Intervista ad Alessio Menconi

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Alessio Menconi - foto di Roberto Scorta

Una piacevole ossessione tra mainstream e soul jazz, bebop e fusion
(di Domenico Lobuono) – Ci sono musicisti italiani che meriterebbero una notorietà e un riconoscimento in patria molto più ampi e adeguati al loro valore, mentre – paradossalmente – trovano all’estero un più valido riscontro. Alessio Menconi è uno di questi.
Alessio-Menconi-3Attivo nel giro del grande jazz perlomeno dall’inizio degli anni ’90, può vantare esperienze variegate e di prestigio, che lo vedono al fianco di musicisti di rilievo come Enrico Rava, Paolo Fresu, Tullio De Piscopo e Billy Cobham, passando per la collaborazione con Paolo Conte. Oggi Menconi è semplicemente uno dei migliori esponenti del chitarrismo jazz mainstream in circolazione. Con la sua chitarra, è capace di ripercorrere nello spazio di pochi attimi l’intera storia del jazz, essendo allo stesso tempo originale. Enciclopedico ma mai didascalico, padrone della tecnica ma alieno da virtuosismi fine a sé stessi, Menconi è al contempo tecnico e melodico, e sempre godibile da ascoltare. Il suo stile si colloca grosso modo nella scia del mainstream di matrice anni ’60 e del soul jazz del Benson prima maniera. Anche lui, come molti della sua generazione, rimane ‘fulminato’ in giovane età dall’ascolto di un famoso disco di Wes Montgomery, The Wes Montgomery Trio (Riverside, 1959), in formazione organ trio, una delle formazioni più care ai chitarristi jazz: basti pensare che tutti i più grandi vi si sono cimentati, da Kenny Burrell a George Benson fino ai moderni epigoni come Peter Bernstein. Oggi quella influenza è alla base del suo ultimo lavoro: il CD, in uscita per l’etichetta Abeat, si intitola Alessio Menconi Plays Ellington and Strayhorn e vede Alessio affiancato da due validissimi musicisti italiani, Alessandro Minetto alla batteria e Alberto Gurrisi all’organo, formazione attiva dal 2012. Repertorio e formazione migliore non potevano esserci per consentire ad Alessio, alle prese con la sua Gibson ‘Johnny Smith’ del ’64, di esprimere il meglio del suo chitarrismo, motivo per cui lo consigliamo caldamente a tutti gli amanti del jazz e, in genere, della buona musica.

La prima domanda che vorrei farti riguarda il modo in cui ti sei avvicinato al mondo della musica: la tua era una famiglia di musicisti, o di amanti della musica?
Mio padre era un bassista e cantante di night e di sale da ballo, e a casa mia giravano strumenti musicali e dischi di ogni genere. Mi sono appassionato ai Beatles e al rock blues. Ho cominciato prima con la batteria e, a dieci anni, sono passato alla chitarra da autodidatta.

Hai seguito anche un corso di studi?
Con la chitarra ho fatto quasi tutto da solo, tranne qualche manciata di lezioni. Ho lavorato molto su alcuni manuali introduttivi al jazz e soprattutto sullo studio dei dischi e la trascrizione di molti assoli.

Alessio-Menconi-5Il rock blues è stata la porta di ingresso alla musica per molti chitarristi e musicisti in genere; come è avvenuto poi l’avvicinamento al jazz?
Un po’ attraverso il jazz rock anni ’70, nel quale era presente il groove e il sound del rock e – allo stesso tempo – un’improvvisazione più complessa che mi affascinava. Questo mi ha incuriosito all’ascolto del jazz e, subito dopo, ho ascoltato Wes Montgomery e Charlie Parker: da lì è partita una piacevole ‘ossessione’.

Nel tuo stile si sente molto la conoscenza profonda della tradizione: ti senti di appartenere a quella schiera di musicisti che hanno appreso il linguaggio jazzistico direttamente dai dischi, trascrivendo i passaggi come si faceva una volta? Te lo chiedo perché oggi sembra che il passaggio per una delle scuole di jazz sia, se non necessario, perlomeno molto comune.
Assolutamente sì! Lo studio dei temi e assoli di Parker mi ha portato alla conoscenza del rapporto stretto tra armonia e fraseggio, particolarmente presente nel bebop. Il lavoro principale è stato quello: lo studio e la comprensione di tutto ciò che mi appassionava, dal bebop alla fusion. Poi negli ultimi anni il mio sound è diventato sempre più clean, utilizzando sempre meno effetti: in questo modo esce maggiormente il tuo suono e ti concentri maggiormente sulle note, come se fossi un pianista.

La chitarra è uno strumento importante per il jazz, anche se spesso si identifica questa musica con gli strumenti a fiato: cosa ti ha fatto preferire la chitarra?
Il fatto di averla a casa… e l’ascolto di Made in Japan dei Deep Purple! Volevo assolutamente imparare quei riff e quegli assoli.
Da un punto di vista jazzistico hai poi il vantaggio di avere uno strumento melodico e armonico, e allo stesso tempo portatile…
Esatto! Il fatto di fare gli accordi ti permette di sentire il suono su cui andrai a improvvisare e, rispetto al piano, te la puoi portare facilmente in giro…

Alessio-Menconi-4Ho avuto modo di intervistare Franco Cerri pochi mesi fa, e lui mi raccontava dei grandi artisti stranieri con cui ha suonato e di come questi contatti gli hanno permesso di crescere. Per te quali sono stati gli artisti con cui hai avuto modo di suonare, o che hai anche solo ascoltato, e che ti hanno fatto crescere?
Riguardo al jazz, Miles Davis, Charlie Parker, Bill Evans, John Coltrane, Wes Montgomery, Weather Report, Michael Brecker… Ma anche la musica brasiliana, il pop come i Beatles, Burt Bacharach, Stevie Wonder e, ovviamente, Jimi Hendrix! Quanto ai musicisti con cui ho suonato, sono stati tutti importanti, in particolare i musicisti con cui sono cresciuto a Genova: Giampaolo Casati, Piero Leveratto, Dado Moroni, Andrea Pozza, Aldo Zunino.

Adesso sei considerato uno dei principali chitarristi jazz a livello perlomeno europeo, ma quanti anni hai dovuto lavorare per arrivare a questo livello? È stato difficile, soprattutto considerato che l’Italia non è mai stata particolarmente interessata alla musica jazz?
Guarda, io ho semplicemente continuato a studiare e a cercare di crescere, perché è ciò che mi appassiona e che mi viene naturale fare. Da lì il resto è arrivato da solo. Difficile lo è sempre, soprattutto trovare la propria strada ed essere ascoltati. Per come vanno le cose in Italia posso ritenermi fortunato, ma sicuramente non è facile, per niente.

So che recentemente sei stato in Sudafrica a suonare; riesci a proporti spesso all’estero?
Sì, fino ad ora sono stato in trenta nazioni ed è una cosa che mi piace, perché si incontrano musicisti e persone diverse, e tutto ciò mi stimola molto…

Un aspetto che ho potuto apprezzare di te è quello discografico: ho avuto modo di ascoltare e anche recensire diverse cose tue anche di impronta molto diversa, dall’omaggio a Miles Davis, Sketches of Miles, ai progetti in duo come il Live in Modena con il chitarrista di estrazione classica Andrea Candeli. A questo punto ti chiedo: in quale ambito preferisci esprimerti, se hai una preferenza?
Il jazz è la mia musica, ma questo modo di suonare puoi applicarlo a qualunque musica! Posso suonare con il mio stile in un brano pop o di musica brasiliana allo stesso modo e, anzi, è una cosa che mi stimola parecchio; è una bella ‘sfida’. Il trio è la formazione in cui mi sento più a mio agio.

Alessio Menconi - foto di Roberto Scorta
Alessio Menconi – foto di Roberto Scorta

Vuoi parlarci allora di cosa hai in cantiere adesso? A quali progetti stai lavorando?
Con l’Hammond Trio, formato insieme all’organista Alberto Gurrisi e al batterista Alessandro Minetto, sto finendo di registrare un nuovo CD dedicato alla musica di Duke Ellington e Billy Strayhorn, che uscirà per la Abeat; mentre a gennaio già esce un CD dal titolo Historias, pubblicato da Groove Master Edition e distribuito da Egea. È una produzione impegnativa, che miscela jazz a musica latinoamericana e pop. Ci sono molti ospiti, grandi amici e musicisti come Elio, Gegè Telesforo, Simona Bencini, Nick The Nightfly, Faso, Dado Moroni, Ney Conceição, Christian Meyer, Giuseppe Milici, Gilson Silveira, Marco Fadda, Valbilene Coutinho, Federico Malaman, Fabio Valdemarin e altri…

Interessante, farete musiche originali o riletture?
Soprattutto mie composizioni, e un paio di miei arrangiamenti di brani storici come “Tea for Two” e “Nature Boy”.

Come è nato il progetto e chi ha curato gli arrangiamenti?
Da sempre ho una grande passione per la musica latinoamericana, in particolare per la musica brasiliana. Ho scritto un brano intitolato “Leblon”, che è di natura brasiliana, e a quel punto ho pensato di fare un intero CD su quello stile, scrivendo anche qualche brano più pop con l’ausilio di cantanti. Gli arrangiamenti sono tutti miei, a parte un paio di brani in cui ho avuto la collaborazione del quartetto base, formato con Meyer, Malaman e Valdemarin. Nella preproduzione ho registrato quasi tutto da solo utilizzando anche strumenti MIDI, in modo da far suonare ai musicisti le parti preregistrate così com’erano.

I musicisti che hai elencato sono tutti di alto livello, ma sono numerosi: è la prima volta che ti capita di suonare su un singolo album con così tanti musicisti? Questo ha reso più difficile la realizzazione del progetto?
Sì, non ho mai fatto un CD con così tanti musicisti. E sì, la realizzazione è stata complessa e difficile, perché è una produzione di stampo pop, cioè sono pochi i brani in cui suoniamo tutti assieme. Abbiamo fatto tutti assieme le basi di basso, batteria e tastiere e alcuni miei assoli, a Milano. Successivamente ho aggiunto altre chitarre nel mio studio, mentre altri strumenti e cantanti sono stati fatti in seguito in altri studi. Altri musicisti, come ad esempio l’amico Ney Conceição, sono stati registrati oltreoceano e inviati via Internet. Un lavoro lungo, e soprattutto è stato difficile scegliere le parti e decidere quand’era il momento di dire che tutto era OK (per me non lo è quasi mai!)…

A proposito dell’aspetto compositivo, ti piace questa parte della tua attività, ami comporre? E come procedi, parti da un’idea compositiva che sviluppi, o lavori su un tema preciso come potrebbe essere ad esempio un CD dedicato a un argomento, città o altro?
Di solito parto da un’idea qualunque, alcuni accordi o frammenti melodici, poi posso arrangiare il brano anche in modo diverso, se è possibile. Altre volte parto da un’idea precisa: ad esempio voglio fare un brano veloce in 3/4 o una bossa nova, e procedo.

Per tornare all’argomento didattico di cui sopra, che ne pensi delle moderne scuole di jazz? Ormai questa musica è nei Conservatòri, e molti giovani si iscrivono a questi corsi per apprendere il jazz un po’ su imitazione di quanto da tempo accade negli Stati Uniti: pensi che il jazz possa essere realmente ‘insegnato’?
Sicuramente si possono insegnare i concetti, come fosse la grammatica per una lingua. In seguito però deve essere l’allievo a comprenderne la logica, perché quella non si può insegnare ma solo far notare.

Gli americani danno molta importanza alla pratica sullo strumento.
E hanno ragione.

A te piace l’insegnamento? Eserciti un’attività didattica?
Insegno in conservatorio a Genova, e privatamente nella mia piccola scuola di chitarra AMG presente a Genova, o anche online e via Skype. E sì, mi piace trasmettere concetti e passione per la musica e per la chitarra.

In effetti, ormai l’insegnamento online sembra essere molto diffuso: ho parlato con diversi artisti americani e molti di loro sono attivi in questo campo.
E si, è il futuro, o meglio il presente… e permette di fare cose che senza Internet non sarebbero possibili.

Quali sono i consigli che dai a un giovane studente? C’è qualche concetto in particolare che ti preme comunicare ai tuoi allievi?
Parlando di musica in genere, consiglio di comprendere i concetti studiando i dischi, sviluppando l’orecchio e un proprio linguaggio. Al chitarrista consiglio di non fossilizzarsi sul lato visivo che il nostro strumento offre, ma di pensare da musicista, utilizzando più la testa e l’orecchio e meno gli occhi e le diteggiature meccaniche che si memorizzano.

Dai anche consigli sugli ascolti? In genere i giovani hanno bisogno di essere indirizzati anche su un percorso di questo tipo.
Partire sempre dalle origini, che sia jazz, blues o pop! Da lì, studiare i moderni è molto più semplice.

Alessio-Menconi-2Vorrei adesso parlare con te della strumentazione: vedo che usi sempre degli strumenti bellissimi, in genere chitarre archtop.
Sì, ultimamente uso solo archtop. La mia preferita è una Gibson ‘Johnny Smith’ del 1964. È uno strumento stupendo, con grande volume, attacco e un suono ‘acustico’. Poi utilizzo anche una Gibson L-5 e una Gibson 175 del 1980, che suono anche con qualche effetto…

In genere però non sento mai molta effettistica nelle tue incisioni, solo un po’ di riverbero, o sbaglio?
Esatto; utilizzo un po’ di delay qualche volta. Con il Trio Bobo, invece, suonando in una situazione più indirizzata al jazz rock con Faso e Christian Meyer, aggiungo ogni tanto un overdrive o qualche filtro come il phaser e l’envelope filter.

E per quello che riguarda gli amplificatori?
Girando molto, devo spesso accontentarmi di ciò che trovo. In ogni caso i Fender valvolari o i Roland Jazz Chorus sono i miei preferiti, e quelli che quasi sempre mi fanno trovare.

Suoni anche chitarre classiche o elettrificate con le corde di nylon?
Sì, mi piacciono molto, anche se dal vivo preferisco quasi sempre le archtop. Ma poi, sai com’è, appena nasce un nuovo progetto che preveda l’utilizzo di una classica, cominci a suonarla di più e diventa il tuo strumento preferito per un periodo…

A conclusione della nostra intervista, vorrei chiederti alcune indicazioni sulla tua discografia: quali sono le tue incisioni che ritieni più rilevanti e che ti rappresentano meglio?
Trio Bobo, Sketches of Miles e Historias.

Vuoi lasciare un tuo recapito o una email per i nostri lettori che vogliano contattarti per lezioni o consigli?
Certo, il mio sito www.alessiomenconi.com, dove si possono trovare i miei contatti.

Domenico Lobuono

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