domenica, 25 Settembre , 2022

Il palco

palcoscenico vuotoÈ certo che quando vado a un concerto mi aspetto qualcosa!
Qualcosa in più di quello che posso avere comprando il CD del musicista o ascoltando i suoi brani su iTunes, YouTube o dalla radio della mia macchina. È certo che se vado a un concerto e il musicista mi risuona esattamente tutto il suo CD, magari con qualche brano a sorpresa o qualche cover d’effetto, tutto sommato so di aver avuto ciò per cui ho pagato, ma sicuramente non era il vero motivo per cui ero li.
Solitamente vado ad un concerto per incontrare l’uomo, misurare il suo carisma e le sue debolezze, e mi aspetto che mi comunichi qualcosa di suo, di personale che non può essere impresso o svelato in una registrazione. E chissenefrega se fa delle battute stupide o balbetta, non tutti possiamo essere fantastici oratori: mi basta che sia se stesso, che scopra le sue carte, che mi racconti della sua vita, che mi faccia capire il perché della sua musica, il senso delle sue composizioni.
Mi sono un po’ stancato dei maestri dell’arroganza che salgono sul palco per darti una lezione su come si suona, pronti a ‘regalarti’ l’ultima loro evoluzione, e che si compiacciono di se stessi. Ho voglia di umanità, di errori, di verità, forse anche di frasi trite e ritrite che annoieranno i fan più assidui. Ma il palco è vita e io mi aspetto un musicista vivo.
Suonare la musica è una cosa, salire su un palco è completamente un’altra, un’altra arte. Magari certi musicisti sono fantastici a casa o meravigliosi nel proporre la propria musica su un CD, poi sul palco sono una frana; mentre altri non trasferiscono nessuna emozione dai loro CD, ma sul palco hanno forza e carisma e regalano più emozioni di tecnici ‘sperduti’ o di vani eroi. Allora salire su un palco significa qualcosa di preciso: mostrarsi al pubblico, esporsi, raccontarsi, condividere musica e vita, avere il coraggio di svelarsi, confrontarsi, regalare la propria essenza, esporsi a un pubblico con il vero volto, senza schermature o effetti speciali, tu, la tua musica e il tuo essere.
Perché pagare per tutto questo? Perché sorbirsi incapaci oratori che calpestano il palco, spaventati o timorosi, nervosi e ansiosi, preoccupati di sbagliare ed emozionati dalla luce che li illumina sottraendoli al contesto? Perché la musica è anche tutto questo: sbagliare, lasciare alle spalle la perfezione figlia di un progresso deleterio, suonare per godere, per piacere, sopratutto a se stessi.
Vaneggio, lo so, so anche che è dura subire tra le poltrone della platea l’intrepido tentativo di qualcuno sul palco che cerca di comunicarmi qualcosa senza riuscirci. So che sarebbe fastidioso sentire frasi scoordinate o concetti stralunati tenuti insieme da nessun pensiero logico. Poi ripenso a un film intitolato Oltre il giardino con Peter Sellers, dove uno sconnesso giardiniere veniva genialmente ‘interpretato’ nel suo vaneggiare; oppure più di recente a Francesco De Gregori, che a chi gli chiedeva dettagli sui suoi testi rispondeva con una storica “Niente da capire”.
Un concerto allora forse non è fatto di sola musica, ma è fatto di persone che provano sentimenti.
In un tour di tanti anni fa ricordo un mio amico/collega chitarrista che era stato lasciato dalla moglie e piangeva tutto il giorno, ma la sera, salito sul palco, rideva, scherzava e faceva divertire. Un giorno gli chiesi come mai. Mi sembrava strano questo contrasto tra la grande tristezza nel retropalco e la grande allegria sul palco, e lui mi rispose che la gente pagava per divertirsi…
Ecco, ora non sono più tanto d’accordo su questo concetto, oggi mi verrebbe voglia di dirgli che forse la gente pagava per capire, per capirti, darti una mano ad affrontare la vita ed essere te stesso. E poi non è proprio vero che «Ma cosa gliene frega agli altri dei nostri sentimenti»… Forse il mondo è quello che è proprio per questo, perché pensiamo che a nessuno freghi niente di noi. Invece no, proviamo ad esporci con coraggio e orgoglio, onestà e sincerità e una spolverata di emozioni. Ed il gioco è fatto, nessun mistero ma solo verità.
E che si spengano le luci e la musica abbia inizio. Ecco a voi l’uomo!

 PUBBLICATO

Chitarra Acustica, 11/2012, p. 11

 

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