Il tempo dell’empatia – Intervista a Luca Francioso

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Il tempo dell’empatia
Luca Francioso
di Gabriele Longo

L’INTERVISTA A LUCA FRANCIOSO

Abbiamo intervistato Luca Francioso, un artista che da diverso tempo si è preso la briga di dialogare con l’Arte, in particolare quella della musica e della scrittura. L’Arte concepita come emozione decodificata attraverso un linguaggio artistico e poi lanciata nello spazio senza una direzione ben precisa. Con questa precondizione emotiva, Luca Francioso ci ha raccontato dei suoi primi passi nell’insegnamento della chitarra visto come l’indicazione di un metodo di studio, cosa preziosissima nel nostro contemporaneo pervaso da un’iperofferta di contenuti didattici avulsi da un razionale percorso didattico. Si è parlato di dischi, concerti, manuali didattici, videoclip, del suo amico e collega Trevor Gordon Hall con cui condivide sensibilità e gusti, di chitarre concepite come ‘strumenti’ – appunto – necessari all’esercizio di un linguaggio artistico, quello della musica, e non come oggetti fine a sé stessi, pena la… fine dell’Arte. Princìpi in bilico tra Musica, Letteratura e Grafica – altra grande passione di Luca – sostenuti da un’idea, quell’idea che spesso suggerisce essa stessa il linguaggio artistico attraverso cui esprimersi. E Luca sa di non sapere se vorrà esprimersi in musica o con parole.

 Hai imparato i linguaggi della musica e della scrittura, come hai dichiarato in un’intervista dell’ottobre 2008 per il mensile Chitarre, attraverso i quali soddisfare il tuo profondo desiderio di condivisione, soprattutto emotiva. Anzi, hai detto che per te l’Arte è condivisione emotiva. Puoi riprendere questo argomento alla luce dei tuoi attuali traguardi?

«Quanto affermato in quell’intervista continua a essere il mio pensiero. Oggi più che mai. Credo fermamente che l’Arte sia la condivisione di un’emozione decodificata attraverso un linguaggio artistico e poi lanciata nello spazio intorno a noi, senza una direzione ben precisa, anche quando supponiamo di avere coordinate di lancio calcolate con cura, pronta a essere colta da chissà quali e quante persone. Non importa il numero della gente che questo processo coinvolge, è comunque un’evoluzione di per sé meravigliosa! Dopo tutti questi anni trascorsi dietro la sua scia luminosa, ho capito che l’Arte non va compresa ma vissuta e che in un modo o nell’altro, così come la vita, è generosa, poiché sa ripagare con grande gratificazione tutti gli sforzi necessari a viverla appieno. O prima o dopo.»

Un altro tuo vecchio ‘cavallo di battaglia’ era – o è ancora – quello di autodefinirti un cantastorie più che un chitarrista. Il tuo trattare la chitarra come ‘strumento’, come mezzo per raccontare, mi sembra che ti collochi nell’ambito di chi faccia ricerca con la chitarra, non sulla chitarra e di conseguenza la sua tecnica. È ancora così?

«Sì, certo. Ogni oggetto necessario all’esercizio di un linguaggio artistico – che sia una chitarra, uno scalpello, una matita, una penna, un computer, una cinepresa, una macchina fotografica – è semplicemente e magnificamente uno ‘strumento’. Quando uno di questi strumenti diventa il fine, e accade spesso, è la fine. E comunque non mi interessa. Qualsiasi siano le cose che so fare, che siano giudicate dal mondo ordinarie o straordinarie, rimangono unicamente un mezzo per esprimermi, nulla di più. Non credo si tratti di fare ricerca o meno, piuttosto credo nell’importanza di definire le cose, dare loro un nome e viverle per quello che sono veramente, altrimenti è davvero molto semplice cadere in un gioco di cui non mi sono mai curato, ovvero: fare a gara a chi è più bravo.»

Luca, aprirei una finestra sul tuo essere scrittore, utilizzatore di parole… quando non può o non sente di raccontare con le note il proprio mondo interiore. Che ti senti di dire in proposito?

«Mi è capitato più volte di dirlo: non sono io a scegliere il linguaggio artistico con cui sviluppo un’idea, ma l’idea stessa. Esistono diversi fattori che favoriscono questo processo, tuttavia quello che più frequentemente entra in gioco è la natura dell’idea, che il più delle volte fornisce con una certa precisione informazioni in merito alla tecnica esecutiva più efficace per trattarla. Accade infatti che un’emozione sia così forte e densa di storia che la musica non sarebbe sufficiente a raccontarla oppure, viceversa, che un’idea sia così esplosiva che le parole la renderebbero logorroica. È un discorso di sintesi. A ogni modo, dopo tanti anni di storie suonate e scritte, posso affermare che provo molta più gratificazione nel leggere le parole che ho scritto piuttosto che ascoltare le note che ho suonato.»

Luca, ci sono su YouTube delle tue videolezioni che si rifanno a tuoi manuali, come la trilogia A dita nude completata nel 2015. Qual è la tua concezione di insegnamento della chitarra? Hai anche avuto esperienze di insegnamento diretto con allievi?

«Il mio rapporto con la didattica inizialmente è stato travagliato. Ho cominciato a insegnare molto giovane, prima nel patronato del mio paese e poi ricevendo le persone a casa dei miei genitori, lì dove ancora vivevo, ma sono sempre stato combattuto nel farlo, perché temevo che insegnando musica ne avrei ridimensionato la poesia e intaccato in qualche modo l’aspetto spirituale, in cui credo molto. Che ingenuo! Pensa che, a causa di questa convinzione (o illusione), una volta pubblicati i miei primi due album non ho voluto neppure pubblicarne gli spartiti! Per non parlare dell’idea di scrivere dei manuali: non volevo proprio saperne! Poi, nel tempo, dopo tante esperienze e diversi confronti, ho capito non solo che non era affatto così, ma anche che insegnando avrei potuto celebrare con più forza la bellezza di questo linguaggio. Ho iniziato allora una lunga ricerca per dare il meglio di me, perché sono convinto che insegnare non voglia dire soltanto creare buoni contenuti didattici, contenuti di cui in effetti oggi il Web è saturo, ma più di ogni cosa conta dare un metodo. È questo il mio obiettivo: fornire un metodo di studio. Da quando ho maturato tali convinzioni non mi sono più fermato, insegnando a tantissime persone e scrivendo cinque manuali didattici a mio nome e tre in collaborazione con l’amico Daniele Bazzani. Adesso sto lavorando a un manuale per bambini dai sei ai dieci anni e a una nuova trilogia fingerstyle, che presto saranno pubblicati.»

Luca, vogliamo entrare nel vivo dell’attualità? Parliamo allora delle tue ultime due produzioni: l’EP With Closed Eyes and Open Hands ed Empathy (Live at San Giacomo – Spazio d’Arte) che abbiamo recensito sul numero di maggio di Chitarra Acustica. L’EP è un unico brano della durata di 14 minuti diviso in cinque momenti musicali, scritto e suonato con una chitarra baritona. Ci vuoi raccontare come si è svolto il processo compositivo e perché hai utilizzato la baritona?

«L’EP è nato dopo un momento di grande difficoltà personale, per superare il quale è stato necessario un intenso viaggio introspettivo, uno di quei viaggi cioè che fai a occhi chiusi, che ti mette a nudo e che, una volta terminato, ti cambia per sempre. Il lungo brano dell’EP rappresenta proprio questo viaggio, la cui profondità di intenti poteva essere espressa soltanto dal suono profondo di una baritona, e che nella forma cerca di sfuggire alla fretta e alla superficialità a cui questo tempo ci ha abituato, per cui bastano una manciata di secondi per conteggiare una visualizzazione ai contenuti digitali. Addirittura 3 secondi per Facebook. Oltre che essere assurdo e mortificante, trovo che questo criterio falsi e non poco l’attendibilità del consenso che i numeri attestano. Allora, in fase compositiva, ho puntato la direzione opposta e non mi sono voltato mai. L’obiettivo era fare durare il brano 15 minuti, ma sono arrivato ‘soltanto’ a 14.»

La tua esecuzione dal vivo, immortalata nel video fruibile dal tuo sito [lucafrancioso.com], è molto intensa, partecipata, grazie alla tua interpretazione, alla tua tecnica (non sfoggiata ma solida) e ai suoni molto curati. Puoi approfondire questi aspetti? È stata registrata in tempo reale? Com’è avvenuta la ripresa del suono?

«Io distinguo ‘video’ da ‘videoclip’. Per ‘video’ intendo un video in cui suono realmente, che generalmente registro nel mio studio, e la cui registrazione è finalizzata alla realizzazione di un video e non di un album. Per ‘videoclip’ invece intendo un video in cui suono in playback poiché viene girato in una location diversa dal mio studio (e a volte più di una) con l’utilizzo di più riprese poi montate sull’audio del master originale. Quello dell’esecuzione dell’intero EP è un videoclip. Ho suonato l’intero progetto una ventina di volte consecutive sopra la base per avere il materiale necessario al montaggio: è stato davvero estenuante, ma bellissimo!»

Ci vuoi parlare della produzione di Massimo Varini?

«Max è una bellissima persona e un artista straordinario. Con lui c’è un rapporto di amicizia e di stima reciproca. La nostra collaborazione va oltre i due dischi che mi ha prodotto, ovvero Bausatz

e With Closed Eyes and Open Hands, poiché da dicembre dell’anno scorso abbiamo iniziato a lavorare su due progetti che esulano dal mondo musicale in senso stretto: ho curato infatti la revisione, l’editing e l’impaginazione del suo recente libro Come la pastura per il pescatore e il vento per l’aquilone, per cui ho scritto anche la prefazione, e attualmente sto curando la grafica del suo Laboratorio Musicale. Inoltre sono un felice endorser di Eko Guitars, brand per il quale Max è project leader. Insieme lavoriamo bene e non escludo che la collaborazione possa continuare anche in futuro. Ne sarei naturalmente felice.»

Hai utilizzato una chitarra baritona della Eko. È una chitarra che già conoscevi o l’hai scoperta proprio per questo progetto?

«Era da tempo che desideravo possedere una baritona. Sapevo che una volta abbracciata sarebbero nate melodie e progetti con una certa facilità, considerato il fascino di questo strumento. Appena ho saputo che il catalogo di Eko Guitars ne prevedeva una ho chiesto di poterla provare, e il giorno che è accaduto ho subito scritto un brano, sul letto dell’hotel poco distante dal quartier generale Eko. Ero certo che sarebbe stato amore a prima vista e così è stato. Poi, pochi mesi dopo, ho iniziato a comporre i brani di With Closed Eyes and Open Hands

Bene, Luca. Passiamo ora a Empathy, il tuo secondo progetto uscito a dicembre del 2019 a ridosso del primo, che è stato pubblicato a novembre dello stesso anno. È l’album del live che tu e Trevor Gordon Hall avete registrato il 24 settembre 2019 in una piccola chiesetta in provincia di Padova, una chiesetta sconsacrata che adesso è uno studio di registrazione. Ce ne vuoi parlare, cominciando magari dall’antefatto che ha portato all’incontro con Trevor?

«Conosco Trevor dal 2014, quando sono andato per la prima volta in America in occasione del NAMM. La prima notte che ho trascorso ad Anaheim abbiamo condiviso la camera in hotel da perfetti sconosciuti e già il giorno dopo parlavamo come se ci conoscessimo da tempo, nonostante il mio pessimo inglese. C’è stata subito una forte empatia e quell’empatia l’abbiamo messa in gioco ogni volta che abbiamo suonato insieme. Abbiamo fatto diversi concerti qui in Italia e non appena si è presentata l’occasione di suonare in una splendida location come quella della chiesa sconsacrata di San Giacomo ad Albignasego, luogo in cui avevo già registrato il mio singolo “Dodici sieri”, ho pensato che sarebbe stato bellissimo fare un disco e un video del live. Cristiano Zatta e Michele Zangrossi, i proprietari dello studio di registrazione San Giacomo – Spazio d’Arte, costruito proprio dentro questa affascinante chiesetta carica di storia, hanno accolto l’idea con grande entusiasmo. È stata davvero una bellissima esperienza.»

Trevor Gordon Hall è un chitarrista acustico molto diverso da te, con questo suono riverberato, con queste cascate impetuose di note, con queste sue composizioni dalla sintassi musicale molto ricca. Eppure la chimica fra voi due funziona. A cosa lo dovete, secondo te?

«Forse musicalmente esprimiamo il nostro linguaggio in modi differenti, ma Trevor ed io siamo persone molto simili, così come sono simili la nostra sensibilità e il nostro gusto. Per il concerto a San Giacomo, oltre al brano che abbiamo scritto insieme, ovvero “My Favorite Mistakes”, tratto dal mio album Towards the Other, desideravo suonare anche qualcos’altro con lui. Così gliene ho parlato, confidandogli quanto mi annoino le jam improvvisate alla fine di un concerto condiviso, in cui i due artisti improvvisano e si suonano addosso senza avere la minima idea della direzione da prendere e di quanto durerà il lunghissimo solo di entrambi; e Trevor mi ha confessato di pensarla allo stesso modo. È così che è nato il brano “Time for Empathy”, da questa medesima intenzione: non è una jam alla fine di un concerto, ma un momento creativo condiviso con l’unico scopo di raccontare una storia non ancora scritta. È stato davvero un momento ricco di emozione.»

Un’altra finestra che mi piacerebbe aprire con te è quella che affaccia sull’idea del bello, sulla sua ricerca e – perché no – su una tua abilità professionale che ha a che fare con questo: quella della grafica. Cosa hai da dire in proposito?

«Ho sempre lavorato con la grafica, sia per le mie produzioni sia per altri artisti. Aver frequentato il liceo artistico e aver condiviso moltissimo tempo con il mio fraterno amico Lorenzo Castelli, un vero genio dei computer e un grande talento, sia musicale sia grafico, mi ha aiutato e non poco a sviluppare le competenze necessarie: è una passione che non ho mai trascurato e che viaggia parallelamente all’amore per la musica e per la scrittura.»

Luca, abbiamo parlato di passato, presente… Il tuo mondo emotivo e creativo cosa ti suggerisce e dove ti porterà in un prossimo futuro?

«Oggi più che mai il futuro è nebuloso. Non so che dire al riguardo. So soltanto che finché potrò continuerò a fare ciò che amo e a farlo con tutto me stesso.»

Gabriele Longo

 

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