La mano del diavolo

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Reno Brandoni - foto di Alfonso Giardino

Nel 1965 ho iniziato la mia carriera di studente. Per la prima volta, ho varcato il portone dell’Istituto salesiano San Domenico Savio di Messina e avevo solo cinque anni. E sì, perché al Sud si andava a scuola un anno prima. Per meglio dire, potevi iscriverti in un istituto privato, frequentare la prima elementare e poi dare gli esami di ammissione alla seconda classe da privato, per riprendere normalmente il percorso scolastico. Si usava così.
Nei tempi passati i ragazzini, per essere considerati adatti al lavoro, dovevano prima soddisfare l’obbligo della licenza elementare. Così si cercava di farli iniziare prima possibile, per permettere loro di entrare nel mondo dei grandi ‘al più presto’, giusto dopo aver soddisfatto le basi dell’istruzione: banalmente, saper leggere e scrivere.

Come dicevo, era il 1965 quando entrai nella mia prima elementare sezione A. Il maestro si chiamava Attilio Caminiti e mi avrebbe accompagnato giornalmente, passo passo, nei successivi cinque anni della mia vita. Il primo compito che mi venne dato fu quello di prendere confidenza con i segni. Con la matita dovevo riempire pagine di ‘aste’. Così, con slancio ed entusiasmo iniziai a segnare il mio quaderno, ma venni bloccato subito dal maestro: «Con che mano stai scrivendo?» mi chiese. Ero mancino e scrivevo con la mano sinistra. Fino a quel giorno nessuno mi aveva fatto notare l’anomalia. Il maestro mi spiegò che si scriveva con la destra e non con la sinistra; mi esortò a guardare gli altri compagni: in effetti tutti scrivevano con quella mano, io ero l’unico diverso. Cambiai subito ma le aste, che fino a quel momento venivano dritte e precise, con la mano destra diventarono tremolanti e incerte, cosa che mi fece guadagnare la mia prima nota sul registro. Tornai a casa piangendo, sperando nella comprensione dei genitori, ma all’epoca la scuola era la culla della disciplina e nessuno poteva (doveva) permettersi di criticare l’educatore: a lui era affidato il compito dell’istruzione.

La cosa peggiorò di giorno in giorno. Iniziai a rimediare qualche ‘bacchettata’ quando distrattamente prendevo la matita con la mano ‘sbagliata’. I genitori, vista la mia disperazione, decisero di parlarne con il preside – anzi, poiché si trattava di un istituto religioso, con il direttore – spiegando come questa conclamata diversità stesse compromettendo la mia adolescenza. Fui convocato il giorno dopo dal sacerdote, che aveva promesso a mio padre di intervenire e che, con molta gentilezza e dovizia di particolari, mi spiegò il motivo per cui non dovevo usare la mano sinistra: questa, a suo dire, era la mano del diavolo, e mi avrebbe portato direttamente all’inferno! La cosa ‘funzionò’, mi terrorizzai talmente, che mai più osai utilizzarla per scrivere. La mia calligrafia ne risentì talmente, che ancora oggi non sono in grado di leggere ciò che scrivo e, per comprendere qualcosa del mio scritto, devo usare il carattere stampatello. Per fortuna l’arrivo del computer ha limitato il mio problema fino quasi a farmelo dimenticare.

Giustamente, da ragazzino, non rivelai mai a nessuno la mia diversità. Non la rivelai all’allenatore di baseball, che mai mi fece giocare una partita, visto che a tirare la palla con la destra non ero capace; e, nonostante mi sforzassi, il gesto improprio mi faceva sembrare portatore di qualche handicap, cosa che incrementava l’ironia dei miei compagni. Provate voi a tirare una palla con l’altra mano, per comprenderne la difficoltà. D’altra parte, si sa che i bambini non perdonano nei loro giudizi. Ma preferivo quella ‘compassione’ piuttosto che l’umiliazione della mia diversità. Non confessai il mio difetto neanche al maestro di musica, che iniziava a insegnarmi a suonare la chitarra. Se avessi suonato il pianoforte, avrei avuto molto meno problemi.
Insomma, imparai che prima di fare qualunque cosa dovevo osservare gli altri e imitarli, per essere assolutamente omologato e non subire nessuna critica e nessun insulto. Così, dopo tutto questo, tutti pensarono che fossi guarito e la mia vita riprese un iter normale; l’adolescenza si sviluppò apparentemente come quella di tutti i miei coetanei, felice!

Ora non è più così. Mio figlio è come me e, per fortuna, scrive felicemente con la sua mano sinistra. I mancini non sono più degli ‘anormali’, sono stati accettati; anzi, sono stimati e considerati persone dotate di particolare sensibilità e creatività. E così il mondo vive felice, senza nessuna emarginazione e senza più nessun pregiudizio… Gran bella cosa il progresso!

Buon fingerpicking!

Reno Brandoni

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