mercoledì, 5 Ottobre , 2022

Una sintesi originale fra tradizioni mediterranee, anglosassoni e non solo – Intervista ad Aronne Dell’Oro

Madame Guitar

Una sintesi originale fra tradizioni mediterranee, anglosassoni e non solo

Intervista ad Aronne Dell’Oro

di Gabriele Longo / foto di Riccardo Bostiancich

Nel corso della rassegna Madame Guitar a Tricesimo, che abbiamo raccontato in esteso nello scorso numero, ho avuto l’occasione di intervistare alcuni artisti poco noti ai più, ma che si sono rivelati una gradita sorpresa. È il caso per cominciare di Aronne Dell’Oro, che ho incontrato nella giornata di sabato 25 settembre, in una pausa tra la sua partecipazione al set mattutino di Val Bonetti in piazza e la propria esibizione serale al teatro Garzoni.

Un po’ di storia

 La musica di Aronne Dell’Oro affonda le sue radici nelle campagne salentine, nelle millenarie tradizioni del Mediterraneo e si fonde con la magia del cantautorato folk di Nick Drake e Tim Buckley. Queste le coordinate principali per intercettare un artista a tutto tondo, che fa della ricerca, dello studio e del reinventare il suo credo.

Cantante, chitarrista acustico e arrangiatore, Aronne Dell’Oro inizia nel 1995 un percorso di studio e di ricerca orientato a una sintesi originale tra le tradizioni musicali anglosassoni e quelle del Sud Italia e del Mediterraneo, a cui affiancare un’intensa attività concertistica. Fonda la band Folkenublo e nel 1997 partecipa al tributo a Tim e Jeff Buckley all’Iperspazio di Milano. Trasferitosi in Alto Adige, diventa una presenza costante nella programmazione del circolo culturale Ost West Club Est Ovest a Merano. Nel 2001, in seguito all’incontro con la band pugliese Radicanto, comincia un percorso di riscoperta e rivisitazione delle radici salentine di famiglia e della tradizione partenopea. Predilige performance in solo o per piccoli ensemble: gli stessi Radicanto, nel 2011, lo invitano a Bari per un concerto solista al festival Di Voce in Voce, in cartellone con Pino De Vittorio e Lucilla Galeazzi.

Dal 2006 amplia il raggio delle sue collaborazioni e dei concerti per l’Europa: nel 2009 e 2010 è invitato al Festival d’Avignone dall’ensemble provenzale Azalaïs, con cui continua a condividere il palco negli anni a seguire. Nel 2015 presenta una performance di canti tradizionali, danza e live electronics alla Oslo Concert Hall con l’oboista norvegese Jan Wiese e la performer Johanna Zwaig. Nel 2019 è invitato a intervenire al convegno La chanson de langue d’oc contemporaine et l’Italie all’Università di Aix-Marseille.

Vive in Liguria e collabora stabilmente con musicisti di diverse nazionalità europee e dei generi più disparati, dalla musica antica all’etnojazz, dal blues rurale alla musica classica indiana: tra questi, Peppe Frana, Christian Zagaria, Jan Wiese, Virginia Nicoli, Val Bonetti, Marco Pandolfi, Vincent Magrini.

A questa già ricca serie di esperienze dal vivo, Aronne Dell’Oro ha affiancato un buon numero di CD: tutte autoproduzioni, una scelta che gli ha permesso di fare in tutta calma i suoi ‘esperimenti mediterranei’, senza dover rispondere a logiche di genere o di mercato. Sono del 2007 e 2008, rispettivamente Lu Nanniorcu e Amara terra mia, i primi due dischi di Aronne in cui comincia a lavorare sui documenti sonori registrati sul campo da Alan Lomax e Diego Carpitella in Salento, alla ricerca di un modo personale di rivisitarli e arrangiarli, che si intrecci con le sue esperienze precedenti legate soprattutto al folk personalissimo e ‘magico’ di Tim Buckley e Nick Drake sopra tutti. Su YouTube un esempio interessante del 2007 è il brano “Moroloja”.

Nel 2010 autoproduce III, in cui inizia la collaborazione coi musicisti provenzali. Su YouTube “La fortuna”, “Rota/Alba”, “Filugnana antica”.

Barcarola, del 2012, è il primo lavoro discografico in cui Dell’Oro si confronta con la canzone napoletana classica, soprattutto del XIX e inizio XX secolo, riarrangiata in chiave folk blues, sempre di più in fingerpicking. “Mierolo affurtunato”, un bell’esempio di questo repertorio, che però nel disco non è presente, è stato eseguito a Madame Guitar in duo con la slide di Val Bonetti.

Del 2014 è V e del 2016 La vigna, due dischi in cui il chitarrista salentino torna maggiormente verso la Puglia e, in collaborazione con musicisti europei, crea a volte delle jam band estemporanee di ispirazione folk-psichedelica: ascoltare in particolare il finale di “Lu ricciu”, sempre su YouTube.

Nel 2019 è la volta di Oxyacantha, ultimo disco in versione EP, più orientato verso la musica antica rivista alla maniera di Aronne e, in assoluto, quello più fedele al suono naturale, acustico della sua chitarra e della sua voce.

In digitale online (su Spotify, Apple Music ecc.) si trovano il citato Oxyacantha e i Mediterranean Recordings, che sono una raccolta restaurata nel suono di brani selezionati dall’autore dagli album precedenti.

Aronne Dell’Oro suona una chitarra che è stata costruita dal liutaio Renato Barone e che prima apparteneva all’ottimo roots bluesman Mauro Ferrarese, nei cui dischi ha cantato da ospite in un paio di occasioni.

L’intervista

Aronne… un nome che mi suscita qualcosa di arcaico, di antico, che un po’ si rifà alla tua passione di andare alle radici di un certo folklore. Ma lascio a te la parola per introdurci nel tuo mondo artistico e di chitarrista.

Certo, grazie. Quello che hai sentito oggi in piazza e che sentirai stasera in teatro nasce dal tentativo di catturare lo ‘spirito’ – e di operare una sintesi tra ‘folk’ ed elementi antichi, arcaici – di tradizioni musicali che sono in parte imparentate con quelle del bacino del Mediterraneo, in particolare quella italiana, e in parte con quelle di oltreoceano. Lo spirito di come la musica africana è arrivata negli Stati Uniti, si è trasformata ed è tornata in Europa ispirando gli ascolti di tutta una generazione, che poi se n’è rimpossessata; e sto parlando di quella inglese negli anni ’60: una generazione di geni della chitarra acustica, che prendevano il country blues e lo facevano intrecciare con le arie, con le melodie più europee. Questo è simile a quello che cerco di fare io, anche insieme con Val Bonetti: prendere una chitarra che di base è folk blues e adattarla un po’ al nostro linguaggio, al nostro alfabeto mediterraneo, italiano.

Molto interessante questo concetto di andate e ritorni, di filtrare attraverso la propria cultura d’origine quella che si va a visitare e conoscere, per poi fare il percorso all’inverso arricchendosi nel frattempo di tutti questi elementi.

Assolutamente sì. Io per esempio mi sono avvicinato al lavoro di ricerca e alle registrazioni sul campo di Alan Lomax dedicate al blues degli Stati Uniti. Per poi scoprire che a quindici chilometri dal paese della mia famiglia d’origine in Salento – mia madre è della zona di Gallipoli – Lomax c’era stato, e aveva registrato delle voci, dei canti tradizionali insieme a Diego Carpitella. Quindi, abituarsi al lavoro di Lomax, a un certo tipo di registrazioni più ruvido, più originale, partendo dal Sud degli Stati Uniti, per poi scoprire che Lomax aveva bazzicato nelle terre delle mie origini e che queste registrazioni sono custodite negli archivi di musica folk degli Stati Uniti… Ecco, tutto questo era – ed è – un gioco di richiami molto affascinante per me.

Questa è la tua cifra, con la quale ti piace muoverti. Cercando di addentrarci di più nell’argomento, come procedi nel tuo lavoro di ricerca ed elaborazione? Prendi in considerazione brani già compiuti, che hanno le caratteristiche cui hai accennato, e/o anche tue composizioni, poi li fondi tra di loro?

Diciamo che la nostra tradizione del Sud – non sempre, ma in buona parte – può essere una tradizione di polifonia vocale non accompagnata da strumenti. Per cui io posso prendere una melodia tradizionalmente eseguita da voci che accompagnavano il lavoro o altri momenti della giornata, che non avevano nessun tipo di accompagnamento strumentale e suggerivano determinati accordi, determinate armonie. E posso allora inventare per questa melodia un mio accompagnamento chitarristico originale, facilitato dal fatto che mi posso muovere in un ambito che offre una grande libertà. Questa è un’arte contadina, arcaica.

Poi c’è tutta una parte che in Italia è portentosa, ed è quella per esempio della canzone napoletana o – ancor prima – delle villanelle napoletane. E risalendo ancora si può prendere in esame anche la musica medievale… Ecco, io non riesco troppo a separare le cose, per cui con la mia chitarra e la mia voce cerco di catturare il più possibile delle cose che mi ‘parlano’. Dopodiché c’è anche un oceano di cose che non provo nemmeno a toccare: in definitiva, alcune mi riguardano a livello di sensazione e personalmente sono quelle che cerco di trasformare, mentre tante altre le ascolto, le adoro, ma non provo assolutamente a rimaneggiarle.

Parliamo più specificamente dell’ambito che riguarda il nostro amato strumento.

Sì, arriviamo alla chitarra. Ecco, la chitarra ‘folk’, la chitarra steel-string: quella che considero viene dalla tradizione afroamericana degli Stati Uniti, ma non solo, e molto anche dagli anni ’60 e ’70, da ciò che hanno sviluppato i musicisti inglesi e scozzesi sulla chitarra; quella che è diventata la chitarra celtica, anche se quei musicisti a loro volta sentivano i bluesmen degli anni ’60 che venivano in tour in Europa dall’America, come Big Bill Broonzy, Sonny Terry e Brownie McGhee… Gli inglesi hanno cercato di far proprio quest’uso dello strumento, un uso molto ritmico, anche se gentile, perché non molto aggressivo; ma comunque molto ritmico come concezione di fondo. Con quest’uso ostinato del pollice, del basso alternato o anche non alternato, ma che è un modo di far ‘camminare’ il pezzo. Alcuni dei miei favoriti partendo da lì sono Skip James, Blind Willie McTell e poi, arrivando in Inghilterra, Nick Drake, Bert Jansch, Martin Carthy, John Renbourn…

E con questo, Aronne, mi sembra che abbiamo chiuso il cerchio rispetto al tuo ambito stilistico, quello più nelle tue corde. A me è piaciuta molto quella villanella napoletana, se ho capito bene, che hai eseguito insieme con Val Bonetti…

No, è un brano più recente, è una canzone del 1931 che si chiama “Mierolo affurtunato” ed è stata scritta da Salvatore Di Giacomo ed E. A. Mario. Si adattava bene ad essere rivista come un blues: c’è un basso alternato in accordatura di Re aperto, su una melodia, un modo tipicamente napoletano, che comprende delle note arabeggianti.

Una commistione che colpisce e cattura parecchio, Aronne, unita alla slide di Val Bonetti. Puoi dire qualcosa sulle accordature aperte cui hai fatto cenno?

Sì, attualmente ne utilizzo due, entrambe in Re aperto, ma al posto del Sol posso avere un Fa diesis o un Fa naturale: semplicemente la corda di Sol, invece di essere una quarta, diventa o una terza aggiore o una terza minore. Quindi, partendo dalla sesta corda, abbiamo l’accordatura di Re maggiore: Re La Re Fa# La Re; o l’accordatura di Re minore: Re La Re Fa La Re. L’accordatura in Re minore era quella utilizzata prevalentemente da Skip James, era tipica del suo suono. Inoltre io ho iniziato a usarla anche in ‘tonalità’ di La: molto interessante, perché permette di modulare, di passare da La maggiore a La minore facilmente.

Vorrei aggiungere qualcosa che è da prendere come consiglio per l’ascolto e riguarda la musica rebetika della Grecia: nel periodo tra le due guerre mondiali esisteva questa musica, che si può definire il blues greco. Apparteneva a una classe sociale di reietti, associabile come spirito e condizione sociale a molti bluesmen del Sud degli Stati Uniti. Noi siamo abituati alla musica greca come musica del bouzouki e altri strumenti a corde similari, ma c’erano dei chitarristi che facevano cose interessantissime. Oggi c’è un chitarrista bravissimo, nonché cantante, Dimitris Mystakidis, che riprende la musica greca di un secolo fa di George Katsaros [1888-1997], un musicista che suonava la musica rebetika con le sue ritmiche composte, i suoi modi cromatici, arabeggianti, trasferiti sulla chitarra. Katzaros aveva suonato i primi anni in Grecia, poi è emigrato in America per tanti anni, dove ha suonato per le comunità greche.

Quindi esiste già un blues mediterraneo chitarristico e per me è bellissimo poter disporre di questi ascolti, perché mi aiutano a integrare quelle aree, quelle melodie del nostro Sud che sono già molto orientali e arabeggianti. Abbiamo già questi elementi nelle voci, ma non abbiamo un modo per accompagnarle sulla chitarra, almeno non sulla chitarra ‘folk’. Dimitris, che utilizza una chitarra con corde in metallo, e in una foto l’ho visto anche imbracciare una Martin, aiuta a immaginare una chitarra folk blues ma orientaleggiante, con questa direzione mediterranea che può sposarsi alle nostre cose.

Grazie Aronne di questa segnalazione e di averci reso partecipi del tuo percorso di ricerca, aprendoci ad ambiti poco conosciuti per la chitarra acustica!

 Gabriele Longo

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