L’avvicinamento dei mondi musicali dalla classica al jazz – Incontro con Peo Alfonsi

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(di Giorgio Gregori) – Il Caffè Letterario di Brescia, in pieno centro storico, sta ospitando una serie di concerti e seminari molto interessanti, sia per la varietà e la qualità dei musicisti, sia per l’idea che i concerti vengano preceduti da un seminario, con un attestato di partecipazione valido per l’acquisizione di crediti formativi.

Peo-Alfonsi-2Inoltre, dopo il set, l’artista di turno viene raggiunto dalla brava cantante Silvia Cistellini, che coordina le iniziative, per una breve carrellata di standard jazz, che permettono a chi segue regolarmente l’iniziativa di mettere a confronto il ‘come’ si possa accompagnare in modo diversissimo questi brani: molto interessante! E, tra i vari musicisti che stanno partecipando a questa iniziativa, ho trovato particolarmente importante proporre ai nostri lettori Paolo ‘Peo’ Alfonsi, un altro di quei talenti forse più conosciuti all’estero che in Italia: infatti da anni collabora nientemeno che con Al Di Meola, in continue tournée mondiali.

Il percorso musicale

Nato a Iglesias in Sardegna, il suo percorso musicale è stato particolare. Ha iniziato con una sorta di folk prog, per poi interessarsi al jazz. Quindi ha intrapreso gli studi classici, per poi ritornare al jazz, anche se non in maniera esclusiva: una costante ricerca di avvicinamento di mondi, ritenendo che la musica sia anche un collante sociale. Il suo principale interesse risiede da sempre nel tentativo di conciliare la tecnica e la ricerca del suono della musica ‘colta’ con l’approccio improvvisativo tipico del jazz e delle musiche ‘popolari’.

Si è diplomato col massimo dei voti in chitarra classica presso il Conservatorio di Cagliari, successivamente in Didattica della musica, e ha affiancato agli studi classici un interesse profondo per la musica jazz e improvvisata, frequentando varie masterclass e corsi di perfezionamento, tra cui i Corsi internazionali di interpretazione musicale di Norcia, dove ha conseguito il diploma d’onore, i Corsi di perfezionamento musicale dell’Accademia Chigiana di Siena e i seminari di Nuoro Jazz. Nel 1996 ha vinto il primo premio al concorso Posada Jazz Project.

Inizia a collaborare in duo con Massimo Ferra, con Sandro Fontoni (il loro secondo disco Che c’è del 2002 vedrà anche la partecipazione di Paolo Fresu), con Roberto Ottaviano e in trio con lo stesso Ottaviano e Vincent Courtois; collaborazioni che lo portano nel 2001 ad essere invitato al New Jazz Meeting di Baden-Baden. Nel 2003 nasce il trio Ammentos con il fisarmonicista Fausto Beccalossi e il bassista Salvatore Maiore, con i quali incide per l’etichetta Velut Luna i CD Ammentos (2004) e Remarkkramer (2006), che si aggiudicherà il premio Kramer nel 2008.

Peo-Alfonsi

Dal jazz alla world music e alla ricerca dell’intreccio tra diverse culture: in quegli anni, dopo Paolo Fresu, inizia a collaborare con un altro grande della musica sarda: il compianto Andrea Parodi, che aveva ormai da anni abbandonato i Tazenda. Ma il grande ulteriore incontro avviene nel 2005, con Al Di Meola. Così raccontò lo stesso Parodi, in un articolo apparso su La Nuova Sardegna: «A Seui, il primo palcoscenico dove ci incontrammo, un concerto contro le scorie nucleari, fu amore a prima vista. Eseguimmo un brano di Silvio Rodriguez, “La Maza”. Al Di Meola restò molto contento di quello che accadde tra noi. Da lì la promessa di trovarci di nuovo. L’occasione arrivò nell’ambito del festival Rocce Rosse Blues a Santa Maria Navarrese, per la produzione originale che ci vedeva di nuovo assieme. Registrammo il live e Al Di Meola si portò via il nastro». Quel materiale registrato diventerà un disco, Midsummer Night in Sardinia (Forrest Hill, 2006). Quella serata sotto le stelle di Santa Maria Navarrese fu anche una sorta di numero zero del progetto Armentos, e un successivo concerto a Cagliari fu l’inizio di un lungo tour internazionale estivo, attraverso i teatri e i festival di mezza Europa: dopo Cagliari, infatti, il concerto verrà replicato due giorni dopo a Budapest all’interno dell’International Bartók Festival, il 25 giugno al Jazz in Parco di Nocera Inferiore, poi a luglio nel festival WOMAD di Taormina e successivamente al Friuli Jazz Festival, e altre tappe ancora. Il tour Armentos prevedeva, oltre a Parodi, Al Di Meola alle chitarre acustiche, Gavino Murgia al sax, alle launeddas e altri fiati, il batterista Roberto Dani, il chitarrista Gianluca Corona, il percussionista cubano Gumbi Ortize e il trio Ammentos.

Andrea Parodi era già malato, ma molto felice per quella nuova avventura, e stava inoltre progettando un album cantato interamente in genovese, dedicato alla figura del padre, di origini genovesi, da realizzare con la collaborazione di Ivano Fossati. Il progetto doveva intitolarsi A man du sà, ‘la mano del sale’, riferendosi all’abilità del padre nel salare le acciughe. Purtroppo Parodi morirà a fine 2006.

Evidentemente Peo era stato molto apprezzato da Al Di Meola, che un anno dopo lo ha invitato a unirsi stabilmente alla sua band World Sinfonia, con la quale hanno inciso La Melodia – Live in Milano (Valiana, 2008), dedicato alla memoria di Andrea Parodi, con Fausto Beccalossi alla fisarmonica e Gumbi Ortiz al cajón, e Live from Seattle and Elsewhere (Valiana, 2009), con l’aggiunta di Victor Miranda al basso e Peter Kaszas alla batteria. Inoltre hanno effettuato tournée in tutto il mondo. Su YouTube ovviamente ci sono molti video interessanti.

Tra una tournée e l’altra, Peo ha suonato in numerosi festival internazionali, con musicisti come Pat Metheny, Kenny Wheeler, Trilok Gurtu, Marc Ribot, Chris Laurence, Martin France, Guinga, Antonello Salis, Stefano Battaglia, Furio Di Castri, Mark Harris, Horacio Hernandez, Noa e Gil Dor, Miguel Angel Cortés, Elena Ledda, Mauro Pagani, Gabin Dabiré, Luis Agudo e altri, prendendo parte alla registrazione di numerosi CD come chitarrista e arrangiatore, e collaborando con importanti orchestre in ambito della musica classica. Inoltre ha insegnato chitarra jazz al conservatorio di Parma e attualmente insegna nei conservatòri di Brescia e Verona.

I lavori discografici più recenti di Peo sono i CD Itaca (Egea, 2010), J.S. Bach – Works for Lute – vol. 1 (2010), Il velo di Iside (Egea, 2012), Change of Heart (In-Akustik, 2015) dedicato alla musica di Pat Metheny e Alma con Salvatore Maiore (Fonè, 2015). Lo ‘scambio tra mondi’ caro a Peo è dimostrato dal fatto curioso che il CD Alma è stato registrato per la Fonè, nota casa discografica specializzata in musica classica, mentre a inizio 2016 uscirà l’integrale di Villa-Lobos per l’etichetta Abeat, specializzata in jazz… Per il 2016 è previsto poi un nuovo album del Trio Amada, con Salvatore Maiore e il batterista Roberto Dani, e magari… anche qualcosa in duo con Al Di Meola.

Peo Alfonsi
Change of Heart

Peo-Alfonsi-Change-of-HeartAffrontare la musica di Pat Metheny è una sfida non da poco, vista anche la personalità del compositore-chitarrista americano. Peo Alfonsi ha studiato molto le possibilità di contrappunto offerte dalla musica di Pat, che sono ben evidenziate in questo CD, eseguito perlopiù con una chitarra classica del liutaio Enzo Guido, tranne “Mas Alla” – che Pat ha composto con Pedro Aznar e che qui è eseguita con una Guild 12 corde e Ivan Lopez alla voce (l’originale su First Circle era prevalentemente per piano e voce) –, “Antonia” e “Change of Heart”, che invece sono affidate all’acustica Goodall prestatagli da Gianmarco Astori e accordata a 432 Hz. Curata anche la scelta dei brani, molto varia come atmosfere. “80/81” permette di sviscerare la parte più improvvisativa. La bellissima “Antonia” cerca, senza sovraincisioni, di trasferire sulla chitarra acustica l’atmosfera originale, laddove la melodia era gestita dalla chitarra insieme alla fisarmonica, per poi sfociare in un tipico solo di Pat al guitar synth. Peo d’altra parte utilizza l’accordatura a 432 Hz per entrare in sintonia con le vibrazioni dell’ascoltatore, per poi riversarsi in una serie di accordi molto ritmati che sostituiscono l’assolo originale, e ritornare alla dolcezza del tema iniziale.

Peo Alfonsi e Salvatore Maiore
Alma

Peo-Alfonsi-e-Salvatore-Maiore_AlmaUn CD di composizioni originali per duo di chitarra classica e contrabbasso, registrato nell’antica cantina di un castello toscano con tecnologia sopraffina, senza sovraincisioni, montaggi, trattamenti con plugin vari. L’equalizzazione e i riverberi derivano dalla cura nel posizionamento dei microfoni, compresi i suoni della natura, come certi cinguettii di uccelli nascosti nella registrazione. Di fronte a un disco come questo, nasce un problema non da poco e per nulla considerato al giorno d’oggi: come lo ascolto? A che volume? La raffinatezza dell’incisione, effettuata con microfoni valvolari Neumann U47, U48, M49 (gli stessi che usavano i Beatles negli studi di Abbey Road!), richiederebbe amplificatori, casse o cuffie di prim’ordine. Ma anche avendone la disponibilità, particolare attenzione dovrebbe essere riservata al volume di ascolto. Mi spiego: è rara l’occasione di ascoltare dal vivo strumenti acustici senza amplificazione, al loro volume originale, con il loro suono originale. E poi, soprattutto, quando si ascolta la musica registrata, si è tentati di ascoltarla ad un volume di molto superiore a quello reale. Così che, quando poi si va ad un concerto, magari un home concert non amplificato, sembra che certi strumenti… non suonino! Ciò risulta particolarmente evidente in un CD come questo: con un ascolto a volume ‘giusto’ la qualità è fantastica. Se dovessimo alzarlo più del dovuto, il contrabbasso si troverebbe a prevaricare.

Venendo alla parte musicale, la composizione degli undici brani è equamente divisa tra i due musicisti: cinque Peo e sei Salvatore. Quelli di Peo sono molto orientati al mondo della chitarra acustica, ad atmosfere che spesso vengono realizzate con corde di metallo su accordature aperte. Qui è tutto più morbido, con chitarra classica accordata in standard. I brani di Salvatore hanno caratteristiche più ritmate. La ricerca del duo si intreccia e si completa particolarmente in due brani, “Canyon” di Peo e “In su mare” di Salvatore.

Paradossalmente, tanta cura nella registrazione, più che ascoltare il materiale su CD, fa venire voglia di goderseli dal vivo! E forse sotto sotto questo era il loro obiettivo…

Il seminario
Improvvisazione come composizione istantanea vs Composizione come improvvisazione meditata

Ogni seminario con Peo è diverso: può essere dedicato all’esecuzione di vari esempi musicali, o invece – nel caso nostro – tradursi in una lunga chiacchierata che si risolve poi nel concerto finale.

Il suo workshop è iniziato discutendo dell’analogia tra la “Ciaccona” di Bach e uno standard jazz, e del rapporto tra l’improvvisazione, la composizione e la fruizione da parte dell’ascoltatore. Un’improvvisazione è una musica che svanisce, già ne parlò Leonardo, e in effetti – fino all’avvento delle prime registrazioni sonore – la musica era fissata da appunti su carta, più o meno descrittivi di quelle che erano le intenzioni del compositore, oppure – al contrario – da appunti relativi all’esecuzione di melodie da parte di esecutori della tradizione orale. Tra i partecipanti è nata un’interessante discussione sull’argomento, trattato diffusamente da Béla Bartók negli Scritti sulla musica popolare (pubblicati in Italia da Einaudi nel 1955), dove l’autore sottolinea l’importanza per i ricercatori di registrare le esecuzioni originali, per poterle trascrivere fedelmente (ammesso che la trascrizione riesca a rendere certe sottigliezze che caratterizzano le musiche della tradizione popolare). All’epoca, dal 1906 al 1918 circa, Bartók girava l’Ungheria, altri Paesi dell’Europa dell’Est e la Turchia portando con sé un fonografo Edison, che incideva su rulli di cera. Un bellissimo film del 2000, The songcatcher, è ambientato ai primi del ’900 sui monti Appalachi negli Stati Uniti, dove una ricercatrice scopre antiche ballate inglesi e scozzesi e le registra su un monumentale ‘grammofono’ che trascina su un carretto, quasi come nel Fitzcarraldo di Herzog. Uno degli scritti di Bartók è un interessante saggio su “La musica meccanizzata” (l’originale è del 1937), dove ne illustra vantaggi e svantaggi, addirittura ipotizzando l’utilizzo delle registrazioni a rovescio (i Beatles erano molto di là da venire…).

Peo Alfonsi provoca: «Ci sono dischi, registrazioni di improvvisazioni, che hanno un senso se ascoltati una sola volta. Poi si perde la magia, la sorpresa dell’improvvisazione!» Qualcuno gli chiede quanto ritenga importante lo studio, in una musica improvvisata e creativa: «L’importante è che un musicista sia sempre consapevole di ciò che suona: qui sta l’importanza dello studio, del saper leggere bene la musica, che fa ‘la differenza’ anche ai sensi delle possibilità di ingaggio professionale. Neanche una goccia di personalità va persa se si studia. Chissà perché i chitarristi non sanno leggere bene?» E sul suo approccio allo studio e alla composizione: «Quando compongo un pezzo o lo arrangio, agisco molto istintivamente: non ho un metodo, ricerco la soluzione, mi registro; se sto studiando materiale altrui, cerco di acquisire il maggior numero di informazioni sul pezzo. Altro elemento fondamentale è l’autolimitazione, ovvero: pensare a come fare un’improvvisazione dandosi delle regole; ad esempio, improvvisare solo su una corda, solo in una posizione, solo con la melodia… Importante è pensare alla funzione armonica dell’accordo e studiare le scale armonizzate. Lo studio è fondamentale per l’ampliamento del proprio bagaglio, altrimenti ci si trova ad avere qualche cosa da esprimere, ma non si sa come esprimerlo. Raccomando ai chitarristi di studiare la letteratura per pianoforte».

In effetti, Peo è appassionato di musica per tastiera. Una passione che trasmette nei suoi arrangiamenti, ricchi di armonie complesse e intriganti. Qualche mese fa, in occasione di un altro concerto, mi decantò la bellezza del CD di Keith Jarrett, Book of Ways del 1987, eseguito interamente al clavicordo. Stavolta ha incuriosito tutti in merito alla “Cancion y danza n° 1” di Federico Mompou, eseguita al piano da Arturo Benedetti Michelangeli negli anni ’50.

Ovviamente, durante l’incontro si è parlato del suo pluriennale rapporto con Al Di Meola, suscitando curiosità su cosa avesse voluto da lui quando gli ha chiesto di entrare nel progetto World Sinfonia:

Peo-Alfonsi-e-Al-Di-Meola_2

«Dal punto di vista tecnico, Al mi ha chiesto di usare il plettro, oltre che le dita, anche con un hybrid picking. E poi… ha preteso un grande, costante lavoro sul ritmo. Con Di Meola puoi sbagliare una nota, un accordo, forse non se ne accorge, ma il ritmo! Per dieci anni ho suonato con lui gli stessi brani con continue, sottili modifiche di sfumature, soprattutto ritmiche. Poi, certo, io ero la seconda chitarra. Per interagire con altri musicisti bisogna saper ascoltare e chiedersi: quale contributo musicale posso dare per valorizzare quello che l’altro sta facendo? Quindi, l’importante per me è capire come posso servire la musica, e non come posso presentare meglio me stesso. Il proprio stile viene comunque alla luce, quando si suona nel progetto di un altro musicista. Il farsi apprezzare nei piccoli dettagli è una sfida difficile, ma interessante. Spesso, suonare con i musicisti bravi è più facile: ti sanno capire, diventa un’esperienza quasi mistica.»

Inevitabile infine la domanda su cosa significhi per un musicista come lui ‘essere sardo’: «Significa che sei in un’isola che, nel bene e nel male, ti obbliga a distillare il tuo sogno!»

Nel concerto finale poi Peo ha eseguito brani dai suoi ultimi lavori, una “Ciaccona” di Bach e un “Preludio” di Villa-Lobos. Quindi ha accompagnato Silvia Cistellini in alcuni standard, tra cui “Blue in Green” di Miles Davis, “All of Me” e “Beautiful Love”, “Oblivion” di Piazzolla, “Mi sono innamorato di te” di Tenco.

La strumentazione

Il suono di Peo è molto bello e molto curato. E lui tiene a sottolineare che quello che conta è il tocco delle dita. La sua chitarra è stata costruita dal liutaio Enzo Guido di Chioggia (www.enzoguido.com): il piano armonico è fatto di abete Val di Fiemme, il fondo e le fasce sono in camatillo del Centro America, simile al palissandro. L’incatenatura è particolare, con due catene ‘aperte’, il manico in mogano, le meccaniche Schaller, il ponticello in ebano. La chitarra è verniciata in gommalacca. Enzo Guido sta sperimentando nuovi materiali quali il Nomex, in grado di riflettere suoni di alta frequenza e di rinforzare suoni di media e bassa frequenza, o la fibra di carbonio, visibili soprattutto sulla sua pagina Facebook.

L’amplificazione, molto naturale, consiste in un pickup di Carlos Juan, collegato abitualmente a un monitor AR, e inoltre in un microfono di alta qualità (Neumann, Schoeps, AKG).

Altre chitarre utilizzate da Peo: una dreadnought della Sigma, di cui è endorser, una 12 corde Guild (che denota la passione per Ralph Towner…) e un’elettrica in fibra di carbonio con pickups Seymour Duncan, realizzata dal liutaio sardo Marco Defraia.

Giorgio Gregori

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