Le nuove generazioni – Intervista ad Aoife O’Donovan

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Come abbiamo visto nell’intervista dedicata a Beppe Gambetta sul numero di giugno, l’edizione di quest’anno delle sue Acoustic Night genovesi è stata intitolata a Le nuove generazioni. E Beppe, quasi nelle vesti del ‘vecchio maestro’, si è confrontato per l’occasione con tre giovani artisti americani appartenenti alla generazione che oggi ha intorno ai trent’anni, brillantissimi esponenti della nuova musica acustica indipendente. Riprendiamo volentieri l’idea di questo incontro con le nuove sensibilità che provengono da una generazione cresciuta nel mondo globalizzato, in un’epoca caratterizzata da un grande dinamismo comunicativo e dalla facilità di condivisione tra le varie culture, dove le conoscenze tradizionali vengono passate al vaglio di una accresciuta disponibilità di informazioni e di ausili tecnici. E cominciamo dalla prima dei tre ospiti delle Acoustic Night, Aoife O’Donovan, cantautrice che ha dato la luce l’anno scorso al suo primo intero album solistico, Fossils. Un album nel quale confluiscono numerosi elementi, da un retroterra culturale di tradizione irlandese alla militanza nella string band progressiva dei Crooked Still e nel trio femminile vocale e strumentale delle Sometimes Why, fino alle collaborazioni con artisti del calibro di Alison Krauss, del trombettista jazz Dave Douglas e nelle Goat Rodeo Sessions con Chris Thile, Yo-Yo Ma, Edgar Meyer e Stuart Duncan.

Aoife-O'Donovan_FossilsVorrei iniziare dal tuo retroterra e dalle tue origini irlandesi, e dai tempi della scuola in cui passavi le tue vacanze estive in Irlanda cantando con la tua famiglia.
Sì, mia madre è americana, ma mio padre viene dall’Irlanda, così trascorrevamo tutte le estati in Irlanda con la nostra famiglia estesa, semplicemente stando in compagnia e divertendoci a cantare.

Fin dall’inizio cantavi e suonavi la chitarra?
No, per lo più da bambina cantavo e suonavo il piano. Ho cominciato a suonare la chitarra nell’adolescenza. Ma soltanto da un paio d’anni mi sto impegnando a suonarla più seriamente.

E suonavi il piano a orecchio o…
No, studiavo piano classico.

In alcune tue note biografiche, ho letto che avresti iniziato a interessarti alla musica folk americana attraverso artisti come Joan Baez e Bob Dylan; è così?
Non esattamente… Ho iniziato a interessarmi al folk americano attraverso i miei genitori e molti, molti artisti. E sono stata introdotta realmente al folk movement degli anni ’60 quando ero al liceo a Cambridge nel Massachusetts, dove sono cresciuta. Joan Baez e Bob Dylan impersonavano in qualche modo quel movimento.

Ne impersonavano l’eredità, perché tu sei nata in un periodo successivo, nell’82.
Sì, certo. Ma io amavo anche il folk tradizionale, e al tempo stesso Joni Mitchell, Neil Young, Crosby Stills, Nash…

In effetti al concerto di ieri sera, prima ancora che tu cantassi “You Turn Me On, I’m a Radio” di Joni Mitchell, mi facevi pensare molto di più a Joni che eventualmente a Dylan e Baez… In ogni caso, dal tuo punto di vista legato alla tradizione irlandese, pensi che ci siano delle differenze tra il folklore musicale irlandese e il folk americano, visto che hanno un origine comune?
Sì, sono molto simili. Ma una differenza penso stia nel fatto che nella tradizione americana c’è più improvvisazione, e le canzoni hanno più spesso un ritornello…

Con armonie vocali…
Sì, con più armonie vocali; e le canzoni sono generalmente più vivaci. Molte canzoni irlandesi sono o dei canti conviviali, o delle ballate; mentre nel folk americano ci sono molte più fiddle tunes con parole.

Partendo da questo retroterra, in seguito hai studiato “Improvvisazione contemporanea” al New England Conservatory of Music di Boston: di che tipo di corso si tratta?
Attiene fondamentalmente al programma di jazz. Il New England Conservatory prevede un programma di jazz molto importante, e “Improvvisazione contemporanea” è una parte di questo programma. È un corso incentrato sull’ear training, un corso libero dedicato a studi musicali generali, basati sull’educazione all’orecchio.

Per cui non hai studiato nessuno strumento musicale in particolare?
No, solo la voce, il canto.

Nel 2001 hai formato il gruppo progressivo dei Crooked Stlll insieme a Corey Di Mario, che avevi incontrato al New England Conservatory, a Rushad Eggleston che frequentava il Berklee College of Music, e a Gregory Liszt che era diplomato al MIT… si tratta del Musicians Institute di Los Angeles?
No, è il Massachussets Institute of Technology, un istituto scientifico molto noto… Gregory è uno scienziato!

Ah, va bene… ma in ogni caso la domanda riguardava l’idea di Beppe Gambetta di mettere a confronto la vecchia generazione con le nuove generazioni: la mia prima impressione è che le nuove generazioni abbiano avuto generalmente l’occasione di compiere studi musicali più regolari, mentre i musicisti della vecchia generazione erano per lo più degli autodidatti.
È vero, penso che questa sia una differenza. Tutti noi, che abbiamo intorno ai trent’anni, siamo stati probabilmente la prima generazione a studiare musica in un certo modo. Ed ora si va sempre di più in questa direzione: i giovani che hanno oggi intorno ai vent’anni hanno cominciato a studiare in età più precoce, i ragazzi che frequentano i campi musicali estivi fanno delle cose che noi non eravamo in grado di fare alla loro età.

Foto di Sergio Farinelli
Foto di Sergio Farinelli

Anche in Italia ci sono oggi molte più opportunità di studiare vari generi musicali. Dal tuo punto di vista, pensi che questo cambi molto le cose?
Non so, veramente. Ma sicuramente una differenza sta nella maggiore versatilità, nella capacità di suonare molti stili diversi. Per quanto mi riguarda, a me piace essere consapevole di cosa si muove in un brano musicale, sono contenta di saper leggere la musica… Ma non penso che questa cosa sia giusta e un’altra sbagliata; qualsiasi cosa va bene se per te funziona.

È semplicemente un’evoluzione, senza attribuire a questo un giudizio di valore…
Sì, esatto.

Nel 2005 hai formato anche il trio Sometymes Why, che si propone come un gruppo di musica ‘folk noir’: a cosa fa riferimento questa definizione?
Sometymes Why è un trio composto da me e altre due donne, Ruth Ungar Merenda e Kristin Andreassen. Tutte e tre cantiamo e suoniamo strumenti, il nostro repertorio consiste semplicemente di canzoni folk pacate e cupe, di tristi canzoni d’amore interpretate con armonie vocali a tre parti.

Solo l’anno scorso, dopo queste esperienze e molte collaborazioni con artisti importanti, sei giunta al tuo primo intero album solistico, Fossils. Potresti riassumere il tuo percorso personale dagli inizi legati alle radici tradizionali fino ad oggi?
Sì, ho suonato per molti anni musica tradizionale con tanti musicisti diversi, ma al tempo stesso ho sempre scritto canzoni mie, anche se non le ho registrate. Così, a un certo punto, ho desiderato fortemente di realizzare un album di mie proprie canzoni. E questo disco contiene molti elementi. Credo che in Fossils si avverta che ho un retroterra tradizionale, ma ho cercato in qualche modo di farlo mio, con dei testi di tipo diverso, con degli accordi interessanti, tentando di attrarre sia il pubblico della musica tradizionale che quello della canzone d’autore Americana.

Che ci racconti del tuo produttore Tucker Martine, del quale hai detto che è stato un tuo sogno fin dai tempi del New England Conservatory?
Martine è incredibile. Ha prodotto album di artisti molto noti come i Decemberists, Bill Frisell, sua moglie Laura Veirs, la grande cantante britannica Beth Orton… Riesce a costruire un tipo di sound veramente interessante, il suo modo di mixare i suoni è semplicemente stupefacente.

Frequentava anche lui il conservatorio?
No, era già un produttore affermato, ha circa dieci anni più di me. Avevo ascoltato un disco che aveva prodotto una dozzina di anni fa e mi ero detta: «Adoro il sound di questo disco, voglio che il mio album suoni come questo!» E alla fine ci sono riuscita!

Vorrei chiederti qualcosa anche sul tuo modo di suonare la chitarra. Non sei specificamente una ‘chitarrista’, ma hai un tuo stile personale…
Sì, ci sto provando… Il mio stile è soprattutto una fusione di fingerpicking e strumming, ma il mio fingerpicking è molto strano: i miei amici lo chiamano the claw

Come lo stile di Jerry Reed, o gli stili di banjo tradizionale…
Be’, io uso due o tre dita, un po’ come nei banjo roll. Ma non uso il thumbpick o i fingerpick; uso le mie unghie naturali. E abbino molti ritmi sincopati ai colpi in giù del pollice: a volte è solo il pollice e un dito, altre volte il pollice e due dita, avanti e indietro come nei roll.

Spesso esegui dei riff sotto le canzoni.
Sì, è vero. Poi, quando suono con il plettro, uso dei tipi di ritmo più old-time. E alcune delle canzoni di Fossils presentano uno strumming più deciso…

Come nell’accompagnamento bluegrass…
Sì, o come per esempio nella canzone “Pearls”. Ma soprattutto uso dei modelli sincopati di picking. Suono su una chitarra piccola, una Martin 0-17 del 1934 in mogano, e mediamente suono più in fingerpicking che in strumming.

Prima hai detto che all’inizio suonavi la chitarra…
Non seriamente.

Ma ad un certo punto…
Sì, negli ultimi due anni, da quando mi sono dedicata alla carriera solista, ho fatto molti concerti: su YouTube puoi vedere molti video in cui mi esibisco da sola…

Sì, ne ho visti alcuni, molto belli!
Grazie! Ma naturalmente, quando sono sola, devo essere in grado di suonare bene la chitarra! Perciò cerco di esercitarmi molto, sperando di migliorare sempre più.

Guardandoti suonare ieri sera, ho notato che usi spesso delle posizioni particolari: usi qualche accordatura o diteggiatura particolare?
Uso soprattutto l’accordatura standard, qualche volta la drop D, e qualche volta accordo il Mi basso in Fa…

Per suonare in che tonalità?
In Fa, nella posizione di Fa.

Chiedevo questo perché ho visto dei chitarristi fingerstyle dell’Africa Centrale usare la stessa accordatura per suonare in tonalità di Do…
Ah, suonano in Do, così hanno l’accordo sul quarto grado con il Fa pronto sulla sesta corda… No, io uso quest’accordatura per suonare in Fa.

Come componi le tue canzoni? Segui un metodo per comporre?
No, mi piacerebbe avere più metodo, ma spesso le canzoni mi arrivano così… Mi viene una piccola idea, e magari la registro sul telefono o prendo degli appunti…

Un’idea melodica, o un’idea di testo?
Un’idea melodica più che un testo. Però a volte posso iniziare anche da un testo, che poi modifico man mano. E cerco sempre di ritagliarmi del tempo durante la giornata per lavorare sulle idee: hanno bisogno di svilupparsi. A volte lavori cinque ore su una canzone e non arrivi da nessuna parte, ma è sempre una cosa positiva averci lavorato su.

Sei un’ammiratrice di Joni Mitchell, e Joni non scrive i suoi testi seguendo una metrica precisa; utilizza versi liberi, a volte corti, a volte lunghi: anche tu scrivi in questo modo?
Be’, in realtà non non mi attengo a nessun metodo specifico di scrittura: alcune canzoni presentano dei versi lunghi, altre hanno una più tradizionale struttura strofa-ritornello. Quello che mi auguro è semplicemente che la gente possa provare delle emozioni ascoltando le mie canzoni: questa è l’unica cosa importante per me.

Puoi dirci qualcosa della tua versione di “Lay My Burden Down”, la tua canzone che è stata incisa anche da Alison Krauss? Hai detto che la tua interpretazione è diversa da quella di Alison: in cosa consistono le differenze secondo te?
La mia interpretazione è un po’ più veloce, più vivace. La sua bellissima versione, che è uscita prima della mia, mostra soprattutto un tono di lamento. La mia dovrebbe far emergere un aspetto diverso della canzone, più legato al desiderio, all’anelito, alla nostalgia.

Avete chiuso il concerto di ieri sera con una versione collettiva di “Turn, Turn, Turn” di Pete Seeger: cosa pensi di Seeger e della sua eredità?
Penso che quella canzone sia bellissima. Sono una grande fan di Pete Seeger. Suo nipote Tao è un mio amico, siamo praticamente cresciuti insieme nel mondo del folk, lui suonava nei Mammals. Così, ogni volta che canto “Turn, Turn, Turn” mi viene da piangere…

Foto di Sergio Farinelli
Foto di Sergio Farinelli

Anche a me! Seeger è venuto a suonare nella mia città nel ’64, quando avevo 14 anni…
E sei andato a vederlo?

Sì, ed è diventato il mio eroe, ha avuto una grande influenza su di me…
Incredibile! E io voglio ringraziare Beppe Gambetta per averci fatto ricordare Pete. Voglio anche dire che sono stata veramente felice di stare qui insieme a Beppe; penso che sia una grande persona, è stato un piacere enorme.

Andrea Carpi

Grazie a Sergio Staffieri per il contributo alla trascrizione dell’intervista.

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 09/2014, pp. 30-32

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