domenica, 23 Gennaio , 2022

Franco Cerri: Ricordo di una piccola storia d’Italia per chitarra sola

Franco Cerri

Se fosse il soggetto di una fiction, la vita di Franco Cerri sarebbe di quelle che permettono alla narrazione di raccontare tutta la complessità della Storia – quella con la famosa S maiuscola — pur relegandola apparentemente in secondo piano.

Si comincerebbe senza dubbio con un flashback, che dal multicromatico XXI secolo virerebbe ben presto al bianco e nero, con una di quelle colonne sonore che risuonano da una vecchia radio in bachelite.

Ritmi popolari e voci tenorili con abbondanza di vibrato. E altre voci, tragici latrati dai balconi, irrompono tra le frequenze con volume progressivamente crescente. Nei ritagli di palinsesto concessi all’intrattenimento, il massimo cui si può ambire è qualche brano delle orchestre di Pippo Barzizza e Cinico Angelini.

Guai a chiamarlo jazz, seppur ‘all’italiana’, Guai a dire che anche il figlio dell’uomo che ulula dal balcone si è innamorato dei ritmi proibiti d’oltreoceano.

Nelle patetiche italianizzazioni di regime – quelle in cui Louis Armstrong si trasforma in Luigi Braccioforte – “Tiger Rag” diventa “Il ruggito della tigre”. Ruggente lo è davvero, quel brano, per il giovane Franco, folgorato dal timbro pastoso e dal fraseggio sincopato della chitarra.

Pur nella terribile ristrettezza di quei giorni, papà Mario si vede costretto a cedere. Settantotto lire per una chitarra. La custodia è un sacchetto di carta.

Da quel momento in poi la narrazione opterebbe per una breve prolessi. Ancora una radio, ma stavolta sono proprio le note di Franco a scuotere gli altoparlanti. Cinque chilometri a piedi dalla sua casa di periferia agli studi milanesi dell’EIAR, di notte, immerso nella nebbia, mentre partigiani e fascisti combattono per le strade. Il giovane Cerri adesso ha in mano una vera custodia: di notte, immersa nella nebbia, sembra quasi un fucile. Vaglielo a spiegare, a chi è armato per davvero…

Un’altra emittente si fa chiamare Radio Tevere, ma trasmette sempre da Milano: nei giorni che precedono la caduta, il regime pretende di ingannare gli Alleati inventandosi una finta radio libera che, in quanto tale, osa trasmettere jazz di contrabbando. Quei dischi ammassati sugli scaffali sono una seconda rivelazione per Cerri.

Altro flash-forward. È il 25 aprile, quel 25 aprile. Orchestre improvvisate accompagnano i cori della Liberazione. «Qualcuno conosce brani americani?» chiede un avventore. È la chitarra a rispondere per Franco, che entra così nell’orchestra di Gorni Kramer, la prima e più famosa nell’Italia liberata.

Ora la radio si chiama Tricolore. Il primo a suonare dai suoi microfoni è Giampiero Boneschi, compagno di scuola di Cerri, pianista e suo primo ‘insegnante’, a partire da «un semplice re minore settima». Tra macerie ancora fumanti, riaprono gli spazi e i ritmi non più illegali risuonano nei circoli che tengono a battesimo la prima vera leva jazz italiana. Ci sono Gianni Basso, Henghel Gualdi, Piero Piccioni; ci sono Lelio Luttazzi e il giovane Piero Angela. C’è anche Franco.

In quel lungo dopoguerra la sua storia personale si intreccia con i mutamenti linguistici del jazz, vissuti sempre in prima linea. Non un innovatore, forse, ma un eccellente ambasciatore. Come quando divide il palco con Django Reinhardt, di passaggio a Milano. O quando si intrattiene personalmente con Barney Kessel, grado di separazione tra il distinto milanese e Charlie Christian, padre della chitarra elettrica.

Ora la colonna sonora abbandona lo swing per la frenesia del bebop, che nelle mani di Franco conserva comunque un contegno signorile. Il suo suono, come la sua voce, è caldo, elegante, riservato. Il tocco è morbido come quello di Wes Montgomery e Jim Hall, perennemente ispirato dalle necessità espressive personali. Imperturbabile, quieta, sorridente. La chitarra riprende le qualità dell’uomo.

Un ultimo salto nel tempo, dalla radio al televisore. Franco è, a modo suo, una celebrità, una sorta di maestro Manzi della musica moderna, in un’epoca in cui quello che un giorno verrà chiamato ‘pubblico medio’ si riunisce la sera davanti allo schermo anche per ascoltare il jazz e per ammirare dita che attraversano tasti e corde, in un bianco e nero che sta per diventare multicolore.

Il chitarrista gentiluomo cita Platone: «La musica è una legge morale; essa dà l’anima all’universo, ali al pensiero, slancio all’immaginazione, fascino alla tristezza, impulso alla gioia e vita a tutte le cose» (www.francocerri.com/biography3_01.html).

È una storia un po’ dimenticata, ma è una storia vera.

Francesco Brusco

 

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