Il ritorno a casa dopo la tournée americana

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Il ritorno a casa dopo la tournée americana

Intervista ad Alberto Lombardi

di Andrea Carpi

Come aveva cominciato a raccontarci nel suo intervento sul nostro speciale #IOSuONO di aprile, Alberto Lombardi è riuscito a portare a termine una sudata e breve – ma ricca di esperienza e soddisfazioni – tournée negli Stati Uniti giusto prima dell’inizio del lockdown in Italia. Dopo il precedente tour della International Guitar Night con Peter Finger e Tim Sparks, questa tournée americana è giunta a coronamento di un periodo di grande attività da parte di Alberto, che ha approfondito la sua collaborazione con Stefan Grossman pubblicando altri tre video didattici per l’etichetta Guitar Workshop di quest’ultimo: uno dedicato ad arrangiamenti fingerstyle di cavalli di battaglia della musica Motown; gli altri due intitolati Hot Licks e dedicati a esercizi e consigli creativi sulla tecnica: il primo, doppio, destinato ai chitarristi acustici, l’altro destinato ai chitarristi elettrici. A proposito del suo primo amore per l’elettrica, Alberto ha inoltre ‘rispolverato’ un album che giaceva da tempo nel suo cassetto, decidendosi finalmente a pubblicarlo in proprio con il titolo Home. Quest’album mette in evidenza anche un’altra delle sue prime passioni: la scrittura di canzoni e il canto. E vede l’intervento per il missaggio finale del ‘fonico dei fonici’ Bob Clearmountain. Complimenti Alberto, continua così!

Ciao Alberto, gli ultimi mesi sono stati molto intensi per te, da dove cominciamo?

Visto che parliamo principalmente di chitarra acustica, direi di partire con i nuovi video realizzati per lo Stefan Grossman’s Guitar Workshop. Da alcuni anni Stefan mi onora della sua amicizia e credo della sua stima, visto che ormai siamo arrivati a ben quattro DVD didattici pubblicati con la sua etichetta. Il primo qualche anno fa si intitolava Fingerpicking Adventures, dove spiegavo i miei arrangiamenti di “Volare”, “Tu vuo’ fa’ l’americano” e un paio di standard. L’inverno scorso invece avevo messo su YouTube un nuovo arrangiamento di “How Sweet It Is (To Be Loved by You)” di Marvin Gaye. Stefan l’ha visto e mi ha proposto di realizzare una lezione incentrata su brani della Motown. Gli dissi che avevo solo quell’arrangiamento e mi ha risposto: «Be’, fanne altri!» Così mi sono messo ad arrangiare altri tre pezzi ed è nato The Music of Motown for the Fingerstyle Guitarist, nel quale oltre a “How Sweet It Is” mi sono divertito a rielaborare grandi classici come “My Girl”, “I Heard It Through the Grapevine” e “You Can’t Hurry Love”. 

Inoltre era un po’ di tempo che Stefan mi chiedeva una lezione più strettamente tecnica, focalizzata sulle frasi veloci che in genere inserisco nei miei arrangiamenti. Ovviamente mi ha invitato a nozze, perché io vengo dagli anni ‘80, quando di moda era proprio imparare a suonare cose veloci: ci sono cresciuto e per questo forse mi viene naturale. Così abbiamo deciso di registrare una lezione specifica per la chitarra acustica e una specifica per la chitarra elettrica: il doppio DVD Hot Licks – Exercises and Creative Tips for the Acoustic Guitarist e Hot Licks – Exercises and Creative Tips for the Electric Guitarist. Entrambe le lezioni sono disponibili sia come DVD che in download, e tutti questi DVD didattici si trovano sia sul sito di Stefan che sul mio.

Parlami in particolare degli arrangiamenti Motown: come li hai affrontati?

Suono musica Motown da tantissimi anni: in tutte le band di cui ho fatto parte, soprattutto come chitarrista elettrico, c’erano sempre alcuni brani in quello stile, da Stevie Wonder a Marvin Gaye. Gli aspetti che risaltano di più in quei brani sono l’articolazione delle melodie e i movimenti di basso. L’armonia e il groove sono interessanti, e soprattutto su “How Sweet It Is” mi sono divertito a impreziosire gli accordi, allo stesso tempo però cercando di mantenere il senso dei giri di basso, il senso del groove, e principalmente l’articolazione delle melodie, ricche di abbellimenti e falsetti che si prestano a essere riprodotti con gli armonici. Rispetto a quasi tutti gli altri miei arrangiamenti, questi ‘manipolano’ di meno l’armonia, proprio perché alcuni elementi li ritenevo imprescindibili, un po’ come succede per esempio con i Beatles. Quindi era difficile rimaneggiare troppo. Come in ogni metodo di Stefan, poi, il tutto è filmato con tre camere, in modo che si possano vedere i dettagli di entrambe le mani. Ogni passaggio viene spiegato con molta cura, e anche suonato molto lentamente in uno schermo tripartito. Ovviamente c’è anche una fedele trascrizione fatta da me su tablatura e notazione classica.

E le lezioni di tecnica?

I due DVD Hot Licks, l’acustico e l’elettrico, sono invece una collezione di frasi formulate con varie tecniche, hammer-on e pull-off, pennata alternata, sweep picking, armonici naturali e artificiali. In particolare quello per chitarra acustica esplora alcune delle tecniche che ho sempre usato con il plettro, applicate invece al thumbpick: per me la transizione è stata un po’ faticosa, e abbiamo immaginato che fosse interessante per tutti questo processo di trasposizione dal plettro. Tutti questi argomenti sono riassunti appunto in frasi che, per ogni tematica affrontata, iniziano da una bassa difficoltà per arrivare alle cose più complesse. 

Dove sono stati realizzati i DVD, in Italia o in America?

In realtà possiamo dire di averli fatti in casa, visto che Stefan ha coinvolto Reno Brandoni, che oltre ad averci ospitato si è occupato di registrare il tutto in audio e video. Poi l’editing e il mix sono stati fatti a posteriori da me e dal mio videomaker a Roma. La cosa si è insomma trasformata in una breve scampagnata nelle campagne bolognesi, molto piacevole devo dire. Quindi mi sento di ringraziare Reno, col quale si pensava di pubblicare gli Hot Licks per acustica anche in forma di libro per Fingerpiking.net. Speriamo di riuscire a concretizzare questa cosa presto. 

Parlando di chitarra elettrica, hai anche pubblicato da poco un disco di canzoni con importanti collaborazioni.

Il disco si intitola Home, è un disco rock. Sono molto orgoglioso che il mix sia stato fatto da un fonico leggendario, Bob Clearmountain. Io stesso ho uno studio di registrazione e produco/mixo dischi di musica pop, quindi l’onore si è mischiato con una grossa curiosità professionale. Bob per me è sempre stato un punto di riferimento per quanto riguarda il sound. E non solo per me, è il fonico dei fonici, quello su cui i grandi di oggi hanno studiato. Basta pensare al sound di Born in the USA di Springsteen, “Miss You” dei Rolling Stones” o Let’s Dance di David Bowie…

I brani del mio disco sono tutti elettrici tranne la title track. Sono canzoni, come dicevi tu, perché a me è sempre piaciuto scrivere parole e musica, anche se qualche anno fa mi sono concentrato di più sulla chitarra acustica. Infatti il disco è pronto da qualche tempo, ma non trovavo un’etichetta con cui pubblicarlo e, d’altro canto, il fingerstyle ha assorbito buona parte del mio tempo. Finché mi sono detto che non si poteva più rimandare e l’ho pubblicato autonomamente. Si può ascoltare il primo singolo su YouTube, “Start Again”, con un bel video girato in California.

Ho visto dei luoghi bellissimi! 

Sì, fantastici! Dal deserto del Mojave, dove mi sono scottato come un gambero, alla spiaggia in cui sprofonda la Statua della Libertà nel Pianeta delle scimmie, dove ho fatto il solo di chitarra, fino a un bellissimo albero addobbato di lampadari a Los Angeles e per finire nello studio di Clearmountain, che compare nel video. Nella canzone mi sono anche permesso di citare un paio di volte Dante, ma in inglese pare non sembrare una ruffianata… 

Per promuovere l’album hai scelto una formula di crowdfunding.

Sì, ho fatto un tentativo di ripristinare la relazione di un tempo tra chi produceva un disco e chi lo ascoltava. Il disco non è disponibile in streaming, solo il singolo lo è. Quando eravamo più giovani ascoltavamo il singolo in radio e, se ci appassionava, compravamo l’album. E chi comprava un disco faceva inconsciamente un’altra importantissima azione: sosteneva l’artista e il suo team, e gli permetteva di promuovere quella musica e di investire anche sui progetti futuri. Io faccio lo stesso: il singolo è su YouTube, e offro il disco finito, stampato su CD e vinile, pèrò con l’esplicita promessa che il denaro raccolto verrà usato per la promozione. 

E come sta andando, come reagiscono le persone? 

Bene, perché siamo a metà strada. Ma la seconda parte sarà più difficile, perché le persone più vicine a me hanno già aderito. Le persone meno coinvolte, pur apprezzando magari il singolo, fanno fatica a fare un passo in più. Questo legame importantissimo tra artisti e pubblico con l’era digitale si è spezzato. In particolare io do la colpa a YouTube e a come l’industria discografica ha reagito a questa novità: cioè calandosi le braghe, svendendo il suo intero catalogo. Il cinema ha reagito meglio, tutelando chi produce. Infatti Netflix e le altre piattaforme di streaming video ti danno alcune cose in abbonamento, ma non tutti i cataloghi del mondo: è un accesso limitato e soprattutto mai gratuito. Piattaforme come Spotify e YouTube invece – a fronte di un piccolo abbonamento, o addirittura gratuitamente nella maggior parte dei casi – ti danno accesso praticamente a tutto lo scibile musicale. Questo porta a un compenso inferiore ai produttori di contenuti, che in sostanza… fanno la fame, tranne nei pochi casi in cui fanno numeri talmente grandi da trarre un minimo profitto anche dallo streaming. 

Anche se, con la pandemia, sembra che avere a disposizione i mezzi online abbia prodotto effetti miracolosi.

Infatti lungi da me il demonizzare i nuovi mezzi, che sono straordinari e potentissimi. Io cerco di farne buon uso e, durante il lockdown, ho iniziato questa buona abitudine di fare un mio piccolo concerto tutti i lunedì sera, alle 9.30. Fare una diretta streaming può essere molto semplice, basta usare il telefono. Ma io sono un nerd, quindi la faccio con un approccio più serio, con una camera professionale e un sistema audio dedicato. Ma, soprattutto, ho creato un appuntamento fisso e comincio ad avere degli spettatori regolari. E attraverso un link di PayPal ricevo alcune tips. A molti musicisti nostrani questa cosa fa storcere il naso, ma all’estero è la norma per artisti piccoli come io mi considero. Addirittura, negli Stati Uniti, si fanno i concerti a casa con la donazione suggerita, che di solito è di 20 dollari. Se vengono quaranta persone si fa presto a fare i conti di quanto non sia un sistema da sottovalutare. Infatti, di recente, ho fatto un house concert in California per la prima volta ed è stato un’esperienza bellissima, intima e artisticamente assolutamente valida. 

Mi pare di capire che hai fatto appena in tempo ad andare in tour negli Stati Uniti prima della pandemia, giusto?

Sì, da una parte è stata una grande fortuna. Sono tornato in Italia i primi di febbraio, quando si cominciava a parlare di virus. Sono state dieci date splendide, dal Tennessee alla California e al Maine, ed erano tutte manifestazioni ‘curate’, cioè specifiche per chitarra acustica, con una tradizione e un pubblico specifico. Ricordo con molta emozione quasi tutte, ma in particolare la Argenta Music Series in Arkansas e a Memphis, la Wooden Hall a Santa Barbara, manifestazioni dove hanno suonato tutti i miei preferiti sull’acustica, da Tommy Emmanuel a Clive Carroll e a Richard Smith; oppure una toccante partecipazione all’International Holocaust Remembrance Day in collaborazione con l’Istituto italiano di cultura di Los Angeles, alla presenza di sopravvissuti e dei consoli italiano e tedesco: emozionante!

Il fingerpicking è uno stile molto proprio agli Stati Uniti, e quindi c’è un’attenzione forse più alta di quella che c’è nel nostro paese. Mi è sembrato anche più facile che questo pubblico pagasse un piccolo biglietto per venire a sentire un artista quasi sconosciuto, perché si fidavano di quelle rassegne. Magari, prima di presentarsi alla serata, un giro su YouTube per capire chi ero e se gli interessavo se lo sono fatto. E questo, unito al rispetto per la manifestazione, faceva sì che qualcuno arrivasse e non suonassi in una sala vuota!

Però mi dicevi che non è così semplice organizzare un tour, per quanto piccolo.

Sì, infatti ho lavorato molto per aprire questa strada di concerti negli Stati Uniti. E la pandemia li ha temporaneamente congelati. Suonare in America richiede dei permessi laboriosissimi, che si ottengono con un margine di sicurezza solo attraverso la consulenza di un avvocato specializzato. Il che lo rende un processo costoso, oltre che lungo. Ci sono due visti: uno più semplice ma meno flessibile, legato a uno specifico evento; ad esempio Ramazzotti fa una tournée negli USA, e i permessi sono gestiti normalmente dalla sua agenzia e valgono solo per quel tour. Il secondo tipo di visto consente invece una maggiore libertà, ma viene addirittura chiamato Genius Visa per la grande difficoltà a ottenerlo. Ovviamente non sono e non mi considero un genio, ed è possibile ottenere questo permesso chiamato O-1 anche non avendo vinto il Grammy, l’Oscar, il Nobel o una medaglia olimpica. Ma l’immigrazione americana pone questo tipo di riconoscimenti come standard per questo visto. Quindi, se non hai cotanti riconoscimenti, in sostituzione devi presentare molte prove come articoli di giornali internazionali, collaborazioni con istituti o marchi importanti, oppure lettere di riconoscimento di personaggi molto in vista del tuo settore. È infatti grazie a lettere da parte di Taylor Guitars, dell’Istituto italiano di cultura, della B&G Guitars, di Stefan stesso e Peter Finger, più gli articoli su alcune riviste americane come Acoustic Guitar e Vintage Guitar, che sono riuscito a farcela. Poi il COVID-19 ha fanno i suoi danni, ma (forse) ci riprenderemo prima che il visto scada!

A cosa ti stai dedicando ora?

Ho degli arrangiamenti nuovi per chitarra acustica, tra cui quelli che ho preparato per il Los Angeles Museum of the Holocaust: “Bella ciao”, “La vita è bella” e il tema di Schindler’s List. Inoltre sto lavorando molto sul mio canale YouTube perché, per quanto non sia il migliore dei sistemi, al momento questo abbiamo in mano (iscrivetevi, iscrivetevi!). E infine dovrebbe uscire a breve il secondo singolo estratto dall’album Home, un bel pezzo ritmato che si intitola “Rich”, sempre con il mix di Clearmountain. Purtroppo l’estate si profila molto scarsa di concerti, per ovvie ragioni, quindi concentrerò il mio lavoro online, sulle dirette del lunedì sera e sul produrre nuova musica.

Andrea Carpi

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