L’avventura italiana del pupillo di Croz – Intervista a Marcus Eaton

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Marcus Eaton

(di Gabriele Longo / foto di Francesco Lucarelli) – «Marcus è un compositore brillante. Brillante nelle musiche. Brillante nei testi. E suona la chitarra come Dio in una giornata di grazia». E se lo afferma David Crosby, che di musica e musicisti ne ha visti passare a fiumi nella sua lunghissima carriera, c’è da fidarsi.
Con sette CD alle spalle (tre con The Lobby, uno con il Marcus Eaton Trio e tre come solista) Marcus Eaton esce adesso con Versions of the Truth, un disco che dimostra un notevole scatto in avanti nel suo cammino di musicista, compositore e chitarrista. E l’etichetta italiana indipendente Route 61 Music, con il giusto intuito, ha pubblicato in anteprima mondiale questo nuovo lavoro del chitarrista dell’Idaho, in forte anticipo rispetto all’uscita negli States, suggellando così quel forte legame che unisce Marcus all’Italia.

Marcus EatonE sì, perché questa liason con l’Italia traspare dai testi di alcune tracce del’album: in “I Will Be Your Shade”, il primo dei brani in cui compare Crosby alle armonie vocali, dove il punto di osservazione è quello di una statua italiana («Sono qui da sempre / I miei occhi hanno visto tutto / Castelli conquistati e ogni piccola guerra”); in “Picture of Us” (sempre Crosby ‘dietro’ a Eaton, e con lui suo figlio James Raymond alle tastiere) dove l’amore è ispirato dalla Galleria degli Uffizi a Firenze («Agganciato al muro, dinanzi a me, il ritratto di una scena in cui il Re mostra tutta la sua devozione per la sua Regina / Allo stesso modo i tuoi occhi hanno incontrato i miei / Quella è la foto di noi due»); e ancora nella canzone che avvia l’album, quella “Up and Over” dal ritornello funkeggiante in cui l’inconfondibile voce di Croz mette il turbo al brano.

Per parlare di questa avventura italiana, abbiamo incontrato Marcus in occasione della presentazione ufficiale del nuovo disco, avvenuta l’11 ottobre al Big Mama di Roma, nella serata organizzata per festeggiare i primi cinque anni di attività della Route 61 Music.

Ciao Marcus, grazie della tua disponibilità, vorremmo sapere come sono nate le tue ultime canzoni e come si è svolto il lavoro di registrazione dell’album Versions of the Truth.
La prima parte del lavoro è iniziata un paio di anni fa, mentre cercavo di capire come finanziare i costi della sala di registrazione. Per mia fortuna ho un numero di fan abbastanza consistente, così ho provato ad avviare una procedura di Kickstarter, quel modello di finanziamento che ti permette di supportare un progetto in cambio di una ricompensa materiale o di un’esperienza. Ecco, ho pensato di finanziarmi le spese di realizzazione del disco attraverso il contributo in denaro dei miei fan. Ovviamente, a fronte di questo aiuto, avrei offerto a ciascuno di loro varie ricompense, che vanno da un CD autografato al testo di una mia canzone scritto di mio pugno o ancora, nel caso di un contributo consistente, ad un mio concerto privato. Avevo le idee molto chiare su come avrei realizzato il progetto, dal momento che c’era già stata un’esperienza, in precedenza, che mi aveva permesso di testare una ‘squadra’ che funzionava; che poi è il tandem formato da me e dal mio amico Kitch Membery. In quell’occasione, Kitch era stato l’ingegnere del suono per una mia cover di un brano di David Crosby, “Bittersweet”, che avevo realizzato per Music Is Love, la raccolta pubblicata sempre dalla Route 61, in cui molti artisti rendevano omaggio alle canzoni di CSN&Y. La squadra aveva funzionato egregiamente e non l’avrei certo cambiata per il mio nuovo progetto!
Ho così pensato di realizzare le registrazioni iniziali a casa mia, insieme a Kitch, con un’idea precisa riguardo al tipo di strumentazione di cui avrei avuto bisogno e che ho comprato grazie ai fondi raccolti col Kickstarter. Infine, era chiaro che doveva esserci David Crosby! Dal momento che erano trascorsi ben cinque anni dal mio disco precedente [As If You Had Wings, 2010], appena sono entrato in possesso di tutta la strumentazione necessaria, ho subito infilato i vari jack, acceso i microfoni e via: ho iniziato a registrare con grande energia, anche perché il materiale era veramente tanto. Avevo una lista di trenta canzoni, che era il risultato di una prima selezione di un numero maggiore. Di quelle trenta ho iniziato a valutare quali brani potessero rientrare meglio nel progetto che avevo in mente, per poi arrivare ai tredici pezzi presenti sul CD. In tutto ciò c’era un piccolo problema. Di questi tredici brani, in realtà undici erano le canzoni vere e proprie, mentre gli altri due erano dei preludi strumentali ad altrettante canzoni; per cui mi preoccupava l’uso digitale del mio progetto discografico, che in quanto CD ha un suo senso nella sua interezza, mentre il relativo download prevede tracce separate, con l’eventualità che i miei preludi rimanessero separati dal loro contesto. Comunque alla fine ho scelto di correre il rischio. Alcune di queste canzoni erano nuove, mentre altre le ho recuperate da quelle del passato, come “The Sting” e “Calm Beneath”. Alcune che erano troppo simili tra di loro le ho dovute eliminare, come “Smile”, che pure mi piaceva molto, rispetto a “Reverie”.

Marcus EatonA questo punto arriviamo all’inizio vero e proprio delle registrazioni.
Il processo è stato molto semplice: chitarra e voce, base di partenza per tutti i brani. Ovviamente utilizzando un click in cuffia per le successive sovraincisioni. Subito dopo abbiamo utilizzato un microfono tedesco Urton di grandissima qualità, che ci hanno prestato degli amici e che ci è stato molto utile per registrare al meglio le voci. Successivamente, con Erik Eldenius, abbiamo cominciato a fare le prime tracce di batteria a casa; ma benché non fossero affatto male, ci siamo resi sconto che per avere una batteria che suonasse veramente da disco – e che si potesse manipolare in fase di missaggio per fare, non so, un panning, dare ampiezza, ricchezza e profondità allo spettro sonoro – era necessario andare in uno studio di registrazione. Abbiamo così scelto gli studi Jungle Room di Glendale in California, e lì abbiamo realizzato tutte le tracce di batteria. Poi Jon Evans, che ha suonato tra gli altri con Tori Amos, ha registrato alcune parti di basso a casa sua e me le ha inviate per inserirle nel disco. Alcune altre, su “I Will Be Your Shade”, “Barbie” e “Picture of Us”, le ha realizzate il mitico Leland Sklar, bassista di enorme esperienza presente nei dischi di James Taylor, Jackson Browne e tantissimi altri artisti. La cosa importante da dire è che il mio modo di scrivere e di suonare è molto ricco, le mie partiture sono dense, piene di accordi, quasi da pianoforte, per cui il compito del bassista non è semplice: deve saper entrare negli spazi giusti, e quando è arrivato Leland è stato il massimo!
Dopo queste tracce principali di chitarra, batteria e basso, la registrazione si stava incanalando in un percorso abbastanza naturale, che si avviava al completamento. Nel frattempo continuavo a scrivere, e un giorno mi esce questa canzone che si chiama “Up and Over”: la faccio sentire a David Crosby, suonandogliela con la chitarra, e a lui è piaciuta così tanto che mi ha detto: «Devi inserirla nel tuo album e io verrò a cantarci sopra». E infatti è andata proprio così! Poi c’è stato il ruolo importantissimo di James Raymond, il pianista figlio naturale di David, che ha dato un grande apporto con dei loop, conferendo al pezzo un bel respiro sonoro. Insomma, tutti gli apporti creativi a questo disco si sono sviluppati in un clima molto spontaneo, grazie alla grande familiarità che si è instaurata tra tutti questi musicisti che gravitano intorno a Crosby.

Qual è stato secondo te il criterio di Crosby nello scegliere i brani da cantare?
Beh, il tutto è avvenuto in modo informale. Personalmente non gli ho mai chiesto di cantare in questo o quel pezzo, ma semplicemente – durante lo svolgersi delle registrazioni o durante la fase finale della realizzazione del disco – lui veniva in studio e in veste di ‘ascoltatore’, non di produttore, mi dava dei suggerimenti tipo ‘qui puoi fare così’, ‘là puoi togliere questo’, ‘qua ho già una parte per la mia voce’. Questa cosa era già avvenuta durante il tour che ho fatto con lui e la sua band, per promuovere il disco Croz uscito nel 2014. In quel periodo avevamo avuto degli scambi di opinioni sulla qualità delle canzoni e su come e dove armonizzare le nostre voci. Per cui questo approccio si è ripetuto naturalmente anche per il mio disco.

Marcus EatonQuali chitarre hai suonato nel disco?
Ne ho suonate molte: principalmente la McAlister acustica modello C, che mi ha regalato David per aver partecipato alle registrazioni del suo disco Croz; poi un’altra McAlister, elettrica, una Fender Stratocaster, una mia vecchia Martin acustica e un’altra Martin identica, in palissandro dell’Amazzonia, di proprietà di Crosby. Infine ho suonato una chitarra classica con corde di nylon che ho avuto in regalo da un liutaio italiano, Stefano Baccarini, che ho conosciuto a Sarzana.
Parlando invece di archi, non posso non citare il violino e la violinista che ha suonato sul mio disco, Ann Marie Calhoun (tra gli altri, ha suonato per Ringo Starr e i Rolling Stones). L’album era praticamente finito, Kitch diceva che ormai il suo lavoro era giunto al capolinea, ma io sentivo che mancava ancora qualcosa… Sì, la sonorità di un violino! E ho trovato la splendida Ann Marie che ha dato il suo tocco prezioso. Abbiamo pensato di utilizzarla in “Picture of Us” come una sezione d’archi, registrando la sua parte per tre volte, così da ottenere quell’effetto orchestrale che volevo raggiungere; e così ho potuto chiudere il cerchio rispetto ad alcune belle parti di violoncello già registrate dalla mia amica Giovanna Famulari, che con l’inserimento del violino hanno trovato il giusto incastro.

Grazie Marcus, in bocca al lupo!

Gabriele Longo

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