It Takes a Lot to Know an Artist – Damien Rice: the ‘show after’

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(di Roberto De Luca) – “It Takes a Lot to Know a Man”, recita il titolo della più bella canzone del suo ultimo disco. Una verità abbastanza elementare. Ci vuole molto per capire. Il tempo necessario, che alle volte è più del necessari. Forte si avverte la tentazione della scorciatoia, sempre a portata di mano. Del cliché da appiccicare con una mano veloce di colla. In questo caso, quello del filosofo della malinconia, del monaco della tristezza, del santo in odore di sfiga. Eroe bello di fama e di sventura.

C’è un intero campionario di icone musicali consegnate alla memoria della mestizia. Nick Drake, Jeff Buckley, magari Luigi Tenco, se si vuole razzolare nei paraggi. Ma stavolta il personaggio è vivo e vegeto, e col vizietto di zampettare sulle tavole del palcoscenico o addirittura sul selciato della strada. La qual cosa complica un po’ il percorso.

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Lo show – foto di Marco Portanova by Nightguide

I viaggi migliori partono tutti da un punto interrogativo. Il personaggio di Damien Rice è per me ancora in parte arrotolato nelle spire di quel bizzarro segno di punteggiatura. Dalla sera in cui mi ritrovai catapultato casualmente nella sua musica. Cercavo notizie su una vecchia chitarra scorticata e precipitai invece da una botola incautamente aperta. Il dolore fu atroce perché inaspettato. Non sto scherzando. C’era qualcosa in quelle note che faceva male. Qualcosa di nuovo, anzi d’antico, per dirla con le parole del poeta. L’efficacia tremenda dei famigerati ‘tre accordi in croce’, a sfottere chi come me arrivava da anni di aspirazioni chitarristiche da accademia. Qualcosa che ‘artigliava’ bene dentro, e che non mollava. La decisione di tenermi prudentemente alla larga non mi evitò le sempre più frequenti sbirciatine da quel buco della serratura chiamato YouTube. Da allora, e quasi senza volerlo, mi sono ritrovato a vestire i panni del critico, del filologo, addirittura del biografo, con un entusiasmo tanto infantile quanto anacronistico. E a ogni ascolto qualcosa ancora fuori fuoco, qualcosa che se ne va per la tangente.
Ciò che però stavolta non mi sfugge è l’ultimo passaggio romano del cantore irlandese, al quale mi presento con l’aria beota di chi si chiede se la realtà saprà farsi preferire ai tanti sogni a lungo coccolati tra le migliaia di fotogrammi sparati da uno schermo. Un concerto in solitaria. Rifletto sulla dimensione dell’one man band scelta dall’artista, ma la cosa di sicuro non mi spaventa. Potrei avvertire un certo odore di spilorceria, questo sì, ma in fondo lo comprendo, se penso a chi è abituato a tirare via la propria musica come un bootleg di se stesso. Il bel colpo d’occhio sulla cavea dell’Auditorium sembra esaltare l’indole da front man del musicista. L’arredo minimalista del palco fa da giusto fondale. Un agone perfetto, lo riconosco.

Lo show - foto di Marilena Rubini
Lo show – foto di Marilena Rubini

Damien si presenta con qualche minuto di ritardo e attacca con “Older Chest”, un classico dei classici. A tracolla, una Martin all mahogany che fa tanto pendant con il suo abbigliamento da ‘pulciaro’, come si dice da queste parti. Parte la prima ritmica strozzata, e ho già in mano tutte le coordinate. Mi tolgo il tuffo al cuore con la ‘mia canzone’, “Cannonball”, che arriva per seconda, e la scaletta comincia a dipanarsi. Sul terzo brano fa la sua comparsa la mitica Lowden-Yairi. Più che una chitarra, è una mappa musical-esistenziale. Sono sicuro che da qualche parte nel mondo c’è chi la scartavetra apposta in quel modo; se non lo fa, è solo perché si tratta di un modello difficile da reperire. Damien si muove con disinvoltura tra sussurri e grida. “9 Crimes” eseguita alla chitarra fa paura. Tempo addietro, ho rovinato più di un sonno a qualche amico consigliando la visione del video originale. Quattro accordi di numero, un mesto arpeggio al pianoforte e neanche un ritornello. La versione di questa sera ha un’intensità emotiva da affettare col coltello buono. Una cacofonia di suoni, un inseguirsi di rimandi sparati dalla loop station. Sul finale, la voce si incaglia su una strofa, «it’s the wrong kind of place to be cheating on you», ‘il posto sbagliato per tradirti’, ripetuta fino alla nausea in un crescendo di disperazione. Canzone immensa d’amore e di perdita. Da sola vale il biglietto ed è un biglietto che spedisce in paradiso transitando per le fiamme del purgatorio. Il pubblico è attentissimo, stranamente silenzioso. Nessuno canta, come mi sarei aspettato. C’è piuttosto l’atmosfera di un rituale che si va consumando.
Quello di Damien Rice, del resto, è un pubblico di nicchia e la nicchia di stasera contiene tremila posti stipati all’inverosimile. Sensazione curiosa, quella di vedere la mia vita recente srotolarsi appresso ai titoli che scorrono: “The Box”, “What If I’m Wrong” (gran bella domanda, ‘che succede se sbaglio?’), “Elephant”, “I Remember”.
Manciate di sarcasmo a sfondo sessuale su “The Professor & La fille danse” (l’infame fruga nella mia biografia), mentre “Trusty and True”, eseguita all’harmonium a onta del sontuoso arrangiamento originale, ha il sapore di un’intima preghiera: «we can’t take back what is done, what is past”, quel che è fatto è fatto, perciò ricominciamo da qui. Il pezzo è preceduto da una finestra aperta su antichi ricordi: la candela che nell’Irlanda bigotta della sua infanzia ogni bambino riceveva come segno del peccato. Ti sembra quasi di vederlo, bambino dalle spalle strette per le strade di una cittadina di provincia, una candela in una mano, nell’altra una chitarra. Il dono della colpa e insieme quello dell’assoluzione, corde dello strumento che cominciano a vibrare all’unisono con quelle dell’anima. È così che le lacrime sciolgono i silenzi e nascono i capolavori. La scarnificazione dei brani ha il pregio di porre in risalto l’efficacia icastica dei testi. Parte la delicata “Colour Me In” e per l’ennesima volta penso che solo un tipo come Rice poteva condensare la solitudine in un’immagine come «a dogless bone», ‘un osso senza cane’, per poi concludere con un invito che sa di supplica, quel ‘colorami dentro’ che riesce per un istante a serrarmi la gola. “The Greatest Bastard” è l’inno nazionale del genere maschile, l’aspirazione e insieme la condanna di ogni nipote di Adamo e figlio di Caino. Lo guardo mentre si accompagna in modo illogico. Come al solito, rinuncia di frequente all’uso del plettro. La ritmica è incerta, la dinamica va spesso fuori bersaglio e il timbro legnoso dello strumento certo non aiuta. Il pollice che indugia rallentando dà vita a un assurdo arpeggio zoppicante e soffocato. È bene farsene una ragione. La storia della musica è scritta da gente che suona così e così. Quelli bravi vengono dopo, a rifinire un materiale già scolpito nella pietra. Presa dal vivo a dosi massicce, la musica di Damien Rice ha la caratteristica propria di tutte le cose belle: ogni volta sembra nuova. “It Takes a Lot to Know a Man” procede in una costruzione che sa di suite: frammenti campionati di voci, chitarre, campanelli, clarino e percussioni si affastellano uno sull’altro a edificare un monumentale arrangiamento che funge da climax della serata. Un loop infinito che permette all’irlandese di abbandonare fisicamente la scena pur rimanendo presente in una spirale di voci che si avvitano nell’aria. L’encore è rappresentato da un palpabile cambio di atmosfera. Quasi sollevato dal fatto che il concerto sia ormai andato, Damien si presenta ora come busker di se stesso. L’ovazione delicata di “Blower’s Daughter”, cantata stavolta a tremila voci, ha il sapore di una vecchia hit suonata intorno a un falò e quasi fa dimenticare che si tratta probabilmente della più bella canzone d’amore del nuovo millennio. La chiusura è affidata al cuore che, come si sa, ha le sue ragioni e solo quelle. Damien invita il pubblico sul palco, che si riempie all’inverosimile, in barba a ogni norma di sicurezza e soprattutto di buon senso. Chitarra spenta, microfoni chiusi, “Volcano”, uno dei suoi capolavori senza tempo, si innalza potente nella sua fragilità, incorniciata dal rumore del silenzio di tremila respiri trattenuti. A mia memoria, non ricordo di aver mai assistito a un concerto chiuso con una bonaria invasione di campo. Pochi istanti bastano per perdere di vista quel ciuffo di capelli rossi fra decine e decine di teste che si agitano sulla scena. Fine dello spettacolo.

Mi aggiro sul marciapiede esterno, stordito dalla calura estiva. So della possibilità di un aftershow e del resto ho visionato fino allo sfinimento i tanti video girati sui marciapiedi di mezzo mondo: Parigi, Praga, Seoul e molto ancora. I ragazzi del fan club si accalcano all’uscita artisti. Mi chiedo se cinquantuno giri intorno al sole mi permetteranno di recitare una parte che mi ha visto a disagio fin da adolescente. Sono il più vecchio della compagnia, cerco di defilarmi a lato. Guardo i giovani amici che mi accompagnano e provo a consolarmi all’idea di essere stato per loro un bravo spacciatore di note. Non che ci creda molto, nemmeno quando, dopo un’ora e mezza di attesa, vedo un tipetto chitarra a tracolla che si affaccia oltre il cancello. La sagoma minuta viene risucchiata dalla folla. Immagino qualcosa dal vago sapore di un sequestro, un pietoso patteggiamento da risolvere col riscatto di qualche nota buttata lì a casaccio. Nulla di ciò. L’allegra comitiva si sposta in massa.
«Andiamo a scegliere un posto adatto», sento dire da qualcuno, e mi tornano in mente le gare estive con cui da ragazzi ci accaparravamo gli angoli migliori del paese per bere birra fresca e tirare giù qualche accordo in santa pace. Il gruppo si dirige verso il parcheggio con un incedere un po’ comico. Avverto un retrogusto da gita scolastica. Damien prende possesso di un’aiuola in penombra. Mi ritrovo stretto tra un albero e il cagnolino di una fan che scambio per una felpa stesa al suolo. «Sit down everybody, please», tra visi increduli da Paese dei balocchi. Davanti a me ho un uomo rigoroso. Un animale selvatico. Da palco o da parco, poco importa. I patti sono chiari dal principio, «una canzone la suono io e una voi, altrimenti non se ne fa nulla».

L'aftershow - foto di Marilena Rubini
L’aftershow – foto di Marilena Rubini

Solo allora ricordo di essere venuto qui per capire e in questo momento capisco che il ‘mio’ concerto sta per cominciare. Sfilano capolavori assoluti, suonati e talvolta massacrati con gioiosa noncuranza: “Delicate”, “Coconut Skins”, “Accidental Babies”, “My Favourite Faded Fantasy”, mentre la Martin malconcia passa di mano. Una giovane fan è alle prese con la durezza del testo di “Rootless Tree” e il rabbioso «fuck you» finale a suggello di un addio viene stemperato in un «love you» sussurrato dall’irlandese, che canticchia a pochi passi da me con una sigaretta tra le dita. L’ascolto di una canzone gigantesca come “Amie” è impressionante. Non riesco a capacitarmi. Un capolavoro ridotto all’osso e ricondotto al suo punto zero, quello in cui la bellezza prende origine, rendendo puro orpello ciò che viene dopo. «Amie, come sit on my wall»… e se siamo seduti tra la polvere fa lo stesso.

Provo a dare un senso al tutto. Ci sarebbe quasi da sospettare. Non è strategia di marketing e come tale non può essere liquidata. L’icona del musicista è talmente definita da escludere il ricorso a trucchetti da saltimbanco. Mi piace pensare piuttosto a un sano gesto di egoismo. Un regalo a se stessi che passa attraverso un dono da elargire al proprio pubblico, decidendo cosa donare e il modo in cui farlo. Non si spiega altrimenti il tassativo diniego all’indirizzo di qualche timida richiesta di un autografo o di un selfie, «che non vale niente e che ti porti via» direbbe Francesco De Gregori. Un gesto di rispetto innanzitutto verso il proprio modo di intendere l’arte e la vita. Un’assicurazione sul proprio futuro umano e artistico, sulla propria onestà intellettuale, sul proprio equilibrio interiore. È una spiegazione ovvia, e spesso l’ovvio ci spaventa. Da bravi scemi, diffidiamo delle verità che ci sembrano troppo a buon mercato preferendo complicare ciò che è elementare per sua natura. Sono quasi le due. Nell’aria liquida di una notte tropicale partono le note di “Eskimo”, ultima gemma inestimabile.

«I look to my eskimo friend, when I’m down, down, down»… Parole che mi rendono fiero degli anni trascorsi appresso alla sua musica; mi fa piacere essere uno dei tanti amici sparsi per il mondo a cui regalare e con cui regalarsi qualche nota. Le cicale che cantano a squarciagola mi ricordano che di finlandese qui non c’è nulla ma poco importa.
«It takes a lot», ci vuole parecchio per comprendere un artista. Una pacca sulle spalle e un grazie pronunciato nel cuore della notte magari possono aiutare. Gran bel modo di essere un artista. Raro e prezioso, come le cose semplici che ancora abitano questo mondo.

Roberto De Luca

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