi soltanto uno strumentista?
Non scrivo canzoni con testi, scrivo della musica strumentale. E attualmente sto mettendo insieme un po’ di materiale per registrare un disco.

Ah, stai preparando un disco solista!
Sì. Finora non avevo mai pensato di avere qualcosa di ‘unico’ da dire, che giustificasse la realizzazione di un disco solista. Ma ora no, sento di essere riuscito a costruirmi una ‘voce’ abbastanza unica.

Quando hai fatto il tuo numero da solo nel concerto di ieri sera, mi ha sorpreso il fatto che tu abbia suonato una versione strumentale di una canzone di Tom Waits. Com’è che hai scelto di suonare quella canzone?
Mi piace la sua melodia, mi piace anche la storia che racconta. Se fossi un bravo cantante, l’avrei anche cantata, ma…

In effetti, l’aspetto melodico è importante anche per la musica strumentale… Ti piace ascoltare anche la musica dei cantautori?
Mi piace ascoltare di tutto. La cosa che ascolto di meno è il bluegrass: amo la musica bluegrass, ma ci sono talmente tante altre cose oltre ad essa! [ride]

Sì, penso che il bluegrass sia soprattutto un modo di suonare insieme, come il jazz. In Europa esiste per esempio un grande movimento jazz, ma i suoi contenuti melodici sono diversi dal jazz americano. Il jazz è un modo per suonare e improvvisare insieme, e il bluegrass lo vedo come qualcosa di simile nel campo della musica acustica. Il bluegrass non è soltanto il suo repertorio specifico…
Sì, esattamente. E il mio approccio al dobro consiste nel pensarlo come una voce: quello che mi piace del dobro, è il suo potenziale lirico. Perciò, quando penso a dei pezzi da suonare, ascolto la melodia, poi ascolto i grandi cantanti, il loro fraseggio, il modo in cui affrontano la melodia: questo è ciò che voglio fare con la chitarra slide, farla suonare come un bravo cantante.

Che accordature usi?
Due soprattutto. In generale, soprattutto per il bluegrass, uso un’accordatura di Sol, che è semplicemente un accordo di Sol partendo dalla corda bassa: Sol Si Re Sol Si Re.

È diversa dall’accordatura di Sol per la chitarra…
Sì, in effetti qui ci sono due accordi conseguenti, due triadi. Poi l’altra accordatura è simile a quella di Re della chitarra: Re La Re Fa# La Re.

E quando suoni l’elettrica lap steel?
Uso le stesse due accordature, poi qualche volta alzo di un tono l’accordatura di Re fino a Mi, cioè: Mi Si Mi Sol# Si Mi.

Mike Witcher - Foto di Michael Schlüter
Mike Witcher – Foto di Michael Schlüter

Siamo arrivati alla fine dell’intervista; c’è qualcosa che vorresti aggiungere?
Ritornando alla discussione intorno alle vecchie e giovani generazioni, vorrei aggiungere che in noi c’è una grande ammirazione e rispetto verso i musicisti della vecchia generazione. Penso che questo sia vero nella musica in generale, ma specialmente nel contesto della musica acustica, da cui provengo. Loro sono quelli che abbiamo ascoltato, che abbiamo cercato di copiare e dai quali abbiamo imparato. Loro detengono il sapere, conoscono i segreti! [risate]

Prima parlavi della possibilità di far crescere la musica, e questo potrebbe forse avere a che fare con un progresso tecnico; d’altra parte un pensiero comune verso i musicisti della vecchia generazione consiste nel dire che hanno un grande ‘cuore’, un grande ‘spirito’. Voglio dire, Woody Guthrie non era un musicista molto complesso da un punto di vista tecnico, ma era molto importante per il suo spirito; e lo stesso si potrebbe dire di Pete Seeger o di Bob Dylan… Cosa pensi di questo? Cosa può portare la tecnica alla musica e allo spirito della musica?
Non credo che una tecnica stupefacente sia ciò che rende grande una musica. Ti può aiutare, può aiutare un musicista a esprimersi, ma non c’è bisogno di una grande tecnica per fare una grande musica. Alcuni musicisti si concentrano solo sulla tecnica, e può essere emozionante ascoltarli per un minuto, ma non molto di più! [ride]

In effetti tu hai un’ottima tecnica, ma non la ostenti: il tuo modo di suonare e di arrangiare è molto melodico e raffinato.
Grazie! E penso che la vecchia generazione abbia anche quell’esperienza necessaria per riuscire a comunicare emozioni e a relazionarsi con il pubblico. Anche questo è qualcosa che dobbiamo imparare.

Andrea Carpi

Grazie a Sergio Staffieri per il contributo alla trascrizione dell’intervista.

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 09/2014, pp. 38-41

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