Conosco la paura

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Reno Brandoni - foto di Alfonso Giardino
Reno Brandoni
Reno Brandoni

I ricordi dell’infanzia spesso vengono destati dagli eventi.
Ho otto anni, ricordo una ciotola colma di piselli appena sgusciati da mia nonna, appoggiata sul tavolo della cucina. L’ho vista prima tremare, poi traballare, e infine rotolare sul tavolo versando il suo contenuto sul pavimento. Ricordo le facce spaventate, ma serene, giusto per non preoccupare i bambini. Mia madre che prende una coperta e una bottiglia d’acqua e spinge me e mia sorella fuori di casa, sorridendo come se fosse un gioco. Ho memoria delle scale, del rumore infinito, come un tuono, della corsa verso l’uscita. Le altre porte che si aprivano e la solitudine di noi quattro, che abitavamo ai piani più alti, diventava folla e confusione ogni volta che scendevamo di un piano. Mia nonna e mia madre ci proteggevano e una davanti, l’altra dietro, facevano scudo alla moltitudine di quella discesa infinita, di quella fuga verso la salvezza. Dormire in macchina era un divertimento, una novità che ci faceva sentire famiglia, tutti insieme, come la notte di Natale quando c’era consentito di restare svegli anche dopo Carosello.

Ora ho sedici anni, suono la chitarra, sono seduto sulla sponda del letto dei miei genitori che sono appena tornati da una cena. Sto facendo sentire i miei progressi musicali, e anche se è l’una di notte loro sono tolleranti, anzi compiaciuti della mia voglia di coinvolgerli nel mio sogno.  Nonostante la stanchezza mi ascoltano con interesse. Tra ogni nota suonata metto una pausa d’atmosfera, per far sembrare più passionale l’esibizione. Tra una nota e l’altra, tra un bending e un altro, nel silenzio di quella camera, di colpo esplode il solito tuono. Questa volta è la faccia di mio padre a preoccuparmi: l’uomo che mi faceva sentire protetto da ogni cosa, l’uomo che difendeva la mia debolezza, aveva la paura negli occhi e io la percepivo; e la assorbivo. Non era più il gioco di un bambino, era il vero terrore che cresceva nell’animo e che mi avrebbe accompagnato per tutto il resto della vita.
Solita fuga per le scale, questa volta con in braccio la mia chitarra: «Non la lascio» urlavo. Solite bottiglie d’acqua e solite anche le coperte. Avrò fatto quelle scale almeno una decina di volte nella mia vita, con sempre più consapevolezza e con sempre più paura. Quella ti rimane addosso e, se ne parli senza averla conosciuta, non puoi neanche immaginare quanto sia profonda, quanto sia disarmante. L’ho vissuta da figlio e da padre, ho sempre cercato di rimuoverne il ricordo per non trasformarla in un incubo.

Così posso dirvi che conosco il suono e il profumo di quelle notti, e non posso fare a meno di sentirmi coinvolto da ogni evento. Vorrei essere lì per condividere e aiutare con le mie coperte e le mie bottiglie d’acqua. Ma non sempre è possibile. Cerco allora di unirmi col pensiero a queste notti che lasciano spazio solo al dolore e alla solidarietà.

Reno Brandoni

 

 

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