L’intervista a Trevor Gordon Hall

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L’INTERVISTA A TREVOR GORDON HALL

L’intervista che segue a Trevor Gordon Hall, il chitarrista di Philadelphia considerato tra i trenta migliori chitarristi al mondo sotto i trent’anni dalla rivista Acoustic Guitar, ci racconta di un innovatore della chitarra, un ricercatore di nuove sonorità che ha saputo raggiungere, tra l’altro, con l’ideazione della Kalimbatar. È con questo strumento – che unisce la sei corde con la kalimba, il tradizionale lamellofono a pizzico o ‘piano da pollice’ africano – che Trevor ha arricchito i colori del suo chitarrismo già di per sé molto espressivo. Per lui, come anche per Luca Francioso con cui ha collaborato più volte, il centro intorno a cui far ruotare la propria musica è la canzone, l’idea compositiva e non il solismo esasperato per mostrare la perizia tecnica sullo strumento. La sensibilità, la condivisione con i musicisti è sempre al centro della propria arte, anche quando si tratta di trasmettere il proprio sapere nella didattica, altra grande passione di Gordon Hall. La nostra chiacchierata si è poi concentrata sulla recente esperienza dal vivo condivisa con Luca Francioso e concretizzatasi nel disco Empathy (Live at San Giacomo – Spazio d’Arte) per la quale il chitarrista americano ha manifestato piena soddisfazione.

Ciao Trevor, grazie di aver accettato quest’intervista per il nostro mensile Chitarra Acustica, che tu già conosci avendoci incontrato nel 2015 in occasione di un tuo concerto a L’Archivio 14 di Roma.

«Sì, lo ricordo, grazie per le gentili parole di allora [v. Chitarra Acustica, gennaio 2015] e per avermi invitato nuovamente!»

Per cominciare, vorrei concentrarmi sul disco Empathy (Live at San Giacomo – Spazio d’Arte, che hai condiviso con Luca Francioso. Ci vuoi raccontare come vi siete conosciuti tu e Luca, e come siete arrivati alla decisione di registrare questo disco?

«Questo è un disco davvero speciale, che conserverò per molti anni. Ho incontrato per la prima volta Luca Francioso a Los Angeles in California, molti anni fa in occasione del NAMM Show. Diventammo subito amici e mi disse che se avessi mai fatto un tour in Italia avremmo potuto esibirci insieme. Amo il senso della composizione e della melodia di Luca e non vedevo l’ora di suonare con lui. Sono stato in Italia diverse volte e ho sempre cercato di organizzare un incontro amichevole con Luca e un concerto. Una di queste volte è stata quando Luca mi ha proposto di fare una sorta di concerto intimo ‘in studio’ a San Giacomo, e ho pensato che la cosa potesse funzionare alla grande! Avevamo già tenuto molti concerti insieme e sapevo che sarebbe stata una serata speciale. Tutto è partito dall’idea di avere un pubblico raccolto in studio, registrare l’intera serata in audio e video ed eventualmente pubblicare la registrazione in un album. Ricordo che ero nervoso, perché in situazioni normali di registrazione puoi prenderti il tuo tempo per mettere a posto tutti i pezzi e le parti, ma in questo caso c’era solo da suonare e sperare nel miglior risultato possibile! Comunque alla fine la sala, il pubblico, il fonico Cristiano Zatta, lo staff dello Spazio d’Arte, la storia dell’edificio e soprattutto la straordinaria capacità di Luca di rasserenare l’uditorio con la sua musica e intrattenerlo con battute simpatiche, tutto ha contribuito alla riuscita di una serata meravigliosa con tanti momenti speciali!»

Quali sono i punti di forza dei vostri stili chitarristici su cui avete puntato per esprimere al meglio i due brani che avete suonato insieme?

«Quello che penso possa rendere così facile e così divertente suonare con Luca è che entrambi siamo innamorati delle ‘canzoni’, e non di fare assoli l’uno sopra l’altro. Si tratta di creare una sorta di danza sacra attorno allo spazio centrale di un brano, che entrambi cerchiamo di sostenere senza che nessuno prenda il sopravvento. Ciò aiuta a mettere da parte l’ego e a concentrarsi sulla musica e su come servirla al meglio, invece di improvvisare su una data tonalità snocciolando riff infuocati! Luca è un musicista molto sensibile, mi ispira fiducia e sento che la mia amicizia con lui si riflette nel modo in cui suoniamo insieme.»

In particolare, nel brano “My Favorite Mistakes”, avete suonato percuotendo le corde delle chitarre con uno speciale martelletto. Ci vuoi parlare di questo modo originale di suonare?

«Ah, sì! Quello strumento si chiama The Engle Guitar Hammer ed è costruito da un nostro amico comune di nome Mark Engler. È stato proprio attraverso Mark che ho incontrato Luca per la prima volta al NAMM, come ti dicevo, e in seguito abbiamo scritto insieme e registrato una versione in studio di “My Favorite Mistakes”, che è apparsa su un album precedente di Luca [Towards the Other]. Ma l’idea di realizzarne una versione dal vivo ci è piaciuta, così abbiamo fatto del nostro meglio per essere all’altezza della nostra registrazione originale! L’Engle è fatto di un materiale che rimbalza sulle corde, un po’ come se si suonasse un hammer dulcimer. Ciò apre a nuove sonorità e modi di suonare, e nessuno è più bravo di Luca in questo. Lui ha dedicato un intero album [Imagining From a Different Angle] all’uso dell’Engle! Per cui ero emozionato ma entusiasta di eseguire quel brano con lui dal vivo.»

Trevor, ci vuoi parlare dei tuoi due brani del concerto, “The Meeting at the Window” e “Kalimbatar”? In particolare dell’uso degli effetti e delle tue tecniche esecutive veramente stupefacenti.

«Sei molto gentile, grazie! Inizialmente io ero molto contrario all’uso degli effetti, perché pensavo che suonare la chitarra pulita fosse qualcosa di più ‘puro’: può essere molto facile infatti ricorrere agli effetti per coprire le lacune del proprio modo di suonare. Ma alla fine sono arrivato ad apprezzare gli effetti se visti come strumento per la composizione: il feeling che certi riverberi trasmettono può davvero migliorare il mio modo di suonare certe note e accordi. Gli effetti possono essere parte dell’insieme e non una forma di ‘soccorso’. Io sono innamorato del suono in ogni sua veste e, anche se suono principalmente la chitarra acustica, volevo trovare dei modi per incorporare nel mio spettacolo dal vivo alcune delle tonalità ‘oniriche’ che amo. Se c’è un modo per unire imponenti tessiture elettroniche al tocco umano di una chitarra acustica, io cerco sempre di trovare quel tipo di equilibrio. La Kalimbatar è stata un esperimento all’interno di questa ricerca di nuovi suoni e ne ho progettate molte versioni differenti. L’ultima è stata un progetto congiunto con il maestro liutaio canadese Sheldon Schwartz di Toronto (www.schwartzguitars.com). Unire tutti questi aspetti insieme è una sfida, ma anche una bella gratificazione quando tutto funziona!»

Arrivato a questo punto dell’evoluzione della Kalimbatar, puoi fare un flashback e iniziare dall’idea originaria?

«Inizialmente avevo acquistato una kalimba da suonare con un microfono nel corso dei live looping, ma ho scoperto che era più facile applicarla semplicemente alla mia chitarra, in modo che fosse più facile raggiungerla. Però, una volta saldata sul piano armonico, era l’intera chitarra a risuonare con i suoni della kalimba, così ho iniziato a progettare varie versioni per catturare al meglio la gamma di note e le tonalità che avevo in mente di ottenere. Adoro il suono dei carillon a vento, dei campanelli, del vibrafono, del piano Fender Rhodes, quel suono dolce e profondo, e ho cercato di catturarlo al meglio nella mia Kalimbatar più recente, realizzata da Schwartz nel 2014. Ma ci sono già molte idee per il futuro: sono molto contento del modello attuale, ma vedo immagino sicuramente nuovi modi per migliorare il design e il suono. C’è sempre molto lavoro da fare e nessuno meglio di Sheldon può risolvere questi problemi.»

Trevor, ci puoi parlare del tuo rapporto con la didattica in tutte le sue forme – manuali, videolezioni, clinics – e della tua esperienza di insegnante?

«Ho insegnato chitarra a intermittenza per molti anni e ho capito quanto il mio rapporto con la chitarra sia interconnesso con l’insegnamento. Ho avuto dei grandi maestri nella mia vita e ho imparato ad amare i momenti in cui improvvisamente un concetto molto importante acquista un senso. Compongo con questa idea nella mia mente, ma insegno anche con questo in mente. Insegno ancora su Skype e anche tramite una società con sede negli Stati Uniti, chiamata JamPlay. A volte do lezioni individuali, a volte tengo corsi settimanali di chitarra in live streaming e talvolta corsi full immersion che prevedono più angolazioni della telecamera per mostrare al meglio cosa e come sto suonando. Pensavo di insegnare più regolarmente solo quando non fossi stato in tour, ma poi mi sono reso conto di quanto l’insegnamento mi mancasse. Poi, con l’attuale pandemia e nessun tour possibile, ho riscoperto la didattica. C’è una citazione attribuita ad Einstein, non so se l’abbia effettivamente detta, ma penso che sia molto vera e recita più o meno così: «Se non lo saispiegare in modo semplice e chiaro, forse non l’hai capito neanche tu». L’insegnamento mi costringe a ri-studiare per capire quanto io abbia afferrato bene le cose, e questo fa sempre bene alla crescita!»

Tornando a Empathy, che effetto ha prodotto in te un posto così mistico come la chiesetta sconsacrata in cui si è svolto il concerto? Pensi che abbia influito sulla tua performance?

«Assolutamente sì! Amo la storia e l’enorme meraviglia che provo nella mente e nel cuore mentre cammino in una bellissima struttura antica come lo Spazio d’Arte. Traggo molta ispirazione da ciò che mi circonda, ovunque mi trovi. Ho avuto il privilegio di suonare in alcune bellissime cattedrali in giro per l’Europa negli ultimi anni, e sentire le note che ho composto turbinare attorno a quei muri e soffitti costruiti secoli fa mi dà sempre i brividi. Gran parte dei miei riverberi ed effetti di ritardo li uso proprio per provare a imitare alcuni di questi spazi enormi e antichi. Dal momento in cui sono entrato nello Spazio d’Arte, ho sentito qualcosa di speciale. Ci sono centinaia di anni di trame sonore sepolte in quelle pareti ed è stato un vero onore suonare in quello spazio per la registrazione di questo progetto. Non do mai per scontate esperienze del genere. Quell’edificio è pura magia!»

Luca ci sembra un chitarrista acustico molto diverso da te, con il suo suono asciutto, la sua cifra compositiva lineare, la sua ricerca minimalista. Eppure la chimica fra voi due funziona. A cosa dovete questo, secondo te?

«Luca ha un legame profondo con ogni nota che suona, e io cerco lo stesso rapporto con i suoni che compongo ed eseguo. Le nostre ‘canzoni’ possono avere approcci diversi, ma entrambi siamo innamorati di melodie memorabili, caldi accordi e composizioni con slancio ritmico ed emotivo. Queste canzoni esprimono un intenzione e non sono concentrate solo sulla tecnica. Penso che questi elementi ci rendano facile suonare insieme. Questo e quanto ho detto prima circa il modo di approcciare una canzone vale quando si suona da soli, in duo, in trio e in qualsiasi contesto. Cerco di riempire lo spazio con le note che vorremmo ascoltare, e non semplicemente con tutte le opzioni possibili nei nostri ‘magazzini’ di tecnica chitarristica.»

Una domanda sulla spaventosa crisi che ha subìto il mondo dello spettacolo e della musica dal vivo a causa della pandemia da Coronavirus. Qual è stata e qual è oggi la situazione per quanto ti riguarda?

«Sto facendo un po’ di live streaming e insegno, ma spero di tornare in tour quando tutto sarà tornato sicuro. Questo è stato un periodo terribile a tutti i livelli: le tragedie umane, l’azione o l’inazione governativa, la finanza, l’economia, tutto ciò che questo pianeta ha attraversato nel 2020 è catastrofico. Ho conosciuto molte persone che hanno contratto il virus: alcune si sono completamente riprese, altre sono morte. È difficile comprendere appieno il vero peso della situazione, perché stiamo tutti cercando di elaborare un nuovo stile di vita giorno per giorno. Ho un gran peso nel cuore per tutta l’umanità, ma in particolare per quelli di noi che sono impegnati nelle arti. È già un percorso difficile di per sé, ma un elemento di speranza sta nel fatto che tutti stanno attraversando questi tempi difficili nello stesso momento. Non sono sicuro di come sarà la musica dal vivo dopo l’era del COVID-19, se il live streaming potrà effettivamente diventare un’opportunità di guadagno per gli artisti, se i locali riusciranno a rimanere aperti, o se ci sarà mai un ritorno a come stavano le cose prima. Non lo sappiamo, ma tutto questo mi ha in qualche modo ricalibrato in primo luogo sul perché faccio quello che faccio. Cos’è che amo veramente della musica? Perché dedicargli una vita? Ne vale umanamente la pena, anche se dal punto di vista economico sembra quasi impossibile in questo momento? Queste sono domande su cui sento di aver acquisito molta più chiarezza e penso che abbiano approfondito il mio impegno nei confronti della musica.»

Bene Trevor, abbiamo parlato di passato, di presente… Quali sono le tue aspettative artistiche e i tuoi progetti per il prossimo futuro?

«Ho un progetto in duo con un artista londinese di nome 1403, che ci impegna nella realizzazione di una serie di album intitolata Infinite Jigsaw. Inoltre sto componendo musica per The Outlaw Ocean Music Project, un progetto curato da Ian Urbina, giornalista del New York Times e scrittore, volto a sensibilizzare intorno alle atrocità che si commettono nelle acque del mondo. E poi mi sto dedicando al mio disco acustico da solista: è da un po’ che non pubblico un mio progetto acustico ed è questo ora il mio obiettivo principale. Questo disco non prevede né la kalimba né le percussioni sulla chitarra: Il mio fine è stato la melodia e l’armonia, attraverso l’uso di sei chitarre diverse: c’è la mia chitarra principale, che è una Schwartz, quindi una chitarra soprano Haney, una baritona, una chitarra con corde di nylon, un’elettrica e un meraviglioso strumento a 10 corde proveniente dal Portogallo e chiamato viola amarantina. La mia speranza era di far uscire il disco quest’anno, ma a causa della pandemia sto modificando la mia tabella di marcia. Spero di farlo uscire presto, perché sono troppo eccitato per tenerlo nel cassetto. Non vedo l’ora di condividerlo!»

Ti auguriamo di pubblicarlo quanto prima e ti ringraziamo per la tua affettuosa disponibilità!

Gabriele Longo

 

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