Madame Guitar 2016: Intervista a Bobby Solo

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Da Elvis a Willie Nelson

Abbiamo raggiunto Bobby Solo, che ci ha accolto con grande simpatia e disponibilità, mentre si rifocillava prima del suo concerto al teatro Garzoni. Con lui erano anche la sua giovanissima chitarrista, Silvia Zaniboni, con cui ha inciso in duo acustico il suo ultimo Blues for Two, e il batterista Filippo Dallamagna. Ne è scaturita una piacevole chiacchierata, durante la quale Bobby ci ha raccontato la parabola emblematica di un giovane italiano infatuato di Elvis, e che nel corso della sua lunga carriera, e della sua maturazione, ha via via approfondito la conoscenza del rock’n’roll e delle sue radici, dal blues alla musica country, dagli standard della canzone americana al canto dei crooner, fino all’ammirazione per un artista come Willie Nelson.

Per me è un’intervista speciale: da bambino ti ho visto venire a casa mia per prendere in prestito da mio fratello maggiore dischi di Paul Anka, Elvis Presley, Little Richard, i Diamonds: era in zona Piazza delle Muse a Roma, alla fine degli anni ’50…
Sì, allora frequentavo una ragazza chiamata Betsy, e lei mi parlava sempre di Elvis. Io conoscevo Celentano, Mina, Johnny Dorelli, Tony Dallara, che mi piaceva molto perché aveva il quartetto vocale come i Jordanaires di Elvis, che quando Tony cantava “Come prima” facevano gli accordi del giro di Do in coro…

Ecco, puoi raccontarci cosa ha significato per un ragazzo italiano dell’epoca l’incontro con quella musica che veniva dall’America?
Devo dire che nel caso di Elvis è stato proprio come nella canzone “Video Killed the Radio Star” [la storia di una ‘stella della radio’ che perde popolarità con l’avvento dell’era della ‘musica da vedere’ – ndr], cioè quello che mi colpì fu la musica e anche l’immagine: quando vidi il film Jailhouse Rock, in italiano Il delinquente del rock’n’roll [1957], rimasi fulminato; lo vidi tre volte, non avevo i soldi e quindi, al cinema Roxy, mi nascosi tra le tende nell’intervallo…

Era a via Luciani ai Parioli, tu abitavi lì vicino, a via Serpieri…
Sì, e dopo tre spettacoli con lui che faceva «The warden threw a party in the county jail»… arrivai a casa ‘drogato’, non capivo più niente. Allora mia madre mi fa: «Ciccio mio, cosa te vol per cena?» E io: «Famme ’n piatto de spaghetti!» E mia madre: «Ma te gà la fèvre, te stà ben?» «No, è che voglio diventa’ ’n cantante, aiutami tu!» Perché mio padre era sempre contrario, diceva: «Elvis e Modugno, i gà i miliardi ma i no sa cantar, i sé tuti strasoni!» Lui ascoltava solo l’opera, era del 1908. Alla domenica aveva la retina in testa, perché era un po’ calvo, la vestaglia di seta e le pantofole di cuoio, sentiva lo stereo e con la matita ‘dirigeva’ tipo Toscanini la “Cavalcata delle Valchirie”! Pover’uomo, pace all’anima sua, è stato un bravissimo papà…

Quindi Elvis è stato proprio uno shock…
Totale, totale! All’inizio, quand’ero giovane, è stata una forma di infatuazione, priva di qualsiasi analisi. Invece, ogni decennio che passava, cominciavo a capire qualcosa di più. Fino a che un giorno, venticinque-trent’anni fa, decisi di andare più a fondo – perché come dicono a Napoli ‘nisciun è nato ’mparato’ – per comprendere da dove lui aveva preso le sue idee, le radici, e scoprii che la sua musica proveniva dal gospel, dal blues, dal country. Scoprii che era un fan di Dean Martin, quando fa “Are You Lonesome Tonight” o “Everybody Loves Somebody” [le canticchia]. Scoprii che il ciuffo e le giacche di lamé le prese da un cantante e pianista leggendario che faceva impazzire tutte le donne, anche se lui non amava le donne, e che si chiamava Liberace, era di origini italo-polacche. Liberace aveva il ciuffo e le basette come Elvis, suonava un pianoforte bianco a coda con sopra due grandi candelieri accesi, e le donne negli anni ’40 si strappavano i vestiti per lui. Infatti ci sono delle foto di Elvis con Liberace, con Elvis tutto contento e tutti e due con il tipico sorriso ‘da una parte’, il lopsided smile… anche questa è una cosa che Elvis ha cercato di copiare! Per cui, analizzando sempre di più, sono andato a scoprire il gospel, il gospel di Mahalia Jackson, del Golden Gate Quartet, degli Imperials, degli Hi-Lo’s, degli Ink Spots, tutti quei gruppi a metà tra gospel e pop. Queste sono scoperte di trent’anni fa, ma nei vent’anni precedenti per me c’era solo Elvis, non esisteva altro, non esisteva Sinatra, non esistevano i Beatles né i Rolling Stones, invece adesso ho tutti i dischi di Sinatra…

Però tu abbastanza presto hai inciso dei dischi di musica country…
Sì, con la Azzurra Music [Homemade Johnny Cash, 2004], e ancora prima Le canzoni del West [Ricordi, 1966]. Ma la mia vita è stata tutta una serie di cose che accadono per caso. Nel ’66 la Sugar ha acquisito il catalogo americano della CBS, che era distribuito precedentemente dalla Ricordi. E la Ricordi aveva ancora in magazzino quattrocento campioni di dischi in vinile, tra cui un’ottantina di musica country. E allora mi dissero: «O li mandiamo al macero, o te li compri tutti!». Così io sono arrivato con il camioncino e li ho caricati tutti quanti. Per il country c’era Marty Robbins, Johnny Cash, Webb Pierce, Hank Thompson and His Brazos Valley Boys, Johnny Horton, che cantava “Honky-Tonk Man”…

Mi ha divertito leggere, pochi giorni fa, quello che dicevi in una tua recente intervista: «Il personaggio a cui mi ispiro? No, non è Elvis Presley, ma Willie Nelson»… [La Nuova Ferrara, 17.8.2015]
È vero, Willie è stato il mio cambio di passo. Nell’85, io ero già grandicello di età ed ero da mia sorella maggiore in America, Fiorenza, che a suo tempo mi aveva mandato i primi tre extended play di Elvis Presley. Lei è uscita per fare shopping e io, guardando la televisione, ho visto quest’uomo con le trecce, i capelli biondi e la barba bianca, una bandana in testa, una tuta della Fila e le scarpe della Reebok. Ed è uscito fuori con questa voce nasale, ma con uno stile da country crooner: «Crazy, I’m crazy for feeling so lonely» [“Crazy”, 1961]… E ho detto: «Elvis mi ha portato fino all’85. D’ora in poi, è questo che devo fare, a cui mi devo avvicinare!» Allora ho scoperto che Willie Nelson era un grande fan di Django Reinhardt, magico chitarrista. Infatti le scale che fa sono proprio alla Django, alla gipsy, sono un mélange. Che poi tra l’altro ha avuto la forza – per non dire il coraggio – di proporre un album di standard della canzone americana, con “Georgia on My Mind”, con “Stardust”, e il produttore della casa discografica gli ha detto: “Willie, tu hai una voce nasale da musica country, non puoi fare gli standard!» E lui rispose: «Io devo far sentire ai giovani quanto son belle le canzoni degli anni ’20 e ’30». L’album lo fece e la CBS gli disse: «Auguri, non venderai una copia»… Invece, con la sua semplicità, ha venduto otto milioni e mezzo di copie! Ci sono amici miei, come il chitarrista Luciano Ciccaglioni, che su “Georgia on My Mind” mette venti-trenta accordi, che ci stanno anche bene. Nelson fa “Georgia” su tre accordi, con Booker T. Jones che suona l’Hammond con un dito… Insomma, mi sono ritrovato con tutto il retroterra gospel, il retroterra rhythm and blues, il retroterra hillbilly. Perché da “Blue Moon of Kentucky” nella versione di Elvis [1954], mi sono andato a sentire la versione originale di Bill Monroe [1947], che era un valzer. Poi da Willie Nelson sono andato a vedere tutto quello che lui ascoltava, così mi sono creato un piccolo nido di musica e ho mischiato tutte le mie cose. E quindi, dal solo Elvis come una forma di infatuazione, ho via via apprezzato il rhythm and blues, Lowell Fulson, Arthur ‘Big Boy’ Crudup, e poi Merle Haggard, Johnny Cash.

Tornando un attimo indietro, qual era la tua formazione musicale quando hai iniziato? Qual era la formazione musicale dei giovani della tua generazione?
La mia era molto misera. Quando mia madre mi comprò la prima chitarra, la trovai sul divano vicino all’albero di Natale, la presi, feci come per strimpellare… e scoprii con grande disappunto che non suonava; io pensavo che suonasse da sola! Quando ho capito che bisognava fare gli accordi, mi son detto: «Madonna, come faccio adesso?» Comprai un metodo a forma di piccolo album con sette-otto accordi, ma non riuscivo a mettere le mani. Però avevo un falegname calabrese sotto casa, che aveva i topi nel negozio. Io ero molto bravo con la fionda, e ammazzavo i topi tirando dei chiodi piegati. Allora mi disse: «Per ogni topo che mi ammazzi ti insegno un accordo». E io ammazzai quattro topi, così imparai quattro accordi, anzi tre, il Re, il La e il Sol con un dito solo, e cantavo: «Frankie and Johnny were lovers»… Poi l’estate andai a Trieste dai miei parenti e incontrai un maestro della Rai in pensione, il maestro Ferrara, e questo maestro mi ha insegnato un po’ di accordi maggiori e minori, un po’ di accordi di jazz. Questa è la mia formazione. Inoltre devo molto anche a Red Ronnie, perché Red Ronnie per dieci anni ha continuato a invitarmi a cantare al Roxy Bar [1992-2001], con tutti gli artisti più forti che c’erano, e allora io guardavo le mani dei chitarristi, cercavo di capire cosa facevano, e piano piano scopiazzavo tutta quella gente. Poi per due-tre anni ho avuto l’occasione di lavorare con il pianista jazz Massimo Faraò, andavamo in locali di jazz e mi sono innamorato di quella musica, degli accordi jazzistici, le none e quelle cose lì. E allora cercavo di riprodurre i voicing che lui faceva, perché dicevo: «Questo non è Do, è un’altra cosa!» Così cercavo sulla chitarra e: «Ecco, l’ho trovato!» Perché io non ho mai studiato musica, sono un’analfabeta musicalmente. Ecco, non so perché mi abbiano chiamato qua a Madame Guitar, immagino che sia per la mia chitarrista Silvia Zaniboni! Cioè, io ho un buon gusto, ho un senso della frase e un buon timing…

Quindi hai tutto!
Eh, mica tanto…

Il timing è tutto…
Sì, il timing ce l’ho. Quello l’avevo da quando son nato.

Comunque ho visto che fai anche degli assoli.
Sì, gli assoli mi piacciono, perché non conoscendo la musica faccio ‘una nota alla volta’… E la cosa eccitante è pensare «Oddìo, oddìo, mó me sbaglio», questa cosa mi eccita da morire! Se io conoscessi la teoria, non me ne importerebbe più tanto, invece il fatto di poter sbagliare mi eccita. Che poi ogni tanto guardo Silvia e il mio pianista Marco Quagliozzi e ci viene da ridere, perché magari prendo una stecca. Però la gente sotto il palco non ci fa caso, a parte gli addetti ai lavori, e per me è molto divertente. Comunque sono cauto nei miei assoli, mi muovo con molta cautela. Però, certo, se a diciannove anni, dopo “Una lacrima sul viso”, invece delle belle macchine e qualche ragazzetta che trovavo, mi fossi chiuso in casa suonando tre ore al giorno, probabilmente, alla mia età, suonerei con cognizione di causa. Ma non è andata così…

È giunto il momento di parlare di Silvia, che ha suonato nei tuoi due ultimi dischi: l’anno scorso con la band in Meravigliosa vita, un album che festeggia i tuoi settant’anni con brani per la maggior parte inediti; e quest’anno in duo acustico con Blues for Two.
E non ha mai sbagliato! Cioè, quello che mi colpisce di lei è che non suona, come me, ‘tutte le corde possibili’, ma fa le triadi e mette le cose giuste con grande gusto. Mentre registrava, la guardavo dalla regia e pensavo: «Boh, questa è piccoletta, ha ventun anni, qualche volta si fermerà». Invece non ha mai sbagliato, perché ha studiato, perché ha musicalità.

Sempre nell’intervista citata prima, hai detto addirittura che «Silvia è il chitarrista che avrei sempre voluto avere con me»…
È vero, lo confermo. Non voglio togliere nulla ai chitarristi maschi, che sono bravissimi, però la donna in sé stessa, pure quando vuol fare l’arrabbiata, ha qualcosa di femminile che tutti i chitarristi uomini che ho avuto non hanno. Poi lei è molto versatile: ho avuto chitarristi molto ‘blues’, molto ‘funky’, molto ‘jazz’, anche molto ‘country’, bravissimi, però che hanno quasi paura di contaminarsi esplorando altri generi. Per me la musica, al di là del successo e dei soldi che uno può avere o no, è una dieta ed è una terapia per il proprio corpo. Allora per me sentire solo blues o solo funky o solo jazz è come mangiare un solo cibo. Insomma, nonostante che io sia nato sordo di un orecchio, avendo perso il trenta per cento dell’udito, due anni fa al nuovo Roxy Bar TV di Red Ronnie ho sentito delle scale di blues provenire da un camerino con la porta chiusa, e ho pensato che fosse un uomo. Invece era questa piccoletta. Allora le ho chiesto subito se voleva fare un paio di pezzi con me e lei si è aggregata, ha suonato benissimo, ha meravigliato pure il bravissimo chitarrista Luca Olivieri. Dopodiché le ho chiesto se le andava di suonare nella mia band, ha risposto di sì e da allora suona sempre. Poi le ho detto: «Prima o poi qualche grande star ti prenderà». Ma lei mi ha risposto: «Sì, io vado, faccio dieci serate poi torno!». In particolare mi ha colpito quando abbiamo fatto un pezzo in Si minore, “Summer Kisses, Winter Tears”, dove se n’è uscita con la leva alla Chris Isaak. Non è facile trovare uno che ti fa il jazz, Chris Isaak, Mark Knopfler, il rock, il blues con questa versatilità. I chitarristi in America e in Inghilterra, a parte le band famose, parlo dei chitarristi che fanno le session, sanno suonare tutto. Ho un amico, non posso dire il nome, che mi ha detto di aver ascoltato solo Jimi Hendrix. Per me è una cosa obbrobriosa! Hendrix è un genio, ho tutti i DVD, ma non si può vivere di una sola musica.

E dire che tu hai suonato con chitarristi importanti, penso per esempio a Enrico Ciacci, Marco Manusso…
Sì, io credo di aver suonato con molti chitarristi bravi. Li elenco tutti. Ciacci è lo Scotty Moore italiano, è il ‘papa nero’ del rockabilly e anche il Les Paul di “Mr. Sandman”, alla Chet Atkins. Manusso l’ho sentito suonare, con la propria personalità, Eric Clapton, Ry Cooder, Larry Coryell, gli ho sentito fare tante bellissime cose, è un numero uno. Poi ho suonato con uno meno conosciuto, che vive in America, si chiama Simone Sello, molto bravo, tant’è vero che è andato in America…

Come no, è stato un collaboratore della rivista Chitarre, come anche Manusso…
Ecco, poi in un certo senso ho ‘sverginato’ Massimo Fumanti, l’ho preso io quando aveva diciannove anni e non faceva ancora serate con i cantanti. Gli davo i dischi di Chet Atkins, ma lui non li ascoltava. Poi un giorno l’ho beccato al negozio Ricordi con tre vinili sotto il braccio e gli ho detto: «Ah, bravo, hai preso i dischi di Chet Atkins!» Lui è diventato rosso e mi ha confessato che si trattava di George Benson; difatti lui è molto bravo sul jazz. Poi ho preso anche il bassista Maurizio Galli, erano tutti ‘pischelli’. Pischello era anche Luciano Ciccaglioni, che ho preso quando aveva vent’anni, nel ’68…

Beh, insomma, ne hai conosciuti parecchi… Quindi dire di Silvia che è il chitarrista che avresti sempre voluto avere con te è veramente un bel complimento!
Allora, la componente donna è importante. Cioè, con tutto che terrò sempre nel cuore i miei ‘nipotini’, però uno dei miei sogni segreti è avere una band di donne: vedere una batterista tutta tatuata, una bassista come Tal Wilkenfeld che suona con Jeff Beck, mi farebbe impazzire. Però ho trovato solo Silvia che suona così bene.

Hai anche detto che Silvia ha «una capacità innata di capire le mie improvvisazioni».
Sì, un po’ come facevo anche con Enrico Ciacci nell’80, cioè noi interagiamo, ma naturalmente, non è che facciamo prove, noi non facciamo mai prove. Anzi, a volte mi lancio in un pezzo che lei e gli altri musicisti non hanno mai sentito. E lei non sbaglia mai. Perché il segreto, se un musicista è ‘musicale’, è quello di… non fare niente, quando non sa cosa viene dopo! Anche questa è musicalità, è così. Quindi, ti ripeto, noi ci divertiamo moltissimo. Io per esempio sono ‘quadrato’, però voglio dire che in un’intervista su Guitar Player di circa venticinque anni fa, Alvin Lee raccontava che John Lee Hooker gli aveva confessato che ‘squadrava’ apposta per essere meno monotono, ma che sapeva essere quadrato. E io ci credo…

Ci credo anch’io nel senso che il blues, prima di diventare una musica di gruppo, cioè prima di diventare rhythm and blues, secondo me era metricamente più libero…
Esatto. Ma poi certe volte, se sei in tonalità di Mi e gli altri vanno sugli accordi di Si e La mentre tu resti in Mi, non succede niente di grave. Oppure, se tu canti quello che dovrebbe andare sul La7 e il chitarrista resta in Mi, se ci fai caso nel blues non stona, non è brutto.

Sì, perché in fondo è una musica ‘modale’, come dicono quelli bravi…
Esatto, modale. E devo dire che ora mi sono ‘intrippato’ con la musica africana: mi piacciono da morire Ali Farka Touré e i Tinariwen, e vedo un grande nesso tra loro e John Lee Hooker. Sento il blues, si sente l’Africa.

Infatti ho avuto l’onore di intervistare Farka Touré e lui mi ha detto che la musica di Hooker è «africana al cento per cento»!
Mi vengono i brividi! Infatti, non so se ricordi, c’è un video in bianco e nero registrato nel ’70, credo, in cui lui è un po’ ‘cotto’ e arriva con un copricapo africano, annuncia un «tremendous big hit from me» e attacca “Boom Boom”… madonna! [in John Lee Hooker & Furry Lewis, Masters of the Country Blues, VHS, Shanachie, 1995 – ndr]

Sì, mi sembra che un altro brano di quella seduta di registrazione si trovi in un video dello Stefan Grossman’s Guitar Workshop [John Lee Hooker, Rare Performances 1960-1984, Vestapol, 1996]. Grossman credo che tu lo abbia conosciuto, vero?
Con Stefan Grossman siamo stati per cinque anni a Roma amici intimi, quando abitava sulla Cassia. E lui mi ha insegnato qualcosa del fingerpicking del Reverend Gary Davis. Io per la verità lo faccio a modo mio, cioè il basso alternato lo faccio alla mia maniera, perché non ho studiato. Ma non mi sembra che gli americani facciano sempre l’obbligato del basso, lo variano, a volte non lo fanno. Invece, quando senti certi italiani che lo fanno, sono sempre uguali, schematici. Comunque, i miei più bei rapporti, i miei incontri magici quando abitavo sulla Cassia, sono stati appunto con Stefan Grossman e anche con Shawn Phillips. Shawn sono andato a trovarlo in una sua villetta a Positano, dove ho visto dal vivo il primo sequencer ‘analogico’: sono entrato nel salone e c’erano sei Revox, una pedaliera e lui con la Ovation. Allora ha pigiato uno dei pedali ed è partito un loop di batteria su un Revox, poi ne ha premuto un altro ed è uscito un basso, un altro ancora e c’era la chitarra ritmica. Insomma ha mandato in sincrono sei Revox, e lui ci suonava sopra con la Ovation. Questo nel ’70!

Beh, purtroppo il tempo sta per finire. Potresti parlarmi, per concludere, di questo tuo ultimo disco con Silvia, Blues for Two, di come è nato, della scelta del repertorio?
Com’è nato questo disco mi fa un po’ sorridere, con affetto. Perché è nato un po’ come il primo disco di Elvis Presley. Quando Elvis è arrivato alla Sun Records, c’era una segretaria bionda che s’innamorò della sua bellezza e che lo proponeva a Sam Phillips, il padrone dell’etichetta. Allora Phillips gli affiancò Scotty Moore e il contrabbassista Bill Black per trovare insieme un repertorio. Però Elvis cantava delle cose un po’ smielate, come “My Happiness”, perché nei confronti del blues, nel ’54, perdurava un po’ di razzismo, erano pochi i bianchi che osavano fare il blues. E Phillips diceva: «Sei bello, ma sei moscio!» Alla mezzanotte Moore e Black erano esausti, così Elvis prese per gioco un pezzo di Arthur ‘Big Boy’ Crudup, un cantante nero che non aveva avuto fortuna, “That’s All Right, Mama”. E Phillips uscì di corsa dalla regia dicendo: «Che cosa state facendo?» «Mah, niente, scusa, stavamo giocando…» «No, no, fatela subito, incidete questa roba!» E da lì è nato il rock’n’roll…
Ora arriviamo a noi: Silvia mi stava dando una mano a rifare le chitarre delle mie basi, che sono un po’ vecchie, e a un certo momento, per rilassarci, ci siamo messi con due chitarre acustiche a fare due note sulle pentatoniche. E il mio produttore di una volta, Max Titi, fa: «Che state a fa’?» «Mah, niente, stiamo facendo una cosa così…» «No, no, noi dobbiamo fare un disco così!» «Ma come, con due chitarre? Sembriamo due da osteria…» «No, ora va di moda il minimalismo, voce e chitarra o due chitarre, dobbiamo farlo.» «Facciamolo!» E allora ho detto: «Andiamo a cercare i pezzi che mi piacciono di blues.» E son venuti fuori “Rock Me Baby”, “Every Day I Have the Blues”, “Summertime”, perché io ammiro e rispetto Gershwin, che ha saputo trasformare in una meravigliosa sinfonia una musica che avrebbe potuto fare un povero nero del Delta… E così è nato Blues for Two, che abbiamo registrato in presa diretta in tre ore. È molto ruspante, per chi lo sa apprezzare. Per adesso è solo sulle piattaforme digitali, il disco fisico lo stamperò io quando troverò il modo di farlo.

Andrea Carpi

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