John Renbourn – L’ultimo tour

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Foto di Riccardo Bostiancich

(di Reno Brandoni / foto di Riccardo Bostiancich) – Un sogno realizzato diventa spesso un desiderio dimenticato. Così l’importanza di quell’incontro, dell’amicizia, della condivisione di momenti fondamentali della nostra vita viene accantonata, bruciata dal quotidiano tentativo di camminare, correre, scappare, raggiungere mete e obiettivi impossibili, talvolta inutili. È solo quando ti giunge la notizia che l’amico è mancato che ti fermi a considerare tutto questo. Ti accorgi di quello che hai perduto e di quante cose hai accantonato, sperando che prima o poi le avresti fatte o dette.

John Renbourn
Foto di Riccardo Bostiancich

John ultimamente aveva ripreso a chiamarmi e scrivermi, cogliendo ogni occasione – che poi immancabilmente svaniva – per incontrarmi. L’ultimo suo viaggio in Grecia avrebbe dovuto prevedere una sosta di un paio di giorni a casa mia a Bologna: tutto organizzato per fare qualche video e un house concert. Poi, il silenzio e soltanto un’email un paio di settimane dopo, nella quale si scusava per aver dimenticato. Un concerto a settembre al festival Madame Guitar di Tricesimo ci avrebbe visto di nuovo insieme sul palco, perché il buon Marco Miconi, che conosceva l’amicizia che ci legava, non perdeva occasione per farci ritrovare insieme a ricordare i bei tempi passati. Quella serata si trasformerà in un concerto alla memoria e la gioia sarà sostituita dalla tristezza del ricordo.
Le amicizie che si sviluppano da ‘giovani’ sono quelle più sincere. Avevo appena diciott’anni quando vivevo sotto le ali di John e Stefan: loro mi hanno aiutato nella mia carriera e fatto crescere musicalmente. John aveva una riservatezza, quasi una timidezza, simile alla mia. Fece fatica a mandarmi il suol ultimo CD, Palermo Snow. Il suo biglietto diceva che aveva tenuto nel cassetto “Bella terra” per tanto tempo, ed era un brano che aveva composto ricordando i nostri tour e gli approdi nella mia Sicilia.
La prima volta che lo vidi fu stranamente a Bologna, che poi sarebbe diventata la mia città. Sapevo che era in tour con Stefan Grossman e Duck Baker e volevo ascoltarli. Messina-Bologna andata e ritorno in macchina per sentire un concerto, all’epoca non sembrava una follia. Era il 1978 e la musica per chitarra acustica stava per raggiungere il suo apice di popolarità. Ricordo poco del concerto, se non una gran folla e il mio sogno di poter essere un giorno sul palco insieme a loro. Provai a entrare nei camerini dopo lo spettacolo e riuscii solo a stringere la mano a Stefan, al quale dissi subito che erano un paio d’anni che cercavo di mettermi in contatto con lui per prendere qualche lezione. Mi annunciò che da lì a poco si sarebbe trasferito a Grottaferrata e sarebbe stato possibile riuscire a incontrarlo. Così fu e per la mia perseveranza e strani giochi del destino, esattamente un anno dopo, ero sul palco con loro al posto di Duck Baker.

Foto di Riccardo Bostiancich
Foto di Riccardo Bostiancich

I tour erano lunghi, ma per un ragazzo della mia età non esisteva fatica: in macchina per dieci, dodicimila chilometri al mese, a discutere con i miei nuovi amici, ascoltare musica, parlare di problemi personali – in tour si diventa una grande famiglia – e pochi, rari, profondi momenti di solitudine. Ricordo che, quando arrivavamo in albergo stanchi dal viaggio, io e Stefan andavamo a riposare mentre John iniziava i suoi esercizi sulla chitarra. Pagine e pagine di musica classica che ripeteva di continuo. Non si fermava mai, voleva insegnare in Conservatorio e doveva imparare quella disciplina. Io mi stupivo: forse in quel momento era uno dei più grandi del mondo, eppure era sempre a studiare per migliorare la sua arte, il suo tocco, la sua tecnica.
Ci fu un momento in cui, per motivi familiari di Stefan, dovemmo dividere gli equipaggi: io restai solo con John per una ventina di giorni, che usai per cercare di rapire i suoi segreti: le unghie realizzate con le palline da ping pong e la sua voglia di scrivere testi ‘ispirati’. Dovrei avere ancora uno spartito con un mio brano strumentale a cui John aveva aggiunto le parole. Qualche volta, raramente, eravamo sobri. Per fortuna ancora non esisteva l’etilometro, perché forse proprio nell’alcol perdevamo le nostre inibizioni e, anche a una lingua di distanza, comunicavamo facilmente con sguardi e note.
In tour con Dave Van Ronk, inventò lui il termine ‘Van Ronkenstein’, prendendo in giro il buon Dave e la sua mania di dichiararsi una ‘leggenda’. Fu indimenticabile la serata in cui suonammo al Meeting della Gioventù a Rimini. Il presentatore, che non conosceva l’inglese, mi chiese di aiutarlo per fare a John l’intervista in diretta TV. Si prepararono le domande: alla prima John rispose brevemente con poche parole, alla seconda invece approfondì il tema parlando più a lungo. Tradussi al ‘noto’ presentatore le risposte di John e lui se le appuntò, pronto per tradurre l’intervista in diretta. Non so se John avesse capito che le domande erano preparate e che il conduttore non conosceva l’inglese; fatto sta che durante la diretta gli venne riproposta l’intervista e lui rispose esattamente al contrario, per cui il lungo discorso fu fatto all’inizio e il presentatore lo tradusse con poche parole, mentre alla seconda domanda rispose sibillinamente con un semplice «Yes, of course», ma la traduzione fu invece lunga e dettagliata.
Un’altra volta, avevamo appena suonato al Folkstudio di Roma e decidemmo di andare a mangiare una pizza. Il ristorante era pieno di persone e John mi raccontò di una volta che, insieme a Davey Graham, erano per la prima volta entrati in una pizzeria. Davey non aveva mai mangiato la pizza e si trovò in difficoltà con la mozzarella filante: aveva il boccone in bocca e non sapeva come tagliarla, allora si alzò, ma la distanza ancora non era sufficiente per spezzare il ‘filo’ della mozzarella, così salì con i piedi sul tavolo! Nel racconto John era così preso, che senza accorgersene – mah!? – lui stesso era salito con i piedi sulla sedia e stava per salire sul tavolo, in mezzo al silenzio e allo sguardo di tutti… Giocava col suo humor inglese su ogni cosa.
I tour erano lunghi e in tre in una macchina si stava stretti con chitarre e bagagli. Allora facevamo la gara a chi partiva per il tour con il bagaglio più piccolo. Vinse John che si presentò con uno zainetto: un solo paio di calze, di mutande e una camicia, che doveva lavare ogni sera per averli pronti la mattina dopo. Fu un tour allucinante, con la biancheria umida appesa in macchina.
Perché vi racconto questo? Lo faccio perché dieci anni della mia vita li ho spesi in questo modo, sulla strada con due amici al fianco. Dietro ogni musicista c’è un uomo e, spesso, noi vediamo o cerchiamo solo la parte spettacolare del suo essere. John aveva una sua sensibilità e una sua tristezza. L’ultima volta che siamo stati insieme, mi ha detto che suonare dal vivo era diventata una grande fatica. Resisteva, pensando che alla fine del concerto poteva tornare a casa a fare la cosa che gli piaceva di più: pescare i salmoni. Proprio durante una battuta di pesca gli era accaduta la cosa più tragica della sua vita: si era capovolto con la barca ed era rimasto imprigionato sotto di essa. Fu ricoverato in terapia intensiva per lungo tempo, in bilico tra la vita e la morte. Subito dopo mi mandò il CD, scrivendomi il biglietto di “Bella terra” e chiedendomi di venire a casa mia per passare un paio di giorni insieme. Cosà avrà visto oltre il tunnel?
Buon riposo, John.

Reno Brandoni

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