Festival bagnato, festival fortunato – Un Paese a Sei Corde (3)

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The Bitter Crop

(di Patrizia Mattioli e Mauro Gattoni) – Eccoci arrivati al 2 di agosto, ancora una volta sotto il temporale. Invece della piazza dell’antica Repubblica di Soriso, siamo saliti fino alla chiesa della Madonna delle Grazie per assistere a un doppio concerto, inaspettatamente meraviglioso e unico, in entrambe le sue parti. Si trattava del primo della minirassegna “Chitarra Femminile Singolare (ma non troppo…)” ed ha avuto come protagoniste due artiste incredibili: Joan Thiele ed Eva Feudo Shoo.

Eva Feudo Shoo
Eva Feudo Shoo
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Joan Thiele

Per loro, bisogna ammetterlo, la definizione di ‘chitarriste’ va decisamente stretta. Di fronte a un pubblico numeroso, nonostante il diluvio, la prima a entrare in scena è stata Joan Thiele, giovanissima cantautrice che porta nel sangue e nel cuore un po’ di Argentina, di Canada e di Colombia, dove sono le sue origini, che le danno quel tocco di internazionalità e che la fanno scrivere e cantare in inglese, e non solo. Uno scricciolo abbracciato alla sua chitarra che, emozionata e grintosa, ha sedotto il pubblico con la sua voce morbida, la sua fresca semplicità e le sue canzoni dolcissime, in un mix di cover e brani originali. Con lei Valerio Carboni al contrabbasso, semplicemente straordinario. Ed è stato incredibile accorgersi di come, se ben suonati, due strumenti soli e una bella voce possano bastare a fare un’orchestra. Applauditissimi. Dopo di loro, un rapido cambio sul palco ed ecco pronti a esibirsi The Raindrops Trio. Quando Eva Feudo Shoo, ritta al centro della scena con gli occhi chiusi, elegantissima nel suo lungo abito viola, ha intonato “Arenita Azul”, in un attimo è stato come se non esistesse nient’altro intorno a lei. La sua voce calda e potente è risuonata nella chiesa con l’unico accompagnamento di una leggera percussione sulla chitarra, mentre il pubblico si incantava ad ascoltare, stregato dalla sua forte personalità. Il piccolo canto messicano racchiudeva, in fondo, un po’ anche della sua vita, di quella curiosità che la sua pelle scura, mista all’accento bresciano, le hanno reso consueta; sempre con il sorriso sulle labbra e quegli occhioni che spalancava, per dare maggior enfasi ai brani e dirigere alla perfezione i suoi due compagni di viaggio, Dario Bersanini al sax e il venezuelano Giovan Paolo Decca Mikumaku alla batteria, sempre precisi e misurati. Uno spettacolo elegante ed esotico, il loro, giocato sui colori caldi della musica sudamericana e africana, oltre che del jazz, con arrangiamenti fantastici e brani originali divertentissimi, in cui Eva ha cantato in maniera straordinaria e suonato (una chitarra a sette corde dai bassi profondi) con tecnica sopraffina. Immancabile un bel bis finale delle due formazioni a suonare insieme per la gioia del pubblico, ormai dimentico del temporale.

Roberto Diana
Roberto Diana

Solo il giorno dopo, eravamo a Gravellona Toce e no, nemmeno questa volta il concerto è stato all’aperto. Il salone parrocchiale, fresco di restauro, ha accolto il concerto di Roberto Diana, chitarrista sardo di grande talento, più avvezzo a suonare all’estero che in Italia. E forse è per questo che i suoi brani parlano, anche senza parole, delle sue radici – Raighes, in Sardo, come il suo CD – e delle piccole, semplici storie nate negli aeroporti da cui ha transitato. Così il suo spettacolo è diventato un commosso e coinvolgente intreccio di racconti e di musica sublime, che ha stregato il pubblico, fino alla struggente preghiera della tradizione sarda suonata con una Weissenborn lap steel dalle sonorità straordinarie, che ha portato l’emozione in sala alle stelle. Ospite a sorpresa della serata Edward Abbiati, leader dei Lowlands, band pavese in cui Diana milita. Insieme, i due hanno duettato suonando e cantando qualche ballad dolcissima, per poi chiudere il concerto suonando in mezzo al pubblico senza amplificazione e senza luci, ma con un senso di infinita poesia. Meraviglioso.

Marcotti
Roberto Marcotti

Sabato 9 agosto la chiesa di S. Caterina a Pettenasco, sul lago d’Orta, ha accolto il concerto di un emozionatissimo Roberto Marcotti. Il pubblico di Un Paese a Sei Corde, sempre così attento ed educatamente silenzioso, è riuscito, suo malgrado, a mettere un po’ di agitazione addosso al chitarrista di Piacenza che, probabilmente, non si aspettava tale benevola accoglienza. Così, proprio quando il pubblico applaudiva la sua bella musica, fresca e originale, Marcotti ha sentito il bisogno di lasciare per un attimo la scena, forse per riprendere un attimo fiato, prima di ritornare a suonare. Solo gli applausi di sincero apprezzamento da parte dei presenti sono riusciti a tranquillizzarlo, facendogli superare l’empasse e riacquistare il sorriso e il gusto della battuta, per concludere con successo questa serata dal programma raffinato ed elegante.

Paolo Mari
Paolo Mari

L’indomani appuntamento a Feriolo, frazione di Baveno, ma, in questa notte di S. Lorenzo, la speranza di vedere le stelle cadenti dalle rive del lago Maggiore si è dissolta sotto la pioggia. Concerto dunque spostato all’interno della chiesa di S. Carlo dove, a scaldare i cuori degli spettatori, c’era il sole della musica brasiliana di Paolo Mari. Con buona pace del parroco, rassicurato (o forse dispiaciuto?) dalla mancanza di ballerine, come ha raccontato Paolo presentando il suo spettacolo fatto di grandi classici e di belle composizioni originali. Una musica romantica ed elegante, a cui la voce morbida di Mari ha donato il giusto colore. Raccontando piccoli aneddoti, con quel suo modo spiritoso e garbato, è riuscito a rendere ogni brano più vivo e presente, sottraendo i più noti all’inevitabile ‘effetto trenino’, cui anni di veglioni e pianobar li avevano condannati. Quante volte, prima d’ora, avevamo ascoltato la “Samba de Orfeu”, di Bonfá, senza nemmeno conoscerne il titolo! Certo, a questo punto nessuno si sarebbe aspettato il “Va, pensiero” di Verdi, intenso e commovente, come bis finale, ma il pubblico ha saputo apprezzare anche questa piccola meraviglia. E intanto, fuori, continuava a piovere…
Ed è arrivato anche Ferragosto. Per l’occasione siamo saliti fino al magnifico santuario di Madonna del Sasso, arroccato come un nido d’aquila sopra il lago d’Orta, e la serata non aveva assolutamente niente di estivo e vacanziero. Ma i presenti hanno potuto godere di un concerto delizioso e originale, frutto di una grande preparazione classica e di una continua ricerca di nuove situazioni musicali. Il torinese Matteo Negrin, con la sua competenza e una parlantina a metà tra il didatta e il piazzista, ha conquistato le simpatie e l’attenzione di tutti, comprese alcune signore un po’ âgées, inizialmente perplesse, ma poi sempre più divertite. Uno spettacolo in cui l’elettronica, pur rappresentata solo da una piccola loop station, ha avuto un grande ruolo, permettendo al nostro artista di registrare, suonandole una dopo l’altra, tutte le parti di cui ogni brano era composto e poterlo infine eseguire al completo, dopo avercene mostrato la minuziosa costruzione artigianale.

Matteo Negrin
Matteo Negrin

Musiche arrivate dagli anni ’80, ma anche brani originali, incantevoli, con qualche sorprendente incursione nel repertorio classico, rigorosamente suonato senza amplificazione alcuna e a lume di candela. Davvero straordinario e divertente.

Andrea Castelfranato
Andrea Castelfranato

La domenica successiva, Un Paese a Sei Corde è arrivato a Stresa, perla del lago Maggiore, che ha ospitato il magnifico concerto di Andrea Castelfranato nel bel giardino sul lungolago della scenografica Villa Ducale. Finalmente all’aperto, in una serata limpida e fresca, che ha portato anche tanti turisti ad applaudire lo straordinario chitarrista abruzzese, il quale è riuscito a riunire nelle sue mani quanto di meglio la chitarra possa offrire. Con grande simpatia e capacità come intrattenitore, ha accompagnato il pubblico in un bellissimo viaggio in giro per il mondo delle sei corde, in cui fondere i suoi studi classici, musica degli anni ’80, flamenco, Beatles, tradizione popolare, blues e ritmi balcanici, senza dimenticare le sue composizioni originali. Il tutto condito da una tecnica spettacolare che ha lasciato tutti a bocca aperta. Soprattutto chi sa quanto lavoro, quanto studio ci sia dietro a tutto questo. Uno spettacolo perfetto per zittire, una volta per tutte, quanti ancora si ostinano a definire ‘di nicchia’ la musica per chitarra acustica sola.
Il 23 di agosto, le Cantine delle sorelle Conti a Maggiora, tra le colline del Borgomanerese, hanno ospitato il secondo appuntamento con la rassegna “Chitarra Femminile Singolare (ma non troppo…)”. La calda accoglienza della sala, arredata con bottiglie di vino e opere d’arte, ha fatto da sfondo a uno spettacolo di rara eleganza, mentre un pubblico eterogeneo si assiepava sulle rustiche panche di legno. Introdotta dall’irrinunciabile presentazione di Francesco Biraghi, impareggiabile nel condurre il pubblico nei meandri della musica colta con grande leggerezza, Marta Dolzadelli è stata la prima a salire sul piccolo, elegantissima nel suo completo nero. Per lei un programma di musiche pensate e scritte per chitarra da Mauro Giuliani a Mario Castelnuovo-Tedesco, fino a Joaquín Rodrigo e Miguel Llobet. Il pubblico, che nel frattempo ha riempito ogni angolo della cantina, l’ha premiata con lunghi applausi a cui lei ha risposto con grandi sorrisi luminosi. Che suono abbia la sua voce nessuno di noi l’ha scoperto, ma pazienza: per lei ha parlato la chitarra. Poi è stata la volta di Sara Rozzi ed Emidio Alfano, che insieme formano il Duo Mokuso, parola giapponese che significa ‘ad occhi chiusi’. Già, forse è così che andrebbe gustato un loro concerto, ma ci saremmo persi i giochi di sguardi tra i due musicisti, con i grandi occhi di Sara a tener vivo il dialogo tra le due chitarre. Anche nel loro programma, dal titolo “A tempo di danza: sguardo al Novecento”, abbiamo ritrovato Castelnuovo-Tedesco, ma, stavolta, in compagnia di Grieg, Albeniz, De Falla, Cardoso e Bellinati. E se Emidio ci ha accompagnati in questo piacevolissimo viaggio musicale con dotte spiegazioni e simpatici aneddoti, sono stati gli occhi di Sara a calamitare l’attenzione del pubblico, catturato da quello sguardo ammaliatore, oltre che dalla forza interpretativa dei due musicisti, che ci hanno regalato uno spettacolo intenso, senza mai perdere di lievità.

Pierre Benunsan
Pierre Bensusan

Un’incredibilmente calda serata estiva, in cui, ormai, nessuno sperava più, ci ha portati a Verbania Pallanza, nella Collegiata di S. Lorenzo, bellissima chiesa della nota località turistica affacciata sul lago Maggiore. L’occasione era di quelle speciali: festeggiare i 40 anni di carriera di uno dei più importanti chitarristi della scena mondiale, oltre che vecchio amico di Un Paese a Sei Corde. Stiamo parlando di Pierre Bensusan, un mito che ha richiamato ammiratori da ogni dove e catturato l’attenzione dei molti che ancora non lo conoscevano. La morbida camicia bianca, curvo sulla sua chitarra come un sacerdote intento a celebrare un rito sacro, immerso in un altare altamente tecnologico di amplificazione computerizzata e coi capelli mossi dalla brezza di un piccolo ventilatore, così che nemmeno una goccia di sudore potesse disturbarlo, aveva un’aria quasi mistica. Grandi gli applausi che hanno salutato ogni suo brano, mentre Pierre sempre rispondeva col suo sorriso elegante e garbato, prima di immergersi di nuovo nella musica. Quando ha poi cantato per noi, in quel modo così particolare, anche questa volta ha lasciato spaesati quanti ancora non lo conoscevano. È sempre strano l’effetto che Bensusan produce sul pubblico: la sua voce così variegata evidenzia un notevole difetto di pronuncia, eppure ammalia chi lo ascolta in maniera singolare, mentre pare che le sue mani si muovano a casaccio sullo strumento riuscendo, però, a produrre melodie complesse e deliziose. C’era un po’ di jazz, qualche ritmo sudamericano, arie celtiche e influenze nordafricane nella musica che Bensusan ha suonato. E l’entusiasmo dei suoi numerosi fan ha riempito di calore la chiesa scatenando la vena istrionica di Pierre, che sembrava finalmente aprirsi al pubblico, ora non più escludendolo da quel rapporto così intimo con la sua chitarra, che ha addirittura abbandonato per uno dei bis finali, in cui ha solo cantato, dopo averle donato una piccola, tenera, carezza. Un breve momento di riposo per la sua amata, riabbracciata subito dopo per l’ultimissimo brano della serata.
È bastato un giorno e il clima si era fatto di nuovo autunnale, troppo freddo per rimanere all’aperto del meraviglioso sagrato della chiesa parrocchiale di Baveno.

The Bitter Crop
The Bitter Crop

Così è stato il salone Nostr@Domus ad accogliere il concerto di The Bitter Crop, band milanese-fiorentina che già avevamo pregustato lo scorso anno, anche se solo in duo. Questa volta, oltre alla carismatica Sara Mambrini, con la sua voce nera, e al poliedrico Val Bonetti, chitarrista e arrangiatore, erano presenti anche il contrabbassista Cristiano Da Ros e il batterista Alberto Pederneschi. Non appena si sono spente le luci, siamo stati catapultati nelle atmosfere cupe dell’America rude dei primi decenni del secolo scorso, dal suono intenso e drammatico della resofonica di Val Bonetti che, solo sul palco, ha aperto il concerto, tutto imperniato sul blues di quell’epoca. E non appena gli altri musicisti, uno dopo l’altro, sono entrati in scena, il pubblico si è reso conto della potenza dello spettacolo. A Sara, col suo splendido accento toscano, il compito di far da cicerone in questo percorso. Gli aneddoti con cui la cantante introduceva ogni pezzo evocavano ora locali fumosi, ora vicoli pieni di polvere o tettoie fatiscenti, dove povertà e voglia di riscatto facevano nascere questa splendida musica. L’uso dell’acustica alternata alla resofonica sottolineava il carattere di ogni brano, mentre basso e batteria erano assolutamente perfetti, con la sapienza che consente di essere supporto ritmico discreto, ma pronti a regalare assoli preziosi come perle. E se fuori i lampi annunciavano il temporale, all’interno il pubblico non pensava ad altro che ad applaudire con entusiasmo questi musicisti così speciali.

Sabato 6 settembre il cortile della bella Casa Curioni a Invorio ha ospitato il concerto di Chris Proctor. Questo gigante americano, dal sorriso imperturbabile, era già stato ospite del festival qualche anno fa ma, questa sera, in un italiano assolutamente perfetto, ha dato prova di essere anche un bravo intrattenitore, oltre che un grande chitarrista. I presenti lo hanno subito amato, ridendo alle sue battute e applaudendo i brani bellissimi che ha suonato, mescolando accuratamente composizioni originali e arrangiamenti di pezzi celebri, dalle antiche musiche della tradizione celtica fino alle canzoni dei Beatles. Naturalmente tutti applauditissimi da un pubblico grato per questo spettacolo fresco e gioioso che il musicista statunitense ha offerto questa sera. Almeno fino a quando, dal bar vicino, i DJ scalpitanti hanno cominciato a lanciare nell’aria i richiami di una festa country, forse con l’illusione di sentirsi un po’ americani anche loro.
Dopo un ospite da oltreoceano, la serata successiva ha visto protagoniste due artiste quasi a ‘km zero’, per l’ultimo appuntamento con la rassegna “Chitarra Femminile Singolare (ma non troppo…)” e, dunque, col repertorio classico, ma non solo. Nella bella chiesa di S. Albino, a Pella, che ha visto tutte e nove le edizioni di Un Paese a Sei Corde, la prima ad entrare in scena è stata la saluzzese Francesca Galvagno che, con un’esplosiva miscela di bravura, glamour e simpatia ha immediatamente stregato il pubblico. Elegantissima, i lunghi capelli corvini sciolti, sembrava offuscare la bellezza di ogni Madonna ritratta nelle tele appese ai muri, mentre col suo bell’accento piemontese e un entusiasmo quasi fanciullesco, guidava gli astanti nel suo viaggio tra la musica di Villa-Lobos, Llobet, Mudarra, Barrios e Tárrega, così magistralmente eseguita da far scattare la richiesta entusiastica di un immediato bis. Dopo un’apertura di concerto di tale livello, la seconda parte non poteva essere da meno. E infatti il Guitar Duo era pronto a incantarci con un’altra affascinante interprete della chitarra spagnola, una Angela Centola dagli occhi di brace e la grinta di una tigre. Al suo fianco, Roberto Margaritella – bravissimo – sembrava quasi ritrarsi un passo indietro, cavallerescamente, assumendosi anche il compito di raccontare e spiegare il mondo musicale in cui, insieme, avrebbero condotto il pubblico. Un mondo che, come il loro CD Sueño, ha come patria la Spagna, quella di Albéniz, Granados e de Falla, ma, soprattutto, quella della tradizione flamenca. E proprio il flamenco ha rivelato tutta la passione di Angela Centola e dato sfogo alla fiamma che ardeva nel cuore e nelle mani della chitarrista di Omegna. Due chitarre flamenche hanno preso posto fra le braccia dei musicisti e la fiesta ha avuto inizio. Fandango, malagueña, rumba flamenca, nomi esotici di ritmi che hanno fatto vibrare le vetrate della chiesa, evocando nacchere e gonne svolazzanti, mentre le mani dei due chitarristi si muovevano a ritmi sempre più indiavolati. Grandi gli applausi del pubblico per il Guitar Duo, che ha avuto anche il merito di farci imparare un po’ di più di un genere musicale tanto popolare quanto poco conosciuto alle nostre latitudini.

Bob Bonastre
Bob Bonastre

Settembre ha visto ritornare Un Paese a Sei Corde nella chiesa della Madonna Pellegrina alla Baraggia di Suno dopo un’attesa di due anni. Abbiamo così potuto riascoltare la poesia della musica di un artista che già in passato si era fatto amare dal pubblico della rassegna: Bob Bonastre. In un italiano che lui stesso ha definito un po’ ‘esotico’, se non ‘esoterico’, l’artista francese ha invitato il pubblico a seguirlo in un viaggio musicale che ha preso il via dall’Africa, che gli ha dato i natali, per poi fare un salto tra le sonorità indiane prima di tornare al Senegal dei suoi ricordi di bambino, passando attraverso i ritmi e le atmosfere mediorientali. E, in mezzo a tutto questo, anche la sorpresa, graditissima, di un duetto con un amico inaspettato, Renato Pompilio, chitarrista verbanese di grande talento. Insieme hanno regalato un po’ di jazz e bossa nova, con la bravura e la verve delicata che caratterizza entrambi. Usando la voce come uno strumento complementare, cantando senza parole precise per farsi comprendere in ogni angolo del globo, e con un piccolo pezzo di carta infilato tra le corde come ‘effetto speciale’, Bob ha regalato uno spettacolo meraviglioso, ma non solo: col suo garbo disarmante, ha voluto ricordare quanto, in questa nostra società che ci vorrebbe sempre al top, sia invece molto più importante fare le cose con eleganza, e affrontare il mondo a testa alta.
Ecco, ci siamo. L’ultima data di Un Paese a Sei Corde è arrivata e gli instancabili Lidia e Domenico sono stati accolti per l’occasione in un comune nuovo, Armeno. Con l’intento di chiudere col botto la nona edizione della rassegna, sono riusciti ad accaparrarsi un chitarrista straordinario che sta facendo molto parlare di sé in tutto il mondo: Mike Dawes. Il vecchio salone parrocchiale aveva tutta l’aria di essere stato chiuso per troppo tempo, ma questa volta si è riempito di tanta gente, attirata dalla fama dell’artista inglese, ma anche dalla voglia di passare un’ultima serata in compagnia degli amici di tutta un’estate. Così la presentazione di Lidia non ha impiegato molto a trasformarsi in commozione nel salutare e ringraziare tutti per averla seguita fin qui. A cancellare ogni tristezza, però, ci ha subito pensato Mike Dawes che, con un grande sorriso aperto e i lunghi capelli sciolti sulle spalle, è salito sul palco come se si trovasse nel più prestigioso dei teatri. Ad accoglierlo un pubblico numeroso, tra cui, in prima fila, non si poteva non notare anche il mitico Don Ross, reduce da una due giorni di workshop da lui tenuto in seno alla manifestazione con la collaborazione della Four Music School. E il giovane musicista inglese, già dal primo brano, si è conquistato la simpatia dei presenti, che hanno apprezzato entusiasti la sua musica allegra e ritmata, oltre che suonata con una tecnica notevole, applaudendo di gusto sia le composizioni originali che gli arrangiamenti assolutamente straordinari. Graditissimi anche gli omaggi alla tradizione celtica e ai grandi nomi della chitarra acustica, capisaldi della sua formazione musicale. E chissà quanto sarà stato emozionante suonare uno scatenato brano di Don Ross proprio lì, davanti a lui! Ma, oltre che un bravo musicista, Mike si è rivelato un grande intrattenitore, pur se solo in inglese, avendo esaurito con ‘grazie’ e ‘buonasera’ il suo intero vocabolario italiano. Nonostante questo, le sue storie e le sue gag sono risultate comprensibilissime, raggiungendo momenti davvero esilaranti e facendo risuonare tra le pareti un po’ scrostate molti applausi e risate, oltre a tanta bella musica. Così, in un baleno, ci siamo ritrovati al termine di questo fantastico concerto, grati a questo ragazzo inglese per averci fatto trascorrere una serata fresca e divertente.
Adesso, dopo i saluti e i ringraziamenti di rito, è proprio tutto finito e l’estate, mai davvero cominciata, ha lasciato il posto a un autunno gravido di un’unica domanda: cosa potranno mai fare i nostri amici per rendere ancora più grande la prossima edizione di Un Paese a Sei Corde? Noi non abbiamo ancora una risposta, ma siamo sicuri che Lidia Robba e Domenico Brioschi già ci stiano pensando.

Patrizia Mattioli & Mauro Gattoni

Festival bagnato, festival fortunato – Un Paese a Sei Corde (1)
Festival bagnato, festival fortunato – Un Paese a Sei Corde (2)

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 12/2014, pp,18-27

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