mercoledì, 22 Settembre , 2021

L’ingegnere acustico – 1 – Intervista a John Wood –

L’ingegnere acustico – 1

Da Nick Drake a John Martyn e Richard Thompson

Intervista a John Wood

di Daniele Bazzani

The Acoustic Guitar Show è il primo format di questo tipo: sono lunghe conversazioni con grandissimi tecnici del suono internazionali e italiani sul tema della chitarra acustica. Cerchiamo di sviscerare ogni aspetto del nostro strumento, che venga registrato come solista, come accompagnamento alla voce o in gruppo. Le interviste integrali sono in inglese su YouTube (tranne ovviamente quelle agli italiani), ma saranno tutte pubblicate e tradotte su Chitarra Acustica.

In questa prima puntata il personaggio è davvero incredibile: l’inglese John Wood ha registrato tutti i dischi di Nick Drake e quelli di molti altri musicisti come John Martyn, Richard Thompson, Sandy Denny, Fairport Convention, Incredible String Band, Pink Floyd, Jethro Tull, Cat Stevens. Nel 1965, con il suo socio Geoff Frost, decide di aprire lo studio Sound Techniques, in cui registrerà e misserà alcuni capolavori immortali come Five Leaves Left e Pink Moon di Nick Drake, Solid Air di John Martyn, Pour Down Like Silver di Richard & Linda Thompson. Lo studio venne chiuso verso la metà degli anni ’70 in previsione di uno spostamento, che però non arrivò mai. Di molte cose accadute in quegli anni, legate alla chitarra acustica, John ci racconta in questa intervista praticamente esclusiva, visto che non è solito concederne. Leggete fino in fondo, perché ci saranno spunti utili per imparare come registrare al meglio la propria chitarra!

Ciao John e grazie di aver accettato l’invito!

«Grazie a voi, è un piacere.»

 Il tuo lavoro riguardo l’ambito della chitarra acustica è enorme, basterebbe dire che hai registrato ogni cosa suonata da Nick Drake, e poi John Martyn, Pink Floyd, Fairport Convention, Richard Thompson, Incredible String Band, Jethro Tull, Sandy Danny, Cat Stevens… Nel 1965 hai aperto lo studio Sound Techniques con il tuo amico Geoff Frost: Londra in quegli anni doveva essere un posto molto interessante!

«Suppongo di sì, ma anche gli Stati Uniti lo erano, in quel momento!»

 Partiamo dal principio: prima di aprire lo studio lavoravi alla Decca?

«Non immediatamente prima: ho iniziato lavorando lì, poi sono stato in uno studio indipendente per due o tre anni, lì ho incontrato Geoff e abbiamo deciso di aprire il Sound Techniques.»

 Ho letto che avete iniziato costruendovi la console di regia da soli!

«Sì, quando non hai fondi illimitati devi cercare di usare al massimo le risorse, e per questo motivo la nostra attività si è divisa in due: costruivamo attrezzature nella parte curata da Geoff e registravamo dischi in quella curata da me.»

 Lavoravi quindi già come fonico?

«Vedi, in quei giorni non c’era un addestramento ‘formale’, dovevi iniziare facendo l’assistente di qualcuno e cercare di capire come andassero le cose. Alla Decca ho iniziato così.»

 In Italia diciamo ‘rubare con gli occhi’…

«In quel caso allora era ‘rubare con le orecchie’… [ride

 Che mi rispondi allora se dico ‘chitarra acustica’?

«La prima cosa è la parola ‘acustica’, no?»

 Ottima risposta!

«Perché la prima cosa che farei, se dovessi registrare una chitarra, sarebbe mettermici di fronte e sentire come suona, perché da quel momento in poi sarò seduto al banco con un paio di casse davanti, quindi devo cercare di conservare nella mia memoria il suono prodotto dal musicista, per tradurlo in modo che l’ascoltatore possa beneficiarne nella maniera più fedele possibile, come se il chitarrista gli fosse davanti.»

Ho letto che la sala di ripresa nel vostro studio ‘suonava’ davvero bene.

«Certo, parte di quello che registri è dovuto all’ambiente in cui ti trovi. Molti studi amatoriali sono praticamente ‘morti’ dal punto di vista sonoro, non c’è nulla che rifletta, e il suono che esce dallo strumento praticamente ‘cade a terra’ e scompare! Quindi è preferibile una stanza che non uccida il suono appena esce dallo strumento; in particolare con una chitarra, le cui frequenze alte sono così importanti per definirne il timbro e si perdono molto facilmente. Quindi, se si registra in un ambito ‘spento’, si toglie quella che io definisco l’ariadello strumento.

Se non si tratta lo studio nel miglior modo possibile, si va contro il motivo per cui si mette su uno studio! Vedo che molte cose sono cambiate: un tempo si progettava una sala di ripresa per far suonare insieme molti musicisti, e doveva suonare bene. Oggi si registra quasi sempre tutto separato per avere maggior controllo, quindi si sono perse molte cose per strada. Quando registravamo, negli anni ’60, l’idea iniziale era di registrare quante più cose possibile insieme, non perché non avessimo abbastanza tracce: eravamo dell’idea che registrare fosse ‘catturare una performance’. Il maggior numero di musicisti dovevano cantare e suonare la stessa canzone nello stesso momento, non in momenti diversi. Ecco perché l’acustica di uno studio era progettata per dare una risposta, non per uccidere il suono: doveva risultare ‘controllata’, ma non sterile, ognuno doveva poter ascoltare gli altri senza cuffie. Sound Techniques non era progettato per registrare la chitarra acustica in particolare, era stato pensato per far suonare insieme fino a venticinque, anche trenta musicisti contemporaneamente.»

E tu conoscevi molto bene la stanza: ti capitava di spostare il musicista per cercare il punto migliore per registrarlo?

«No, era tutto predisposto: c’era uno spazio per la batteria, c’era un grande pianoforte Steinway, non volevamo doverlo spostare ogni cinque minuti! Quindi i posti erano abbastanza fissi, e siccome potevamo arrivare anche a venticinque musicisti, la sezione ritmica stava di solito al centro, in modo che tutti potessero sentirla e gli archi o i fiati o la chitarra elettrica potessero trovare posto intorno e ascoltarsi dal vivo.»

Quindi dovevate fare i conti con quello che avevate.

«Certamente. Pensa che in occasione di Five Leaves Left, il primo album di Nick Drake, avevamo sì e no una dozzina di microfoni, forse meno, e suonavano tutti insieme. Gli archi avevano i loro microfoni, Nick due, poi c’era il contrabbasso, e dovevo capire quale microfono potesse darmi il miglior risultato su ogni strumento.»

Quanti microfoni hai usato per gli archi?

«Quattro mi pare… no, aspetta, c’erano i violini, i secondi violini, le viole… quindi tre, perché non c’erano i bassi. Tre tutti di fronte, non ricordo bene… ma normalmente dovrebbero essere quattro.»

Quando ho incontrato Joe Boyd qui a Roma anni fa, in occasione della presentazione del suo libro Le biciclette bianche – La mia musica e gli anni ’60 [1a ed. it. 2010; ed. or. White Bicycles – Making Music in the 1960s, 2006], mi disse che Nick suonava e cantava in maniera così precisa che potevate chiudere l’ascolto su di lui e sentire se gli altri suonavano bene!

«Non era proprio così, ma lui era davvero bravo. Voglio dire, ogni performance era quasi perfetta e identica alla successiva, però anche lui a volte ne sceglieva una piuttosto che un’altra. Comunque raggiungeva la perfezione sempre prima degli altri, questo è sicuro!»

C’è un suono di chitarra di cui sei particolarmente contento?

«Forse il brano “Dargai” sul disco Pour Down Like Silver di Richard & Linda Thompson. Credo di aver registrato con un Neumann KM 56 in una sola notte: avevo un nuovo mixer, perché ci dovevamo spostare e usarlo nel nuovo studio, ma poi chiudemmo il vecchio e non se ne fece più nulla. Avevo un nuovo modulo su quel mixer, come preamplificazione ed equalizzazione, e usai quello: aveva un bel suono, molto aperto, lo ricordo bene perché eravamo in un momento molto particolare.»

Come ti accennai la prima volta che ci siamo sentiti, questo progetto è in collaborazione con Fingerpicking.net e molti dei nostri lettori sono appassionati di chitarra fingerstyle. Quindi, parlando di registrare l’acustica, ti chiedo: mono o stereo o…?

«Oggi direi certamente stereo. Ma allora, credo che la prima volta che ripresi una chitarra con due microfoni fu proprio il disco Pink Moon di Nick.»

Ricordi che microfoni e preamp usasti?

«Dei pre non mi sono mai preoccupato, usavo quelli del mixer: la mia generazione non si è mai preoccupata di queste cose [“It’s just bloody preamps, you know”, letteralmente – ndr]. Per i microfoni è diverso: posso dirti con certezza che usai due Sony C-38. Non li fanno più e ho avuto un problema con i miei: mi sento davvero frustrato perché non si possono riparare; ne ho presi due usati dal Giappone e li uso praticamente sempre. Sono microfoni a condensatore a diaframma largo, molto sottovalutati, per quanto mi riguarda.»

Ricordi il posizionamento?

«Uno all’attaccatura del manico con il corpo, e l’altro nella parte larga della cassa armonica. Di solito li muovo finché non trovo il suono giusto, e dipende anche se chi suona debba cantare o meno.»

Nick ha suonato e cantato insieme su Pink Moon, giusto?

«Nick ha sempre suonato e cantato insieme.»

Che microfoni usavi con lui?

«Il problema maggiore, in quel caso, è sempre il rientro della voce nei microfoni della chitarra. Quindi cerchi un compromesso, vedi quanto riesci a far suonare la chitarra come vorresti e poi lavori sulla voce. Ma in realtà le due cose vanno fatte allo stesso tempo, perché poi il suono si modifica quando aggiungi la voce.

Un’altra cosa utile, ricordo di averlo fatto all’epoca: ho usato un microfono sulla chitarra con il pattern a figura otto, in modo da non prendere il suono ai lati, ma solo davanti e dietro. Ovviamente in quel caso non devi avere nessuno davanti, altrimenti è un problema. Avrai sempre un rientro, ma minore.

Con Nick ricordo di aver usato un Neumann U 67 sulla voce, ma quando passai ai Sony C-38 sulla chitarra, lo cambiai con un U 47 perché la combinazione suonava meglio.»

Quindi, mentre provava, sentivi le varie combinazioni di microfoni.

«Sì, ma quello che molti non capiscono oggi, è che non c’era quasi il tempo per provare nulla, andavamo sempre di corsa. Nei giorni di Five Leaves Left abbiamo registrato anche tre brani con l’orchestra in tre ore: dovevi sapere cosa stavi facendo e farlo bene! Vedi, nell’epoca da cui provengo tutto era molto diverso: la mattina poteva capitare di avere la registrazione di una pubblicità, il pomeriggio dovevi registrare un cantante con dieci o quindici elementi di orchestra, e la sera avevi da missare qualcosa o da registrare un ensemble ancora differente; quindi dovevi essere in grado di allestire lo studio in fretta, tirare su i fader e sapere già come avrebbe suonato il tutto. E che sarebbe andata bene! Non c’era nessun Ctrl+Z, nessun ‘Undo’ se qualcosa andava storto, se premevi ‘Record’ al momento sbagliato. Era un lavoro con un livello di concentrazione molto alto. Oggi che sono più vecchio non sarei in grado di farlo, non come allora.»

È un lavoro differente, per molti versi.

«Sì, oggi spesso sembri un commesso: non devi far altro che aspettare che qualcuno decida quale sia la takemigliore fra le cinquanta che ha fatto, o magari decida di farne un’altra!»

Cosa credi ci sia di diverso oggi rispetto ad allora?

«La tecnologia ha fatto credere a molti di poter essere qualcosa che non sono: tutti pensano di poter essere fotografi, o musicisti, o scrittori, solo perché hanno l’illusione di ‘pubblicare’ qualcosa. Un tempo si catturava una ‘performance’. Io credo che la gente ami così tanto la musica degli anni ’60 e ’70, e anche ’80 in fondo, perché c’era una percentuale di rischio che veniva presa, e ciò rendeva il tutto più affascinante: non si poteva controllare tutto come invece si fa oggi.»

Certo però che quando uscirà un nuovo grande artista, dovrà farlo in questa situazione.

«Sì, ma è difficile, perché la gente non suona più insieme. Leggevo un articolo di recente: diversi musicisti intervistati dicevano che, anche se sono in lockdown, non gli cambia nulla perché amano lavorare da soli. Allora diventa come la pittura, la fai da solo. Io vengo da un mondo in cui per suonare si doveva essere almeno due o tre.»

Non tanto noi chitarristi fingerstyle, perché siamo sempre da soli…

Ma parliamo di frequenze: quali associ maggiormente alla chitarra, nel bene o nel male?

«Non parlerei tanto di frequenze, quanto di lasciare spazio, dare aria a ciò che viene suonato. Una cosa che mi preoccupa, quando registro chitarristi che suonano con le dita, è il pollice: se non ho di fronte un musicista molto preparato, farà spesso un uso eccessivo della forza del pollice della mano destra, e il suono dei bassi coprirà praticamente tutto il resto. E penso a quando c’è anche la voce: in quel caso inizio a muovere il microfono cercando il punto migliore per evitare problemi. Non particolarmente in termini di frequenze, anche se muovendo il microfono ottengo un effetto simile, quanto cercando di fare in modo che il suono sia più bilanciato possibile.»

Certo, se devi registrare Nick Drake forse è più facile.

«Certo, molti pensano fosse difficile, ma registrare Nick era la cosa più semplice: gli mettevi un microfono davanti e lui faceva il resto!»

Hardware vs plugin, che ne pensi?

«Se non hai fondi illimitati dovrai affidarti ai plugin: io ne faccio uso, ma vedo che quelli che utilizzo di più sono i più costosi, e hanno un peso notevole sulla CPU. Io lavoro a 88.2 kHz e 24 bit, se scendi nella risoluzione hai molti più transienti e un suono più aspro, soprattutto sulle alte frequenze. Conoscere i microfoni aiuta moltissimo, perché alcuni sono più brillanti di altri, e se sai cosa usare e quando usarlo, sei molto avvantaggiato. Non mi piacciono i suoni troppo brillanti, e con la risoluzione molto alta attenuo un po’ il problema; poi, ad esempio, usando microfoni valvolari riesco a smussare ancora l’attacco.»

C’è qualcosa che fai di solito per rendere meno evidente la parte fastidiosa delle frequenze medio-alte, lasciando però il suono aperto?

«Preferisco sempre scegliere il microfono più adatto: i miei Sony C-38 sono i migliori, mai troppo aspri ma sempre definiti. Purtroppo, di solito, i microfoni molto costosi suonano meglio, non c’è molto da fare da quel punto di vista. Il miglior microfono che abbia mai sentito – e non potrò mai averlo perché costa troppo – è un vecchio AKG C24, praticamente il C12 stereo con una capsula che ruota di 90°, così puoi registrare in modalità M/S [Mid/Side]. Un altro problema è che i microfoni vecchi sono bellissimi, ma magari hanno quaranta o cinquant’anni e possono dare problemi enormi di rumore e fruscio quando si registra.»

Sei un fan del close miking? [registrazione con microfoni molto vicini alla fonte]

«Se registro solo una chitarra senza la voce, posso anche allontanarli un po’. Ma se la stanza non suona, li metto vicini, perché – come ti dicevo – la chitarra perde immediatamente tutto il suono e non ha senso metterli lontani. Lo scorso anno ho registrato un cantautore che suonava anche: avevo messo un Neumann M 149 sulla voce, bellissimo, e dava anche alla chitarra un suono fantastico e molto aperto con quello che prendeva; ma a lui non piaceva quello sulla voce, quindi l’ho cambiato con la copia di un AKG 251 e si è modificato il suono della chitarra, così ho dovuto allontanare un po’ i microfoni. Devi imparare anche tutta una serie di cose come questa.»

Hai mai registrato chitarra e voce con un solo microfono?

«No, ho sempre più tracce, quindi non ne vedo il motivo. Ma a volte uso microfoni più distanti, i cosiddetti room mics. Per esempio su Pink Moon ne avevo un paio a circa tre metri da Nick e fra di loro: hanno registrato tutto, però… vai a sapere se poi li ho usati nel mix…»

Registri mai compressione ed EQ direttamente sulla traccia?

«Dipende. All’epoca, a volte avevi tre o quattro cose su una traccia, quindi non avevi scelta. Ma di solito, registrando un solo strumento, se posso muovo il microfono prima di toccare l’equalizzazione. Questo perché i plugin suonano bene, ma mai come l’hardware, quindi preferisco non doverli usare, se posso. Sulla voce a volte comprimo, ma solo come limiting; sulla chitarra, a meno non abbia grossi problemi, non lo faccio mai. E non comprimo il mio master bus, questo lo lascio fare all’ingegnere del mastering.»

Ho letto che eri una sorta di genio con i riverberi, e curavi la manutenzione dei plates che avevate in studio.

«È una delle cose cui do più importanza. Quando registro in studio, oggi che non ne ho uno mio, mi va bene più o meno tutto. Ma quando devo missare sono molto esigente. E una delle ragioni è che da noi avevamo due plates che curavo personalmente: sono dispositivi elettro-meccanici, e quello che la gente spesso non capisce, è che devono essere tenuti alla perfezione. Spesso la differenza la fa la manutenzione: devi sapere che risultato otterrai e per questo, anche se registravo ovunque, volevo sempre missare ai Sound Techniques, perché sapevo come suonavano i nostri riverberi. Con Joe Boyd abbiamo registrato spesso negli Stati Uniti in uno studio chiamato Vanguard, perché aveva dei bellissimi plates. E in un altro paio di studi avevano dei chambers davvero fantastici: queste erano le cose che cercavamo spesso; un mixer di qualità lo trovi, buoni riverberi molto meno.

Oggi sono costretto a usare riverberi digitali. E ho imparato a tirar fuori quello che mi serve. Sulla chitarra acustica, per ottenere tridimensionalità, a volte uso tre, anche quattro riverberi diversi con settaggi differenti. Se ascolti la musica di Paul Simon, anche con Art Garfunkel, c’era il fonico Roy Halee, uno di quelli che ha davvero capito – secondo me – come si usa un riverbero. Oggi uso anche quattro plugin insieme; ho più riverberi che altro fra i miei plugin

Ci hai già detto tantissime cose. C’è un suggerimento con cui vorresti lasciarci, dedicato a chi registra a casa e magari ha uno o due microfoni?

«Se registri da solo chitarra e voce, credo che un buon punto di partenza sia decidere se sia più importante la chitarra o la voce. Se registri le due cose insieme, devi gestire dei compromessi. Un buon suggerimento, se hai troppa voce nel microfono della chitarra, è provare sulla chitarra un microfono dinamico come lo Shure SM57: non suonerà bene come un microfono a condensatore, ma la voce sarà praticamente assente da quella traccia e potresti risolvere un problema. Se invece volessi provare l’opposto, potresti usare un SM7 sulla voce: non suona bene come altri, ma non ci sarebbe praticamente più chitarra sulla traccia della voce. Cose così…»

Non so davvero come ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato; proviamo a lasciarci con un ultimo suggerimento?

«Migliorare il suono alla fonte: quindi suonare meglio, usare una buona chitarra, cambiare le corde, cercare il miglior punto della stanza per registrare; anche girarsi in un verso o in un altro potrà aiutare. Non dico di registrare al bagno, che rimbomba troppo, ma una stanza che dia un po’ di vita al suono non sarebbe male. Se si ha modo di ottenere due pannelli di legno da posizionare in modo che riflettano un po’ di ciò che suoniamo, prima che sia catturato dal microfono, questo può essere davvero di grande aiuto.»

Oggi in molti hanno una scheda audio e un microfono anche economico. Non so quanto tu sia a conoscenza di ogni modello, ma hai un suggerimento riguardo al microfono, magari non troppo costoso?

«Lo Shure SM7 è un ottimo microfono, sia per la chitarra che per la voce. Non è economicissimo, ma è sicuramente nella fascia medio-bassa di mercato; però ha bisogno di molto gain per funzionare bene. Per le schede audio, non saprei, ho sentito parlar bene della Focusrite Scarlett, credo non costi molto. Se si volesse spendere qualcosa in più, una Audio Technica a diaframma stretto potrebbe essere ottima; credo si trovi sui 400 euro.»

Per la chitarra preferisci diaframma largo o stretto?

«Di solito uso quasi solo microfoni a diaframma largo: ho due Warm Audio 251, che sono repliche del mitico  251; certo non hanno lo stesso suono, ma vanno bene e non devi venderti casa! E soprattutto suonano meglio di microfoni anche molto costosi come il Neumann U 87, a mio modo di vedere.»

Trovi che l’U 87 suoni molto diverso dai 47 e 67?

«Oh sì, moltissimo: lo trovo eccessivamente brillante. I miei Sony C-38 suonano molto meglio, per me. La prima volta li vidi usare da Bruce Botnick sulla batteria: non li conoscevo, e credo di essere stato l’unico a usarli in Inghilterra per moltissimo tempo!»

Siamo davvero alla fine, ti ringrazio a nome di tutta la redazione e speriamo di poterci incontrare un giorno, magari di persona!

Grazie a voi, buon lavoro.

Daniele Bazzani

Link a The Acoustic Guitar Show

https://www.youtube.com/playlist?list=PLdY4e9o63mEz9Z1J3bhAE1Wtd-nEGk61_

 

Link all’intervista a John Wood

https://youtu.be/ttvQ-xEDQBU

 

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